Francesco d’Assisi:

attualità di un’esperienza spirituale

Marzia Ceschia

È quasi scontato affermare l’attualità di san Francesco d’Assisi: a lui ci si riferisce parlando di pace, di salvaguardia del creato, di fratellanza, tanto più che l’attuale pontefice ha scelto di portare il suo nome con un chiaro intento programmatico. Il rischio è, però, quello di non andare a fondo, di fare del Santo assisiate una sorta di icona mediaticamente efficace, senza coglierne la vibrante esperienza evangelica, dimenticando l’aspetto essenziale e, cioè, che tutto in Francesco è in relazione alla Trinità e, particolarmente, al Signore Gesù Cristo.

In che cosa consiste allora la sua attualità? Io direi nella “novità” di cui egli si fa umilmente mediatore, quella medesima novità che è la vita dello e nello Spirito a suscitare e che è sapienza, la quale «tutto rinnova e attraverso i secoli, passando nelle anime sante, prepara amici di Dio e profeti» (Sap 7,27). È la novità, infine, che si manifesta in quanti, nel tempo della storia, si lasciano plasmare dal futuro dischiuso dal Vangelo, quello delle beatitudini che contestano la facile sovrapposizione tra senso e potere, tra dignità e successo. Tommaso da Celano, con la passione dell’agiografo, nel Trattato dei miracoli, esprime in questi termini la provvidenziale “discontinuità” che il vissuto del Poverello e dei suoi seguaci regala al mondo:«[…] all’improvviso, emerse sulla terra un uomo nuovo, e all’apparire subitaneo di un nuovo esercito i popoli furono ripieni di stupore davanti ai segni della rinnovata età apostolica. È ora d’un tratto portata alla luce la perfezione già sepolta della Chiesa primitiva, di cui il mondo leggeva sì le meraviglie, ma non vedeva l’esempio (3Cel I,1: FF 822) [1].
Il medesimo autore, nella Leggenda di santa Chiara vergine, pone ancora l’accento sulla “novità” di Francesco nel ripercorrere le origini della vocazione della sua pianticella: «Udendo, poi, il già celebre nome di Francesco che, come uomo nuovo, rinnovava con nuove virtù la via della perfezione passata in dimenticanza ormai nel mondo, fu presa dal desiderio di ascoltarlo e vederlo, spintavi dal Padre stesso delle ispirazioni da cui entrambi erano già stati mossi, anche se in modi diversi (LegsC 3: FF 3162)».

La novità del Santo assisiate pare essere nell’ordine dell’attualizzazione della memoria, del ricordare, come un tornare all’essenza, al cuore di un “nuovo” già detto da Cristo e dal Vangelo, ma che chiede voci ulteriori che lo ripetano al mondo. Quali itinerari, allora, in cerca di un’altra direzione l’esperienza di Francesco intercetta oggi? Utopie o dimensioni umane e cristiane da percorrere e abitare [2]?

  1. In itinere

Rimanendo nella metafora del cammino, concentriamo la nostra riflessione su un aspetto caratterizzante l’esperienza spirituale francescana, quello dell’itineranza che si concretizza nella raccomandazione di Francesco ai suoi frati di essere, dovunque, «come pellegrini e forestieri in questo mondo, servendo al Signore in povertà e umiltà» (Rb VI, 2: FF 90). Assumiamo il paradigma del movimento come questione da porre allo sradicamento che sovente sperimenta l’uomo d’oggi, tra spaesamento e ricerca di una dimora. Sono d’aiuto, in questo contesto, alcune osservazioni di Bruno Secondin: «Se c’è una funzione urgente e propria per la spiritualità oggi, direi che è quella di un «sapere orientatore», di una saggezza di vita e di attese, nel contesto di situazioni complesse e ambigue. La spiritualità conosce fra i suoi elementi primordiali e ispirativi la peregrinatio, l’itineranza, l’esodo continuo, non solo interiore ma anche esteriore. [.. .] Dovremmo rivalutare questa tradizione itinerante – non solo come valore personale ascetico e di distacco – ma come proposta culturale, come nuova fraternità con le genti e con la terra, come dialogo meravigliato e contemplativo con la natura. Nonostante la «grande mobilità» attuale, di fatto abbiamo perso questo valore vitale, carico di mediazioni cosmiche e naturali: siamo spaesati, ma non in cammino; soprattutto non appare l’ampiezza del «quaerere Deum veritatis» che ha caratterizzato secoli di spiritualità» [3]. Cogliendo alcune suggestioni del “movimento” di Francesco nel mondo è possibile suggerire per l’uomo del nostro tempo un ritmo integrale del cammino, un dinamismo che coinvolge insieme corpo-mente-cuore imprimendo un orientamento per la vita e per la vita «in abbondanza» (Gv 10,10), accogliendo di passo in passo dimore e vie, dono gratuito dell’esistenza.

  1. La creazione per salire

Il peculiare rapporto del Santo di Assisi con il creato è assunto da papa Francesco come paradigmatico di un atteggiamento di cura e di responsabilità verso la natura nell’enciclica Laudato si’ [4]. In particolare è lo sguardo del Poverello sul mondo, capace di stupore e di meraviglia, a far trasparire una relazione incondizionata, sensibile alla bellezza e libera da atteggiamenti di consumo, dominio, sfruttamento che Bonaventura da Bagnoregio così tratteggia nella Leggenda maggiore: «Per trarre da ogni cosa incitamento ad amare Dio, esultava per tutte quante le opere delle mani del Signore e, da quello spettacolo di gioia, risaliva alla Causa e Ragione che tutto fa vivere. Contemplava, nelle cose belle, il Bellissimo e, seguendo le orme impresse nelle creature, inseguiva dovunque il Diletto. Di tutte le cose si faceva scala per salire ed afferrare Colui che è tutto desiderabile. Con il fervore di una devozione inaudita, in ciascuna delle creature, come in un ruscello, delibava quella Bontà fontale, e le esortava dolcemente, al modo di Davide profeta, alla lode di Dio, perché avvertiva come un concerto celeste nella consonanza delle varie doti e attitudini che Dio ha loro conferito (LegM IX, 1: FF 1162)». La creazione, agli occhi del Santo, è icona vivente della bellezza divina: egli ne prova un piacere estetico, ne gode, ne coglie il gratuito dispiegarsi e interagisce con essa assumendo un’azione e una prospettiva comune, quella della lode, che scaturisce dal creato spontaneamente, mentre per l’uomo dalla riconoscenza e dal riconoscimento di un piano ulteriore che nessuna singola creatura esaurisce, di una “dinamica del rinvio” che sospinge lo sguardo, che lo sollecita a penetrare e a salire. All’attitudine all’uso, a una signoria di possesso e non di servizio [5] che ascolta soltanto la voce dell’utile e del proprio bisogno, Francesco contrappone un approccio comunicativo, dialogante e attento a imparare un linguaggio diverso eppure sensibilmente capace – perché i sensi ne sono toccati – di suggerire orizzonti “altri”: proprio la bellezza ne è la traccia più eloquente. Attraente e mai completamente afferrabile, tutt’al più evocata dalla parola, è di per sé trascendente [6]. Il creato, dunque, rende decifrabile, per quanto è concesso all’uomo, la presenza di Dio nello spazio: esso – secondo una felice espressione di Orlando Todisco – «non è opaco, ma estremamente significativo come “res” e come “signum”» [7]. L’ascesa, quale possibilità di accedere, mediante il contatto col mondo, a una dimensione ulteriore di esperienza e contatto con il Signore presuppone, per l’Assisiate, un movimento di discesa previo che è identificabile con l’obbedienza, ovvero con l’umile consapevolezza della propria posizione. In questi termini, assumendo le creature non umane a modello, si esprime, infatti, nelle Ammonizioni: «Considera, o uomo, in quale sublime condizione ti ha posto il Signore Dio, poiché ti ha creato e formato a immagine del suo Figlio diletto secondo il corpo e a similitudine di lui secondo lo spirito. E tutte le creature, che sono sotto il cielo, per parte loro servono, conoscono e obbediscono al loro Creatore meglio di te. E neppure i demoni lo crocifissero, ma tu insieme con loro lo hai crocifisso, e ancora lo crocifiggi quando ti diletti nei vizi e nei peccati. Di che cosa dunque puoi gloriarti? [.. .] se tu fossi più bello e più ricco di tutti, e se tu operassi cose mirabili, come scacciare i demoni, tutte queste cose ti sono di ostacolo e nulla ti appartiene, e in esse non ti puoi gloriare per niente; ma in questo possiamo gloriarci, nelle nostre infermità e nel portare sulle spalle ogni giorno la santa croce del Signore nostro Gesù Cristo (Am V: FF 153-154)».
Se l’uomo di nulla può gloriarsi di nulla, allo stesso tempo, può ritenersi proprietario: posto “in alto” per misericordia, può salire ma non innalzarsi con le sue sole forze. La riconosciuta gratuità divina che anima l’intera creazione e che culmina nel dono del Figlio incarnato e crocifisso disarma l’essere umano, in quanto togliendogli ragioni per contendere e rivendicare, gli offre l’esperienza come opportunità di entrare nel senso del mondo mediante percorsi di riconciliazione, di fraternizzazione. Il celebre Cantico di Frate Sole (FF 263) ne è poetica e drammatica espressione: canto di un uomo quasi alla fine della sua esistenza terrena, canto di un sofferente nel corpo e di più nello spirito per l’evolversi dell’Ordine in direzioni diverse da quelle da lui sognate, è la trama del cammino di piena pacificazione di Francesco. Gli elementi cosmici e insieme ad essi gli uomini – compresi i tribolati, gli offesi e i perdonati – e persino la morte si dispongono come familiari in un universo ordinato, luminoso, fecondo, sororale e fraterno in cui la lode e il dispiegarsi delle relazioni sono di fondo ritmate da due parole: “ringraziare” e “servire [8]. Alla con-discendenza dell’Altissimo allora, che nel cosmo rende prossima all’uomo la sua sollecitudine e bellezza, l’uomo corrisponde con la con-templazione, scorgendo nella terra fessure che svelano il cielo, sguardi compagni che l’uno all’altro, per via, indicano orizzonti ospitali.

  1. La carne per scendere

Fonte di particolare e assidua meditazione è, per il Santo di Assisi, il mistero dell’incarnazione, luogo sorprendente di alleanza d’amore di Dio con l’uomo. Nella seconda redazione dell’Epistola ai fedeli egli considera la discesa del Verbo di Dio: «L’altissimo Padre celeste, per mezzo del santo suo angelo Gabriele, annunciò questo Verbo del Padre, così degno, così santo e glorioso, nel grembo della santa e gloriosa Vergine Maria, e dal grembo di lei ricevette la vera carne della nostra umanità e fragilità. Lui, che era ricco sopra ogni altra cosa, volle scegliere in questo mondo, insieme alla beatissima Vergine, sua madre, la povertà (2Lf I, 4-5: FF 181-182)».

L’itinerario di Dio si svolge dall’alto verso il basso per attuare il suo piano di compassione e di salvezza: la carne ne è la via, tanto umile quanto più impastata di fragilità che il Figlio attraversa, senza esserne contaminato, ma toccandola per sanarla. Scegliendo la povertà come dimora, di necessità egli è per eccellenza il pellegrino e forestiero che «non ha dove posare il capo» (Lc 9,58). La carne vulnerabile è misteriosamente la breccia attraverso la quale l’uomo, che il peccato ha reso dia-bolicamente separato da Dio, può diventare il luogo della sua ospitalità. Francesco coglie la medesima logica nell’eucaristia:
«Ecco, ogni giorno egli si umilia, come quando dalla sede regale discese nel grembo della Vergine; ogni giorno egli stesso viene a noi in apparenza umile; ogni giorno discende dal seno del Padre sull’altare nelle mani del sacerdote (Am I, 16-18: FF 144)». Il percorso discendente si articola qui in tre passaggi: dal «seno del Padre», all’«utero della Vergine», alle «mani del sacerdote», queste ultime nuovo potenziale grembo, non in se stesse, ma in quanto rese capaci di toccare in maniera spiritualmente feconda un umile frammento di pane, sicché solo nel movimento del dono – movimento di kenosi – la carne è concorde alla direzione della sua chiamata a essere mediazione nell’abbassamento, nello spogliamento, a essere fondamentalmente per la relazione con l’altro.
Nella carne l’Assisiate aveva sperimentato questa medesima traiettoria spirituale agli inizi della sua conversione, tra i lebbrosi, incappando-essendo condotto in una via da lui aborrita, come fa memoria al principio del suo Testamento: «Il Signore dette a me, frate Francesco, di incominciare a fare penitenza così: quando ero nei peccati mi sembrava cosa troppo amara vedere i lebbrosi, e il Signore stesso mi condusse tra loro e usai con essi misericordia. E allontanandomi da loro, ciò che mi sembrava amaro mi fu cambiato in dolcezza di animo e di corpo. E in seguito, stetti un poco e uscii dal secolo (FF 110)». È il Signore a imprimere la direzione di un percorso inatteso e a far sì che un non luogo, uno spazio di lebbrosi fuori dalla città, divenga luogo teologico in cui è una carne ripugnante a convertire Francesco, a introdurlo nel senso ultimo della penitenza che è la misericordia, suscitando un cambiamento integrale – dall’«amaro» al «dolce» – nell’anima e nel corpo. Il giovane di Assisi, dall’alto della sua ambizione di diventare cavaliere, era disceso negli inferi di un’umanità rifiutata e solo stando a contatto con quella carne, ospitato al di fuori del “mondo” accettato e integrato, aveva potuto trovare la motivazione per uscire dal «secolo», da una mentalità gerarchica ed escludente, per entrare nella logica inclusiva della fraternità [9]. Riferendoci all’attualità possiamo indubbiamente richiamare, in questo contesto, la costante sollecitazione del papa a varcare le soglie delle periferie, a sfuggire «la tentazione di essere cristiani mantenendo una prudente distanza dalle piaghe del Signore», a toccare «la carne sofferente degli altri», rinunciando «a cercare quei ripari personali o comunitari che ci permettono di mantenerci a distanza dal nodo del dramma umano» [10]. Per il Santo assisiate le due icone del Bambino di Betlemme e del Crocifisso, «l’umiltà dell’incarnazione e la carità della passione» (1Cel XXX, 84: FF 467), rappresentano le coordinate entro le quali collocare ogni relazione con l’altro e, soprattutto, con le miserie altrui che turbano le certezze, i recinti del nostro cuore, smobilitandoci e incitandoci a ricominciare la strada discendente dell’autentica conoscenza di noi stessi. Accade allora che la miseria dell’altro sia spesso uno spazio dove scoprirsi ospitati per rimettersi sulle orme del Signore a servire e lavare i piedi ai fratelli (cf. Am IV: FF 152). Se la carne di per sé non è sicura, ma segnata dalla precarietà, la compassione, agita nel fare misericordia, è disponibilità di un’accoglienza data anche alla fragilità preservando in ogni persona la dignità del suo essere, in relazione al Signore Gesù Cristo, figlio e fratello. E così dinanzi all’altro che è di ostacolo e che pare “scandalizzare” il nostro cammino, il movimento non è la fuga, ma l’andare incontro, anzitutto con lo sguardo, come consiglia Francesco a un frate (Lettera a un ministro) il quale, piuttosto che restare in una fraternità di “peccatori incalliti”, volentieri si sarebbe ritirato in un eremo:
«[…] Io ti dico, come posso, per quello che riguarda la tua anima, che quelle cose che ti impediscono di amare il Signore Iddio, e ogni persona che ti sarà di ostacolo, siano frati o altri, anche se ti percuotessero, tutto questo devi ritenere come una grazia. E così tu devi volere e non diversamente. […] E ama coloro che ti fanno queste cose. E non aspettarti da loro altro, se non ciò che il Signore ti darà. E in questo amali e non pretendere che siano cristiani migliori. E questo sia per te più che il romitorio. E in questo voglio conoscere se tu ami il Signore e ami me servo suo e tuo, se farai questo, e cioè: che non ci sia mai alcun frate al mondo, che abbia peccato quanto poteva peccare, il quale, dopo aver visto i tuoi occhi, se ne torni via senza il tuo perdono misericordioso, se egli lo chiede; e se non chiedesse misericordia, chiedi tu a lui se vuole misericordia (FF 234-235)».
L’umanità di Cristo che «fu povero e ospite e visse di elemosine lui e la beata Vergine e i suoi discepoli» (Rnb IX, 5: FF 31) è l’immagine in cui specchiare la propria umanità e plasmarla dandole una forma “minore ossia la forma del servizio, dell’obbedienza all’anima dell’altro che ne esige l’ascolto profondo e la condivisione del cammino: «E devono essere lieti quando vivono tra persone di poco conto e disprezzate, tra poveri e deboli, infermi e lebbrosi e tra i mendicanti lungo la strada (Rnb IX, 2: FF 30)».

 Il vissuto di Francesco si accorda all’affermazione paolina «quando sono debole, è allora che sono forte» (2Cor 12,10) che entra in collisione con l’attuale mentalità del successo, dell’efficienza a ogni costo, del contare sulle proprie forze e che relega la fragilità in zone di oblio e di silenzio, impermeabili alla pazienza del dialogo. La “sottomissione” – per servirlo – all’altro che il Santo addita quale via di svolta verso un’alterità fraterna, il proporsi disarmato e mite è lo stile della predicazione francescana e dell’annuncio evangelico che nel saluto di pace realizza una prossimità con ogni uomo. Emblematico è il caso di quanti si recano tra «gli infedeli». Ad essi l’Assisiate addita un comportamento spirituale, in cui “soggezione” e “confessione” siano orientate a cogliere anzitutto le sollecitazioni del Signore (ciò che a lui piace), rifiutando ogni potere sull’altro, fosse anche per la sua conversione: «I frati poi che vanno tra gli infedeli possono comportarsi spiritualmente in mezzo a loro in due modi. Un modo è che non facciano liti né dispute, ma siano soggetti ad ogni creatura umana per amore di Dio e confessino di essere cristiani. L’altro modo è che, quando vedranno che piace a Dio, annunzino la parola di Dio perché essi credano in Dio onnipotente Padre e Figlio e Spirito Santo, creatore di tutte le cose, e nel Figlio redentore e salvatore […]. Queste e altre cose, che piaceranno al Signore, possono dire ad essi e ad altri (Rnb XVI, 5-8: FF 43-44)».

Francesco ci ribadisce oggi che la dimensione cristiana del dialogo si fonda su istanze prima di tutto spirituali non politiche: occorre pertanto lasciarsi condurre dal Signore, lasciarsi mettere in viaggio, al di là delle frontiere, e con umiltà nell’uomo “diverso” ricercare la condivisa umanità, il cuore nella carne, dove lo Spirito di Cristo discende e sensibilmente opera.

  1. Andando, dunque, per il mondo

Nella sua Regola Francesco tratteggia il ritratto dei suoi frati, uomini per via, “a casa” nella parola del Vangelo, “di casa” dovunque sia, manifesto o inconsapevole, il bisogno di ascoltarla: «Quando i frati vanno per il mondo, non portino niente per via, né sacco, né bisaccia, né pane, né pecunia, né bastone. E in qualunque casa entreranno dicano prima: Pace a questa casa. E dimorando in quella stessa casa mangino e bevano quello che ci sarà presso di loro. Non resistano al malvagio; ma se uno li avrà percossi su una guancia, gli offrano anche l’altra. E se uno toglie loro il mantello, non gli impediscano di prendere anche la tunica. Diano a chiunque chiede a loro; e a chi toglie loro cose, non le richiedano (Rnb XIV: FF 40)»

 Lo spaesamento dell’uomo contemporaneo, affannato dall’esigenza di abbreviare tempi e spazi, ha una delle sue ragioni in una concezione economica dell’esistenza che valorizza la resa sulla profondità, il risultato sulla relazione.
“Abitare” è spesso correlativo alracquistare” e l’avere è l’indice del proprio diritto a occupare uno spazio. Già nel 1949 Simone Weil osservava: «Il danaro distrugge le radici ovunque penetra, sostituendo ad ogni altro movente il desiderio di guadagno. Vince facilmente tutti gli altri moventi perché richiede uno sforzo di attenzione molto meno grande. Nessun’altra cosa è chiara e semplice come una cifra» [11].
Francesco d’Assisi esorta i suoi fratelli cristiani itineranti ad assumere la povertà come stile relazionale, correndo il rischio – come narra la parabola della Perfetta letizia (cf. FF 278) – di trovarsi la porta sbattuta in faccia anche da quelli la cui accoglienza parrebbe scontata. Occorre andare in profondità nel concetto francescano di povertà per coglierne lo stretto legame con l’attitudine alla non violenza: colui che sceglie di vivere da povero, infatti, non accampa pretese da proprietario e, pertanto, nulla ha da difendere, neppure la propria immagine [12]. Il povero in spirito considera, inoltre, che ogni bene appartiene al Signore e a lui va restituito [13], abitando il mondo come terra di doni dati non per il vantaggio di pochi, ma per essere condivisi, così che ogni singolo inneschi rapporti circolari, che si allargano in fraternità.

È necessario, allora, che si dimori per via, cercatori di Dio perché cercatori appassionati di fratelli, costantemente mandati, non installati nella trincea di appartenenze soltanto umane, ma fedeli a quel Signore e Pastore che, sulle tracce anche di una sola pecorella perduta (cf. Lc 15,3-7), abita con amore gli smarrimenti dell’uomo. Nel suo rapporto con la creazione e con il prossimo il Santo assisiate propone all’uomo d’oggi il principio originario della custodia (cf. Gen 2,15) quale modalità effettivamente religiosa – capace di re-ligare suscitando legami vitali – di interagire con il mondo, da «buoni amministratori di una multiforme grazia di Dio» (1Pt 4,10). Tra il movimento della salita e quello della discesa è il cuore responsabile a prendere fiato, un cuore che “si fa carico” dell’altro, riconoscendo che è lui, nella misura della nostra accoglienza, a ricondurci in noi stessi, non spaesati ma “familiari” abitati dallo Spirito: «Siamo sposi, quando nello Spirito Santo l’anima fedele si unisce a Gesù Cristo. Siamo suoi fratelli, quando facciamo la volontà del Padre suo, che è nel cielo. Siamo madri, quando lo portiamo nel nostro cuore e nel nostro corpo attraverso l’amore e la pura e sincera coscienza, e lo generiamo attraverso il santo operare, che deve risplendere in esempio per gli altri (2Lf X, 51-53: FF 200)».

La testimonianza cristiana ha più che mai oggi bisogno di essere tale riverbero di luce, una sollecitazione – evidente più che assordante – ad andare alla fonte, un’ecologia dello sguardo per rileggere la realtà come trama della solidarietà di Dio col mondo.

Nota bibliografica

Oltre agli scritti riportati nelle note, si veda utilmente: F. ACCROCCA, Francesco, un nome nuovo. Vita di un uomo santo, EMP, Padova, 2014; ID., Tutto cominciò tra i lebbrosi. Gli inizi dell’avventura spirituale di Francesco d’Assisi, Edizioni Porziuncola, Santa Maria degli Angeli-Assisi 2014; A. CACCIOTTI – M. MELLI (edd.), Francesco plurale. Atti del XII Convegno storico di Greccio, Greccio 9-10 maggio 2014, Edizioni Biblioteca Francescana, Milano 2015; C. DI SANTE, Francesco e l’altissima povertà. Economia del dono e della giustizia, Prefazione di A. Rizzi, EMP, Padova 2013; É. LECLERC, I simboli dell’unione. Una lettura del Cantico delle Creature di san Francesco d’Assisi, EMP, Padova 2012; P. MARANESI, Fate attenzione fratelli! Le Ammonizioni di San Francesco: parole per conoscere se stessi, Edizioni Porziuncola, Santa Maria degli Angeli-Assisi (PG) 2014; A. ROTZETTER – W VAN DIJK – T MATURA, Vivere il Vangelo. Francesco d’Assisi ieri e oggi, EFR – Editrici Francescane, Padova 1983; C. VAIANI, La via di Francesco, Edizioni Biblioteca Francescana, Milano 2005.

NOTE

1 Le citazioni dalle Fonti Francescane sono tratte dalla terza edizione rivista e aggiornata, edita dalle EFR – Editrici Francescane, Padova 2011. Tra parentesi l’abbreviazione dello scritto cui si rimanda con il riferimento alla numerazione marginale della sezione riportata.

2 Spunti interessanti sul senso del termine “utopia” in rapporto all’esperienza francescana si possono cogliere in T. MATURA – F. HADJADJ, L’utopia di Francesco d’Assisi, EMP, Padova 2013.
3 B. SECONDIN, La spiritualità contemporanea e la sfida delle nuove culture, in H. ALPHONSO (ed.), Esperienza e spiritualità. Miscellanea in onore del RP Charles André Bernard, S.J., Editrice Pontificia Università Gregoriana, Roma 2005, 210.

4 Cf. FRANCESCO, Lettera enciclica Laudato si’ (24 maggio 2015), nn. 10-12.
5 In questo senso, come signoria relativa a Dio, va inteso il genesiaco «riempite la terra; soggiogatela e dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente» (Gen 1,28).
6 Cf. J. RATZINGER, La bellezza, la chiesa, Itaca, Castel Bolognese (RA) 2005, 19: «L’incontro con la bellezza può diventare il colpo di dardo che ferisce l’anima e in questo modo le apre gli occhi. Tanto che ora l’anima, a partire dall’esperienza, ha criteri di giudizio ed è anche in grado di valutare correttamente gli argomenti».
7 O. TODISCO, Scuola francescana e corporeità: opposizione o condivisione?, in «Antonianum» 78 (2003) 458.
8 Cf. la suggestiva lettura proposta da J. DALARUN, Il Cantico di frate Sole. Francesco d’Assisi riconciliato, Edizioni Biblioteca Francescana, Milano 2015.

9 Su questo aspetto e sull’interpretazione dell’affermazione «uscii dal secolo», illuminanti sono le pagine di P. MARANESI, L’eredità di frate Francesco. Lettura storico-critica del Testamento, Edizioni Porziuncola, Santa Maria degli Angeli – Assisi (PG) 2009, 117-120.

10 FRANCESCO, Esortazione apostolica Evangelii gaudium (24 novembre 2013), n. 270.
11 S. WEIL, La prima radice. Preludio a una dichiarazione dei doveri verso l’essere umano, SE, Milano 1990, 50.
12 Cf. il commento di Francesco alla beatitudine dei poveri in spirito (cf. Mt 5,3): «Ci sono molti che, applicandosi insistentemente a preghiere e occupazioni, fanno molte astinenze e mortificazioni corporali, ma per una sola parola che sembri ingiuria verso la loro persona, o per qualche cosa che venga loro tolta, scandalizzati, subito si irritano. Questi non sono poveri in spirito, poiché chi è veramente povero in spirito odia se stesso e ama quelli che lo percuotono sulla guancia» (Am XIV: FF 163).

13 Cf. «E restituiamo al Signore Dio altissimo e sommo tutti i beni e riconosciamo che tutti i beni sono suoi e di tutti rendiamo grazie a lui, dal quale procede ogni bene» (Rnb XVII, 17: FF 49).
* Facoltà teologica del Triveneto (Padova) (marziaceschia@hotmailit).

CredereOggi 37 (3/2017) n. 219, 53-67