DOMENICA XV – A – di Giuseppe Bellia

Silenzio e Parola,

ritmo del tempo e dello spazio;

Silenzio, pienezza di Dio,

Parola, presenza di Dio.

Tutto dal silenzio proviene

e dalla Parola riceve vita.

Nel silenzio eterno pensata,

ogni creatura è apparsa,

riflesso della gloria del Verbo.

Alle prime luci della creazione,

plasmato a immagine di Dio,

apparve l’uomo e tutto

si riempì di scintillante gioia.

E fu nel silenzio del sabato,

la Parola creatrice,

e tutto ritmando con amore

giocava con Dio e con noi.

PRIMA LETTURA                                            Is 55,10-11

Dal libro del profeta Isaìa

La breve pericope è collocata all’interno di un invito alla conversione a cui sono unite parole di consolazione rivolte a Israele e a quanti si uniscono a lui benché stranieri (55,6-56,9). Dopo l’invito alla conversione accompagnato dalla certezza del perdono (55,6-7), il Signore rivela come le sue vie siano incomprensibili agli uomini perché sublimi e annuncia che la sua parola si attuerà (55,8-11).

Così dice il Signore:

10 «Come la pioggia e la neve scendono dal cielo

e non vi ritornano senza avere irrigato la terra,

senza averla fecondata e fatta germogliare,

perché dia il seme a chi semina

e il pane a chi mangia,

11 così sarà della mia parola uscita dalla mia bocca:

non ritornerà a me senza effetto,

senza aver operato ciò che desidero

e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata».

Dopo aver detto che le sue vie sono distanti dagli uomini come lo è il cielo dalla terra, ora il Signore, attraverso il paragone della pioggia e della neve, rivela come vi sia comunicazione tra la terra e il cielo. La pioggia e la neve scendono e irrigano la terra, la imbevono secondo la sua necessità e poi ritornano al cielo. Fecondata dall’acqua, la terra ha la forza di fare germogliare sia il seme per il seminatore che il pane per chi deve mangiare.

Così sarà della parola uscita dalla mia bocca, il testo pone un’intima connessione tra le operazioni, che si svolgono in natura, e quelle che la Parola compie nella storia perché è la stessa Parola che fa essere le leggi della natura e opera nella storia. Quindi il paragone fa cogliere la stretta connessione delle operazioni dell’unica Parola per infondere coraggio agli esiliati e speranza per la redenzione ormai vicina.

La natura e la storia hanno un’intima connessione; le leggi della natura stanno a testimoniare l’immutabilità della parola divina in esse contenuta e quindi invitano a fare il passaggio alla Parola che Dio annuncia agli uomini perché essa opera efficacemente secondo il volere di Dio.

La Parola è paragonata a un inviato che, uscito dalla presenza di Dio con un ordine ben preciso, lo esegue e ritorna a colui che lo ha mandato presentandogli l’opera compiuta. Notiamo un paragone rafforzativo: se la neve e la pioggia compiono quello che è loro comandato, quanto più la Parola, che puntuale esce per adempiere quella determinata missione (cfr. Is 44,3: «Poiché io farò scorrere acqua sul suolo assetato, torrenti sul terreno arido. Spanderò il mio spirito sulla tua discendenza, la mia benedizione sui tuoi posteri»).

La stretta connessione tra la neve e la pioggia e la Parola di Dio oltre a farci percepire l’efficacia dell’unica Parola di Dio, ci porta pure a considerare la somiglianza delle operazioni: la neve e la pioggia scendono in seno alla terra e scompaiono, tutto appare come prima e poi si notano i frutti di questa operazione, allo stesso modo la Parola annunciata scompare in seno alle coscienze e ai cuori e negli avvenimenti, come se non fosse, ma alla fine fa germogliare i frutti. Per questo è molto importante l’attesa, un’attesa caratterizzata dalla conversione, come il Signore ha detto in precedenza.

La risposta degli uomini a quest’operazione può essere anche quella registrata in Os 6,3: «Affrettiamoci a conoscere il Signore, la sua venuta è sicura come l’aurora. Verrà a noi come la pioggia di autunno, come la pioggia di primavera, che feconda la terra». «Parole menzognere di chi fa finta di convertirsi ma in realtà non si converte» (sr. A. Magistretti, appunti di omelia, Monteveglio, 16.7.1972).

La lettura cristologica ci porta a considerare questo testo in rapporto a Gesù. Nel vangelo di Giovanni Egli è il Verbo, che scende dal Padre, si fa Carne e viene ad abitare tra noi e a Lui ritorna dopo aver compiuto la sua missione. La rivelazione evangelica evidenzia come la Parola di Dio sia efficace perché ha nel Verbo del Padre la sua origine, la sua forza e ne è pure manifestazione. Egli è la ragione dell’efficacia della Parola.

SALMO RESPONSORIALE                                  Sal 64

R/.  Tu visiti la terra, Signore, e benedici i suoi germogli.

Tu visiti la terra e la disseti,

la ricolmi di ricchezze.

Il fiume di Dio è gonfio di acque;

tu prepari il frumento per gli uomini.                  R/.

Così prepari la terra:

ne irrìghi i solchi, ne spiani le zolle,

la bagni con le piogge e benedici i suoi germogli.         R/.

Coroni l’anno con i tuoi benefici,

i tuoi solchi stillano abbondanza.

Stillano i pascoli del deserto

e le colline si cingono di esultanza.                   R/.

I prati si coprono di greggi,

le valli si ammantano di messi:

gridano e cantano di gioia!                   R/.

SECONDA LETTURA                                         8,18-23

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani

Fratelli, 18 ritengo che le sofferenze del tempo presente non siano paragonabili alla gloria futura che sarà rivelata in noi.

Ritengo, con questo verbo l’apostolo esprime la sua riflessione sulla rivelazione ricevuta. Egli considera le sofferenze che caratterizzano il tempo presente. Si può dire che le sofferenze sono l’eredità propria del tempo, che tutti stiamo vivendo. Esser cristiani non significa evitare questo, ma è acquisire una consapevolezza che esse non costituiscono il patrimonio proprio dell’esistenza perché la nostra vita termina nella gloria futura che sarà rivelata in noi. La gloria futura in un qualche modo si fa già presente in noi per l’opera della redenzione, già iniziata nel battesimo. Essa manda i suoi primi raggi mediante la virtù della speranza. Questa è il fondamento stabile della promessa.

19 L’ardente aspettativa della creazione, infatti, è protesa verso la rivelazione dei figli di Dio.

Noi siamo figli di Dio. Ancora però non è rivelato il nostro stato di gloria, In tutto siamo resi simili al Figlio di Dio, che quand’era in mezzo a noi, ha voluto esser in tutto simile a noi fuorché nel peccato. Così è per noi. Avvenuto l’inizio della nostra redenzione dalle acque battesimali e per l’unzione dello Spirito Santo, noi ora tendiamo verso quella gloria futura, che è la rivelazione dei figli di Dio, Ora anche la creazione è protesa verso questa rivelazione,

Il pensiero di Paolo passa da noi alla creazione perché coglie l’intimo e necessario rapporto, che esiste tra noi e la creazione. Egli deduce questo rapporto non tanto da argomentazioni filosofiche ma storiche, cioè dalla rivelazione che la divina Scrittura ci dona di questo rapporto. Ed è quanto dice nei versi che seguono.

20 La creazione infatti è stata sottoposta alla caducità – non per sua volontà, ma per volontà di colui che l’ha sottoposta – nella speranza 21 che anche la stessa creazione sarà liberata dalla schiavitù della corruzione per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio.

Come noi ci siamo sottoposti volontariamente alla caducità, cioè all’inconsistenza del vivere dominato dalla morte, che distrugge tutto, riducendolo a un soffio inconsistente, così la stessa creazione è stata sottoposta alla caducità. Noi l’abbiamo trascinata in questo stato – che non le è proprio – per lo stretto rapporto che esiste tra l’uomo e le altre creature. Ella non ha potuto volere questo perché non è intrinseco alla sua natura, ma l’ha subito e continua a subirlo per volontà di colui che l’ha sottoposta, cioè l’uomo. Questi ha potuto fare una simile azione per il potere, che Dio gli ha conferito nel momento in cui gli dava il dominio sulle creature. Nella disobbedienza a Dio causata dal peccato, l’uomo pretende un dominio assoluto sulla creazione e ne studia le leggi per sottometterla al suo potere di sfruttamento e di dominio sugli altri uomini. Ma la creazione, in forza della redenzione operata da Gesù, vive nella speranza di essere liberata dalla schiavitù della corruzione. La corruzione, espressione del dominio della morte sulle creature, è una schiavitù che ha come padrone il diavolo. Questi non vuole che l’uomo e le creature realizzino le finalità loro proprie per dare gloria a Dio, ma vuole tenere il dominio della morte su tutto. La redenzione di Gesù ha fermato questo processo di morte e ha dato inizio alla via del ritorno. Quando noi uomini accogliamo la redenzione, che passa attraverso le sofferenze del tempo presente, trasciniamo in questo cammino tutte le creature perché ci solleviamo a Dio sollevando tutto il mondo.

La meta comune è la libertà della gloria dei figli di Dio. Entrando in Dio, cioè nella sua gloria, noi diveniamo liberi e con noi tutta la creazione, non nella sua forma attuale ma in quella che le fu promessa prima di esser velata dalla corruzione.

22 Sappiamo infatti che tutta insieme la creazione geme e soffre le doglie del parto fino ad oggi.

Nell’atto della nostra generazione a figli di Dio noi sappiamo, cioè lo Spirito ci ammaestra e ci fa udire il gemito dell’intera creazione. Ma subito Egli ci rivela che questi gemiti sono le doglie del parto, che la creazione soffre fino ad oggi.

La partoriente geme e soffre ma poi dimentica tutto perché è nato al mondo un uomo. Così accade della creazione: essa si rigenererà nella nostra generazione. Nell’atto in cui la terra in un solo istante darà alla vita tutti i morti, in quell’istante essa pure sarà trasformata secondo il disegno di Dio.

23 Non solo, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo.

Assieme alla creazione anche noi, che possediamo nel nostro spirito le primizie dello Spirito di Dio nel quale gridiamo: Abbà, Padre, noi pure gemiamo interiormente in tutto noi stessi perché la redenzione non si è ancora compiuta in quanto l’adozione a figli corrisponde alla redenzione del nostro corpo. Noi siamo figli, ma come in esilio. Per essere pienamente adottati bisogna che entriamo con il Figlio nella casa paterna, dove Egli ci ha preceduto per prepararci un posto. Allora nella casa di Dio ci sarà il compimento dell’opera di Gesù perché sarà riscattato il nostro corpo e con esso tutta la creazione.

CANTO AL VANGELO

R/.  Alleluia, alleluia.

 

Il seme è la parola di Dio,

il seminatore è Cristo:

chiunque trova lui, ha la vita eterna.

 

R/.  Alleluia.

VANGELO                                                        Mt 13,1-23      (Forma breve: 13, 1-9)

 Dal Vangelo secondo Matteo

1 Quel giorno Gesù uscì di casa e sedette in riva al mare.

Uscì si trova anche all’inizio della parabola (v. 3); nella parabola il Signore descrive ciò che sta compiendo; di casa: sta per dare un insegnamento pubblico, nella casa per lo più insegna ai discepoli, ai suoi familiari (cfr. v. 36).

Sedette in riva al mare. Prima che la folla si radunasse, il Signore si era messo seduto in una silenziosa contemplazione attraverso il linguaggio del mare. Il Verbo, in cui tutto è creato e che a tutto dà la propria forma, contempla ora l’opera delle sue mani ed estrae dalla natura il suo Evangelo perché in tutto si contempli l’unità.

2 Si radunò attorno a lui tanta folla che egli salì su una barca e si mise a sedere, mentre tutta la folla stava sulla spiaggia.

Nei capitoli 11 e 12 Gesù è stato disprezzato e oltraggiato per la sua piccolezza. Ora nelle parabole ne rivela il perché.

I versetti 1-2 introducono e ambientano le parabole.

Mentre il discorso, riportato ai c. 5-7, viene fatto sul monte, le parabole sono annunciate sulla riva del mare. Che significato ha il mare? Secondo una probabile interpretazione di Dt 33,23 (il mare e il meridione sono sua proprietà) Neftali possiede il mare di Galilea. È nel suo territorio che il Signore predica: cfr. 4,13-16: la grande luce illumina chi è nelle tenebre e rivela i misteri nascosti.

La folla sta sulla spiaggia i cui granelli sono simbolo della benedizione che Dio ha dato ad Abramo (cfr. Gn 22,17). Dio ha benedetto Israele e ora lo raccoglie attorno al Cristo, che gli parla dalla barca, simbolo della Chiesa.

3 Egli parlò loro di molte cose con parabole. E disse: «Ecco, il seminatore uscì a seminare.

 

Gesù, da vero saggio, parla in parabole come è detto in Sir 39,3:indaga il senso recondito dei proverbi e s’occupa degli enigmi delle parabole.

Le parabole rivelano, in modo velato e misuratamente oscuro, per rendere più attenta la mente degli ascoltatori nel ricercare il significato nascosto.

Ecco, indica che l’azione si sta compiendo ora; uscì, è il Cristo che è uscito dal Padre. I verbi sono al passato. Questo indica un fatto che è già accaduto e che pone perciò gli ascoltatori di fronte a un’azione divina, misteriosa, che in quel momento è già in atto e si sta compiendo nei loro confronti; il seminatore a seminare, questa è la prima azione che compie il Cristo. Egli, in quanto Verbo e Sapienza, ha seminato fin dalla creazione del mondo, rendendola riflesso della gloria di Dio; ha seminato nella Legge e nei Profeti, riempiendoli della nascosta conoscenza di sé. I simboli della Legge e le profezie dei profeti parlano di Lui. Infine il Verbo, facendosi Carne, semina ora nell’Evangelo.

4 Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono.

 

Lungo la strada. Qui il seme è sprecato. È beccato dagli uccelli. È segno di sconfitta del seme che non riesce a penetrare in un terreno indurito, per cui viene divorato. Qui Gesù vuole far vedere come la Parola del Regno, che è rivestita di apparente debolezza come il seme, risulti, in certe situazioni, inefficace. Poiché essa risulta tale non si deve incolpare e disprezzare il seminatore e neppure il seme che Egli getta.

5 Un’altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c’era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, 6 ma quando spuntò il sole fu bruciata e, non avendo radici, seccò.

Il terreno sassoso con un po’ di terra. È inadatto ad accogliere il seme. Il calore della pietra lo fa subito germogliare, ma il sole lo brucia. È un terreno apparentemente accogliente ma, in realtà, non accoglie in profondità. Anche qui è sciupato. Che il seme vada sciupato non dice nulla contro il seminatore né contro la natura del seme. Altrove bisogna cercare le cause. Ci si può stupire perché il seminatore non semini con più economia. Nella parabola s’insegna che il seme giunge ovunque perché tutti devono essere salvi e capire quali siano le resistenze, che lo distruggono senza giungere a disprezzare il seminatore e il suo modo dimesso. Infatti Egli ha abbandonato la sua gloria di Signore e si è rivestito della natura umana, simile a uno che lascia il vestito della festa e si riveste degli abiti servili.

Il Cristo agisce per grande amore anche se fallisce, così deve agire chiunque è servo della Parola.

7 Un’altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono.

I rovi rappresentano il potere di soffocare il seme nel suo crescere; di avere più forza di esso fino a soffocarlo. Più lento è il ritmo di crescita del seme di quello dei rovi. Anche qui si registra l’insuccesso. Gesù mette in luce tre elementi che distruggono il seme: gli uccelli, il sole, i rovi. Gesù, che è rivestito di autorità messianica, subisce uno scacco e causa perciò scandalo in chi è debole nella fede e rimane deluso. È beato pertanto chi non si scandalizza di Lui (cfr. 11,6).

8 Un’altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno.

La terra buona produce con intensità diversa, secondo la sua capacità. Non vi sono pertanto solo terreni inospitali ma vi sono quelli che sanno accogliere, secondo il proprio di ciascuno, le potenzialità della Parola e sanno adeguarsi ad essa senza opporre resistenza.

9 Chi ha orecchi, ascolti».

In Dt 29,3 la Legge ammonisce gravemente e invita a fare attenzione a se stessi e quindi a invocare il Signore per capire bene quello che si ascolta. In Sal 115,6: non ascoltare è la condizione degli idoli. Gesù, con questa parabola annuncia il parziale fallimento dell’annunzio del Regno. Attraverso questo bisogna passare per giungere alla vittoria finale in coloro che hanno accolto e anche in tutti coloro nei quali, seppur nella condanna, apparirà la verità del Regno.

«Abbiamo due interpretazioni principali: la prima insiste sulla fiducia nella fruttificazione finale nonostante gli insuccessi attuali; l’altra invece sull’invito a essere terra buona che farà fruttificare il seme sparso» (TOB).

10 Gli si avvicinarono allora i discepoli e gli dissero: «Perché a loro parli con parabole?».

La domanda dei discepoli introduce una prima spiegazione sul perché Gesù parli in parabole. Sottolinea lo stupore dei discepoli per questo tipo di linguaggio che è più degli iniziati che delle folle. Vi è quindi un altro motivo che viene ora messo in luce.

11 Egli rispose loro: «Perché a voi è dato conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato.

È dato…non è dato, dal Padre. Vedi 11,25-26: è nel beneplacito del Padre nascondere e rivelare, dare e non dare perché solo Lui conosce i cuori. Vedi Rm 9,14-18. «È dato, invece del passato prossimo “è stato dato”, la traduzione rende il perfetto greco con un presente (l’effetto presente di un’azione passata); questo presente sottolinea che il dono non è diventato una cosa posseduta, ma dice una relazione di unione col donatore» (TOB). Quindi anche “il non è dato” può diventare un “è dato”, come insegna l’apostolo nella parabola dell’olivo e dell’olivastro in Rm 11,16-24 (part. v. 23).

I misteri del regno. Essendo tali devono essere rivelati. È necessario pertanto che siano aperti la mente e il cuore perché vedano e considerino quanto sta accadendo. Anche se è nascosto, non va disprezzato (cfr. 1Cor 2,7-10). «L’idea del mistero è uscita dalle fantasticherie apocalittiche per prendere il sentiero diritto degli avvenimenti storici» (Lohmayer).

In Gesù questa idea prende questo sentiero perché in Lui presente si opera quella “rivelazione nascosta” che è data come conoscenza ai suoi discepoli. Per questo Gesù deve parlare in parabole perché esse esprimono questo carattere di “rivelazione nascosta”.

12 Infatti a colui che ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a colui che non ha, sarà tolto anche quello che ha.

Infatti, sottolinea un collegamento di questa massima con quanto precede. Ha perché “gli è dato”, non ha perché non “gli è dato”. Questo riguarda il presente in rapporto al regno nei misteri. Sarà dato e sarà nell’abbondanza e sarà tolto anche quello che ha riguarda il futuro quando il regno si manifesterà; allora si opererà un giudizio.

Che cosa ora ha o non ha? Forse la libertà della scelta. Ora è libero di aderire o di essere indifferente di fronte all’annuncio del regno. Se in questo momento sceglie, la sua conoscenza giungerà alla perfezione; se invece ora rifiuta, gli sarà tolta anche la libertà.

13 Per questo a loro parlo con parabole: perché guardando non vedono, udendo non ascoltano e non comprendono.

Le parabole fanno capire chi sono coloro cui è dato e quelli cui non è dato: esse infatti impediscono di comprendere. Anche i discepoli non comprendono per cui, spinti dalla loro incapacità, sono solleciti nel chiedere. Chiedendo, è loro rivelato. Infatti in Gesù si rivela il giudizio del Padre: l’accettazione e il rifiuto di Lui è fondamentale in rapporto al Regno. La parabola non è dunque un semplice enigma da risolvere ma è la parola “misteriosa” nella quale il Regno si nasconde a chi non crede e si rivela a chi crede.

14 Così si compie per loro la profezia di Isaìa che dice:

“Udrete, sì, ma non comprenderete,

guarderete, sì, ma non vedrete.

15 Perché il cuore di questo popolo è diventato insensibile,

sono diventati duri di orecchi

e hanno chiuso gli occhi,

perché non vedano con gli occhi,

non ascoltino con gli orecchi

e non comprendano con il cuore

e non si convertano e io li guarisca!”.

Citazione di Is 6,9 s. Quello che accadde ai profeti, accade ora a Gesù. Come fu rifiutato il messaggio profetico così ora si rifiuta l’Evangelo del Cristo. Questa è un’ulteriore conferma della veracità di Gesù. Tutto in loro rifiuta il Cristo (cuore, orecchi, occhi) perché ne rifiuta la presenza umile e mite. Non è il messia, che essi si aspettano, Gesù delude le loro attese; per questo il Maestro parla in parabole non tanto per nascondersi quanto piuttosto per dire che sono misteri e non realtà evidente e quindi ci vuole un altro cuore, altri orecchi e occhi: «La carne non giova a nulla» (Gv 6,63).

16 Beati invece i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché ascoltano.

Diversa è la condizione dei discepoli, cui è dato di ascoltare e di vedere. Infatti alla sequela di Gesù, il discepolo entra nella comunione con Lui e coglie nella sua presenza nascosta e umile chi veramente è. Qui sta la beatitudine: percepire il Cristo vivo e presente nel suo porsi mite e umile di cuore. Anche oggi nella Chiesa, Gesù continua a manifestarsi in questo modo perché solo così Egli entra a contatto con i piccoli e i poveri.

17 In verità io vi dico: molti profeti e molti giusti hanno desiderato vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono!

I discepoli sono in continuità ai molti profeti e giusti, che hanno desiderato vedere quello che essi vedono e non l’hanno visto, perché lo hanno solo visto in profezia; mentre i discepoli lo vedono attuarsi. Inoltre i profeti e i giusti, pur avendo udito, non hanno avuto la rivelazione dei misteri del Regno che spetta solo al Cristo dare: questo è stato concesso ai discepoli.

18 Voi dunque ascoltate la parabola del seminatore.

Dunque, poiché vi è dato ora e i vostri occhi sono beati come pure i vostri orecchi, ascoltate per capire la parabola del seminatore.

19 Ogni volta che uno ascolta la parola del Regno e non la comprende, viene il Maligno e ruba ciò che è stato seminato nel suo cuore: questo è il seme seminato lungo la strada.

Non comprende, cfr. Mt 13,13-15 (cit. di Is 6,9s); La comprensione è la penetrazione della Parola del Regno nell’interno del cuore in modo che non sia rapita dal Maligno. Dove invece il cuore è stato indurito è impossibile questa comprensione.

La prima situazione è quella di colui che non capisce pur avendo ascoltato e ricevuto la Parola seminata in Lui. Il contrario è colui che è contemplato nell’ultima situazione; (23: ascolta e comprende). Lo stesso verbo ricorre nella domanda finale, v. 51: «Avete compreso?». Esso perciò resta fondamentale in questo capitolo delle parabole.

Ruba, è il Maligno, che compie questa azione, altrove compiuta dai violenti (cfr. 11,12). È questa un’azione violenta e dolorosa, che uno subisce da parte del Maligno. L’incomprensione quindi è dovuta a superficialità e durezza.

20 Quello che è stato seminato sul terreno sassoso è colui che ascolta la Parola e l’accoglie subito con gioia, 21 ma non ha in sé radici ed è incostante, sicché, appena giunge una tribolazione o una persecuzione a causa della Parola, egli subito viene meno.

Con gioia, questa gioia è autentica, come quella di chi trova un tesoro (cfr. 13,44). Vedi 2,10: la gioia dei magi; 25,21.23: il servo fedele entra nella gioia del suo Signore; 28,8: la gioia della risurrezione.

Incostante oppure di breve durata, molto illuminante 2Cor 4,18: Perché noi non fissiamo lo sguardo sulle cose visibili, ma su quelle invisibili. Le cose visibili sono d’un momento, quelle invisibili sono eterne; Eb 11,24-26: Per fede Mosè, divenuto adulto, rifiutò di esser chiamato figlio della figlia del faraone, preferendo essere maltrattato con il popolo di Dio piuttosto che godere per breve tempo del peccato. Questo perché stimava l’obbrobrio di Cristo ricchezza maggiore dei tesori d’Egitto; guardava infatti alla ricompensa. Quindi il termine è legato a ciò che passa e si vede.

Non ha in sé radici: non avendo stabilità, neppure la Parola può radicarsi in Lui. Essa è soggetta ai suoi mutevoli stati d’animo: egli ora è soggetto alla Parola, ora al peccato (cfr. Eb 11,25).

22 Quello seminato tra i rovi è colui che ascolta la Parola, ma la preoccupazione del mondo e la seduzione della ricchezza soffocano la Parola ed essa non dà frutto.

Il Signore pone due cause che soffocano la Parola nel cuore di chi ascolta: la preoccupazione, che il mondo genera nell’uomo, e l’inganno, che la ricchezza gli procura in rapporto alla vita.

La preoccupazione per ciò che è necessario alla vita è già stata affrontata al c. 6; ora Egli la vede in rapporto alla Parola; sono due beni messi a confronto, da una parte il cibo e il vestito e dall’altra la Parola; l’uomo che ascolta deve scegliere se preoccuparsi per gli uni o per l’altra. La tentazione, che subisce nell’essere preoccupato, gl’impedisce la fede nell’ascolto, per questo l’apostolo Pietro raccomanda: Umiliatevi dunque sotto la potente mano di Dio, perché vi esalti al tempo opportuno, gettando in lui ogni vostra preoccupazione, perché egli ha cura di voi (1Pt 5,5-6). D’altra parte l’uomo subisce l’inganno delle ricchezze non solo intese come sicurezza per la vita ma come fonte di potere e di piacere; esse infatti appartengono agli elementi del mondo e quindi sono causa di inganno (cfr. Col 2,8). In esse vi è quindi un inganno che può essere accolto anche a fin di bene.

23 Quello seminato sul terreno buono è colui che ascolta la Parola e la comprende; questi dà frutto e produce il cento, il sessanta, il trenta per uno».

Terra buona è colui che ascolta e comprende e, secondo la potenza dello Spirito, che gli è data, produce nell’intelligenza di quella parola cento, mentre in quell’altra parola produce sessanta e infine vi è una parola, in lui seminata, che produce trenta. Infatti a ciascuno è data un’intelligenza particolare della Parola e in base alla sua comprensione produce. Se guardiamo al Cristo, pienezza delle divine Scritture, in lui la Parola produce tutta e solo il centuplo; se guardiamo ai suoi santi vediamo che il dono loro conferito mette in luce la potenza di questa o quella parola nella quale producono il centuplo; in tal modo l’intero corpo in rapporto a tutta la Parola produce il centuplo e la Chiesa appare così la pienezza di colui che si realizza interamente in tutte le cose (Ef 1,23).

Note

«Chi non accetta il mistero di Cristo anche se ha cose profondamente vere, gli saranno poi tolte.

Dico solo una parolina: dobbiamo scongiurare il Signore che ci aiuti a capire e a custodire. Che cosa si oppone a Gesù che abbiamo accolto? Le preoccupazioni. Il verbo “soffoca” è nella parabola del servo spietato: questo rende plasticamente le passioni, anche quelle che sembrano piccole, stroncano in noi la Parola. Spine: il Signore è stato coronato di spine: il Signore ha preso su di sé queste cose e ci ha liberati; soprattutto invochiamolo perché Egli è vicino» (d. G. Dossetti, appunti di omelia, Gerico 16.7.1972).

«Da domenica scorsa a questa c’è un salto molto grosso. C’era una pericope di rivelazione ai piccoli (11,25-30). In mezzo vi sono episodi di discussione e contrasti con i farisei a proposito del sabato, poi Gesù è accusato di scacciare i demoni in nome del principe dei demoni; richiesta di un segno e non sarà dato che quello di Giona (ecco il seme nascosto) e infine l’episodio della madre e dei fratelli che stanno fuori.

Ora Gesù inizia la predicazione del Regno manifestando il mistero del Regno. In Isaia la parola è forza che invade tutto ed è invincibile, qua invece vi è il mistero della Parola di Dio non da tutti accolta, non sempre accolta ecc.

Corrisponde allo scandalo dei contemporanei e dei primi cristiani: non c’è lo scoppio del Regno atteso.

La parabola dice che la Parola incontra ostacoli e quindi nel tempo intermedio c’è lotta, questa generazione della Parola avviene nei travagli (vedi Rm: tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto).

La Parola s’inserisce come cosa piccolissima che poi cresce nella lotta. Essa s’inserisce nel mistero di cecità d’Israele: «Perché parli in parabole a loro?». «Perché vedendo non vedono ecc. Parlo in parabole perché non capiscono (in Mc è finale)». In sostanza le due cose non sono in contraddizione. Ci sono persone cui si parla e i loro occhi sono chiusi (prima o dopo non importa).

La citazione d’Isaia è difficile soprattutto nell’ultimo versetto; è positivo o negativo. È quasi certo che l’espressione «io li risani» sia positiva. Nel testo originale d’Isaia è ancora più forte che qui: «indurisci il cuore di questo popolo».

Difficile da capire se non nel contesto della Scrittura specialmente di Rm 11: accecamento del primogenito per far entrare le Genti e poi anche il primogenito [entrerà]». (sr. A. Magistretti, appunti di omelia, Monteveglio 16.7.1972).

PREGHIERA DEI FEDELI

  1. Penetrati dalla Parola di Dio, preghiamo ora il Signore perché alla comprensione seguano i frutti.

Ascoltaci, o Signore.

 

  • Perché la tua Chiesa annunci sempre l’Evangelo anche in mezzo alle tribolazioni e conduca tutti gli uomini alla pace del tuo Regno, noi ti preghiamo.

  • Perché tutti i popoli accolgano la Parola di Dio e possano conoscere i misteri del Regno e accoglierli nella loro storia, preghiamo.

  • Perché i poveri e gli umili si aprano alla speranza del Regno, preghiamo.

  • Perché non viviamo con superficialità la nostra fede e cerchiamo di comprendere la parola che ascoltiamo, preghiamo.

  1. Accresci in noi, o Padre, con la potenza del tuo Spirito la disponibilità ad accogliere il germe della tua parola, che continui a seminare nei solchi dell’umanità, perché fruttifichi in opere di giustizia e di pace e riveli al mondo la beata speranza del tuo regno.

Per Cristo nostro Signore.

Amen.