DOMENICA XIII – A – di Giuseppe Bellia

Passava il profeta,

parola di fuoco udì la Sunamita.

«Uomo di Dio, entra,

mangia il pane con noi.

Una stanza piccola

faremo di sopra:

un letto, una sedia,

un tavolo e una lampada,

là si riposerà il profeta».

O Sunamita, donna forte,

in mezzo al tuo popolo tu abiti,

non essere più triste,

un anno passerà

e un bimbo al petto stringerai.

«Tanta strada ho percorso,

o Sunamita,

fammi vedere la piccola stanza alta».

«Sali ed entra:

la lampada è accesa

la mensa è imbandita

la stanza alta è preparata».

«Sedetevi, amici, mangiate,

inebriatevi, o cari».

«Un lungo cammino ci resta da fare.

Il padre e la madre abbiamo lasciato

che altro tu vuoi, o Signore?».

«La Croce sapete portare

e dietro di me camminare?

Il calice mio vorrete bere

e l’anima vostra rinnegherete?».

«Signore, un fuoco mi arde nel cuore,

la tua Parola non posso tenere,

dall’intimo prorompe con forza

e chi può tacere?».

«Andate e annunciate, o piccoli,

che tra voi è il Regno di Dio:

chi accoglie voi, me accoglie

e con me il Padre mio».

«Tanta strada ho percorso,

alla vostra porta busso,

ho sete, datemi da bere,

un pane mi basta».

«Chi sei tu che bussi e hai sete?

Donde vieni, dove vai?»

«Fatemi entrare, amici,

e tutto vi racconterò».

«Entra e siediti, o amico,

eccoti l’acqua fresca,

e qui c’è il pane per te».

«Ascoltatemi e porgete l’orecchio:

i passi della vostra vita al tramonto

lungo i sentieri della mia Parola,

diverranno luce pura di conoscenza

e pane spezzato che mi rivela».

PRIMA LETTURA                                       2 Re 4,8-11.14-16a

Dal secondo libro del Re

8 Un giorno Eliseo passava per Sunem, ove c’era un’illustre donna, che lo trattenne a mangiare. In seguito, tutte le volte che passava, si fermava a mangiare da lei.

Sunem è ricordata per due donne: Abisàg che servì l’anziano re Davide (1Re 1,3.15) e questa donna facoltosa e influente, di cui il testo non ci riferisce il nome. Essa invita con forza Eliseo alla sua mensa al punto che diventa un’abitudine. Benché donna, ella non teme di afferrare con forza il profeta e obbligarlo a restare nella sua casa per usufruire della sua ospitalità (cfr. At 16,14-15: Lidia).

9 Ella disse al marito: «Io so che è un uomo di Dio, un santo, colui che passa sempre da noi.

Io so, esprime certezza fondata sulla propria esperienza. Uomo di Dio e santo, in lui parla e agisce Dio manifestando in lui la sua santità. Da una parte la donna esprime un timore e dall’altra comprende che secondo la Legge bisogna ospitarlo. Dove si fa presente Eliseo ivi è presente Dio. Per questo la donna non vuole ospitarlo all’interno della sua casa perché non può sopportare il peso della santità di Dio. Volendogli tuttavia offrire ospitalità, ella pensa di preparargli un luogo a parte.

10 Facciamo una piccola stanza superiore, in muratura, mettiamoci un letto, un tavolo, una sedia e un candeliere; così, venendo da noi, vi si potrà ritirare».

La piccola camera è in muratura ed è posta in un luogo a parte (il piano superiore), non è pertanto in fango (come erano fatte molte case). La donna vi mette tutto l’occorrente perché ne usi solo il profeta e gli oggetti siano separati dall’uso di tutta la casa. In questo modo sia la stanza che gli oggetti riflettono la santità del profeta e non devono essere profanati nell’uso comune o mescolati con gli altri utensili della casa.

Nell’ospitalità la donna rispetta le caratteristiche proprie del profeta, insegnando che l’ospitalità deve rispettare il proprio di ciascuno in modo che nessuno si debba sentire a disagio. Dice infatti il Signore: «Chi accoglie un profeta come profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto come giusto, avrà la ricompensa del giusto» Mt 10,41).

11 Un giorno che passò di lì, si ritirò nella stanza superiore e si coricò.

Il profeta trova molto confacente l’ospitalità della dona per cui vuole ricompensarla.

14 Eliseo [disse a Giezi, suo servo]: «Che cosa si può fare per lei?». Giezi disse: «Purtroppo lei non ha un figlio e suo marito è vecchio».

Giezi (lett.: Ghecazi) rivela al profeta la vera necessità della donna: «non ha figli». Questo è il vero bene che le manca. L’età senile del marito ci pone davanti a una situazione già nota nelle sante Scritture. L’offerta compiuta a Dio attraverso il profeta diviene sacrificio a Lui gradito che ottiene attraverso Eliseo il dono della maternità. Accogliendo il profeta nella sua qualità di profeta, la donna si è disposta al dono inaspettato.

15 Eliseo disse: «Chiamala!». La chiamò; ella si fermò sulla porta.

Poiché la donna deve sentire l’oracolo divino dalla bocca del profeta, questi la fa chiamare e le parla direttamente. Prima egli le ha parlato attraverso il suo servo. Ella non entra ma si ferma sulla soglia come fosse all’ingresso del santuario di Dio.

16 Allora disse: «L’anno prossimo, in questa stessa stagione, tu stringerai un figlio fra le tue braccia».

Il profeta si esprime come il Signore con Abramo quando lo ospitò a Mambre (Gn 18,10: Il Signore riprese: «Tornerò da te fra un anno a questa data e allora Sara, tua moglie, avrà un figlio»). Essendo uomo di Dio e santo, il profeta ha non solo l’ardire di chiedere ma di agire allo stesso modo del Signore. La donna infatti «lo ha accolto come Dio ed egli la ricompensa da parte di Dio» (sr Agnese, appunti di omelia, Monteveglio, 2.7.1972).

Nota

«Questo bimbo del miracolo poi muore e il profeta lo risuscita. È figlio doppiamente del miracolo avuto due volte da Dio (parallelo col Vangelo: Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato).

Vi è un parallelo molto stretto con la visita a Mambre: chi riceve il profeta, riceve la potenza di Dio.

Un altro possibile collegamento è con il v. 37 del Vangelo: Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me. È tutto in collegamento. La vita è veramente dono di Dio e amare il figlio più di Dio è contraddire al dono di Dio.

Anche con la lettera ai Romani vi è un parallelo: Quanti siamo stati battezzati in Cristo Gesù, siamo stati battezzati nella sua morte. Per mezzo del battesimo siamo dunque stati sepolti insieme a lui nella morte, perché come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova. Ogni battezzato veramente muore e risorge nel battesimo, è quindi dono di Dio. Tutto questo è vero perché la realtà del cristiano passa attraverso la morte e la risurrezione di Cristo» (sr Agnese, appunti di omelia, Monteveglio, 2. 7. 1972).

SALMO RESPONSORIALE                                  Sal 88

R/.  Canterò per sempre l’amore del Signore.

Canterò in eterno l’amore del Signore,

di generazione in generazione

farò conoscere con la mia bocca la tua fedeltà,

perché ho detto: «È un amore edificato per sempre;

nel cielo rendi stabile la tua fedeltà».                R/.

Beato il popolo che ti sa acclamare:

camminerà, Signore, alla luce del tuo volto;

esulta tutto il giorno nel tuo nome,

si esalta nella tua giustizia.       R/.

Perché tu sei lo splendore della sua forza

e con il tuo favore innalzi la nostra fronte.

Perché del Signore è il nostro scudo,

il nostro re, del Santo d’Israele.            R/.

SECONDA LETTURA                                    Rm 6,3-4.8-11

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani

3 Fratelli, non sapete che quanti siamo stati battezzati in Cristo Gesù, siamo stati battezzati nella sua morte?

Non sapete forse, espressione cara all’Apostolo per richiamare l’attenzione di quanti lo leggono su ciò che è basilare.

Quanti fummo battezzati in Cristo Gesù. Cristo Gesù è colui nel cui nome fummo battezzati per divenire sua proprietà ed è pure colui nel quale siamo. In che modo fummo battezzati in Cristo e in che modo entrammo in Lui? Fummo battezzati nella sua morte e attraverso questa entrammo in Lui. Con il battesimo siamo passati sotto il dominio della morte di Cristo. Non siamo più sotto il potere della morte che domina tramite il peccato, ma in quanto siamo battezzati domina la morte di Cristo: essa penetra, con i suoi benefici effetti, nella nostra esistenza distruggendo il peccato. La morte di Gesù s’imprime, mediante il battesimo, nel nostro corpo e in tal modo l’Apostolo può dire altrove: Portiamo sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù, si manifesti nel nostro corpo (cfr. 2Cor 4,10).

4 Per mezzo del battesimo dunque siamo stati sepolti insieme a lui nella morte affinché, come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova.

Battezzati nella morte di Cristo siamo stati anche consepolti con Lui. «Secondo il sentire antico (e non solo antico) l’evento della morte è definitivamente compiuto con la sepoltura» (Schlier, o.c., p. 326). La morte di Gesù ha quindi operato in modo definitivo in noi. Il battesimo non solo ci ha collocati nella morte di Gesù ma anche nella sua sepoltura operando così una rottura definitiva con la nostra situazione precedente. L’evento della sua morte e sepoltura operano efficacemente in noi mediante il battesimo segnando il passaggio definitivo dalla situazione precedente a quella attuale, che è in stretto rapporto con la sua risurrezione. Dice infatti: perché come Cristo fu risuscitato dai morti per la gloria del Padre, così anche noi camminiamo in novità di vita. Il Cristo dopo la sua morte e sepoltura doveva risorgere dai morti mediante la gloria del Padre. Nel Cristo risorto si manifesta la gloria del Padre che opera con potenza distruggendo la morte. Questa potenza del Padre si comunica a noi che così possiamo camminare in novità di vita. L’Apostolo non parla esplicitamente della risurrezione perché prende in considerazione la nostra situazione attuale espressa nel verbo ‘camminare’. Non camminiamo più nel peccato e nella morte ma in novità di vita. Questa vita nuova riflette la gloria della risurrezione del Cristo che opera in noi ogni giorno la morte dell’uomo vecchio e fa crescere in noi la vita dell’uomo nuovo. «Ora, la novità di vita si verifica quando noi abbiamo deposto l’uomo vecchio con le sue azioni (Col 3,9) e abbiamo indossato il nuovo che è stato creato secondo Dio (Ef 4, 24) e che si rinnova nella conoscenza di Dio secondo l’immagine di colui che lo creò (Col 3,10). Non pensare, infatti, che il rinnovamento della vita, che si dice avvenuto una volta sola, sia sufficiente; ma continuamente ogni giorno bisogna fare nuova, se si può dire, la stessa novità. Così in effetti dice l’Apostolo: Infatti anche se il nostro uomo esteriore si corrompe, quello che è interiore però si rinnova di giorno in giorno (2Cor 4,16)» (Origene, o.c., p. 284).

8 Ma se siamo morti con Cristo, crediamo che anche vivremo con lui,

Da quanto è avvenuto nel battesimo consegue il vivere con Cristo. Se la morte di Cristo ha operato in noi nel battesimo la distruzione del peccato, la morte unita al peccato non ha più potere su di noi, per questo vivremo con Cristo. Anche se restiamo ancora al di qua della morte, perché il nostro corpo è ancora mortale, siamo però andati oltre i suoi effetti perché è stato distrutto il nostro corpo di peccato. Siamo uniti a Cristo e con Lui abbiamo varcato le soglie della morte per entrare nella sua vita. Ora siamo in una situazione intermedia, che è iniziata con il nostro morire con Cristo nel battesimo e terminerà quando vivremo con Lui. L’uso del futuro sottolinea ancora un dominio della morte che viene precisato in seguito.

9 sapendo che Cristo, risorto dai morti, non muore più; la morte non ha più potere su di lui.

La nostra speranza di vivere con Cristo per sempre si fonda sulla certezza che Cristo non muore più; la sua risurrezione dai morti è definitiva, infatti la morte non può esercitare la sua signoria su di Lui. Il Signore della gloria ha nascosto la sua signoria sotto l’aspetto dello schiavo e la morte ha voluto dominare su di Lui ma è stata per sempre dominata. Se essa non domina in Lui nemmeno su noi può più dominare.

10 Infatti egli morì, e morì per il peccato una volta per tutte; ora invece vive, e vive per Dio.

La morte non ha più potere su Cristo perché morendo Egli è morto al peccato una volta per sempre. Morire al peccato significa che il peccato ha avuto rapporto con la morte di Cristo. Il peccato del mondo si è abbattuto su di Lui, Agnello di Dio e, nella sua immolazione, è stato tolto. La sua morte è avvenuta una volta per sempre ed è a noi comunicata come immagine nel battesimo ed è resa a noi presente nel memoriale dell’Eucaristia. Essendo morte al peccato lo diviene anche per noi col distruggere in noi la potenza del peccato. Distrutto il peccato con la sua morte ora Cristo vive per Iddio. Gesù non ha mai cessato di vivere tutto proteso al Padre per compierne la volontà, ma Egli doveva passare per la morte. Annientato e umiliato, ora Cristo vive tutto nella gloria del Padre, in quella gloria che aveva prima che il mondo fosse. Come la motivazione della sua morte è stata l’obbedienza al Padre cosi ora la ragione della sua vita è Dio stesso. Per questo Egli è generato nell’oggi della risurrezione. È infatti costituito Figlio di Dio in potenza nello Spirito della santità dalla risurrezione dai morti (1,4).

11 Così anche voi consideratevi morti al peccato, ma viventi per Dio, in Cristo Gesù.

L’Apostolo dice: consideratevi; questo esprime il mistero attuale: la nostra vita è nascosta con Cristo in Dio. Ancora sentiamo la presenza della morte e delle passioni per cui considerarsi morti al peccato equivale a credere a quanto è stato in noi compiuto con il battesimo e il cui effetto perdura nella nostra esistenza distruggendo sempre più il peccato nei suoi effetti deleteri. Se questo corrisponde al nostro morire, vi è anche il nostro vivere: siamo già vivi, tutti protesi a Dio in quanto siamo di Cristo Gesù. Con il battesimo si è aperto davanti a noi questo ‘spazio’ spirituale che è Cristo stesso nel quale siamo vivi perché Egli è la vita e la vita in Gesù è tutta per Dio e quindi il nostro vivere in Lui non è per noi stessi ma per il Padre. Il senso intimo della nostra vita è Dio stesso. Quando veniamo meno a questo fine è tristezza e angoscia come, al contrario, vivere per Dio è gioia e pace. Entrati in Cristo, si è aperto a noi questo spazio interiore e questo senso profondo della nostra vita che è Dio stesso.

CANTO AL VANGELO                                     Cf 1 Pt 2, 9

R/.  Alleluia, alleluia.

 

Voi siete stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa;

proclamate le opere ammirevoli di colui

che vi ha chiamato dalle tenebre alla sua luce meravigliosa.

 

R/.  Alleluia.

VANGELO                                                       Mt 10,37-42

 Dal Vangelo secondo Matteo

37 In quel tempo, Gesù disse ai suoi apostoli:

«Chi ama padre o madre più di me non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me non è degno di me;

Gesù prosegue il discorso precedente. La spada opera la divisione nel sentimento più forte, l’amore. Qui la Parola di Dio discerne l’amore psichico (filìa) dall’amore spirituale (agàpe). L’amore psichico è proprio degli ipocriti che amano compiere le opere di giustizia per essere visti dagli uomini (cfr. 6,5) e vogliono i primi posti (cfr. 23,6). È un amore che ricade su se stessi, sul proprio io e caratterizza l’amore umano in genere.

Al contrario, l’amore spirituale – più volte attestato nell’Evangelo (cfr. 5,43; 19,19; 22,37.39) – si spinge verso l’altro con disinteresse fino ad amare i nemici.

Chi nell’amare Cristo non si spinge oltre lo stesso amore filiale o paterno, ricade nell’amore psichico. Infatti misura dell’amore spirituale è Cristo; chi è in Lui come nuova creatura non può amare nulla al di sopra di Lui.

Amare Gesù equivale a portare il proprio amore oltre il limite umano segnato dal rapporto con la famiglia di origine (il padre o la madre) e quella scaturita da se stessi (il figlio o la figlia). È il superamento di ogni condizionamento posto dai rapporti anche i più forti.

Pur non sconfessati, essi non possono segnare un limite invalicabile.

Questa è la situazione di ogni discepolo anche all’interno della sua stessa famiglia. Ognuno deve vivere il rapporto con Gesù come assolutamente prioritario. Questa priorità tocca l’intimo della persona perché è qui che si coniuga il paradosso dell’intima libertà, che si ha in Cristo, con il rapporto con tutti, che è quello di essere servi e schiavi di tutti, come Gesù altrove insegna.

Questa situazione d’intima libertà e di rapporto di servizio e di dono è la meta che Gesù vuole che sia raggiunta da ogni discepolo (cfr. 1Cor 9,19: pur essendo libero da tutti, mi sono fatto servo di tutti per guadagnarne il maggior numero).

Questa scelta non si esprime solo là dove diviene anche segno esterno (chiamata alla vita consacrata) ma essa è esigenza fondamentale del battezzato.

Chi invece non supera l’ostacolo dell’amore umano non è degno di Gesù. Egli si esclude dalla sua sequela le cui caratteristiche sono espresse nel verso seguente.

38 chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me.

Il discorso apre orizzonti nuovi. Dopo il processo, in cui il discepolo si è dichiarato per Cristo e dopo che ha superato la prova provocatagli da coloro che lo amano e che egli ama, ma che si oppongono alla sua testimonianza, si apre ora al suo sguardo la via della Croce come condizione essenziale per seguire Cristo andando dietro a Lui. Questo significa essere pronti a morire della morte atroce e ignominiosa del Maestro, definito un malfattore. L’obbedienza del discepolo a Cristo e il suo attaccamento al Maestro lo portano a un tale rinnegamento di sé da donare in questo modo ignobile la sua vita per Cristo.

Questo dono della propria vita non si esprime solo in un momento supremo, ma anche nelle scelte quotidiane. La scelta prioritaria di Gesù porta il discepolo ad aprirsi alla novità, che è lo scandalo della croce e quindi la sua scelta è ostacolata da coloro che non comprendono le realtà spirituali e tentano con tutte le forze di ricuperare l’Evangelo entro le categorie dell’uomo psichico o naturale. Questi infatti, come insegna l’apostolo, dichiara follia una simile sequela perché appare ai suoi occhi assai disumana.

Chi fa questa scelta è in Cristo e conosce l’amore spirituale. Egli cammina per questa via, ignominiosa agli occhi degli uomini, non chiuso in un amaro rancore, ma con il suo cuore dilatato nella gioia e con l’animo afflitto per il prossimo, infatti «i peccati del prossimo sono l’ardore dei santi» (Glossa).

39 Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà.

Chi trova, cioè cerca al di sopra di tutto la sua anima, la sua vita animata dal soffio vitale, la perderà. Trovare è un’azione che esprime una ricerca appassionata per appropriarsi della propria vita e cercare tutti i mezzi per conservarla a se stessi. Ma la cosa non riesce per sempre perché alla fine la perderà, la manderà in rovina senza avere nessun guadagno.

Chi invece è disposto a perderla per il Cristo, più la perde più la ritrova, come dice L’Apostolo: Voi infatti siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio (Col 3,3).

L’itinerario della sequela giunge così al suo culmine. Il discepolo ha anteposto l’amore per Gesù a quello per i suoi familiari sia restando con loro che separandosi da loro. Egli vuole seguire Cristo e questi gli offre la sua Croce con la quale condividere la sua stessa sorte al punto da mandare in rovina la sua stessa vita; ma nell’atto in cui egli perde se stesso si ritrova in Cristo, che è la sua vita.

Questo è il guadagno della sequela di Cristo. La progressiva solitudine interiore (e per alcuni anche esteriore) dalla società, dalla famiglia e da se stesso sono il luogo dove l’Evangelo si afferma sia in lui come nei suoi e tra gli uomini.

40 Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato.

A conclusione del suo discorso sulla missione a Israele Egli dice con parole diverse quanto ha detto all’inizio (v. 1): nei Dodici opera la sua autorità e potenza per cui accoglierli è accogliere Lui stesso, che li ha inviati. Ma poiché in Lui è il Padre che compie le opere (cfr. Gv 14,10), accogliere Gesù è accogliere il Padre (cfr. Gv 12,44-45). Questo è ben presente nella coscienza cristiana come testimonia l’Apostolo in Gal 4,14: E quella che nella mia carne era per voi una prova non l’avete disprezzata né respinta, ma al contrario mi avete accolto come un angelo di Dio, come il Cristo Gesù.

41 Chi accoglie un profeta perché è un profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto perché è un giusto, avrà la ricompensa del giusto.

Profeti e giusti sono categorie abbinate (13,17: molti profeti e giusti, 23,29-36: le tombe dei profeti e i sepolcri dei giusti). Gli apostoli sono equiparati ai profeti e ai giusti (cfr. 5,12: così infatti perseguitarono i profeti, quelli prima di voi). Lo sono in virtù dell’Evangelo che annunziano. Infatti l’Evangelo, come pienezza della rivelazione, è il compimento della profezia ed è la sorgente della giustificazione. In virtù di esso gli Apostoli sono dichiarati profeti e giusti. Chi li accoglie, pertanto, riceverà la ricompensa del profeta e del giusto, come ci è più volte testimoniato nell’AT: la vedova di Sarepta accoglie Elia (cfr. 1 Re 17,1-16) e il suo figlio viene risuscitato (ivi, 17-24); Obadia nutre i profeti (ivi, 18,4); la Sunamita accoglie Eliseo (2 Re 4,8-37). Chi accoglie quindi l’Apostolo, credendo nell’Evangelo che annuncia, ottiene come ricompensa di essere partecipe del dono della profezia e della giustizia proprie dell’Evangelo. Vi è uno scambio di doni secondo il senso spirituale della legge della spartizione del bottino stabilita da Davide come è scritto in 1 Sm 30,24: «Chi vorrà seguire questo vostro parere? Perché quale la parte di chi scende a battaglia, tale è la parte di chi fa la guardia ai bagagli: insieme faranno le parti».

42 Chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d’acqua fresca a uno di questi piccoli perché è un discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa».

Dopo aver chiamato i dodici profeti e giusti ora, in quanto discepoli, li chiama piccoli. Essi sono in tal modo uguali a tutti e in questo termine include tutti i discepoli con un accento di predilezione per «i più umili, i più diseredati e forse i più sprovvisti a motivo delle persecuzioni» (TOB). Perché non si guardi solo a coloro che nella comunità hanno delle responsabilità, Gesù promette la ricompensa anche a chi avrà dissetato uno dei più piccoli dei suoi discepoli. Questa parola richiama quella del giudizio alle Genti (cfr. 25,40.45): così sia Israele che le Genti ricevono la ricompensa o il giudizio nel modo come si rapportano con i discepoli più piccoli del Cristo.

Quanto poi al bicchiere di acqua fresca così commenta Agostino: «perché nessuno, essendo povero, possa scusarsi per la mancanza di legna o per non avere un recipiente dove scaldare l’acqua» (Sermo 62, de Tempore).

Nota

«È importante rileggere il c. 10 di fila; c’è una serie di condizioni: 1) andare senza bastone ecc. c’è una povertà massima; 2) pecore in mezzo ai lupi, essere inermi senza difesa; 3) saper che l’annuncio di Gesù Figlio di Dio li avrebbe esposti a ogni genere di persecuzioni; questo porta più nell’intimo dell’anima questo essere tutto di Dio. Questa è la scelta che Dio ha fatto dei suoi: li divide nell’intimo dell’anima non solo da tutti i cari, ma dalla loro stessa vita. Chi accetta di essere immerso nella morte di Cristo diventa profeta, cioè chi riceve lui, riceve Me. Questo è il vertice dell’annuncio: farsi talmente Cristo che chi ci riceve, riceve Cristo.

Togliere tutto quello che non è Dio dall’anima perché gli altri possano tremare di fronte alla luce di Dio che risplende in noi» (sr Agnese, appunti di omelia, Monteveglio, 2. 7. 1972).

PREGHIERA DEI FEDELI

  1. Inviati da Gesù perché portiamo molto frutto, innalziamo ora la nostra preghiera al Padre, dal quale proviene ogni dono.

Venga il tuo regno, o Padre.

  • Ascolta la preghiera della tua Chiesa, sparsa tra tutti i popoli, e raccoglila nel tuo Regno ricca di una messe abbondante, noi ti preghiamo.

  • Non abbandonare gli annunciatori dell’Evangelo perché si rinnovino le loro forze in mezzo alle fatiche dell’evangelizzazione e in loro sempre più risplenda l’immagine del tuo Cristo, noi ti preghiamo.

  • Non guardare ai nostri peccati ma rendi pura la nostra intelligenza con la luce della tua sapienza e gioiosa la nostra volontà con la forza della tua grazia, noi ti preghiamo.

  • Concedi agli uomini di partecipare alla tua tenerezza per tutte le creature in modo che spengano la sordida avarizia, madre di tutte le guerre, nel canto delle tue lodi, noi ti preghiamo.

  1. Infondi in noi, o Padre, la sapienza e la forza del tuo Spirito, perché camminiamo con Cristo sulla via della croce, pronti a far dono della nostra vita per manifestare al mondo la speranza del tuo regno.

Per Cristo nostro Signore.

Amen