DOMENICA XII – A – di Giuseppe Bellia

Svegliatevi arpa e cetra,

si desti l’aurora del tuo giorno,

un canto scaturisce dal cuore

si fa parola sulle mie labbra.

Ti vedo, o morte, avanzare,

hai colpito Adamo e con lui

ogni uomo cade per la colpa,

anche il profeta si lamenta.

Nemici all’intorno, sussurri,

parole di morte, silenzio:

non più la Parola di Dio,

ma parole false di uomini.

Ma anche un fremito di vita

di due passeri da un soldo

è nelle tue mani o Padre

e attende la redenzione.

Tu passi, silenziosa, o morte,

tutti vuoi colpire, anche Lui,

il Signore, nella nostra carne,

ma da Lui sei stata sconfitta.

Confessarti e non negarti,

gridare ai cieli e alla terra

che tu sei il Signore Dio:

non è rossore, ma letizia.

PRIMA LETTURA                                           Ger 20,10-13

Dal libro del profeta Geremia

Le parole del profeta risuonano in una situazione di grande prova per lui. Le parole di Geremia hanno urtato «Pascùr figlio di Immèr, sacerdote e sovrintendente-capo del tempio» (20,1). Questi colpisce pubblicamente Geremia per umiliarlo davanti alla folla e lo fa mettere in prigione. I nemici del profeta ne vogliono fiaccare la resistenza in modo che egli non parli più a nome del Signore.

Di questo avviso è anche il profeta nella celebre confessione in cui accusa il Signore di averlo sedotto (20, 7-9). Egli vorrebbe tacere ma non gli è possibile, la Parola è un fuoco chiuso nelle sue ossa.

Da questo contesto prende avvio l’attuale pericope.

10 Sentivo la calunnia di molti:

«Terrore all’intorno!

Denunciatelo! Sì, lo denunceremo».

Tutti i miei amici aspettavano la mia caduta:

«Forse si lascerà trarre in inganno,

così noi prevarremo su di lui,

ci prenderemo la nostra vendetta».

Le insinuazioni di molti, nei gruppi, che si formano spontanei, si parla di Geremia; ognuno accoglie le parole dell’altro contro Geremia, nessuno lo difende. Il profeta, passando, ode che si parla di lui. L’annuncio che lui ha fatto contro Pascùr si avvera in lui. Egli è circondato dal terrore; ha paura che qualcuno ancora gli usi violenza. In lui sembra fallire la Parola di Dio ed essere vera quella dei falsi profeti.

Essi lo vogliono denunciare al re come colpevole perché sia pronunciata su di lui la sentenza di condanna. L’espressione denunciatelo e lo denunceremo è un incoraggiamento vicendevole nei gruppi, in cui si parla contro Geremia, a prendere contro di lui l’iniziativa. Chi la prende sa di avere l’appoggio di tutti.

La rivolta contro Geremia coinvolge anche i suoi stessi amici (gli uomini della sua pace, che avevano cioè fatto un patto con lui e con i quali vi era pace). Essi conoscono i suoi percorsi non solo fisici ma anche spirituali. Essi si aspettano che egli cada in qualche tranello per poter godere della sua caduta.

Tutti sperano che il profeta si lasci trarre in inganno per il fatto che si sente tutti contro e quindi metta in dubbio di essere davvero un profeta del Signore. Se egli non parlerà più con sicurezza e avrà paura, sarà facile per i sui nemici prevalere su di lui. Chi infatti può conoscere meglio il profeta se non i suoi amici diventatigli nemici?

In tal modo essi potranno vendicarsi di lui. Perché mai questi amici gli sono diventati nemici? Probabilmente perché hanno sentita in lui come nemica la Parola di Dio e non potendo scagliarsi contro di essa, essi cercano di eliminare il profeta.

Il profeta ha toccato un personaggio troppo importante e influente e quindi ha scatenato questa dura reazione contro se stesso. Ora essere amici di Geremia significa andare contro questi uomini influenti. Per questo si ritirano da lui e diventano suoi nemici. A loro parere Geremia ha superato il limite.

11 Ma il Signore è al mio fianco come un prode valoroso,

per questo i miei persecutori vacilleranno

e non potranno prevalere;

arrossiranno perché non avranno successo,

sarà una vergogna eterna e incancellabile.

Il profeta non cede a queste pressioni perché più è perseguitato più percepisce che il Signore gli è accanto come prode valoroso, che incute timore. Se nella confessione «della seduzione», fatta in precedenza il profeta ha dubitato di Dio, ora di fronte a questo schierarsi di tutta Gerusalemme contro di lui, egli avverte viva la presenza di Dio. Egli sente in sé la sua forza perciò non teme i suoi avversari.

Vi è un cammino nel profeta: da persona timida e rinunciataria, ora egli affronta con coraggio la sua missione perché, per quanto sembrano apparire più forti, i suoi persecutori cadranno e non potranno prevalere. Questo è il motivo per cui sono pieni di rabbia nei suoi confronti.

Essi sentono il fastidio della presenza di Dio nel suo profeta e vogliono eliminarla per essere liberi di agire secondo i loro piani.

È il tentativo di ridurre l’annuncio a un puro dato formale, ricco nella sua espressione cultuale ma povero nella sua carica profetica.

Allo stesso modo nel Vangelo il Signore dice ai suoi: «Io vi darò lingua e sapienza, a cui tutti i vostri avversari non potranno resistere, né controbattere» (Lc 21,15).

Non il profeta cadrà, ma i suoi persecutori perché la loro parola è menzognera e non può resistere di fronte alla Parola di Dio pronunciata da Geremia. Il crollo, la confusione e la vergogna dei suoi nemici sarà per sempre denunciata dalla parola profetica.

12 Signore degli eserciti, che provi il giusto,

che vedi il cuore e la mente,

possa io vedere la tua vendetta su di loro,

poiché a te ho affidato la mia causa!

Poiché Geremia è certo che i suoi nemici saranno confusi e periranno, il profeta chiede ora al Signore che si affretti il suo giudizio nei loro confronti e si veda così la verità della sua Parola trasmessa dal profeta.

Il Signore, che vede nell’intimo dell’uomo e mette alla prova il giusto per esaminare fino a quando egli persevera nella sua giustizia renda esplicito il suo giudizio. La vendetta che il profeta chiede sta entro i confini del giudizio di Dio. Infatti egli è il giudice e l’avvocato del profeta.

Come colui che ha subìto ingiustizia attende dal giudice la giusta sentenza che condannerà il suo oppressore, così Geremia attende dal Signore il giudizio che farà comprendere a tutti che in lui c’è la Parola del Signor mentre nei suoi avversari quella menzognera. La vendetta è pertanto la giusta sentenza divina.

13 Cantate inni al Signore,

lodate il Signore,

perché ha liberato la vita del povero

dalle mani dei malfattori.

Geremia è un povero a causa della sorte dura che lo colpisce ad opera dei falsi profeti. Egli è l’immagine di ogni povero, che il Signore libera e che provoca la lode di tutte le creature.

Nella persona del profeta è disegnata la figura del Cristo nel momento della sua Passione. Come i profeti così anche Gesù non è stato accolto e non è stato compreso; pertanto lo hanno insidiato e lo hanno messo a morte.

Egli è il povero nel quale si addensa il mistero di Dio e dell’uomo. Perciò è beato chi ha intelligenza del povero (Sal 40,2).

Nota

  1. Giuseppe: il testo come è tagliato è in rapporto all’Evangelo sulla necessità di proclamare la Parola e questo porta a un contrasto violento con quelli che hanno il potere, all’abbandono in Dio e alla sicurezza di essere protetti. Qui Geremia parla al Signore, nell’Evangelo il Signore parla ai discepoli. Geremia vive personalmente questo dramma ed è figura di Cristo. L’invocazione del v. 12 è solo il Cristo che può dirla: solo Lui è giusto, l’invocare la vendetta di Dio è affidare a Lui in modo incondizionato la sua causa. Noi tendiamo ad affidare la nostra causa ma solo il Cristo l’affida realmente senza un residuo infinitesimo di diffidenza. Così stando le cose non è solo parallelo del Vangelo ma ne è presupposto. Infatti solo in Lui possiamo vivere questo.
  2. Luisa chiede una spiegazione sulla vendetta.
  3. Giuseppe: Nel versetto: possa vedere la tua vendetta … non vedo un uomo imperfetto ma un uomo che dice un’espressione che solo il Cristo può dire e quindi lo dice come figura. Qui sento il bivio di due esegesi: 1) l’A.T. è imperfetto e va preso con le molle – 2) l’altra esegesi è attenta a ricuperare tutte le parole (appunti di omelia, Gerico, 22.6.1975).

SALMO RESPONSORIALE                                  Sal 68

R/. Nella tua grande bontà rispondimi, o Dio.

Per te io sopporto l’insulto

e la vergogna mi copre la faccia;

sono diventato un estraneo ai miei fratelli,

uno straniero per i figli di mia madre.

Perché mi divora lo zelo per la tua casa,

gli insulti di chi ti insulta ricadono su di me.      R/.

Ma io rivolgo a te la mia preghiera,

Signore, nel tempo della benevolenza.

O Dio, nella tua grande bontà, rispondimi,

nella fedeltà della tua salvezza.

Rispondimi, Signore, perché buono è il tuo amore;

volgiti a me nella tua grande tenerezza. R/.

Vedano i poveri e si rallegrino;

voi che cercate Dio, fatevi coraggio,

perché il Signore ascolta i miseri

non disprezza i suoi che sono prigionieri.

A lui cantino lode i cieli e la terra,

i mari e quanto brùlica in essi. R/.

SECONDA LETTURA                                      Rm 5,12-15

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani

12 Fratelli, come a causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e, con il peccato, la morte, così in tutti gli uomini si è propagata la morte, poiché tutti hanno peccato.

Dopo aver esaminato nei primi capitoli la situazione attuale (cioè al momento del rivelarsi dell’Evangelo) dell’umanità nelle sue due realtà di Genti e di Giudei e dopo aver rivelato la giustificazione dalla fede incentrata sulla morte redentrice di Cristo, l’Apostolo ora affonda lo sguardo nella storia fin a quel primo momento in cui il peccato entrò nel mondo e, attraverso esso la morte.

Come: instaura un paragone con così che ora è volutamente sospeso dall’Apostolo per essere ripreso in modo esplicito più avanti dopo che ha precisato vari aspetti del discorso nei versi che seguono. Questo rende il suo discorso assai complesso e difficile.

A causa di un solo uomo, Adamo, il peccato entrò nel mondo. Adamo, con la sua trasgressione, apri l’ingresso al peccato nel mondo. Non solo il peccato entrò in lui ma, attraverso di lui, entrò nel mondo. Il peccato non è visto solo come la sua personale trasgressione ma come una forza che, impadronitasi di Adamo, ha pervaso con la sua presenza il mondo intero. L’Apostolo ci fa vedere, seguendo la divina Scrittura, la centralità dell’uomo nel mondo e la dipendenza di questi dall’uomo.

Attraverso il peccato entrò pure nel mondo la morte. Anch’essa è vista come forza, come ultimo nemico che domina incontrastato sull’uomo e sul mondo. È forza che distrugge vanificando tutto: nulla, poiché è soggetto alla morte, ha consistenza, tutto è vanità. «È l’estrinsecazione e la dimostrazione del giudizio annichilatore di Dio menzionato in 5,16-18, la manifestazione dell’ira di Dio (cfr. 2, 5.8; 3, 5; 5, 9); è la morte intesa come la rovina e la distruzione per antonomasia che promanano dall’ira di Dio» (Schlier, o.c., p. 275). Essa è entrata attraverso il peccato e quindi si fa forte con il peccato per dominare. Qualora il peccato scompaia anche la morte cessa di avere potere perché non ha più dove far presa.  Vi è un legame strettissimo tra peccato e morte: l’uno domina l’altra e viceversa. Il nesso indissolubile tra peccato e morte fa in modo che con il peccato l’uomo entri sempre più nelle spire della morte e la morte faccia sempre più presa sull’uomo fino a dominarlo. La morte da quell’unico uomo si è estesa a macchia d’olio con l’estendersi della stirpe umana e così la morte ha raggiunto tutti gli uomini per il fatto che tutti hanno peccato. Se a causa di quell’uomo che, quando peccò era solo, il peccato è entrato nel mondo e attraverso di esso anche la morte, questa ha raggiunto effettivamente tutti gli uomini perché tutti hanno peccato e si sono personalmente messi sotto il dominio della morte attraverso il loro peccato.

L’Apostolo sembra così sottolineare che non è sufficiente essere stirpe di Adamo per essere sotto il dominio del peccato e della morte ma è necessaria anche l’adesione libera e volontaria al peccato stesso e quindi alla morte.

Altrimenti che ne sarebbe del Cristo, Lui pure stirpe di Adamo? Su di Lui infatti né la morte ha regnato, è infatti incorruttibile, né tanto meno il peccato, eppure si è fatto peccato e ha voluto morire per distruggerli entrambi. Il Cristo, venendo in mezzo a noi, ha assorbito in sé tutto il peccato: Egli si è infatti caricato delle nostre sofferenze e si è addossato i nostri dolori (Is 53,4), e così ripieno del peccato è diventato vittima per il peccato. Vedendo in Lui il peccato, la morte si è scagliata su di Lui per distruggerlo con rabbia, ma è stata vinta e il peccato è stato distrutto con la sua morte.

13 Fino alla Legge infatti c’era il peccato nel mondo e, anche se il peccato non può essere imputato quando manca la Legge,

Infatti: spiega quanto precede. Fino al dono della Legge il peccato era nel mondo e questo può dirlo chiunque giudichi la storia prima di Mosè alla luce della legge stessa. In che modo può giudicarla? Attraverso i libri della Legge che presentano questa storia fino al giorno in cui fu donata la legge. Noi vediamo, con gli occhi della Legge, il peccato agire e dominare nel mondo. Questo peccato tuttavia non viene imputato, tenuto in conto, ascritto come tale senza la legge. È compito della legge imputare il peccato e definirlo tale. Possiamo però dire che il peccato è sempre stato imputato perché da sempre l’opera della legge è stata scritta nei cuori come testimonia la coscienza di ciascuno. Quindi si comprende quanto dice in seguito:

14 la morte regnò da Adamo fino a Mosè anche su quelli che non avevano peccato a somiglianza della trasgressione di Adamo, il quale è figura di colui che doveva venire.

Se la morte ha regnato su coloro che non avevano peccato con una trasgressione simile a quella di Adamo questo significa che anch’essi hanno peccato ed è stata loro assegnata come mercede la morte. La trasgressione di Adamo è a un preciso comando di Dio come sarà quella alla sua legge data tramite Mosè. Tutti coloro che non hanno peccato con una trasgressione simile, hanno tuttavia peccato perché hanno trasgredito, come già è stato detto, l’opera della legge scritta nei loro cuori e così si sono consegnati, tramite il peccato alla morte che ha dominato su di loro. Citando Adamo l’Apostolo già desidera introdurre il discorso su Cristo, definendo Adamo, figura di colui che stava per venire. Adamo è figura di Cristo per la legge del contrasto: Adamo terreno e Adamo celeste. Gesù è il così al come con cui l’apostolo ha aperto il discorso. Descrivendo tutta la realtà, umana e cosmica legata ad Adamo, pone le premesse per rivelare la realtà umana e cosmica legata a Cristo: «L’inizio del dominio universale del peccato e della morte in Adamo rimanda alla fine di tale dominio nell’Adamo escatologico, nel Cristo» (Schlier, o.c., p. 284).

15 Ma il dono di grazia non è come la caduta: se infatti per la caduta di uno solo tutti morirono, molto di più la grazia di Dio, e il dono concesso in grazia del solo uomo Gesù Cristo, si sono riversati in abbondanza su tutti.

L’affermazione mette in rapporto Adamo e Cristo. In Adamo vi è la caduta, in Cristo il dono di grazia. I molti, cioè tutti gli uomini, si rapportano sia ad Adamo che a Cristo. In tal modo subito precisa: se infatti per la caduta di uno solo i molti sono morti, come ha già precedentemente detto (v. 12), molto di più la grazia di Dio e il dono della grazia che è dell’unico uomo Gesù Cristo hanno abbondato sui molti. Poiché la caduta non è come il dono di grazia l’apostolo può dire molto di più. In questo è stabilito il rapporto tra Adamo e Cristo; in Cristo vi è il molto di più. Il paragone non è in rapporto alla misura ma alla fede. Infatti come si possono paragonare la caduta da una parte e il dono di grazia dall’altra? Ma poiché sia la caduta che il dono di grazia sono in rapporto a noi il paragone è stabilito perché crediamo non solo che la grazia è commisurata alla caduta, ma soprattutto che essa è senza misura. Tale è infatti la grazia di Dio, che è dono di grazia e che è tutta pienamente nell’unico uomo Gesù Cristo e da Lui si riversa in modo sovrabbondante sui molti. Non a caso infatti l’espressione i molti si ritrova nelle parole della Benedizione del Calice: Questo è il sangue dell’alleanza versato per molti (Mc 14,24). L’unico uomo, in quanto è l’archetipo ed è l’unico mediatore tra Dio e gli uomini, è colui nel quale si trova la grazia di Dio e in Lui la grazia diviene dono che è dato a tutti. L’Apostolo non precisa il modo come è data la grazia perché già lo ha detto: essa è data è in virtù della fede; ora egli vuole dimostrare come il regime della grazia sia superiore a quello del peccato e come dalla grazia il peccato, che la Legge aveva indicato come tale, sia distrutto.

CANTO AL VANGELO                                  Gv 15, 26b.27a

R/.  Alleluia, alleluia.

Lo Spirito della verità darà testimonianza di me,

dice il Signore,

e anche voi date testimonianza.

R/.  Alleluia.

VANGELO                                                       Mt 10,26-33

 Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, Gesù disse ai suoi apostoli:

26 «Non abbiate paura degli uomini, poiché nulla vi è di nascosto che non sarà svelato né di segreto che non sarà conosciuto.

Non temete dunque coloro che vi assimilano a Beezebul e quindi vi perseguitano e vi consegnano alla morte. Non vi scoraggiate quando questi saranno anche i vostri familiari. Infatti poiché il discepolo diviene come il maestro, ne condivide la sorte. Ma le accuse infamanti e le persecuzioni non hanno il potere di soffocare l’Evangelo che anzi da coperto quale ora è sarà rivelato e da nascosto verrà conosciuto. Esso è ora nascosto come un tesoro (cfr. 13,44) e come lievito nella pasta è coperto. Ma per la sua forza, intrinseca comunicatagli dal Padre, esso si rivelerà e quindi verrà conosciuto. Ora è coperto ed è nascosto perché la sua rivelazione, che è conoscenza, è data ai credenti, cioè ai piccoli (cfr. 11,25) che sono i suoi discepoli, ai quali il mistero viene rivelato non dalla carne e dal sangue ma dal Padre celeste (cfr. 16,17). L’Evangelo pertanto rimane velato per coloro che si perdono, ai quali il dio di questo mondo ha accecato la mente incredula, perché non vedano lo splendore dal glorioso evangelo di Cristo che è immagine di Dio (2 Cor 4,3-4). Ma esso non può restare velato e non può restare nascosto. La predicazione apostolica è pertanto il luogo dove il Padre ha iniziato a rivelare il suo Evangelo fino alla sua piena manifestazione nel giorno del giudizio, quando Dio giudicherà le realtà nascoste degli uomini secondo l’evangelo mediante Cristo Gesù (Rm 2,16). Nel frattempo la rivelazione attuale, proporzionata alla fede, opera in coloro che ascoltano l’accettazione o il rifiuto e quindi anche la persecuzione di coloro che annunciano. Questa persecuzione rafforza l’Evangelo e lo rende noto, come rende anche nota l’autenticità di coloro che sono inviati. Infatti il timbro della loro autenticità è non venir meno nelle prove, perché «come le stelle risplendono nella notte e si nascondono durante il giorno: così è la vera virtù che spesso non appare nelle situazioni favorevoli ma risplende in quelle avverse» (Bernardo).

27 Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio voi annunciatelo dalle terrazze.

La contrapposizione mette in risalto un momento intimo con il Maestro dove essi apprendono il suo insegnamento, trasmesso alle loro orecchie, e un momento pubblico dove essi devono annunciare con franchezza e apertamente, senza timore alcuno, quanto hanno imparato.

Per paura dei giudei i discepoli se ne stanno chiusi in casa; ripieni dello Spirito essi escono e annunciano l’Evangelo apertamente come ci insegnano gli Atti. Anche questo è un avvertimento a non temere.

28 E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far perire nella Geènna e l’anima e il corpo.

La parola del Cristo è la stessa che è risuonata ai profeti per incoraggiarli nella loro missione, come, ad esempio, a Ezechiele: Come diamante, più dura della selce, ho reso la tua fronte. Non li temere, non impaurirti davanti a loro; sono una genia di ribelli (Ez 3,9). Questa parola toglie il timore che gli uomini incutono perché essi possono uccidere il corpo. Per il testimone di Cristo il suo corpo diviene il luogo dove visibilmente il Cristo viene glorificato con la testimonianza fino alla morte, come dice l’apostolo: Nella piena fiducia che, come sempre, anche ora Cristo sarà glorificato nel mio corpo, sia che io viva sia che io muoia (Fil 1,20). Il Cristo riempie totalmente l’essere fisico e spirituale del suo martire che questi è pieno del suo timore e non teme pertanto i suoi avversari. Egli teme il Cristo come suo Signore che ha il potere di far vivere e far morire (cfr. Dt 32,39), che conduce giù alle porte degli inferi e fa risalire (Sap 16,13) ed è perciò terribile cadere nelle sue mani del Dio vivente (Eb 10,31). Questo timore del suo Signore, unito all’amore per lui «sino alla fine», lo rafforza nel consegnare se stesso agli uomini che lo vogliono uccidere; dice infatti: «Da Dio ho queste membra e, per le sue leggi, le disprezzo, ma da lui spero di riaverle di nuovo» (2 Mac 7,11).

29 Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure nemmeno uno di essi cadrà a terra senza il volere del Padre vostro.

Ben poco valgono due passeri che sono venduti per un asse. Eppure anche di essi il Padre nostro si prende cura ed esercita Lui solo il potere di morte, come è detto nel salmo: Se nascondi il tuo volto vengono meno, togli loro il respiro, muoiono e ritornano alla loro polvere (103,29).

30 Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri!

Più volte ricorre questa espressione per indicare incolumità e protezione (cfr. 1 Sm 14,45; 2 Sm 14,11; At 27,34). Qui e in Lc 21,18 non significa che il Signore libera dalla morte e dalle precedenti sofferenze i suoi testimoni, ma che, nel consegnarli alla suprema testimonianza, li custodisce nell’ora del sacrificio salvando la loro anima, soffio vitale da Lui donato, e il corpo per il giorno della risurrezione.

Come in 6,26 gli uccelli del cielo sono segno della provvidenza del Padre, così qui essi sono segno della custodia della vita degli annunciatori dell’Evangelo. Se il Padre si prende cura dei passeri, quanto più degli apostoli e dei discepoli del suo Figlio, testimoni dell’Evangelo. Nella loro immolazione, anche se agli occhi degli uomini sembrano carne da macello, invece preziosa è agli occhi del Signore la morte dei suoi fedeli (Sal 115,15).

32 Perciò chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli;

Dunque è la conclusione di quanto precede riguardo alla testimonianza resa a lui di fronte a coloro che li vogliono uccidere.

Si dichiarerà per me, i discepoli, condotti in tribunale e invitati a dichiararsi per Cristo pena la morte, lo fanno sottolineando con questa confessione, il loro rapporto assoluto e vincolante con Gesù che nulla sulla terra può spezzare, se non la loro volontà. Davanti agli uomini, gli uomini è un termine che qui indica l’incomprensione del mistero di Cristo come è detto in 16,3: «Chi dicono gli uomini essere il Figlio dell’uomo?». Di fronte a loro avviene la rivelazione di quello che Gesù ha detto lai discepoli nell’orecchio. Corrisponde ai vv. 17-18.

Anch’io mi dichiarerò per lui, il Cristo gli darà la sua testimonianza favorevole nel momento del giudizio definitivo, come lui stesso dice: davanti al Padre mio che è nei cieli, davanti alla corte celeste come è detto in Dn 7,9-14. Lo stesso viene detto in Ap 3,5.

33 chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli».

È il contrario del precedente. Chi lo rinnegherà dichiarando di non conoscerlo e non si pentirà come invece ha fatto Pietro, Gesù dichiarerà di non conoscerlo – come dice in 7,23 – nell’assemblea celeste del giudizio.

Nota

  1. Giuseppe: nascosto e occulto. È la rivelazione di Dio che è destinata a essere velata. Bisognava leggere dal v. 16 – La Parola viene fuori e coinvolge. È la Legge intima della Parola che trabocca dal segreto e si dilata in tutto l’universo come avviene del discorso dell’Ultima Cena.

L’intimo possesso dello Spirito nel cristiano diventa un fatto più naturale, omogeneo, continuo, quotidiano e questo è importante perché le operazioni dello Spirito possono meno apparire, ma sono più interiori (appunti di omelia, Gerico, 22.6.1975).

PREGHIERA DEI FEDELI

  1. Raccolti nelle mani del Padre, come piccoli custoditi dal suo amore, innalziamo a Lui la nostra fiduciosa preghiera.

Ascolta, o Padre la voce dei tuoi figli.

  • Il tuo sguardo paterno sulla Chiesa del tuo Figlio, si trasformi nella dolcezza dello Spirito nel cuore di tutti i credenti, noi ti preghiamo.

  • Ricordati, o Padre, di tutti i nostri fratelli che sono nella prova: per loro ti preghiamo perché essi non vengano meno ma diano testimonianza al tuo Nome santo, noi ti preghiamo.

  • Guarda alla terra dove il tuo Verbo si è fatto Carne: risplenda nelle Chiese la luce evangelica perché la durezza degli uomini sia vinta e tutti s’incamminino verso la pace, noi ti preghiamo.

  • Padre conferma nel tuo amore il nostro impegno di far cessare ogni rancore perché pura sia la nostra Eucaristia, noi ti preghiamo.

  1. O Dio, che affidi alla nostra debolezza l’annunzio profetico della tua parola, sostienici con la forza del tuo Spirito, perché non ci vergogniamo mai della nostra fede, ma confessiamo con tutta franchezza il tuo nome davanti agli uomini, per essere riconosciuti da te nel giorno della tua venuta.

Per Cristo nostro Signore.

Amen.