Asolan

  1. Abitare, cioè uscire verso le periferie

Occorre fare molta attenzione a non ridurre anche le questioni di fede – sia di fede creduta che di fede vissuta – a degli slogan facili, taumaturgici, proclamando o facendo riferimento ai quali  quanto c’è di problematico nella nostra missione si risolve. Al convegno di Firenze, il verbo abitare  fece curiosamente riferimento al tema delle periferie, sul quale dobbiamo soffermarci. Da qualche tempo, infatti, “periferia” sembra una parola riassuntiva e taumaturgica al pari di altre del recente passato: “nuova evangelizzazione”, “catechesi missionaria”, o lo stesso “discernimento”, lanciato nella Chiesa italiana dal convegno di Loreto nel 1985. Una certa Teologia pastorale spesso cade in questo tranello, e soffre l’uso di un frasario a forte presa immaginativa e/o emotiva, di un linguaggio persino lirico fatto talora di giochi di parole, che tuttavia sembrano fatti per coprire un vuoto di analisi e di idee, quando non di fede. Basta infatti chiedere: “e quindi, concretamente, che si fa?” per ricavare, talora, soltanto del silenzio.

Voglio dire che anche la realtà più sacra, il compito più grande che il Signore e lo Spirito Santo ci assegnano, possono diventare slogan che rinchiudono la chiesa nella sua autoreferenzialità, nel suo parlarsi addosso, nel gioco della moltiplicazione delle analisi che ha un effetto paralizzante sulla prassi ecclesiale. Se avete letto Evangelii gaudium vi sarete resi conto di come questo sia uno dei punti sui quali il Papa è stato particolarmente chiaro. Dobbiamo poter affrontare il tema dell’abitare, delle periferie e della “uscita” della Chiesa non come facili slogan, di rapida sostituzione, ma come una prospettiva di azione concreta e strutturante.

In realtà, il tema delle periferie non è nuovo nell’orizzonte dei compiti pastorali delle nostre chiese, e per questo vorrei citare e ricordare la veglia di papa Benedetto nel 2005 a Loreto. La prima domanda che gli venne rivolta da una ragazza parlava proprio di “centro” e di “periferie”:

«Noi ci sentiamo messi ai margini, non riusciamo a diventare significativi, per questo viviamo e soffriamo una profonda solitudine e anche delle dipendenze. Per questo Santità chiediamo: c’è qualcosa, c’è qualcuno per il quale noi possiamo diventare importanti? Possiamo sperare, quando la realtà nega ogni sogno di felicità, ogni progetto di vita?»

Il Papa rispose articolando la dialettica tra centro e periferia:

«Sì è vero noi parliamo di centri di potere economico, finanziario, parliamo di realtà che da un punto di partenza prevalente o prepotente indirizzano e decidono le vite di tutti gli altri e quindi possiamo capire, possiamo immaginare o leggere così il nostro essere periferici rispetto a questi sistemi: come una condanna che ci inchioda alla solitudine e all’insignificanza. Tanto più noi dobbiamo fare il possibile perché la famiglia sia viva, sia oggi la cellula vitale, il centro nella periferia. Esiste una condizione di periferia nella quale può essere immesso un centro. E questa immissione ribalta la situazione, ribalta l’andamento delle cose. Così anche la parrocchia, la cellula vivente della chiesa, deve essere realmente un luogo di ispirazione, di vita e di solidarietà che aiuta a costruire insieme i centri nelle periferie. Anche nella chiesa c’è un centro che sarebbe Roma e poi ci sono le periferie. Quindi c’è una chiesa di periferia e una chiesa di centro. Ma in realtà nella chiesa non c’è periferia, perché dove c’è Cristo, lì c’è tutto il centro. Dove si celebra l’Eucaristia, dove c’è il tabernacolo, c’è Cristo, e quindi lì è il centro e dobbiamo fare di tutto perché questi centri vivi siano efficaci, presenti e siano realmente una forza che si oppone a questa emarginazione […]. Abbiamo visto e vediamo oggi  nel vangelo che per Dio non ci sono periferie. La Terra Santa nel vasto contesto dell’impero romano è periferia. Nazareth è periferia. E tuttavia proprio quella realtà di fatto era il centro che ha cambiato il mondo»[1].

La questione della periferia certo non si risolve sociologicamente per questa via: rimangono, per certi versi, tutti aperti i problemi posti dall’emarginazione e dall’esclusione sociale. Tuttavia, dal punto di vista della fede, che è il nostro punto di vista, la questione cambia. Un’analisi sociologica ci indicherebbe come priorità di azione innanzitutto quella della risoluzione delle ingiustizie, dell’emancipazione magari violenta. Un’analisi teologico-pastorale (perciò attenta primariamente a discernere che cosa il Signore sta facendo qui e ora) arriva a un’altra valutazione fondamentale: Gesù Cristo è presente qui, nelle realtà periferiche; o, meglio, noi lo riconosciamo presente nelle realtà periferiche perché – come dice Papa Benedetto – Dio sceglie queste periferie, e le sceglie per compiere da lì la sua rivoluzione. Rivoluzione – come insegnano gli astronomi – nel senso di cambiamento del centro e dell’orbita; cambiando il centro è tutta l’organizzazione del mondo/universo che cambia, a partire da quel primo centro ritrovato.

Dunque, la questione rinvia all’effettiva centralità di Gesù nella vita e nella prassi ecclesiale: siamo o no convinti che Gesù Cristo è il centro – è il Signore! – rispetto al quale tutto il resto si ordina in maniera diversa? Sarebbe questo il tema del nuovo umanesimo, affrontato dal convegno ecclesiale di Firenze.

Direi che la risposta a questa domanda non va data per scontata. La fede, scrive sempre papa Benedetto in Porta fidei, non può più essere presupposta, neppure in chi partecipa attivamente alle attività delle parrocchie.

Uscire verso le periferie, dunque. Giovanni Paolo II, conversando con i parroci di Roma nell’incontro del giovedì delle ceneri del 1988, affermò che la parrocchia «deve cercare se stessa al di fuori di se stessa». La chiesa deve cercare se stessa – cioè capire meglio chi è e cosa deve fare a questo mondo – al di fuori di se stessa. La destinazione al mondo, il servizio al mondo, non sono consecutivi ma costitutivi alla vita della chiesa stessa. Se avete accompagnato un catecumeno al battesimo o se avete realmente affrontato la questione del senso delle cose con gente che non credeva, vi sarete resi conto di quanto queste situazioni abbiamo fatto emergere la novità/specificità assoluta del vangelo rispetto alle sapienze del mondo, e quindi anche la necessità e la bellezza del vangelo rispetto alla povertà o al buio nel quale molta gente brancola. L’oltre-chiesa, l’aldilà della chiesa in un certo senso ci  è necessario per apprezzare il dono che ci è stato fatto. È sempre Giovanni Paolo II a scrivere che «la fede si rafforza donandola». Se avete fatto catechismo vi sarete resi conto di come il fatto di dover preparare l’incontro di catechismo vi abbia in un certo senso costretti a capire il contenuto che dovevate trasmettere, trovando le parole, sapendolo comunicare. Questo lavoro, che in un certo senso si è costretti a fare, è benefico innanzitutto per chi lo fa. Proprio così, immersi in queste difficoltà, noi non stiamo vivendo un tempo di disgrazie, ma un tempo di grazia. Forse non c’è mai stato nella storia della chiesa d’occidente un tempo come questo, liberi come siamo oggi da influenze di tipo politico o sociale o formale/convenzionale; anche in altri tempi abbiamo conosciuto questa fatica sempre implicita nella fede, ma essa stessa a sua volta inquinata o magari anche subordinata da altri interessi e di altro tipo. Questo è un tempo nel quale il vangelo può essere apprezzato per quello che in se stesso è: una novità di vita, possibile per la presenza del Signore venuto  fare nuove tutte le cose. La novità che è Dio, riconosciuto presente nel mondo, Dio che fa rinascere e riconduce a Sé il mondo. Il compito che abbiamo davanti, il tempo di una nuova missione (il grande paradigma di Evangelii gaudium), l’occasione favorevole del ri-centraggio di quel che siamo e di quel che siamo chiamati a fare in prospettiva missionaria, è una grande grazia che dobbiamo stare attenti a non perdere. Questo è realmente un tempo di grazia.

  1. Discernere l’opera dello Spirito tra di noi è la prima attività pastorale

Che cosa e come fare in questo tempo di grazia che abbiamo davanti? Se la novità che è Dio va riconosciuta presente e all’opera nel mondo, perché Egli vuole far rinascere e ricondurre a Sé l’umanità e il mondo, allora la questione – riformulata – diventa: occorre saper discernere che cosa fare e come fare.

Con una contemporaneità del come e del che cosa, perché molto spesso la difficoltà nel pensare cattolicamente la realtà è che sentiamo la necessità di isolare un corno del problema, un corno della realtà per capirla o affrontarla meglio.

Perché, invece, è importante trattenere i due aspetti? Perché ci parleremmo addosso puntando soltanto al che cosa. Se la vita della chiesa è vita, allora si deve poter esprimere attraverso fatti, situazioni, persone, scelte, strumenti; cioè tutta la concretezza del come, nello spazio e nel tempo che sono proprio quelli ( e non altri) nei quali siamo in questo momento. Il Signore ci incontra e ci salva manifestandosi attraverso le situazioni e le condizioni di vita in cui ci fa esistere. Questa è la strada buona che Lui ha pensato per noi: l’ha pensata e permessa perché ci ama. Anche nelle molte difficoltà che sperimentiamo, che talvolta assomigliano a delle morti. Perché Gesù aspetta che Lazzaro muoia prima di andare da lui? Eppure era suo amico. Ci sono delle morti che Gesù attende che succedano per farci risorgere, per manifestare la sua gloria, e le attende perché  è nostro amico, perché ci ama.

Il discernimento è sempre in vista dell’azione, non si esaurisce in discorsi che siano soltanto teoria, sogni. Marx affermò: «La religione ha avuto diciotto secoli per cambiare le cose e non ha fatto niente». Il giudizio è duro, forse anche ingiusto, ma coglie un rischio tutt’altro che accuratamente scampato, ad esempio nei consigli pastorali: limitarsi a parlare di valori assoluti, di orizzonti entro i quali il mondo della chiesa, la pastorale, appaiono dei doverismi ovvero una fiaba dove tutto funziona, ci si ama, tutto è semplice e quasi ovvio. Ci dobbiamo invece preoccupare di obiettivi concreti, di concrete prassi da modificare: con obiettivi meglio definiti sui quali convergere, potremo riconoscere un senso del passo fatto, della strada aperta, dell’obiettivo più o meno effettivamente raggiunto. Tutto questo fa parte del come, non basta il che cosa.

C’è anche un altro aspetto del come.

Chi edifica la chiesa è lo Spirito Santo in noi e tra noi. Scrive Sant’Agostino:

«Per mezzo di ciò che è comune al Padre e al Figlio, hanno voluto che noi fossimo uniti tra di noi e con loro, e mediante questo dono raccoglierci nell’unità mediante l’unico dono che essi hanno in comune, per mezzo cioè dello Spirito Santo, Dio e dono di Dio. Per mezzo di Lui, infatti noi ci riconciliamo con Dio e godiamo di Lui»[2].

Questa azione che fa lo Spirito Santo: unirci tra noi – per cui giustamente possiamo affermare che la chiesa è una comunione – unendoci allo stesso tempo con la Trinità Santa, è innanzitutto una grazia, non soltanto da chiedere ma anche alla quale predisporsi, alla quale acconsentire, dire di sì. Lo Spirito è puro dono, non lo guadagniamo con le nostre analisi  o con le nostre progettazioni pastorali. E l’opera prima che Egli compie in noi è renderci partecipi della circolazione di vita e di amore che le Persone Divine si scambiano nell’amore. Nella Trinità Santa, insegna san Tommaso con un’espressione che è rimasta ineguagliabile, le relazioni tra le Persone sono sussistenti: la distinta Persona non è prima persona per poi donarsi al Padre o al Figlio: il Padre è Padre in quanto si dona al Figlio, in quanto è “per” (esse ad). In Dio vi è questa relazione di dono totale di sé che rende possibile e attua eternamente la gratuità, la libertà, la bellezza, la fecondità dell’amore.

Cosa voglio dire? Questo carattere relazionale è decisivo anche nella chiesa se vogliamo che lo Spirito Santo agisca in noi e tra noi secondo la sua missione. Significa che ciò che conta innanzitutto nella chiesa è come noi stiamo insieme non meno che di quel che facciamo insieme: se l’azione pastorale non generasse comunione, ma generasse conflitti, rivalità, gelosie, noi non staremmo acconsentendo all’opera dello Spirito Santo. C’è da chiedersi se tanta infruttuosità della pastorale non sia dovuta a questo. Distribuiamo magari tante comunioni a Pasqua, abbiamo ancora tanti bambini da battezzare, ma non generiamo una relazione tra noi e queste persone… Dove va a finire quel dono? Quel seme che è stato il sacramento, quale spazio ha per svilupparsi, per crescere?

Non si tratta solo di capire cosa aggiungere o cosa togliere delle attività pastorali, e secondo quali priorità; ma come riconoscere e come assecondare questa azione dello Spirito Santo che genera comunione tra di noi e con Dio.

Qui si insedia la questione del primato dello Spirito Santo. Giovanni Paolo II scrive nella Novo Millennio Ineunte che esiste un primato della grazia nell’azione pastorale. Molto spesso questo primato della grazia lo confondiamo con la preghiera che facciamo prima delle riunioni, recitata la quale magari ci facciamo la guerra tra noi come se niente fosse. Ora, la presenza dello Spirito in quello che facciamo viene prima di quanto noi possiamo fare da noi stessi: non funziona che se c’è tutto è più bello, ma anche senza la sostanza non cambia. Se ha un primato quello che lo Spirito Santo fa, questa cosa è strutturante.

Molto concretamente, questo significa che i consigli pastorali non sono riunioni di condominio dove i laici devono lamentarsi perché non possono decidere nulla. Il consiglio pastorale è un ritiro spirituale dove si ascolta la parola del Signore, si cerca luce su determinate questioni di fondo e si cerca di capire ciascuno, personalmente prima poi comunitariamente qual è la volontà di Dio rispetto a quel problema, a quella situazione. Qual è l’orientamento che dobbiamo dare? E lo dobbiamo cercare e offrire nel Signore, perché vogliamo capire cosa Lui, alla luce della Scrittura e dell’Eucaristia, ci dà da conoscere nell’intimo dell’anima, nell’intimo della coscienza. Se non c’è questo, qualunque soluzione pratica offriate ai problemi, ha il fiato corto. Forse nell’immediato vi darà dei risultati, ma alla lunga, proprio perché non è in realtà collaborazione con quello che lo Spirito Santo guida a fare, imploderà su di sé.

  1. Abitare o farsi abitare?

Riconoscere e assecondare questa azione dello Spirito.

Se per noi uomini abitare è un verbo che dice diverse cose (casa, abitudini, luoghi e relazioni familiari, di amicizia, dialogo, educare…) per Dio abitare dice essenzialmente la sua incarnazione nel Figlio e la sua relazione con l’uomo; di conseguenza per il cristiano: abitare non è solo voce del verbo abitare ma è la voce del Verbo.

Da ciò consegue che più che abitare è importante il farsi abitare da Cristo, farsi possedere dalla sua vita, dal suo Spirito e dalla sua forza. In questo contesto il farsi abitare dal Risorto diventa fondamentale per il cristiano perché è fede e dà senso alla nostra fede.

San Paolo lo aveva compreso quanto scriveva: «Non vivo più io, ma Cristo vive in me»(Gal 2,20).  Farsi abitare, dunque. Dovremmo chiederci: preghiamo veramente? Perché l’essere abitati dallo Spirito è una realtà di cui ci rendiamo conto nella preghiera, e la preghiera viene in seconda battuta rispetto all’aver imparato a pregare. Perché non pensare anche a come mettere in circolazione questo dono dello Spirito che è la vita interiore, la vita secondo lo Spirito? Perché non chiedere ai sacerdoti, ai consacrati e alle consacrate come imparare a fare silenzio, a mettersi alla presenza di Dio, ad ascoltare la Scrittura, a sapere cosa fare dopo la comunione, come si fa l’adorazione, come si fa a educare e a essere educati nei fondamentali della vita secondo lo Spirito? Imparare a pregare, imparare a insegnare a pregare. Come si fa a fare della parrocchia un luogo dove si impara a riconoscere di essere abitati dallo Spirito Santo?

  1. Decidersi per la missione

Evangelii gaudium ri-centra la vita della chiesa in prospettiva missionaria.

Che significa per noi? Vorrei dire due cose: una molto generale, una molto più concreta.

La prima. La missione è costitutiva della chiesa. Spesso è citato un passo del concilio dove si afferma che la chiesa è per sua natura missionaria. Perché c’è la chiesa? Che scopo ha? Perché dobbiamo affaticarci per la chiesa?

La chiesa è il prolungamento della missione del Figlio, “quasi un sacramento”, dice il concilio, di un’azione che ha origine fin dalla creazione del mondo. Perché Dio non aveva bisogno del mondo, non aveva bisogno di noi, ma ha voluto averci e ci ha voluto per amore perché ci ama, perché è felice di noi, perché guardandoci ci benedice. La missione della chiesa è un’azione di Dio che ci precede. Paolo si è sentito dire: “Non temere perché io ho un popolo numeroso in quella città”. Lo Spirito Santo agisce fuori dai limiti della chiesa e ne prepara la missione. Dunque la chiesa ha questo compito di ricondurre a Gesù ciò che lo Spirito Santo ha preparato e prepara nel cuore degli uomini. La missione non consiste nel faticosamente sforzarci per arrivare a un successo di noi stessi, ma nel compiere questo disegno, di sicuro successo, che il Padre ha rivelato in Gesù Cristo.

In questo senso la gioia cristiana non è l’ottimismo umano. In certe verifiche pastorali si trova a volte la gioia descritta con le caratteristiche dell’ottimismo della volontà. Ma la gioia cristiana non è l’ottimismo della volontà: è l’accordo nel profondo tra ciò che siamo, ciò che facciamo, ciò che è la volontà di Dio e ciò che lo Spirito Santo sta facendo adesso. Questa gioia che è vedere il Signore, direbbe san Giovanni, cioè riconoscerlo in noi, è possibile anche nelle prove, nelle sofferenze, nelle devastazioni. Anche quando una persona vive periodi duri, drammatici, tenebrosi della vita, e tuttavia è visitato dal Signore con un anticipo di gioia, di fiducia che rischiara quel buio. Non è l’ottimismo, non è la fiducia nelle nostre possibilità che ci governa e che ci fa andare avanti, ma la speranza della gioia, la certezza che il Signore è al lavoro per questo. Questa è la missione che da sempre la chiesa ha avuto e sempre ha testimoniato, anche nei periodi più brutti e rognosi della sua vita. Sempre ci sono stati santi che hanno irradiato questa gioia, che hanno reso possibile una novità di vita sulle fiacchezze, sulle miserie e sugli interessi dei sacerdoti e vescovi indegni che c’erano.

Seconda cosa riguardante la missione. Questa missione oggi appropriatamente è chiamata Nuova evangelizzazione. Che significa nuova evangelizzazione? Significa che per la prima volta la chiesa nei paesi di antica cristianità (e per certi versi anche nel nord dell’America e in Australia) si vive questa situazione: il vangelo va annunciato a una cultura che ha già conosciuto il vangelo e ha scelto di poterne fare a meno, esculturandolo. Questa è la novità della sfida che implica una novità nell’evangelizzazione. Non c’era mai stata prima una missione del genere. Quando i missionari di “prima evangelizzazione” arrivavano, trovavano sempre altre culture, diverse, nelle quali inculturare il vangelo, come appunto una novità che veniva a incontrare contesti e culture nuove. Ora, per la prima volta, l’evangelizzazione è un compito che riguarda paesi e culture che hanno conosciuto il vangelo e hanno scelto di farne a meno. Davanti a questa sfida – del tutto nuova, ripeto – noi non dobbiamo soltanto adattare quello che abbiamo sempre fatto, aggiornare quello che abbiamo sempre fatto, o aggiungere attività nuove a quelle tradizionali: si tratta di trovare e favorire vie per una nuova inculturazione del vangelo perché il Verbo trovi casa. Non si tratta di una prima evangelizzazione, perché i riferimenti culturali, quanto meno cristiani, non sono del tutto assenti in questa nostra società; ma non si tratta neppure di una società dove vige la cristianità e tutto è ricondotto a unità dalla fede cristiana.

Nell’affrontare questa sfida bisogna avere molta pazienza, per non strappare il grano buono dalla zizzania, perché è una situazione veramente ambigua, dove è difficile capire che cosa deve essere mantenuto e che cosa deve essere riformato. Avrete letto come il Papa in certi punti dell’esortazione Evangelii Gaudium (come anche del suo discorso alla chiesa italiana a Firenze) ci spinga quasi ad avere il coraggio di rivedere fino in fondo che cosa va nella direzione di questa evangelizzazione nuova e cosa no. Avere questa pazienza significherà non avere letture manichee della situazione: non è che non ci sono più i cristiani e tutti adesso di colpo sono pagani. Le letture manichee inclinano e diventano passività, quel tipo di atteggiamento che fa dire: “Visto che non interessa a nessuno, visto che i ragazzi non vengono allora non facciamo niente. Ci sediamo e non sappiamo che cosa fare”.

Se uno non ha dentro il fuoco dello Spirito Santo, la coscienza che questo è un tempo di  grazia soprattutto per noi – perché andiamo alla radice della missione, al punto nel quale lo Spirito agisce in noi – anche questa sfida che di per se è affascinante noi la perdiamo.

Stringi stringi, in che cosa consiste questa sfida? Nel rimettere l’energia, la forza dello Spirito Santo, la vita dello Spirito Santo che è la vita della Trinità santa che passa a noi attraverso l’Eucaristia, dentro la vita della gente. Si tratta di far vedere cosa Dio centra con il mondo.

Il mondo che stiamo vivendo è l’esito ultimo dei processi innescati dalla modernità, cioè dal vivere etsi Deus non daretur – come se Dio non esistesse. Evangelizzare è far vedere – in teoria e in pratica – come questo mondo concreto che è la vita che facciamo, che siamo, ha un senso e che questo senso è dato dalla relazione di amore  e di alleanza che c’è tra  Dio e noi, tra Dio e il mondo. Perché nell’esistenza di un Dio creatore, regolatore, anche i massoni ci credono. Ma che tra noi e Dio ci sia l’amore, questa è un’ altra questione, dove valgono ben altre implicazioni.

Noi non siamo gente che sta facendo totalmente un’altra vita e poi dobbiamo andare nel mondo a evangelizzare. Noi siamo già nel mondo. Le difficoltà della gente che non ha Dio (in famiglia, al lavoro, con i figli…) sono le nostre stesse difficoltà. Non siamo altro dal mondo al quale siamo inviati, ci siamo già dentro: siamo già in missione. Andando a lavorare ogni giorno siamo già in missione. La questione, casomai, è riconoscere questo e riconoscere che Gesù Cristo o agisce attraverso di noi o non agisce attraverso di noi. Se aspettassimo le condizioni ideali per andare in missione (che siamo pronti, che abbiamo una metodologia appropriata, che gli altri ci chiedano di essere evangelizzati … ) questo non succederà mai. Ma soprattutto negheremo alla nostra vita una qualità diversa, che consiste nel viverla con la consapevolezza che Cristo vive in noi, e attraverso di noi dà alla nostra esistenza una forma molto precisa e un senso che è oltre a noi stessi, e questo spezza la solitudine dell’insignificanza di cui parlava la domanda della ragazza che ho citato all’inizio.

  1. I poveri, infine

            Infine: che cosa aggiunge, a tutto questo, di proprio e di specifico, il tema dei poveri? Perché è importante avere a cuore i poveri?

Bisognerebbe innanzitutto chiedersi se i poveri siano effettivamente un elemento di inclusione nella chiesa, o se non siano piuttosto i destinatari di un servizio che appare consecutivo, secondo ed esterno, al costituirsi della chiesa stessa. In quest’ultima prospettiva, più che di inclusione si tratterebbe di una relazione asimmetrica dove i poveri non sarebbero costitutivi dell’identità della comunità cristiana, quanto l’occasione per una manifestazione delle sue opere buone.

            La tripartizione dell’azione pastorale – largamente affermatasi – nei tre settori dell’evangelizzazione, della liturgia e della carità in un certo senso rivela una logica tutt’altro che inclusiva, sia della chiesa rispetto alla società, sia dei poveri rispetto alla chiesa.

Proprio in forza di una differenziazione rispetto alla società civile dell’etsi Deus non daretur l’agire ecclesiale si trovò di fronte all’esigenza di ricomporre in maniera più persuasiva un intero pastorale. Questo intento, di per sé lodevole e anche corretto, venne (e viene) realizzato in chiave remissiva, cedendo a quella spinta socio-culturale che delimita il campo della religione al privato e il senso pubblico della Chiesa a ruoli di supplenza socio assistenziale.

Di fatto operando una ritirata pratica della cosiddetta pastorale ordinaria dai luoghi della vita quotidiana della gente, ritenuta profana, laica, secolare e dunque non appartenente al proprium dell’azione pastorale.

Secondo l’interpretazione restrittiva di quel trinomio trova auto-copertura e, in qualche modo, anche auto-giustificazione il ritrarsi circoscritto e intraecclesiale dell’azione messa in campo dalla chiesa.

Mentre i poveri edificano la Chiesa e le rendono manifesto il mistero di Cristo e la sua grazia.  Insegna Evangelii gaudium, a proposito del quarto principio sociale esposto dal Papa e denominato “il tutto é superiore alla parte”:

«Sia l’azione pastorale sia l’azione politica cercano di raccogliere in tale poliedro il meglio di ciascuno. Lì sono inseriti i poveri, con la loro cultura, i loro progetti e le proprie potenzialità. Persino le persone che possono essere criticate per i loro errori, hanno qualcosa da apportare che non deve andare perduto. É l’unione dei popoli, che, nell’ordine universale, conservano la loro peculiarità; é la totalità delle persone in una società che cerca un bene comune che veramente incorpora tutti.

A noi cristiani questo principio parla anche della totalità o integrità del Vangelo che la chiesa ci trasmette e ci invita a predicare. La sua ricchezza piena incorpora gli accademici e gli operai, gli imprenditori e gli artisti, tutti» (nn. 236-237, passim).

            Dunque, riconoscere i poveri e vivere in comunione con loro – pur con tutte le ulteriori implicazioni che vi verranno in mente in questo convegno – relazionarci nei termini di una ri-comprensione di noi stessi alla luce della nostra comunione con loro, significherà innanzitutto lasciarci evangelizzare da loro. Lasciare che operino in noi quella ri-comprensione di noi stessi che la loro richiesta di riconoscimento opererà in noi.

È proprio nelle persone povere, deboli, umiliate, che possiamo riconoscere più chiaramente questa forza di novità e di carità che viene dal Signore. Lui che si è fatto piccolo e debole continua oggi a farsi incontrare nelle persone piccole e deboli: dunque negli affamati, nei disabili, in quanti per svariati motivi vivono ai margini.

Questi piccoli sono i custodi della forza misteriosa di Cristo che abita nei deboli e li rende immagine sua (cfr. Mt 25,40: «ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me»).

Per ritrovare una comunione con Dio e una novità di vita, occorre che ci poniamo accanto a loro, che ci lasciamo interpellare dal riconoscimento che essi avanzano nei nostri confronti, dentro al quale possiamo discernere la presenza e le chiamate di Cristo stesso.

I poveri non sono, perciò, unicamente il terminale della carità della Chiesa, o il punto di arrivo del nostro cammino di fede, quasi il luogo nel quale mettiamo in pratica tutto ciò che in precedenza abbiamo ascoltato, capito e celebrato del vangelo. Non si diventa prima cristiani per poi arrivare, per interna coerenza e senso del dovere, a mettersi a servizio dei poveri. Piuttosto è grazie a loro che si diventa cristiani: che si rielabora la nostra identità, grazie al volto di Cristo che essi manifestano e che non potremo conoscere altrimenti.

            Parlando di Raphael e Philippe, le prime due persone con un handicap mentale con le quali aveva vissuto, il fondatore dell’Arca – Jean Vanier – scrive:

«Certo, essi desideravano che io facessi determinate cose per loro, ma più profondamente essi desideravano essere amati in verità d’un amore che riconosce la loro bellezza e la luce che brilla in loro, un amore che gli rivela il loro valore e la loro importanza dentro l’universo. Il loro grido per la comunione ha suscitato e fatto sgorgare nel mio cuore il mio grido per la comunione. M’hanno fatto scoprire dentro di me un pozzo, una fontana di vita, una sorgente d’acqua viva»[3].

I poveri, le persone lacerate da domande di fronte alle quali restiamo muti e spaventati, ci chiedono l’essenziale: trovare un amore che sia senso a quello che stanno vivendo, che li restituisca alla vita. Comprendiamo subito che un amore così non è nelle nostre disponibilità, anche noi lo stiamo cercando. Proprio chi è povero ci costringe a non accontentarci, a non rimuovere la sua presenza e le sue domande (teoriche e pratiche), e a volgerci con lui a cercare il volto di Dio, il solo capace di risponderci, il solo che illumina la nostra vita.

Non fuggire, stare, condividere questa povertà e questa debolezza che a poco a poco ci fanno entrare sempre più in profondità nel mistero di Dio, che fa sgorgare la vita anche attraverso le nostre ferite.

Si tratta di alzarci e di andare.

 

 

[1] Benedetto XVI, Discorso all’Agorà dei giovani italiani (Loreto 1 settembre 2007)

[2] Agostino, Discorso LXXI, 18

[3] J. Vanier, La Communauté, lieu du pardon et de la fête, Fleurus/Bellarmin, Paris-Montréal 1988, 99.