Abitare le relazioni

Bruna Zaltron

Si vive solo se si abita! Per questo in varie lingue abitare è sinonimo di “vivere”, perché solo l’uomo abita e costruisce luoghi di intreccio di relazioni affinché la sua vita fiorisca. Abitare è avere uno spazio, occupare un luogo, vivere un tempo preciso, ma indica anche una dinamica di incarnazione e di incontro con l’altro, con la propria e altrui umanità.

Per ritrovare il “gusto dell’umano” c’è oggi più che mai, la necessità di imparare ad abitare le nostre relazioni. Il nostro tempo è contrassegnato da una straordinaria crisi epocale della relazione interpersonale alimentata da una cultura narcisistica della civiltà dell’immagine, da una ricerca di emozioni, anche estreme, che fanno coincidere le relazioni con le emozioni. Si sta passando da una forte ambiguità o negazione dell’identità in favore di una assoluta fluidità dell’identità stessa e dei ruoli, ad una crescente rinuncia alla responsabilità dei legami e alle sue caratteristiche generative.

La relazione interpersonale sempre più acquista una modalità liquida, indefinita, gassosa che si scioglie e assume forme fino a dissolversi perché la modalità relazionale è vissuta in modo evanescente e provvisoria. Alla relazione si rischia di sostituire il contatto per connessione che costituisce la nuova e privilegiata forma di rapporto relazionale. Assistiamo ad una vera e propria evaporazione dei legami. La parola stessa relazione, da re – ligo, ciò che lega, è considerata e vissuta come una catena da cui liberarsi in nome della flessibilità e legittima autosufficienza.  I rapporti sono pensati sul modello della merce, cioè considerati a scadenza. I legami non durano, sono destinati a corrompersi, a finire inseguendo il miraggio del nuovo, di una felicità che è solo illusione perché insoddisfacente. E si insegue una libertà che si vorrebbe senza vincoli, come puro arbitrio perché è il farsi da sé, il bastare a se stessi. Anche una certa visione della psicologia pensa che una persona sia matura quando è autonoma. Invece sappiamo che la maturità della vita è riconoscere il debito verso l’altro, è ammettere che senza l’altro siamo nulla. Il legame non toglie libertà, ma aggiunge significato, sostanza, sapore, senso di realtà perché nessun uomo è un’isola[1]. Si è liberi legandosi a qualcosa e in relazione a qualcuno, non togliendo i legami. Per questo la libertà non esclude il vincolo ma lo richiede in un certo senso.

E’ particolarmente significativo il significato del termine legame, da lingami: mi piego per avvolgere e questo richiama l’abbraccio. Tutti cerchiamo un abbraccio che ci contenga; dietro ad ogni realtà c’è un desiderio di legame che per noi cristiani assume una forma specifica, quella della croce. La verità del Padre è la mia libertà che si fa cammino di spoliazione e di kenosis. Infatti, la libertà ha bisogno di essere liberata per restare nel legame anche nei momenti nei quali non lo vorremmo talmente è stretto e doloroso, o quando diventa possessivo, oppressivo e perfino violento. Libertà è assumere questo vincolo e trasformarlo generativamente in una occasione di vita. Perché il legame che libera è generativo, fatto di desiderio, di cura, di tenerezza, di riconoscimento reciproco.

Quando siamo legati da una promessa, lì siamo profondamente umani, perché la nostra stessa identità è il legame. Il Sé di ognuno si costruisce dal reciproco riconoscimento e questo diventa fondamentale per diventare pienamente uomini e donne. Una promessa è anche la cura contro il male dell’individualismo, perché è un gesto di relazione che ci impegna verso gli altri e ci rende fedeli nonostante i cambiamenti e le contraddizioni che pure ci appartengono. Quando ci impegniamo con gli altri diamo forma a noi stessi, costruendo una identità che non evapora alla prima difficoltà, che non è schizofrenica, che dà unità al nostro tempo e ci rende riconoscibili e capaci di riconoscere. E’ senso di reciprocità, di custodia reciproca che ci sostiene e ci aiuta a mantenere fede nella vita, a rinnovare le motivazioni anche nel mutare delle circostanze, a liberarsi dai tanti condizionamenti che ci stanno convincendo che il solo scopo della vita è la propria affermazione di se stessi[2].

Anche Dio sogna per noi la bellezza dell’incontro contrapponendola al male della solitudine: “Non è bene che l’uomo sia solo”[3]. Perché l’uomo non sia solo non gli basta porsi in relazione con la realtà che lo circonda e neppure può definirsi per opposizione come fanno gli adolescenti che cercano la propria identità contrapponendosi agli adulti. Secondo la Scrittura non ci è dato di comprendere noi stessi se non attraverso il volto dell’altro che per me diventa rivelazione, il dischiudersi di una identità di dono e non di possesso, l’accoglienza grata di un evento reso possibile da una consegna disarmata che ciascuno fa di se stesso.

Infatti, il vero dramma non è solo l’incapacità di riconoscere l’altro nella sua alterità, ma la conseguente impossibilità di comprendere noi stessi. L’altro è il “luogo” del mio IO, pertanto, fare posto all’altro significa ritrovare se stessi. Rimaniamo persone senza volto, senza identità, se rifuggiamo i volti! Il nostro Dio è un NOI, non è solitario, ma una comunità di amore infinito nella quale lo scambio e l’accoglienza reciproca è la ricchezza più grande. Ciò che costituisce le persone divine è l’essere l’uno per l’altro, così ciò che costituisce la persona umana è la comunione. Nella edificazione reciproca la diversità si ricompone in unità e fa coesistere insieme diversità e appartenenza, distinzione e unità, sviluppo di ciascuna delle personalità e vita comune.  

La Vita Consacrata, che è segno di comunione nella Chiesa è, per eccellenza, ad immagine della Trinità. L’impronta di relazione, quindi, è dentro a tutta la realtà e alle radici stessa della Vita Religiosa.

Abitare le relazioni, pertanto, è costitutivo per ogni persona nonostante sia un compito impegnativo e rischioso; e lo è ancor più per chi è chiamato per vocazione a vivere relazioni fraterne nella vita consacrata. Ogni religioso sceglie, infatti, di fare della relazione/comunione il luogo della propria e altrui salvezza; sceglie di potenziare in e per Gesù Cristo, una dimensione tipicamente umana.

Un progetto audace soprattutto in un tempo di profonda crisi antropologica contrassegnata dalla “negazione del primato dell’essere umano”[4]. I consacrati sono chiamati ad essere veramente fedeli e creativi per non venir meno alla profezia della vita comune. La fraternità, infatti, è il primo e più credibile Vangelo che possiamo raccontare oggi. Siamo chiamati ad “una testimonianza di comunione fraterna che diventi attraente e luminosa. Che tutti possano ammirare come vi prendete cura gli uni degli altri, come vi incoraggiate mutualmente e come vi accompagnate”[5].

E’ credibile una fraternità in cui ognuno si fa spazio di dono per l’altro ricordando che abbiamo un debito reciproco, una gratitudine che ci tiene uniti e ci fa “abitare” nella vita dell’altro, non come creditori per diritto, ma debitori gli uni degli altri perché tutti fragili e bisognosi di un luogo dove dimorare. 

Tutto questo si realizza dentro ad una dinamica generativa che sa ospitare, dare vita, prendersi cura.

Ospitare è prendere presso di Sé, accogliere, contenere. E’ sinonimo di concepire, fare spazio a ciò che è altro da me. Per fare questo è necessario un reale decentramento da Sé, un cambiamento di logica che ci porta ad integrare l’espansione e la realizzazione delle proprie possibilità con l’autocontrazione che crea spazio di vita anche per altri. Alcuni Padri della chiesa utilizzano questa bellissima immagine: «Dio crea l’uomo come il mare crea la terra: ritirandosi». Così noi possiamo generare vita se sappiamo fare vuoto in noi per accogliere il diverso da noi. Si ospita l’altro così com’è e non come vorremmo che fosse, con le sue fragilità e i suoi doni.

Ospitare, pertanto, diventa capacità di considerare gli altri tenendo conto del loro punto di vista, delle loro sofferenze, dei loro bisogni, delle loro intenzionalità relazionali, capacità di contenere le loro critiche, i loro rifiuti, i loro comportamenti indesiderabili.

Questo non è a senso unico: io consento di venire al mondo e l’altro consente a me di generarmi sotto una nuova luce, di diventare ciò che non potevo sapere di essere. Io genero qualcuno o qualcosa che, a sua volta, mi genera come persona e in questa reciprocità ciascuno regala all’altro un pezzetto della sua verità. Per questo ogni relazione profonda è generativa, perché ci fa essere quello che altrimenti non saremmo stati.

Dare vita è sempre un’esperienza grande, ma dolorosa e impegnativa perché c’è un insopprimibile legame tra amore e dolore. In ogni parto c’è un travaglio, una strettoia da attraversare per poter venire al mondo. Senza dolore non trasmettiamo incarnazione, e questo si esprime sempre nel riconoscere e accettare la sofferenza come una dimensione strutturante la relazione. L’accettazione del soffrire è una dimensione che struttura i rapporti fraterni, perché li sottrae all’egoismo, ne verifica la libertà e li apre alla gratuità.

Ogni incontro vero modifica sempre coloro che lo vivono, e questa trasformazione ha sempre il suo costo. Finché la scelta del “tu” non comporta anche la disponibilità alla rinuncia e alla sofferenza per il suo bene, quel tu ci appartiene ancora poco. Per le cose grandi siamo capaci di grandi sofferenze e passioni.

Anche nelle relazioni, e perfino in quelle più belle, dobbiamo lasciare alla sofferenza il diritto di esistere. Scriveva Lewis[6]: Qualunque sia la cosa che vi è cara, il vs cuore prima o poi avrà a soffrire per causa sua, e magari anche a spezzarsi. Il motivo per cui soffro in una relazione mi rivela che cosa cerco in quella relazione; il motivo per cui soffro in comunità mi dice che cosa cerco, che cosa mi aspetto dalla comunità.

La fuga dalla sofferenza ha sempre come conseguenza un indebolimento dei legami. Le donne della Passione, ai piedi della croce, sono il segno di un amore che sfida la morte, che ha la forza di rimanere, di perseverare, in una situazione di dolore, solo in nome dell’amore e della pietà, solo per il fatto di aver legato la vita a quella di un altro. Non si resta fedeli alla fraternità per se stessa, ma perché dalla croce l’Amato ce l’ha lasciata come sua eredità; perché lì viviamo il testamento dell’Amato.

Prendersi cura. Non basta mettere al mondo pur con il dolore, dobbiamo prenderci cura per far crescere, far stare al mondo, sostenere quanto è fragile. Nella sua radice latina  “cura” contiene in sé una intera frase, un’azione che la qualifica: cor urat – scalda il cuore. Per scaldare bisogna toccare, stare vicino, abbracciare: è l’abolizione della distanza, è il farsi prossimo. Ma ha anche un altro significato da kau osservare (da qui saggezza). C’è un legame con lo sguardo ma anche con la sapienza: il conoscere non solo con la testa, ma con la totalità di sé. La cura riscalda e trasforma lo sguardo. Infatti, prima che una azione è una forma dello sguardo, un modello di relazione, è fonte di energia e novità. La cura ci consente una conversione del nostro sguardo oggi più che mai necessaria. Il nostro modo di guardare il mondo, le persone, le situazioni, le nostre dinamiche comunitarie hanno bisogno di essere guarite perché siano capaci di guardare senza violenza, senza possedere. La cura è uno stile di relazione. Non è un laccio anche se l’alterità pone sempre un limite all’io, ma una relazione che continuamente viene rimessa al mondo e trasformata in “casa” da abitare.

Il verbo abitare in questa logica generativa richiama il mistero eucaristico.  Il Vangelo di Giovanni dice: “E il Verbo si fece carne e pose la sua tenda in mezzo a noi”. Il primo agire di Dio è quello di passare non “accanto”, ma “dentro”. E’ quel Verbo che si farà pane. Per questo anche la dimensione del pane è una dimensione dell’abitare.

L’eucarestia, infatti, è una chiave di lettura dei rapporti interpersonali dove Cristo si fa modello, mai completamente compreso, del modo di rapportarci con gli altri e con Dio stesso. Anche le nostre relazioni seguono lo stesso cammino che Egli ha fatto: dono,  sacrificio,  risurrezione/comunione.

Nella logica eucaristica anche i nostri rapporti passano dalla fase iniziale in cui sembra più facile donarsi, capirsi, amarsi talmente l’altro è luminoso e attraente, ma percepito egoisticamente, ad un amore più realistico e maturo che attraversa la fase del disincanto, come lo chiamerebbe Bonhoeffer[7], dove l’altro inizia a deluderci e a non rispondere più alle nostre attese che si fanno molto spesso pretese. E’ la morte dei sogni e delle nostre aspettative, ed è qui che il dono si trasforma lentamente in un duro e amaro sacrificio. La forte tentazione è quella di evadere dalla relazione o di rassegnarci passivamente. L’altro è un limite oggettivo, ma “finché noi non lo sperimentiamo come peso, noi non lo conosciamo e non lo accogliamo come fratello[8]. La via che rifonda il rapporto con l’altro si intraprende quando siamo capaci di assumere in prima persona i nostri bisogni e rinunciamo a quello che dall’altro avremmo voluto e che lui non ha potuto o saputo dare; quando facciamo il passaggio dal considerarlo un peso a trasformarlo in dono, dalla pretesa dove tutto mi è dovuto, mi apro alla gratuità. E’ una trasformazione che mi fa integrare ideale e possibile: non siamo fratelli o sorelle, ma desideriamo esserlo. Ogni dono si declina in un impegno: i fratelli o le sorelle non si scelgono, ma si accolgono! E’ la fase in cui i rapporti fraterni risorgono, diventando comunione. L’altro diventa allora amico della nostra solitudine, fratello del nostro limite, compagno di una rinnovata crescita. E’ l’esperienza del Risorto che quando appare ai suoi rimane in mezzo a loro potando la sua pace.

E’ un costante sviluppo che attraversa ogni relazione che viviamo e che ripercorre la stessa dinamica Eucaristica: l’amore che si dona e che riceve, l’amore che muore quando emergono con più evidenza i limiti, la delusione, il peso, l’amore che risorge e che diventa comunione piena ed autentica.

Quando ci nutriamo dell’eucarestia, viene nutrita in noi la capacità di ospitare l’altro, di fecondare in vita ogni momento di morte che l’altro ci procura ferendoci o deludendoci e ci fa sperimentare le relazioni come il luogo privilegiato in cui avviene l’incontro con Dio stesso.              E l’uomo diventa ciò che lo abita!

 

 

[1] THOMAS MERTON, Nessun uomo è un’isola, Garzanti, Milano 1998.

[2] cfr. GIACCARDI C., Il pensiero del giorno, 11 dicembre 2016,

http://www.pensierodelgiorno.rai.it/dl/portaleRadio/media/ContentItem-56fe7851-8ca2-4704-882d-761e5ae2b9ac.html, consultazione del 24 aprile 2017.

[3] Gen 2,18

[4] FRANCESCO, Es. Ap. Evangelii gaudium, 24 novembre 2013, 55.

[5] FRANCESCO, Es. Ap., Evangelii gaudium, 24 novembre 2013, 99.

[6] LEWIS C.S., I quattro amori, Jacabook, Milano 1982, 152.

[7] Brutto A., Bonhoeffer e il disincanto. Lettura psicologico-spirituale di “Resistenza e resa”, Ancora, Milano 2006.

[8] Bonhoeffer D., Vita comune, Editrice Queriniana, Brescia 2003.