Abitare la parusia

+ P. Giancarlo Bregantini

Il consacrato vive, si muove, abita, semina e attende con la lucerna accesa e la cintura disciolta, in mezzo a ciò che è avvenuto e a ciò che sarà avverato, appena il Padrone di casa farà ritorno per le  nozze (cfr Lc 12,35). La realtà della consacrazione, oggi, è più che mai chiamata a confrontarsi con quella “nube oscura”, in cui l’uomo avanza verso il Dio che gli si fa incontro (Cfr Es 20,21). La realtà di tutti giorni, il reale quotidiano umile ma stringente, è proprio questa nube in cui siamo, passo dopo passo, ammessi a vedere Dio come in uno specchio (cfr 2Corinzi 3,18). Non solo per entrare ed abitarvi. Ma soprattutto perché successivamente, con chiarezza, si possa riflettere qualcosa di Lui sul mondo.

Perciò la sottolineatura è tutta concentrata nel vivere questo “a viso scoperto”. E’ l’immagine che più di tutte allude alla speranza salda, che affiora nell’intimo rapporto con Dio e porta alla consegna radicale della propria vita, a servizio del Vangelo. A viso scoperto è, infatti, la modalità gentile e stabile con cui fare ingresso, da consacrati, nell’indomita sete della storia. A viso scoperto, sì, come agnelli in mezzo ai lupi, come negli ambienti di mafia, senza paure, ma con la speranza di sedere accanto agli stessi lupi e prendere il largo assieme ad essi sul mare del dialogo, del confronto leale,  e schietto. Come per Francesco, a Gubbio! A viso scoperto poi perché invitati a scalare l’alto monte del “sì” a Dio, sui sentieri di san Giovanni della Croce, verso la luce che attira ed illumina anche il capitolo generale delle proprie inquietudini. Ecco, questo stile di viso scoperto è l’alba che prepara all’abitare, a questo dinamismo straordinario che spinge ad abbandonare l’io per Dio.

Abitare la passione per il Vangelo.

E’ ad opera del profumo di Cristo che ci impegniamo ad assumere atteggiamenti rispondenti alla gratuità di Dio, che ci ha investito di ardore apostolico, chiamandoci. Come per san Bonaventura, a ottocento anni dalla nascita, ponte tra mente e cuore, amore al creato e anelito al cielo, teologo e uomo di governo!

Non c’è più posto per una testimonianza tiepida! Non è più il tempo per le retoriche della ripetitività! In larga misura, invece, è richiesto a noi consacrati di far esplodere l’efficacia della passione del Vangelo. Altro non è, infatti, il consacrato che colui che si lascia trasportare dalle forze dello stupore, per scendere in campo con tutta la sua vita, rinnovata e trasfigurata, come vino nuovo in otri nuovi.

Lacordaire dava una spiegazione interessante del cristiano. Lo definiva come “un uomo a cui Gesù Cristo aveva affidato altri uomini”. Semplicemente questo!  A volte, invece, pensiamo che la missione debba per forza portare a compiere cose eroiche, atti e opere colossali. Ma la via di Dio richiede solo tanta semplicità di cuore. Unico spazio perché Dio si riveli per com’è! Senza questa base, non ci può essere relazione autentica, adorante e liberante con Dio, prima ancora che con il suo popolo. Chi crede, avverte e comprende sempre più che è proprio alla cura delle sue mani che è stato affidato il mondo! Solo per mezzo della carità sarà possibile allora accompagnare altri uomini a credere, o quantomeno a cercare l’amore di Dio.

Semplicità è la parola orientatrice della passione necessaria per annunciare la fede in Cristo Risorto, per incarnare la potenza del Kerigma! Non perché ci sentiamo privilegiati, noi crediamo, ma siamo credenti perché ci sentiamo semplicemente amati. Senza alcun merito. Gratuitamente. E’ questo che ci fa ardere il cuore in petto, come i discepoli di Emmaus. E fare memoria dell’essere amati è dissetarci alla fonte limpida della fede in Cristo Risorto. In altre parole: è perché Dio mi sceglie che io lo scelgo, per imparare a camminare con Lui nella salvezza. Paolo l’aveva ben compreso, nel narrare l’intimo della sua missione: Mi sforzo di correre, per conquistarlo, perché anch’io sono stato conquistato da Cristo Gesù (Fil 3,12)! E’ lui che opera ogni giorno con noi, pur se fragili, per la nostra gioia e la nostra pace più inviolabile. Il lieto annunzio è tutto concentrato nel mostrarci al mondo come creature veramente amate. Il resto è solo consequenziale. Ed è importante, molto importante fare ritorno a questa essenzialità disarmante, esauriente. In tale contesto, la vita del consacrato parlerà più di mille parole e infiniti sermoni, perché sarà rivolta verso il sole della Verità, che sa come raggiungere e attirare a sé altri, tramite l’assenso di chi la contempla. In essa, ciascuno si vede per quel che realmente è, amato così com’è, guarito e trasformato in tutto quel che è. La vita del consacrato è condotta da questa certezza e perciò la passione risulta irrinunciabile!  E l’abitare ne è immediata spontanea conseguenza! E’ Nazaret! E’ l’anelito di Charles De Foucault, in pieno deserto adorando in pura perdita: Essere come loro!

Certo, non mancheranno le prove, specie di fronte alla salita più irta e spinosa, dove paura, stanchezza e solitudine ci affiancano. Nella memoria di san Gaspare Bertoni, mio fondatore: inizia nel 1816 in quattro; muore nel 1853 in otto! Perciò, ci troviamo anche noi a vacillare, come Pietro, che sta affondando nel mare in tempesta. E grida: Maestro salvami! (Mt 14, 30).

Perché allora non fare nostra e ritrovarci tutti in questa preghiera di Romano Guardini:

Signore, altro è dire nelle ore buone:
” Sono pronto a tutto quel che Dio vorrà”,
altro è l’esser pronti davvero
quando vien la croce.

Allora, spesso, il cuore è fiacco
e timoroso, e i buoni propositi
se ne vanno in fumo.

Aiutami dunque a star saldo,
quando sarà necessario.
Forse la croce è già qui,
o molto vicina.

In qualsiasi momento venga,
voglio esser pronto.
fammi forte e generoso,
che io non mi lamenti
e non indietreggi
dinanzi all’inevitabile.

Voglio fissarvi coraggiosamente
lo sguardo e riconoscere in esso
la volontà del Padre.
Dammi la ferma fiducia
che anche questa sofferenza
servirà per il mio bene,
e dammi la forza
perché l’accolga risoluto.

Raggiunto questo,
il più amaro sarà superato.
Amen.

                                                                                                                      Abitare le sfide

L’aspetto preponderante della vita consacrata è di certo, specie oggi,  quello che ha che fare con le sfide del nostro tempo. Il papa Francesco, proprio per questo, usa poco il termine problemi!  Usa invece la parola sfide, come ben sa dirci al numero 109 della sua Evangelii gaudium:  Le sfide esistono per essere superate, senza perdere l’allegria, l’audacia, la dedizione piena di speranza!

Il mondo, lo sappiamo, si aspetta da noi quel che altre realtà non possono dimostrare o attestare. Perché è impossibile che certe porte si aprano dall’esterno. Il mondo infatti attende che sia il consacrato, proprio lui, a spalancare su esso le leggi del cielo. Per elencare qualcuna: la misericordia, la prossimità, la gratuità, la non-violenza, la credibilità…

Da dove prende le forze spirituali e morali necessarie il consacrato, quando là, fuori di lui, tutto incita alla vendetta, all’odio, all’indifferenza, al potere assoluto sugli altri, a consumare tutto e subito a discapito degli altri? Il consacrato concretamente dà forma a ciò che crede già dentro di . E si sforza di darla al suo esterno. Senza ambiguità, senza finzioni. E’ in questo il suo vero e più grande eroismo quotidiano.

Rimanere in piedi quando il mondo deride i deboli, quando schiaccia i più fragili, quando scarta gli umili, perché egli ha come compagne del suo cammino terreno la bontà e la fedeltà del Signore e per questo può abitare la Sua casa (cfr Sal 23,6). La mitezza è la sua vera arma. Efficace e invincibile. San Bernardo di Chiaravalle consigliava a riguardo queste tre cose: “Scrutare tutto, sopportare molto, correggere una cosa alla volta”. L’intenzione fondamentale è cioè rimanere quando tutti scappano. Rimanere nella polvere in mezzo a coloro che il mondo considera e addita come sconfitti, rinunciando a salire sul carro dei vincitori. Perché lui ha nel suo cuore forti motivazioni, che lo radicano nel “sì a Dio” come “sì all’uomo”!

Il consacrato abita le sfide, lottando per la libertà per tutti, rifiutando invece tutto ciò che grida:  “libertà contro tutti!”, fino a paralizzare il presente con raggiri contrari  alla dignità della persona. E’ un itinerario mistico, che lo impariamo, tutti i giorni, nella vita comunitaria. Morendo per l’altro! Dopo tutto, l’attualizzazione del Vangelo è questo porre l’accento sulle cose che non passano, che non si lasciano manipolare dagli umori famelici di un mondo sempre scontento e senza punti fermi. A Firenze, nella sintesi finale della Via dedicata all’Abitare, si è detto con chiarezza che “abitare significa lasciare spazio all’altro. Dare cioè le chiavi del presente ai giovani, per superare così quell’ingiustizia che gli adulti stanno commettendo contro i giovani, lasciandoli fuori dal mondo del lavoro!”.

Abitare il mondo con le sue sfide è quindi vivere già da ora il tempo di Dio, assumendo e puntando sull’intima connessione tra teologia e antropologia, come sempre ci ricorderà perennemente il n. 22 della Gaudium et Spes:  Cristo, nuovo Adamo, svela anche pienamente l’uomo all’uomo e gli fa nota la sua altissima vocazione. Nessuna meraviglia, quindi, che tutte le verità su esposte, in Lui trovino la loro sorgente e tocchino il loro vertice!

Solo questo ci aiuterà a mettere a fuoco il Suo gran disegno di redenzione, in stile sinodale, fondato sul fatto che Dio è ancora e sempre più grande di tutto (cfr 1 Gv 3,20). I consacrati siano perciò sempre attenti alla voce dello Spirito, come sentinelle all’aurora (Sal 130,6), certi che in mezzo a loro c’è il Salvatore potente (cfr Sof 3, 17), che si rallegra di coloro che, in unione con Lui, portano in salvo le pecore smarrite. Solo in Cristo possiamo comprendere il mistero dell’uomo e in relazione a questo ribadiamo l’inno di un mistico dei nostri tempi, Frére Roger:

Seguire il Cristo con cuore deciso,
non è accendere un fuoco d’artificio che lampeggia e poi si spegne.

È entrare, poi rimanere, in un cammino di fiducia
che può durare tutta la vita.

La gioia del Vangelo,lo spirito della lode,
supporrà sempre una decisione interiore.

Osare cantare il Cristo fino alla gioia serena…

Non una gioia qualsiasi,
ma quella che proviene direttamente dalle sorgenti del Vangelo.

 

Abitare la notte

Il sentire di noi cristiani, sappiamo, va sempre oltre le apparenze, le superfici. E’ questione di sguardo, di occhi che non si lasciano abbagliare, ma ben volentieri si lasciano attrarre da ciò che li può illuminare, schiarire nella vista interiore ed esteriore. Anche perché, diciamocelo: non possiamo più rischiare di presentarci ancora simili al sacerdote o al levita della parabola del buon Samaritano (Lc 10,25-37)! Uno sguardo dato con amore, come quello del buon Samaritano, quante cose può scolpire in chi lo riceve!

Quanti segreti di Gesù contengono gli occhi di Maria A cominciare da Cana, dove Lei abitò per prima la vergogna di quegli sposi: Non hanno più vino! Oggi, ci insegna come Chiesa ad abitare il vuoto esistenziale delle nostre case, dove non c’è più amore. O nel cuore dei nostri ragazzi, quando manca il lavoro. Oggi, lei direbbe a Gesù: Non hanno più pane!

Se poi pensiamo ai contadini, subito comprendiamo che gli occhi più belli sono quelli che intravedono, perché sono occhi che abitano la speranza, ma la abitano quando è ancora notte. Notte per il seme che muore sotto terra. Notte nei giorni amari ma salutari della potatura nei mesi freddi. Notte per chi attende con pazienza il raccolto dei frutti. Abitare la notte è tornare al silenzio come spazio di nudità del cuore, dove non temiamo di essere come siamo. Dove ci chiediamo, in tutta sincerità, se l’indifferenza così dilagante nel mondo nei confronti di Dio non sia un po’ dovuta anche al fatto che spesso ci presentiamo appesantiti da troppe comodità che ci fanno smarrire per strada il tesoro prezioso della credibilità. Per questo, oggi chi ci insegna a capire e vivere la povertà, a sentirne la misura veritiera, a provarne i morsi della fame sono proprio i tanti precari! La precarietà sociale è allora il nome nuovo della povertà!

Io penso che sia salutare per ogni consacrato non smettere mai di chiedersi cosa davvero cerca nella vita. Chiedersi instancabilmente, fino alla consumazione, se il proprio esempio di vita sta rendendo presente e operante la grazia di Dio nel cuore della nostra gente. Se veramente il Vangelo ci ha cambiati, intensamente e visibilmente. Se continua ad elevarci la voce di Gesù che ci dice: “Imparate da me!” (Mt. 11, 29). Cosa abito? Quale regno di dominio mi abita dentro? A cosa anelo: a ciò che vuole Dio (cfr Gv 4,34) oppure a ciò che sceglie per me il mondo? Di cosa mi prendo cura? Della mia immagine e dei miei successi? O delle anime, verso cui andare con zelo e passione?

Abitare la notte dei perché è alla fine l’impresa più ardua per ogni consacrato. Perché attorno alla scelta di appartenere a Gesù, di seguirlo e servirlo in preghiera e opere, si raggruma la verità su noi stessi: “Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito” (Mt 19,27). Quella verità che non possiamo camuffare o omettere. E’ facile a volte cadere nella tentazione che bere alla coppa del mondo sia come bere al calice di Cristo, quando prendiamo alla leggera o viviamo ad intermittenza il comandamento grande che Egli ci ha lasciato: l’amare fino alla fine. Come per Kolbe! Abitare è allora entrare in comunione con tutto ciò che di prezioso la fede può sussurrarci, nel cuore della notte, del nostro innamoramento con Dio. Solo così faremo dimora presso di Lui (Gv 14,23). Questo è in sintesi, l’abitare del Consacrato: fare dimora presso Gesù, come per Giovanni e Andrea, alle quattro del pomeriggio (Gv 1,38)! E sentiremo la Sua tenerezza fino a non poterne fare più a meno, come raccontava Savonarola in questo sonetto:

Tutto sei dolce, o Dio, Signore eterno,

Lume, conforto e vita del mio cuore:

Quanto più mi accosto a Te, allora più discerno.

Con Te tutto è gioia,  senza te tutto è dolore.

Se tu non fossi, anche il cielo sarebbe inferno.

Quel che non vive con Te, presto muore.

Tu sei quel vero e sommo bene perfetto,

Senza il quale torna in pianto ogni diletto.

Ci faremo casa per l’altro, proprio perché abbiamo fatto casa, nel cuore nostro, alla stessa Trinità! Capaci allora di abitare anche la casa di Zaccheo, in una tenerezza attrattiva trasformante. Non ci faranno paure le sfide; anzi, pur nella notte della potatura, saranno spazio di gemito d’amore!