Facebook e l’incomprensione globale

I rischi dell’eccessiva condivisione sui social network

di Cristian Martini Grimaldi

Il fondatore di Facebook Mark Zuckerberg ha dichiarato di voler cambiare la missione del social network più conosciuto al mondo. È infatti con un’intervista alla Cnn che il fondatore del social per antonomasia ha dichiarato di «voler dare alla gente il potere di costruire una comunità», aggiungendo che la missione di «connettere le persone semplicemente non basta più».

Tra l’altro sono passati solo pochi mesi — era febbraio — da quando Zuckerberg, nel corso di una cerimonia in cui aveva ricevuto un premio per lo spirito imprenditoriale dall’editore tedesco Axel Springer, aveva ribadito che la missione di Facebook era proprio quella di riuscire a dare a tutti il potere di condividere le cose che ci interessano, quello che stiamo pensando, quello che stiamo vivendo quotidianamente. Aggiungendo anche che, se tutti hanno il potere di condividere queste cose, il mondo sarebbe risultato più comprensibile. E invece sono state proprio le bulimie di condivisione dei “clienti” di Facebook ad alimentare una gigantesca incomprensione globale, quella delle notizie false create ad hoc per i pesci della rete, e che ha causato non pochi guai allo stesso social. Negli ultimi mesi, infatti, è stato accusato di non aver impedito la diffusione dei fake attraverso la sua piattaforma, arrivando a influenzare, secondo alcuni esperti, addirittura le ultime elezioni americane. Solo qualche settimana fa un articolo del «Guardian» rivelava che a gennaio scorso Facebook aveva dovuto disattivare più di 14.000 account correlati ad abusi sessuali — ovvero a utenti che condividevano materiale illegale — e 33 dei casi esaminati coinvolgevano dei bambini. Ma, dal momento che l’azienda si affida agli utenti per segnalare i contenuti abusivi, questo significa che la vera scala del problema è in realtà molto ma molto più grande.

Ecco dunque che nei quartieri alti di Palo Alto in California (ovvero dove sorge la sede centrale di Facebook) avranno cominciato a riflettere sul fatto che forse la parola “condivisione” non “fa del bene” a prescindere dal fatto che le venissero attribuiti poteri miracolosi. Il mondo, avranno realizzato i tanti manager di Facebook che saranno pure degli eterni ottimisti circa i poteri taumaturgici della rete ma non sono sicuramente degli sciocchi, è molto più complesso di un click che può essere accidentalmente attivato sulla tastiera o, come hanno denunciato sarcasticamente alcuni utenti, anche dal proprio gatto o cane che si accovaccia dove non dovrebbe.

Ecco dunque che un passo avanti è stato fatto per aiutare a mantenere Facebook sicuro da quelli che vengono definiti i bad actors e che ora gli amministratori dei gruppi Facebook potranno rimuovere con un solo passaggio, inclusi tutti i loro post, commenti o altre persone a loro volta invitate a quei gruppi. L’azienda già qualche mese fa aveva assunto tremila nuove persone solo per tenere sotto controllo gli infiniti contenuti che vengono caricati ogni giorno sulla piattaforma. Ma, sempre da un’inchiesta del «Guardian», ahimé, ne era emerso che la decisione di rimuovere o non rimuovere determinati contenuti continuava a essere a dir poco controversa.

Secondo quanto rivelato dal giornale inglese, infatti, un atto di autolesionismo sparato in diretta a milioni di potenziali utenti che hanno la “fortuna” di trovarsi sul social proprio in quel momento, non rappresenta un contenuto soggetto a rimozione. Così come accostare la parola “sparare” al presidente degli Stati Uniti rappresenta un contenuto più sensibile rispetto alla minaccia di un fruitore di Facebook qualunque di voler “strozzare” lì per lì la propria ragazza, in quanto il presidente americano è ritenuto una categoria protetta mentre una minaccia, tra le tante, lanciata in rete per quanto circostanziata «non può essere ritenuta attendibile».

Insomma se ci dovessimo pronunciare davvero sulla ridefinizione della nuova missione di Facebook, ovvero «costruire una comunità», ci viene in mente solo il generale de Gaulle quando, racconta l’ormai arcinota leggenda, avrebbe risposto a chi gli urlava di «mettere a morte i cretini»: «Vasto programma!». Ma in realtà a chiarire tutti i nostri dubbi su una possibile evoluzione buona dei social, ci aveva pensato già qualche mese fa un altro imprenditore della rete, l’ex amministratore delegato di Twitter, Evan Williams. In quello che allora i giornali definirono come uno sfogo al «The New York Times», Williams disse senza giri di parole: internet è rotto. Non solo, ma aggiunse che ne era convinto da anni.

E ancora: «Le cose continuano a peggiorare». Spiegava Williams, «un tempo pensavo che, se avessimo dato a tutti la possibilità di esprimersi liberamente e scambiarsi idee e informazioni, il mondo sarebbe diventato automaticamente un posto migliore. Mi sbagliavo».

Il punto, come chiariva l’imprenditore nell’intervista, è che internet «premia gli estremi. Se vedi un incidente mentre stai guidando, ovviamente lo osservi: e tutti, intorno a te, lo fanno. Internet interpreta un comportamento simile come il fatto che tutti vogliano vedere incidenti: e fa in modo che gli vengano forniti». In poche parole, secondo Williams, la leggenda che internet possa migliorare il mondo semplicemente condividendo contenuti è una grande sciocchezza. E ora, a questa conclusione — da molti già avanzata e da molti altri ancora negata — c’è arrivato perfino Zuckerberg. (Oss.Rom.)