Annunciare l’Evangelo oggi

Tra nostalgie di cristianità e riduzioni
del cristianesimo a religione civile

Enzo Bianchi

 

Quale rapporto tra chiesa e società

Desidero tratteggiare anzitutto quale rapporto può esservi tra chiesa e società civile, un tema sul quale spesso ho riflettuto, come nel mio libro recentemente uscito presso Einaudi “La differenza cristiana”, che presenta delle riflessioni sulla laicità come spazio etico in cui le religioni possono essere capite e rispettate, come spazio per costruire un mondo plurale, un mondo che ha cura della differenza e dell’alterità per una convivenza di qualità.
Per lungo tempo i cristiani non hanno saputo trarre tutte le conseguenze dall’affermazione radicalmente innovativa di Gesù sui rapporti tra religione e società, di dare a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio.
Nei primi tre secoli i cristiani riconoscono la legittimità dell’impero romano e sono leali cittadini, anche se la loro visione antiidolatrica li faceva percepire con diffidenza. Al rifiuto di far parte degli eserciti imperiali, dell’amministrazione civile si univa un atteggiamento critico rispetto ai costumi pagani. I cristiani per un verso hanno una visione positiva della società, una simpatia con la storia degli uomini, per un altro verso restano stranieri in ogni patria perché la loro patria è il cielo. Vivono come gli altri uomini, ma mettono in comune i beni, non espongono i figli, non condividono i talami, come recita la lettera a Diogneto. Ecco la differenza cristiana, che risulta dall’essere una minoranza, ma una minoranza che si può cogliere e leggere in un comportamento diverso rispetto a quello dei pagani.
Dal quarto secolo c’è il lungo periodo del compromesso tra chiesa e potere politico sia in Occidente che in Oriente. In Occidente la chiesa giunge sino ad assumere un potere temporale (non solo non si dà a Cesare quello che è di Cesare, ma si darà a Dio quello che è di Cesare), mentre in Oriente, specularmente, si renderà suddita di ogni potere politico sino ai nostri giorni.
La separazione o distinzione degli ambiti emergerà faticosamente e si affermerà nel corso del 900 con la rinuncia da parte della chiesa alla propria egemonia normativa e da parte degli stati al porsi in alternativa alla chiesa. Con la formula “libera chiesa in libero stato” si riscopre la laicità dello stato e la pluralità di appartenenze ideologiche e religiose nella società. È una laicità, a lungo avversata, che oggi viene addirittura definita una risorsa da parte dei cristiani, consapevoli che è la dimensione che più manca alle altre religioni emergenti come l’islam.
La separazione tra stato e chiesa va di pari passo alla presenza dei cristiani in politica, nella vita sociale, nella lotta per la libertà, i diritti dell’uomo e la pace.
Nell’odierna epoca della globalizzazione il rapporto tra chiesa e società civile è caratterizzato anzitutto dalla condizione di minoranza dei cristiani, di fronte alla gran massa di indifferenti e di agnostici e dalla fuoriuscita dal sistema di cristianità.
Inoltre altro dato sempre più significativo risulta dall’affermarsi del pluralismo di fedi e di culture che caratterizza le nostre città e paesi.
Ma ancor più si sta affermando un pluralismo di etiche e di morali. Il vero conflitto in atto oggi in Italia è tra etiche e morali. L’etica si è frantumata. Il vero conflitto non è tra laici e cattolici, ma tra alcuni laici che professano etiche libertarie e alcuni cattolici che professano una morale tendenzialmente fondamentalista, contraria ad altre presenze e a altre voci morali nella società. Lo stato sarà chiamato a legiferare su alcuni temi che dipendono da morali diverse, attualmente in atteggiamento belligerante. Quei pochi che chiedono il confronto sono ignorati o considerati traditori.
In un contesto di pluralismo religioso ed etico come custodire l’identità cristiana, come approfondirla nel confronto con gli altri, senza cadere in atteggiamenti fondamentalistici o relativistici? Le identità sono sempre un incontro tra diversità e non qualcosa di fisso e di immutabile. La nostra storia di cristiani testimonia questa mescolanza: da ebrei, a elleni, a barbari…
Di fronte alla situazione di minoranza i cristiani possono essere tentati di identificarsi con l’Occidente, di declinare la religione come religione civile, una religione utile alla società frammentata e smarrita. Ma la maggiore presenza conquistata così si accompagnerebbe all’impossibilità di pronunciare parole profetiche, di annunciare la buona notizia, con un depotenziamento della dimensione escatologica, dell’essere incamminati verso la città futura. Certamente, nell’epoca della edificazione della polis che accomuna il cristiano ad altri uomini, i cristiani non hanno ricette, il vangelo non dà formule magiche di soluzione dei problemi. Ognuno è chiamato ad assumersi le proprie responsabilità e propri rischi. Qui si situa la responsabilità storica del cristiano e la sua obbedienza creativa al vangelo. Il cristiano può vivere la propria fede solo immergendosi nella storia e nelle sue opacità.
Alla chiesa è chiesto di stare nel mondo senza pregiudizi, senza logiche di inimicizia. “Voi invece non così… il più grande fra di voi diventi come il più piccolo”, ha detto Gesù alla vigilia della sua passione. La comunità cristiana è chiamata non a contrapporsi al mondo in inimicizia, ma a vivere la differenza nella qualità delle relazioni, diventando una comunità alternativa, come hanno recentemente ricordato sia il cardinal Martini che il cardinal Ratzinger. In una società umana connotata da relazioni fragili, conflittuali e di tipo consumistico la comunità dei credenti, plasmata sul vangelo, è chiamata ad esprimere la possibilità di relazioni gratuite, cementate nella mutua accettazione, nel perdono reciproco, nella condivisione.
In questa capacità di costruzione di una comunità, con strutture di governo ispirate a corresponsabilità e alla logica del servizio, sta il contributo che il cristianesimo può arrecare alla società civile nella prospettiva dell’edificazione di una città per l’uomo.
La differenza cristiana deve poi esprimersi soprattutto con l’attenzione agli ultimi della storia, ai poveri. Per noi cristiani, gli ultimi, i poveri sono anche sacramento dei peccati del mondo e nell’atteggiamento verso di essi possiamo misurare la fedeltà al nostro Signore e sempre nell’attenzione ai poveri e nell’impegno per la giustizia c’è la proclamazione di un vangelo che appare invito all’umanizzazione e che in questo senso può riguardare tutti, con l’indicazione di forme e modalità di comunicazione che siano umane, tendenti al rispetto dell’altro, del suo pensiero, della diversità. Il proprio della comunità cristiana nelle attuali contingenze consiste in un lavoro di profondità e di lungo periodo, che getti le basi per una convivenza possibile e praticabile, che dia senso, che apra al futuro e che, suscitando attese e progettualità, renda vivibile l’oggi.
La differenza cristiana diventa così presenza profetica della chiesa con ricadute sulla compagine sociale. Ma se dimentica la propria qualità di eco della parola di Dio, se pretende di dare indicazioni tecniche sul piano economico o di suggerire formule sul piano politico, rischierà di introdurre germi di contrapposizione e divisione nella stessa comunità cristiana.
Oggi purtroppo sono venuti a mancare i laici cattolici, che o sono assenti o tacciono, mentre la gerarchia sovente è tentata di impegnarsi direttamente in politica, generando all’interno della comunità cristiana profonde divisioni, e divenendo così poco rispettosa della pluralità dei carismi. Chi ha una rappresentatività di tutti i cristiani non dovrebbe mai sforare da quello spazio preeconomico e prepolitico in cui è possibile l’ispirazione cristiana, è possibile la profezia, ma fuori dal quale si dà origine semplicemente a forme di integralismo e di fondamentalismo.
Viviamo un tempo che potrebbe essere molto favorevole alla collaborazione tra cristiani e istituzioni politiche e sociali, una collaborazione senza asservimenti né abdicazioni, in una società né confessionale né laicista.
La disponibilità ad una positiva collaborazione con le autorità politiche e con tutti gli altri si unisce per il cristiano al dovere di obbedire a Dio piuttosto che agli uomini, senza compromettersi con ciò che può depauperare l’uomo e vanificare il vangelo, cercando sinceramente il bene comune o, almeno, il male minore.

Fede e problemi dell’etica

Vorrei ora mettere a fuoco anzitutto il problema della fede così come si configura oggi nella nostra società e successivamente il problema dell’etica, a cui ho già accennato ma che vale la pena di approfondire.

La trasmissione della fede oggi

Le nuove generazioni sono chiamate dai sociologi “generazioni in rottura di tradizione”: la tradizione, tra i cui valori c’è anche la fede, sembra non più trasmissibile. Nello stesso tempo tra i credenti sembra affermarsi il divorzio tra fede e spiritualità, tra devozione e morale. Questo divorzio riguarda anzitutto coloro che si proclamano cristiani impegnati. In questa stagione segnata non dal ritorno di Dio ma dal ritorno del sacro, la spiritualità si separa dalla morale, dal comportamento quotidiano e si separa dalla radice cristiana.
L’uomo oggi si definisce a partire dal suo essere personale, non più dall’essere eternamente presente in un universo immutabile, con un mutamento del rapporto tra credente, fede, spiritualità e istituzioni religiose. Nel contesto di pluralismo religioso e di crisi delle istituzioni il credente è tentato di vedere nella chiesa una riserva di credenze o di servizi religiosi cui ricorrere sulla base di scelte individuali. Non è più la religione che propone una fede o una morale, ma è il singolo a chiedere alla religione quello di cui ha bisogno. I credenti sono meno praticanti, trionfa un individualismo religioso che però non significa abbandono del sentimento di appartenenza a una religione (in Italia vanno all’eucaristia domenicale il 25-30% della popolazione, ma il 50% si dice cattolico e l’80% fa frequentare l’insegnamento religioso a scuola).
Qualcuno ritiene che ciò stia ad indicare la permanenza di un tessuto cattolico in Italia, in verità credo che si sia di fronte ad un individualismo religioso, in cui permane il senso di appartenenza al cattolicesimo, ma in cui c’è un divorzio tra ciò che la chiesa o la fede chiedono e quello che si pratica.
Il fenomeno della religione è scisso in molte dimensioni. È possibile l’ammirazione e la commozione per i simboli religiosi (persone carismatiche o grandi eventi), senza che questo faccia apparire una differenza cristiana, un vivere cristianamente la vita quotidiana. Qualcuno ha detto che Giovanni Paolo II era applaudito come cantante, ma che le sue canzoni non erano ascoltate.
Per i credenti che hanno una fede popolare e per i militanti la fede è vissuta come essenzialmente personale, finalizzata allo star meglio, all’armonia con se stessi, alla guarigione. Nelle case di spiritualità si organizzano corsi, autorizzati dalle pastorali diocesane ordinarie, volti a perseguire questi obiettivi (“come guarire dalla perdita di una persona cara”, “come ricuperare un rapporto positivo con il proprio corpo”…). I libri più venduti nelle librerie cattoliche trattano questi argomenti (“come essere in armonia con se stessi”, “non farti del male”…)Sono ormai molti i cristiani che intendono il cristianesimo come la religione della cura di sé, della guarigione, e che mentre hanno una scarsa vita parrocchiale non perdono nessuno dei grandi eventi. Pochi avvertono il carattere narcisistico di questa deriva, lo scollamento tra fede e spiritualità. Il cristianesimo è asservito al benessere dell’anima del singolo. Tutti sono disposti alla ricerca dello spirituale, meno a dirsi dei credenti quotidiani in Gesù Cristo.
Questo individualismo imperante, questa riduzione individuale del fatto religioso fa sì che non si arrivi né ad una comunità, né ad una vita di fede. Solo dove c’è un orizzonte comunitario è possibile colmare le distanze tra fede e spiritualità. Ciò che fa difetto è proprio la comunità cristiana. Se non c’è un orizzonte comune, un sentirsi comunità-corpo del Signore, l’individualismo più esasperato trionfa.
Se la preghiera aiuta a star bene fisicamente, non c’è più bisogno di Gesù Cristo e ognuno è invogliato al bricolage religioso. Basta la religione.
Queste sono le serie patologie presenti nella comunità cristiana. Ciò di cui ha bisogno il popolo cristiano è di un ascolto della parola e di una vera e propria conoscenza del Vangelo di Gesù Cristo. Per aver una comunità che evangelizza, che trasmetta la fede, occorre avere una comunità evangelizzata. L’evangelizzazione degli altri presuppone la nostra evangelizzazione, altrimenti si fa solo propaganda.

Il problema dell’etica

La crisi morale dell’Occidente si è trasformata in una dissoluzione di valori. Ma la crisi delle etiche messianiche laiche si affianca all’emergenza di etiche connesse ad una confessione di fede che pretende universalità. Sembra impossibile elaborare valori fondamentali comuni e trovare risposte comuni agli interrogativi suscitati dalle nuove frontiere della ricerca scientifica. Nella nostra società democratica, plurale, complessa si fa un’enorme fatica a trovare una unità della convivenza sociale, principi comuni, con il conseguente rischio del relativismo, dell’indifferenza.
Sorge la domanda di un’etica comunitaria, un’etica che sia condivisibile da donne e uomini di oggi, nel pluralismo di fedi e culture.
Si è avviato in tutta Europa un dibattito sulla possibilità di elaborare un’etica comune e se siano possibili etiche laiche. Ma appena si inizia a discutere emergono rigidi schieramenti confessionali.
Ci sono cristiani che assolutizzano le proprie convinzioni derivate dal loro patrimonio di fede, dimenticando che secondo la tradizione cristiana il valore dell’esistenza umana risiede nella relazione con la vita degli altri uomini. La vita è relazione. Il primo principio etico è l’alterità, la relazione con il mio prossimo, la relazione con tutti gli umani, la relazione con gli ultimi. Questa è un’etica cristiana nell’ispirazione e umanizzante e comprensibile per gli altri uomini.
Oggi noi cristiani facciamo il grosso errore di affermare che non esiste un’etica non cristiana. Non è vero che “se Dio non esiste, tutto è permesso”. È vergognoso che si neghi agli altri la capacità dell’etica. Per il cristianesimo Dio creò ogni uomo a propria immagine e somiglianza, e pertanto ogni uomo è capace di bene, del discernimento, di distinguere tra bene e male, ogni uomo è capace di darsi un’etica anche se non riconosce Dio. Chiunque di noi ha incontrato uomini non cristiani con grande onestà e giustizia e ha incontrato uomini cristiani che giustizia non avevano. I cristiani dovrebbero portare il contributo della propria etica, senza la volontà di prevalere ad ogni costo, con un atteggiamento rispettoso e non demonizzante dell’altro.
Quando noi cristiani parliamo con altri uomini non cristiani non siamo autorizzati a parlare il linguaggio della fede, pena l’incomprensione e l’accusa di fondamentalismo e integralismo. Dobbiamo invece presentare i valori cristiani con un linguaggio antropologico, mostrare che difendiamo e promuoviamo certi valori per l’umanizzazione.
Io non vado a difendere la vita dicendo che Dio mi dice che nel momento del concepimento lui mi ha conosciuto e mi ha eletto. Questo lo dico nella chiesa, nello spazio cristiano. Ma se devo andare a difendere la vita in Parlamento o nelle istituzioni devo mostrare antropologicamente umanamente che quella è vita, che è la dignità della persona, dell’uomo che deve essere salvaguardata. Non dirò mai che ciò è peccato, linguaggio interno alla chiesa, non potrò mai dirlo nelle istituzioni politiche.
Nell’agorà, nel confronto con gli altri devo attenermi unicamente a ciò che è umanizzante, rispettoso della dignità dell’uomo.
Abbiamo la capacità nella battaglie sui temi della vita e della bioetica di non essere dogmatici, di fare un discorso umano che mostri che vogliamo l’umanizzazione? Solo così potremmo entrare in sintonia con chi vuole l’umanizzazione. Con gli altri ci sarà il confronto e sempre nel rispetto del metodo democratico, che può comportare che le nostre ispirazioni cristiane non diventino leggi dello stato.
Oggi scontri e intolleranze in Italia non si manifestano tanto sul tema di Dio, quanto su quello dell’etica. L’anticlericalismo che sembra rinascere rinvia ad un nuovo clericalismo.
Etica e fede nel cristianesimo sono profondamente connessi. La fede non è solo un problema intellettuale, ma implica un comportamento, una differenza. Questa fede deve essere trasmessa alle generazioni future con un impegno comunitario e questa etica perché diventi lievito nella pasta deve sapersi declinare in termini antropologici.
Se ad esempio diciamo che Gesù è risorto perché figlio di Dio, difficilmente favoriremo la dilatazione del messaggio cristiano. Se diciamo che Gesù, uomo in tutto come noi, ha fatto una vita da figlio di Dio, si è sempre conformato alla volontà del Padre, che la sua vita è stata amore e che l’amore non può essere vinto dalla morte e per questo il Padre lo ha risuscitato, forse anche gli altri potranno credere. Certo la fede rimane un dono, ma anche gli altri potranno capire ciò che significa affermare che è risorto. Dobbiamo saper dire le ragioni umane per cui vale la pena credere.

Dibattito

I limiti della democrazia

In una società plurale non solo sul piano delle religioni, ma anche su quello delle etiche allo stato è richiesto di legiferare su molte questioni. In Spagna recentemente sul piano legale si sono messe sullo stesso piano tutte le unioni, da quelle matrimoniali, alle unioni di fatto, alle unioni tra persone omosessuali. Anche in Italia ci sono gruppi di persone che chiedono questa equiparazione. E qualche gruppo può chiedere anche la reintroduzione della pena di morte.
La chiesa cattolica ha anzitutto un discorso da fare ai credenti, quello di non equiparare il matrimonio, sacramento che richiede una fedeltà per tutta la vita.
Alla società la chiesa deve fare un discorso antropologico, in termini di umanizzazione, affermando che la famiglia è umanizzante, che per un figlio ai fini della crescita è importante avere una madre e un padre precisi, che molte sono le ferite derivanti dalla mancanza di un genitore. La famiglia è una struttura che aumenta la qualità della vita, una struttura che va salvaguardata per il bene di tutti, in vista di una successione feconda delle generazioni.
Dette queste cose, rimane solo il gioco democratico, con tutti i suoi limiti. Nel gioco democratico può benissimo essere approvata una legge come quella spagnola, oppure come quella di altri paesi europei in cui le unioni di fatto o quelle tra persone omosessuali non sono messe sullo stesso piano del matrimonio, ma sono regolamentate, assicurando ad esempio la possibilità dell’eredità, la possibilità di fare loro le veci in caso di difficoltà, di interdizione, di perdita di coscienza…
Ma c’è qualcosa su cui tutti dovremmo essere d’accordo da porre a fondamento della democrazia? La posizione ufficiale della chiesa cattolica è il riferimento alla legge naturale, la quale ammette solo il matrimonio ed è contro la pena di morte.
Se così stanno le cose perché lo Stato del Vaticano ha mantenuto la pena di morte fino al 1945? La chiesa non ha osservato la legge naturale?
Sentiamo il bisogno di una legge naturale che ci consenta di cogliere che gli uomini di ogni epoca e di ogni terra hanno una morale comune, ma è difficile discernerla volta per volta. Non c’era la legge naturale nel 1200, nel 1300 o nel 1400 quando la chiesa costringeva un ebreo al battesimo, per poi subito ucciderlo per impedire che tornasse ebreo?
I cristiani possono intervenire con l’obiezione di coscienza, senza impedire che lo stato legiferi in certe situazioni, come nel caso dell’aborto.
Inoltre la giusta contrarietà all’aborto dovrebbe essere espressione della difesa e della promozione di tutta la vita delle persone e non solo del momento iniziale e finale, come spesso mi sembra facciano tanti crociati per la vita. Durante tutta la vita c’è chi è oppresso, umiliato, torturato… Perché non abbiamo sentito parole sulla tortura per lo meno della stessa intensità di quelle ascoltate sulla vita prenatale?
Perché chi difende la vita prenatale e nella fase terminale, come la chiesa statunitense, non assume un impegno più deciso contro la pena di morte?
In questo modo anche il nostro impegno a difesa della vita risulta fortemente depotenziato.
Certamente la democrazia è compatibile con il cristianesimo, ma quando la democrazia lascia aperti cammini non percorribili da chi si dice cristiano, l’unica alternativa è l’obiezione di coscienza, in quanto “bisogna obbedire a Dio, piuttosto che agli uomini”, come dice Pietro.
Di norma però dobbiamo accettare il gioco democratico, pena lo svilimento delle istituzioni e l’espandersi della barbarie, come sta avvenendo oggi. Ci sarà pure un motivo per cui la diffidenza nei confronti delle istituzioni e dello stato è maggiore nelle regioni dove il cattolicesimo è più radicato.
Meglio arrivare all’obiezione di coscienza che impedire alle istituzioni politiche di legiferare. In politica sovente non si legifera il bene maggiore, ma il male minore. Non so se i cattolici, che sono una minoranza, stiano davvero lavorando per la costruzione di un’etica comune. Oggi sembra che prevalgano le barricate, il muro contro muro.
Certamente la democrazia ha dei limiti, ma non abbiamo strumenti migliori e l’attuazione piena del Regno di Dio non è di questo mondo.

Il confronto sull’etica

Il confronto sull’etica è complicato. Spesso c’è confusione tra chiesa, gerarchia, laici, spesso c’è difficoltà a riconoscere da parte dei non credenti che la religione non è solo un fatto personale. Ora i laici devono accettare le manifestazioni pubbliche della fede, superando una radicata visione individualistica della religione, come accettano le manifestazioni pubbliche delle ideologie o di gruppi politici o intellettuali.
Sul tema dell’etica poi c’è molta confusione. Ci sono poi oggi settori dell’etica, come tutte le problematiche bioetica, nei quali occorrerebbero grandi competenze che non sono di tutti.
Inoltre la comunità cristiana è poco preparata al confronto e spesso usa un linguaggio inadeguato, religioso, incomprensibile da parte di chi non è credente. Spesso poi manchiamo di rispetto e offendiamo.

A proposito di misericordia

Una delle cose che più mi fa problema dell’attuale chiesa è la mancanza di misericordia. Vorrei una chiesa più misericordiosa, che annunci le esigenze impegnative del vangelo, ma in ginocchio.
Tutti gli anni devo predicare sulla pericope del vangelo che tratta del divorzio (“non separi l’uomo ciò che Dio ha unito”) e la devo predicare a uomini e donne sposati, alcuni dei quali già divorziati. Tutte le volte dico: “Vi chiedo perdono, perché io non so cosa significhi la vita a due e le difficoltà che presenta. Io vi devo dire quello che dice Gesù Cristo ma ve lo dico in ginocchio. Non posso far altro che dirvelo in ginocchio. Il Signore chiede la fedeltà matrimoniale, chiede che si faccia storia con un solo amore, ma io non vi giudico. Io vi dico quel che dice il vangelo, non posso dire altro, non vi indoro la pillola, ma ve lo dico in ginocchio, perché io no so cosa significhi vivere insieme e restare fedeli tutta la vita come marito e moglie. Quel che ho capito è che si tratta di un’impresa difficile e dura soprattutto oggi”.
Dico il vangelo, ma in ginocchio, aggiungendo subito però che dove la legge non basta, Gesù ci ha mostrato che regna la misericordia.
Si pensi al brano del vangelo della donna sorpresa in adulterio. Per tre secoli la chiesa ha cercato di opporsi alla presenza di questo brano nei vangeli. E si comprende il perché. Un buon cattolico pio si sarebbe atteso queste parole di Gesù alla donna: “Figliola, ma lo sai cosa hai fatto? Adesso ti penti e non farlo più, altrimenti ti meriti la lapidazione”. Invece Gesù dice: “Donna, chi ti ha condannato?” “Nessuno” “Neanche io ti condanno. Va e non peccare più”. Dice: “Neanche io ti condanno” nonostante fosse stata presa in flagrante adulterio. Questa è la misericordia.

Il ruolo delle donne

Il ruolo delle donne deve essere lo stesso del ruolo degli uomini, nell’impegno di umanizzazione s’eppure con dono specifici.
L’impressione è che questo ruolo le donne non l’hanno e non l’avranno. Una volte perché non erano ritenute degne, adesso perché ritenute troppo degne.
Se ho amato il monachesimo è anche perché è l’unica istituzione cristiana in cui c’è piena uguaglianza tra uomini e donne. Al massimo gli uomini possono diventare abati e le donne badesse. Né più né meno. Di fatto le donne sono sempre meno ascoltate e quando c’è un posto decisivo lo si dà a un uomo e a un uomo prete.