Annunciare la buona notizia agli adulti

Centralità della Parola ed evangelizzazione

Enzo Biemmi

In questi ultimi tempi avverto sempre più la necessità di operare un preliminare lavoro di tipo igienico nell’affrontare il tema dell’evangelizzazione. Occorre cioè ripulire lo sguardo, gli atteggiamenti profondi con i quali la comunità cristiana è chiamata dal vangelo a porsi di fronte alle donne e agli uomini adulti di oggi. La prima relazione, più riflessiva, avrà lo scopo di liberare il campo da alcuni atteggiamenti che non ritengo adeguati nel campo dell’evangelizzazione. Nella seconda relazione, più evocativa, vi proporrò di compiere insieme un percorso all’interno di un testo biblico, lasciandoci istruire direttamente dalla Parola su cosa vuol dire annunciare la buona notizia agli adulti oggi.

  1. Evangelizzare: un compito difficile

Annunciare il vangelo non è mai stato un compito facile per la comunità ecclesiale, per due ragioni fondamentali.

La fede è un’esperienza difficile

Anzitutto per un motivo intrinseco alla fede stessa: la fede non è mai un’esperienza agevole. Per la maggioranza delle persone è un’esperienza difficile. Anche coloro che professano un’appartenenza esplicita alla Chiesa e partecipano con regolarità alla sua vita, sentono che la fede non è un dato pacifico. Il confronto con quelli che non condividono le loro opinioni li trova impacciati a “dare ragione della speranza che è in loro”, sprovveduti di fronte ad obiezioni di cui non riescono a negare la pertinenza. Alcuni credenti si dicono in disaccordo con questo o quel punto di fede, con questa o quella norma morale proposta dall’autorità della Chiesa. Altri conoscono un giorno, improvvisamente, una prova che li sorprende e li sconcerta, fino a far dire loro: “Non credo più in Dio”.
Credere non è per nessuno un dato pacifico. È invece, per una ragione o per un’altra, un compito difficile. Sia l’AT che il NT ci mostrano d’altronde itinerari di fede non lineari, spesso contorti e faticosi, proprio da parte di coloro che diventano nelle Scritture i destinatari privilegiati dell’agire di Dio, i suoi testimoni e quindi anche i modelli per il discepolo.
Questa è anche l’esperienza delle donne e degli uomini di oggi. Per nessuno la fede è un lungo fiume tranquillo, ma è sempre un cammino, una tensione che non raramente vive più di dubbi che di certezze, che spesso ha la connotazione della lotta con Dio che il famoso testo di Giacobbe (Gen 32, 23-32) ci ricorda. Il racconto mitico della lotta dell’angelo con Giacobbe sul fiume Jabbok contiene un archetipo fondamentale di ogni rapporto con Dio: è una lotta, dalla quale si esce con un’identità nuova (non ti chiamerai più Giacobbe, ma Israele), ma anche con l’anca slogata. Cioè è una prova che lascia la cicatrice. Dio è altro, è l’altro, è sempre al di là, oltre le nostre esperienze, e l’unico modo per entrare in relazione con Lui, per continuare una relazione con Lui è rimettere sempre in discussione la situazione esistente.
Se la fede è una relazione, vive di tutti i registri di una relazione: da quelli dell’innamoramento e del periodo romantico della fede, a quelli della routine durante la quale la fede si approfondisce e matura nella grigia quotidianità, sino a quelli dei silenzi di Dio, che possono durare anche degli anni nella vita di ciascuno. Nei 150 salmi si ritrovano tutti i registri della fede, con una netta maggioranza di quelli che esprimono dubbio, lotta, difficoltà.
Così è sempre stato.

Oggi la fede cristiana è in scacco culturale

Ma ciò che rende oggi più complesso il compito di evangelizzazione, è che oggi la fede cristiana è in scacco culturale, e questo è assolutamente inedito. Un numero crescente di uomini e donne sentono che è possibile vivere umanamente (coltivare valori, costruire la comunità sociale, battersi per delle cause) anche senza un riferimento alla fede cristiana. Per molti e molte la fede, così come la comunità cristiana la vive e la propone, o come loro la percepiscono, o le due cose insieme, non appare più significativa, non appare rilevante per la vita umana. È una fontana secca. È acqua senza sapore.(1)
Eppure questo dato contrasta con un altro altrettanto evidente: non è diminuita la religiosità della gente, anzi è aumentata. Il bisogno religioso è sempre più diffuso e costituisce uno dei mercati più fiorenti nell’attuale contesto postmoderno. Conosciamo l’ambiguità della domanda e dell’offerta del religioso, ma questa presenza basta a farci capire che le domande di senso, di vita profonda, di felicità, non sono per nulla scomparse: si direbbe anzi che il benessere e il progresso abbiano aumentato il malessere profondo e la domanda di “salvezza” della gente, di qualcosa che vada oltre l’orizzonte chiuso dell’esperienza umana. La risposta viene cercata sempre meno nella Chiesa cattolica e ci si rivolge a qualsiasi supermercato del religioso, che appare più adatto a soddisfare bisogni e domande.

  1. Disgrazia o opportunità?

Per la fede cristiana è un handicap, è una disgrazia il fatto che siamo usciti da una cultura di cristianità e che la gente possa vivere bene umanamente senza necessariamente riferirsi al vangelo o alla religione cattolica? Questa è una lettura molto diffusa nella comunità cristiana, la più diffusa. Si manifesta come giudizio negativo verso quanto sta accadendo, ed è nutrita da un atteggiamento di risentimento, di rammarico aggressivo nei riguardi dei cambiamenti in atto e in fin dei conti nei riguardi delle donne e degli uomini di oggi. Dentro una cultura di cristianità l’adesione alla fede cristiana è scontata, in qualche modo dovuta. La coincidenza tra il proprio essere cittadini e l’essere cristiani fa sì che chi non è un buon cristiano non è neppure un buon cittadino e quindi è meritevole di rimprovero e di biasimo. Noi veniamo da 18 secoli di cristianità (da quando l’impero romano è diventato l’impero cristiano). Abbiamo preso l’abitudine ad avere l’esclusiva del senso e ci possiamo sentire depauperati di ciò che ci è dovuto. Soprattutto la Chiesa ufficiale può sentire minacciata se stessa in questo processo di emancipazione della cultura dalla fede cristiana, oppure più semplicemente di diversificazione dei riferimenti.
Questa lettura dell’attuale situazione può essere espressa con l’immagine della deriva. Si ritiene che sia in atto una deriva culturale rispetto al vangelo con conseguente disumanizzazione. Tutte le proprie energie saranno allora impiegate per denunciare, mettere in guardia e cercare di ricuperare gli spazi perduti, rivendicando una parola forte. Coloro che non ascoltano tale parola sono considerati chiusi, cattivi, animati da cattive intenzioni, ottusi o confusi.
Ma c’è un’altra lettura possibile? Sì, c’è un’altra lettura possibile. Certo, questa cultura sta cambiando, non è più la cultura di cristianità: è la cultura postmoderna, plurietnica, plurireligiosa, è il villaggio globale, è la cultura che sta mandando in scacco l’annuncio della fede cristiana. Ma di che cambiamento si tratta? Se utilizziamo, al posto del termine “deriva” (proprio della prima lettura), quello di “traversata”, l’analisi cambia. Traversata dice il passaggio da una sponda conosciuta verso un’altra, non ancora conosciuta. Ci fa pensare a quando gli italiani emigravano in America e dovevano attraversare l’Oceano. Certo, ogni traversata è carica di rischi. Fuori immagine, gli attuali cambiamenti sono complessi e non vanno letti in maniera ingenua. Sta di fatto che siamo una generazione di naviganti, di pellegrini… ancora lontani dall’approdo.
Una seconda immagine è quella del parto: si sono rotte le acque. È un’immagine che rinvia ad un’esperienza pasquale, ad un processo di morte in vista di una nascita. Dice che la disgregazione del precedente equilibrio è in funzione di un nuovo equilibrio. Dice che i disequilibri attuali non stanno producendo la fine del mondo, ma la fine di un certo mondo e l’inizio di un mondo nuovo. È un’altra interpretazione, è un modo diverso di guardare le donne e gli uomini di oggi.  
Secondo questa lettura, ciò che stiamo vivendo non è la fine della fede, ma di una certa fede. Non è la fine del cristianesimo, ma di un certo cristianesimo. Non è la fine del mondo, ma di un certo mondo.
Ma già possiamo vedere i germi del ricominciamento. Se si dice ricominciamento, si dice un processo di morte e risurrezione, di destrutturazione e ristrutturazione. Senza allungare l’analisi, potremmo allora dire che il cristianesimo, per la terza volta, è misurato alla sfida di una nuova inculturazione, cioè al compito di incarnare nuovamente il vangelo in una cultura in profonda evoluzione. Il vangelo non è messo in scacco, è messa in scacco la modalità con la quale la Chiesa lo ha fino ad ora vissuto e comunicato, ma questa è un’altra cosa.
Questa visione delle cose è fondamentalmente improntata alla speranza cristiana: ritiene che lo Spirito del Signore risorto non si è fatto sfuggire di mano la storia e che questa va verso il suo compimento e non verso il suo sfacelo. Non è una lettura ingenua, è una lettura pasquale della storia. Tale lettura porta a porsi in atteggiamento non aggressivo nei riguardi dei cambiamenti attuali, e soprattutto delle donne e degli uomini, dei ragazzi e dei giovani di oggi. Porta a sentirsi compagni di viaggio con tutte le donne e gli uomini di buona volontà, a riconoscere in essi l’azione dello Spirito, e quindi a collaborare con tutti per la costruzione di un mondo più fraterno e solidale. Porta naturalmente a denunciare tutto quello che disumanizza e quello che va contro l’azione dello Spirito, ma si tratta di una denuncia a favore, mai di una denuncia contro.
Purtroppo il registro dominante della Chiesa è quello della denuncia contro, non a favore.
Queste due letture dell’attuale situazione portano naturalmente a immaginare l’evangelizzazione in due modi diversi. Sta qui, a mio parere, il vero spartiacque dell’evangelizzazione oggi. Da quale parte ci poniamo? Dalla parte dei restauratori di una cristianità perduta o dei collaboratori nella costruzione condivisa con altre saggezze, con altre religioni, con altre donne e uomini di altre culture, costruttori di una novità che non è del tutto programmabile ma che sappiamo non estranea allo Spirito del Signore risorto?
Nella chiesa ci sono attualmente le due letture e le due concezioni di evangelizzazione. Anche la gerarchia non manda segnali univoci rispetto a questo. Quello che possiamo però riconoscere è che dal di fuori, da chi non appartiene alla Chiesa o vi appartiene in maniera debole o critica, la Chiesa è percepita come colei cha fa la prima lettura, quella della disgrazia, della necessità di restaurare la cristianità perduta, e questo contribuisce a tenere lontani o a prendere una prudente distanza dalla Chiesa, ma di conseguenza spesso anche dal vangelo.

  1. L’evangelizzazione in prospettiva missionaria

Proviamo allora a delineare il cambio di prospettiva del compito di evangelizzazione, collocandoci però nella seconda lettura, e non nella prima.
Da questo punto di vista, il cambiamento nei riguardi dell’accoglienza del vangelo da parte delle donne e degli uomini di oggi è e sarà sempre più connotato da un elemento nuovo: quello della libertà. È l’elemento che durante i 18 secoli di cristianità è stato messo in secondo piano. Se in una cultura di cristianità non essere cristiani è riprovevole e non possibile, se cioè esserlo è scontato e l’adesione alla Chiesa è dovuta, in una società pluriculturale la fede cristiana torna al suo statuto originario di proposta libera e di adesione libera. Non è una conversione da poco e riguarda quel cambiamento che può liberare dalle sabbie mobili la questione dell’evangelizzazione. Lo sto verificando nei percorsi attuati coi ragazzi mandati dai genitori per i sacramenti dell’iniziazione cristiana. La questione decisiva sono gli adulti e se si gioca fino in fondo il registro della libertà (visto con timore da molti parroci perché “allora non vengono tutti”) i risultati sono superiori alle attese. Quando ci si appella alla libertà delle persone, la risposta è molto più favorevole rispetto a quando si impongono elementi deterrenti (“se si vuole ricevere la cresima occorre presenziare ad almeno tre riunioni”)

  1. a) Proposta libera.

Questa è la prima cosa da capire. Paradossalmente, in una società di cristianità non c’era bisogno di proporre niente, di evangelizzare, perché questo avveniva attraverso un bagno sociologico. Si nasceva cristiani. E quindi noi abbiamo sviluppato non l’evangelizzazione, ma la catechesi, come cura di una fede già in atto, come esortazione e animazione della fede. Abbiamo perso da secoli la capacità di proporre. Paradossalmente, la nuova situazione chiede una inedita capacità propositiva. Chiede che torniamo a dire che Gesù è il nostro salvatore, e che torniamo a proporre il suo vangelo.
La situazione attuale dunque stimola la comunità a ricuperare la sua capacità missionaria. Parliamo allora di svolta missionaria della catechesi e di tutta la pastorale.
Siamo chiamati a risvegliare la nostra fede, perché torni capace di essere testimoniale, di essere propositiva, ma in una nuova prospettiva. Si tratta di una capacità propositiva non secondo lo schema della deriva o della disgrazia, ma secondo la prospettiva della traversata e della speranza, che rende liberi nel modo di proporci agli altri, non più con l’obiettivo di catturarli, di portarli nella nostra tribù. La capacità propositiva libera la libertà dell’altro, proprio in quanto l’altro capisce che non è interessata, ma che si tratta di un’eccedenza di quanto uno sta vivendo.
Solo su di una base di propositività si può esercitare la libertà: se io non propongo niente l’altro non è libero, ma lo rendo schiavo, possibile vittima di qualsiasi manipolazione.
Proprio in questo apparente allontanamento dal vangelo risuona, come una forte sfida per noi, l’appello dello Spirito a risvegliare la nostra fede per essere in grado di proporla, non però nella prospettiva della cristianità perduta da riedificare, ma con uno sguardo di simpatia e di amicizia per le donne e gli uomini del nostro tempo, anche se i loro percorsi morali non corrispondono a quelli della Chiesa. Sono proprio le persone “non a posto” il soggetto primo dell’annuncio della Buona Notizia. Gesù non ha mai avuto problemi con queste persone, ma con quelle che si ritenevano a posto, con i “religiosi”.
Diciotto secoli di cristianità hanno fortemente influenzato il nostro modo di leggere la realtà e non ce ne rendiamo neppure conto. C’è bisogno di una igiene profonda dello sguardo, una conversione, per poter affrontare il tema dell’evangelizzazione degli adulti oggi.

  1. b) Risposta libera.

È una proposta fatta nella libertà a una libertà, e come tale assolutamente non scontata. La risposta non è libera se non c’è la possibilità di dire di no alla proposta che faccio. Questo fa sì che chi annuncia lo deve fare senza mai pretendere di mettere le mani sulla risposta e senza mai giudicare la risposta della persona. Rimane l’appello di una libertà nei riguardi di un’altra, la quale si decide come vuole e come può.
Dovremmo rileggere la parabola del seminatore in base alla seconda prospettiva, dato che nella prima la abbiamo sempre letta e riletta. La prima porta a moralizzare e colpevolizzare i quattro terreni che non ricevono l’annuncio del vangelo. Ma di questo ne abbiamo piene le catechesi, le omelie… tutte le volte che ci hanno presentato quel testo, ce l’hanno presentato per dirci che noi dobbiamo essere un terreno più ricettivo della Parola. Invece, originariamente, questa parabola parla del seminatore e del suo dramma e non dei terreni. Per delle cause naturali quattro su cinque terreni non accolgono il seme sparso dal seminatore. Gesù sta vivendo la “crisi galilaica”, e cioè l’abbandono, dopo un iniziale entusiasmo, di molte persone con conseguente crisi dei discepoli. Gesù legge questa situazione sfavorevole non affermando che sono tutti dei peccatori, dei terreni aridi e pieni di spine, ma sostenendo al contrario che quando il Regno di Dio incontra la storia, ne incontra anche i condizionamenti. In Palestina ci sono tanti motivi naturali perché il terreno non sia fecondo: le cavallette, il terreno arido, i sassi… Nonostante questo, c’è sempre un terreno in cui la Parola viene accolta. L’evangelizzatore non deve fare calcoli sui risultati, non deve contare quante comunioni si fanno la domenica (come fanno alcuni parroci), ma deve essere sorpreso se qualcuno si aggiunge alla comunità (come succedeva nella chiesa primitiva) e non andare in depressione perché dieci se ne vanno via.
Questo sposta l’attenzione dall’evangelizzatore allo Spirito Santo, unico competente ad agire nei cuori e a rendere disponibili le libertà delle persone.
Tale prospettiva, per noi non abituale, è straordinariamente feconda, è veramente un’opportunità. Ci pone in una situazione di debolezza, ma tale debolezza diventa la forza stessa del vangelo, come per Paolo. «Egli mi ha detto: “Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza”. Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo» (2Cor 12,9).
La proposta libera deve essere rivolta agli uomini e alle donne che ci sono adesso, così come sono e non come vorremmo che fossero. Insieme allora devono stare forza propositiva e massima libertà. Proprio la massima libertà è quella che libera la libertà dell’altro, e permette allo Spirito di agire nella libertà dell’altro.

  1. La prospettiva del primo annuncio

Parliamo allora di evangelizzazione degli adulti non più nella prospettiva della cura della fede, la quale continua ad essere comunque un compito fondamentale, ma nella prospettiva del “primo annuncio”. Questa è d’altronde una presa di coscienza ecclesiale in tutta Europa. Cosa intendiamo per primo annuncio (2)? Il primo annuncio in senso stretto consiste nella proclamazione della salvezza a chi non ne è a conoscenza o non crede e ha come obiettivo l’adesione fondamentale a Cristo nella Chiesa. Sarebbe quindi distinto dalla catechesi che presuppone la scelta fondamentale e ne esplicita contenuti ed atteggiamenti.

Quattro caratteristiche del primo annuncio

Solo per farvi intuire la differenza rispetto a quello che stiamo facendo adesso, ricordo che il primo annuncio, così come appare dagli Atti degli Apostoli, ha quattro caratteristiche fondamentali.
La prima caratteristica del primo annuncio è la narratività. Il primo annuncio è anzitutto racconto e non spiegazione. La nostra catechesi invece spiega, argomenta, e poi sistema dottrinalmente. Siamo diventati estremamente bravi a coltivare la fede delle persone che ce l’hanno già, spiegando, ragionando, argomentando, con dovizia di testi e di compendi. Non siamo più capaci di raccontare. Dagli Atti degli Apostoli emerge che il primo annuncio è anzitutto un racconto: “Quello che voi avete ucciso, Dio l’ha resuscitato dai morti.” Il kerigma cristiano è la narrazione dell’evento pasquale e, alla luce di questo, di tutta la vicenda di Gesù. Non si converte ragionando, ma raccontando una storia che ti ha salvato, che ti ha fatto del bene. Dobbiamo riapprendere la capacità narrativa. Per le nuove generazioni è fondamentale. Lo stiamo riscoprendo a livello culturale: se smettiamo di raccontare storie, non c’è futuro per le nuove generazioni.
La seconda caratteristica dell’annuncio è quella di essere una promessa dell’efficacia della Parola annunciata in chi l’accoglie. L’annuncio è una buona notizia per colui al quale è rivolto, è una storia che lo riguarda.
L’annuncio, come terza caratteristica, è invito esplicito ad aderire, è invito a dare fiducia alla Parola per sperimentare personalmente l’efficacia.
Infine l’annuncio, ed è la quarta caratteristica, è un invito ad entrare dentro una comunità come luogo di sperimentazione dell’efficacia della salvezza. Il primo annuncio si presenta quindi come una proposta e come un luogo di primo incontro con Cristo nella Chiesa (3).
Se ci spaventano i primi tre momenti, il quarto ci fa rabbrividire, ci fa venire la pelle d’oca. Fino al terzo, con un po’ di sforzo, ci arriviamo, ma quando invitiamo una persona a venire a vedere la verità del nostro racconto nella nostra comunità, che cosa gli mostriamo? Gli mostriamo non una comunità, come descritta negli Atti degli Apostoli, riunita nell’ascolto della Parola, nella preghiera, nella frazione del pane, nella solidarietà, ma gli mostriamo gli ultimi residui di una società di cristianità, di gente che si reca alle funzioni. Dobbiamo cessare di essere una comunità che coincide con la società, dobbiamo diminuire molto di numero per tornare ad essere una comunità di riferimento. Germi di questa novità sono già presenti, ma il cammino previsto dal primo annuncio, dall’evangelizzazione degli adulti (ma anche dei bambini e dei ragazzi) è ancora lungo.
Io non posso cominciare a raccontare, se sono annoiato dalla storia che devo narrare, se questa storia mi è diventata così banale, di routine, da non dirmi più niente.

Mettere in relazione tre protagonisti

È capace di raccontare chi mette in relazione tre protagonisti. Il primo protagonista è colui di cui si racconta, che in questo caso è il Signore Gesù. Il secondo è colui che racconta, cioè il narratore. Anche a teatro, siamo catturati solo quando chi recita si immedesima talmente nella parte da identificarsi. I grandi attori sono quelli che non recitano più e che in qualche modo sono il personaggio stesso. Il terzo protagonista della storia è la persona che ascolta, la quale è “salvata” dalla storia che gli raccontiamo se percepisce che il narratore è già stato salvato da quella storia. L’unico narratore competente è pertanto quello che è già stato salvato dalla storia che racconta.
Queste riflessioni rinviano la comunità cristiana ad una riscoperta del racconto originario della Pasqua del Signore Gesù.
Sotto questo aspetto stiamo vivendo un sano tempo di silenzio. Meno male che non abbiamo le parole per annunciare la buona notizia, e meno male che tutte le parole che noi usiamo in questo momento sembrano non avere significato. Speriamo che la Chiesa recuperi un attimo di silenzio per riscoprire il significato originario del mistero pasquale. Spesso invece ci affanniamo ad aumentare la quantità di parole e ad alzare sempre di più il volume con il quale le pronunciamo pensando così di renderle sempre più udibili e comprensibili! Le immettiamo nei media, le amplifichiamo con gli altoparlanti, invece di tacere, di capire che il problema non sono le parole che non passano e non arrivano, ma siamo noi che non siamo dentro in quelle parole. Non siamo credibili, perché non siamo significativi, e non siamo significativi perché facciamo la predica, cioè qualcosa che non riguarda noi stessi.
L’obiettivo del primo annuncio non è primariamente dell’ordine della fides quae (anche se suppone un contenuto), ma della fides qua: mira all’atteggiamento di affidamento della persona, al suo sì esistenziale inteso come adesione a Cristo. Non esaurisce quindi l’atto della fede, che avrà bisogno di un’iniziazione vera e propria e di un costante approfondimento tramite la catechesi.
Se intendiamo così il senso e il contenuto del “primo annuncio” non possiamo eludere una domanda: quanto realmente interessa la situazione italiana un primo annuncio così inteso? Se c’è una cosa evidente, infatti, è l’impossibilità di un’azione di primo annuncio per persone che sono tradizionalmente cristiane e, a dispetto di tutte le previsioni laiche, più religiose del previsto.
Parlare di “primo annuncio” in Italia vuol dire prima di tutto declinare questa esigenza fondamentale proprio per le persone che sono già credenti o pensano di esserlo.
Siamo dunque pastoralmente obbligati a considerare il primo annuncio non solo come un tempo che precede il catecumenato (primo annuncio in senso stretto), ma anche e soprattutto come una prospettiva e una dimensione, divenute fondamentali in ogni compito di evangelizzazione. Se preso non solo come tempo preciso, ma come dimensione, il primo annuncio può far ripensare tutta la pastorale attuale non più nella logica della “cura fidei”, ma in prospettiva missionaria, come afferma bene il documento CEI sul volto missionario della parrocchia: «Di primo annuncio vanno innervate tutte le azioni pastorali» (n.6) Ecco quindi una prima prospettiva (la più urgente) con la quale affrontare l’educazione alla fede degli adulti.

  1. La prospettiva del cambiamento delle rappresentazioni religiose

Ma c’è una seconda grande problematica relativa all’educazione degli adulti alla fede. La maggioranza degli adulti in Italia, pressoché la totalità, non sono una “tabula rasa” rispetto all’annuncio del Vangelo, non sono persone che non hanno mai sentito parlare di Gesù. Appaiono al contrario segnati da una doppia religiosità, quella culturale (quella diffusa che viene da più matrici, in prevalenza extracristiane) e quella tradizionale cristiana. La prima è penetrata dentro la seconda. Gli adulti da evangelizzare o rievangelizzare hanno bisogno di un’azione che intervenga su questa mescolanza di religiosità, su questa grande marmellata religiosa culturale. Molti adulti hanno bisogno che la loro religiosità sia evangelizzata. Parecchi altri hanno bisogno di rivedere molte delle loro rappresentazioni religiose sulla Chiesa, sulla fede cristiana, sul vangelo. E questo è il problema del cambiamento delle rappresentazioni, della loro bonifica come azione di educazione, e più profondamente di evangelizzazione.
Molti adulti più o meno frequentanti vanno aiutati a disimparare molto prima che ad apprendere qualcosa di nuovo. Evangelizzare la religiosità tradizionale e culturale è proprio l’aspetto più complesso dell’educazione alla fede.
È necessario un immane lavoro preliminare di pulizia, di igiene, di tutte le rappresentazioni distorte che le italiane e gli italiani hanno rispetto alla fede cristiana.
Il primo annuncio consiste nel far cogliere che stiamo parlando dentro uno spazio di libertà, e nell’aiutare a disboscare un’infinità di rappresentazioni negative che riguardano la fede.
A me è successo a volte che, dopo un certo percorso fatto insieme ad alcune persone, queste dicano: ma “se fosse così, la fede cristiana sarebbe proprio bella!”. Incominciano a percepire che la fede cristiana potrebbe essere un’altra cosa rispetto a quello che hanno sempre creduto che fosse.
La terza nota della CEI afferma: «L’annuncio, adattato alla condizione delle persone e alle loro domande, deve tenere conto, per quanto possibile, della formazione precedentemente ricevuta, probabilmente travisata da anni di lontananza e da esperienze negative, nonché da eventuali pregiudizi» (n. 43).
Non intendo approfondire questo tema. Mi limito a ricordare che noi entriamo in contatto con la realtà, con noi stessi e con Dio non direttamente, ma attraverso le rappresentazioni che ce ne facciamo, cioè le lenti e i filtri con i quali vediamo la realtà. Le rappresentazioni di fede sono dunque il luogo della nostra relazione con Dio e quindi anche il luogo bisognoso di costante igiene. Il processo mai concluso di destrutturazione e ristrutturazione delle rappresentazioni religiose (di bonifica delle rappresentazioni) è il compito più importante e delicato della catechesi degli adulti, il vero luogo della conversione, della “metanoia” (cambiamento di mentalità). Gli schemi nei quali rischiamo di rinchiudere Dio (e con lui noi stessi e gli altri) sono gli idoli da cui ci mettono in guardia le Scritture.
Educare alla fede significa allora al contempo aiutare a ricominciare a credere e questo richiede una profonda ristrutturazione delle rappresentazioni religiose della gente. Molte persone, infatti, stanno male nella loro pelle di credenti o si allontanano dalla fede e dalla Chiesa per “la rappresentazione religiosa” che ne hanno. Chiunque fa catechesi sa quanto è frequente questo problema, quanto le rappresentazioni religiose siano un ostacolo all’annuncio e come, per la fascia di adulti di mezza età e oltre, sia questo il problema educativo più urgente e difficile nell’educazione della fede degli adulti.
Qualsiasi discorso sulla evangelizzazione, in Italia, va fatto a partire dalla particolare situazione italiana. La tenuta della tradizione di fede italiana non ci fa lavorare a partire da zero. Ma proprio questa tradizione è al contempo la risorsa della nostra pastorale e il suo limite: è risorsa, perché possiamo fare conto di una grammatica di base della fede cristiana; ne è il limite, perché tale grammatica è stata scritta per un linguaggio che in gran parte oggi va riscritto daccapo.

  1. L’evangelizzazione nel segno della testimonianza

Questo discorso sulla svolta missionaria dell’evangelizzazione e sul primo annuncio, in una situazione di tenuta, sia pure indebolita, della tradizione cattolica, non deve però uscire dalla prospettiva della traversata e del parto di cui abbiamo parlato sopra: cioè quella di una proposta libera dentro uno spazio di libertà e mai quella della conquista o della riconquista. Questo vuol dire tornare ad un annuncio il cui registro fondamentale sia quello della testimonianza, secondo due aspetti.
Anzitutto testimonianza come autopresentazione. L’unica forma adeguata al vangelo è quella dell’annuncio come presentazione della propria identità, della storia in cui ha preso corpo, delle sue ragioni e della sua speranza, delle sue proposte rispetto ai temi cruciali della vita (giustizia, pace, vita e morte, amore…). È comunicare agli altri ciò che per grazia siamo diventati. Non è apologetica, difesa del vangelo, non è dimostrare che il vangelo ha ragione, ma mostrare che mi ha reso bello, che mi ha reso più umano. È insieme la debolezza e la forza della testimonianza, che non costringe ma si offre. Quando abbiamo tanto bisogno di difendere il vangelo, vuol dire che non lo manifestiamo più, vuol dire che non abbiamo più fiducia nella sua forza. La fede cristiana può solo offrirsi, senza puntelli, sapendo che il vangelo ha in se stesso la forza per dimostrare il suo valore, la sua capacità di umanizzazione. La testimonianza è la modalità di chi dice quello che per grazia è diventato.
La modalità dell’autopresentazione è per sua natura disarmata, non pretenziosa. Chi si autopresenta lo fa nella nudità di quello che è, come una libertà che si apre a un’altra libertà.
La testimonianza inoltre è sempre fatta nella modalità del dialogo, il vangelo di Gesù non può che essere proposto nella forma del dialogo. Chi testimonia è capace di stupirsi, di lasciarsi evangelizzare da coloro che evangelizza, di cogliere che in quella persona a cui si rivolge è presente una parola di vangelo che gli è indirizzata. Ogni testimonianza, ogni evangelizzazione è sempre bidirezionale. La Chiesa annuncia Gesù e si lascia sorprendere dal fatto che Egli la precede nelle persone e nelle culture alle quali essa lo annuncia. Così la Chiesa, mentre evangelizza, si lascia evangelizzare, mentre annuncia si pone in stato di profondo ascolto, mentre insegna si lascia istruire.
Come afferma la Gaudium et spes la Chiesa ha tanto da dare ma anche tanto da ricevere. Perché in questi ultimi decenni abbiamo sottolineato la prima parte e trascurato la seconda?
Il solo modo che noi abbiamo per annunciare Gesù Cristo è di “raccontarlo” nel modo della testimonianza e del dialogo, perché ogni altro modo (sul registro della conquista, della rinuncia o dell’indifferenza) smentisce il volto di Cristo.

  1. Un testo biblico che può ispirare una nuova evangelizzazione: Filippo e l’eunuco (At 8,26-40)

26 Un angelo del Signore parlò intanto a Filippo e disse: «Àlzati, e va’ verso il mezzogiorno, sulla strada che scende da Gerusalemme a Gaza; è una strada deserta». 27 Egli si alzò e si mise in cammino, quand’ecco un etìope, eunuco, funzionario di Candace, regina di Etiopia, amministratore di tutti i suoi tesori, che era venuto per il culto a Gerusalemme, 28 stava ritornando, seduto sul suo carro, e leggeva il profeta Isaia. 29 Disse allora lo Spirito a Filippo: «Va’ avanti e raggiungi quel carro». 30 Filippo corse innanzi e, udito che leggeva il profeta Isaia, gli disse: «Capisci quello che stai leggendo?». 31 Quegli rispose: «E come potrei capire, se nessuno mi istruisce?». E invitò Filippo a salire e a sedere accanto a lui. 32 Il passo della Scrittura che stava leggendo era questo: Come una pecora egli fu condotto al macello e come un agnello senza voce innanzi a chi lo tosa così egli non apre la sua bocca. 33 Nella sua umiliazione il giudizio gli è stato negato, ma la sua discendenza chi potrà mai descriverla? Poiché è stata recisa dalla terra la sua vita. 34 Rivolgendosi a Filippo, l’eunuco disse: «Ti prego, di quale persona il profeta dice questo? Di se stesso o di qualcun altro?». 35 Filippo, prendendo la parola e partendo da quel passo della Scrittura, annunziò a lui Gesù. 36 Proseguendo lungo la strada, giunsero dove c’era dell’acqua e l’eunuco disse: «Ecco, qui c’è dell’acqua; che cosa impedisce che io sia battezzato?». 37 . 38 Fece fermare il carro e scesero tutti e due nell’acqua, Filippo e l’eunuco, ed egli lo battezzò. 39 Quando risalirono dall’acqua, lo Spirito del Signore rapì Filippo e l’eunuco non lo vide più e pieno di gioia, proseguiva la sua strada. 40 Filippo invece si trovò ad Azoto e, proseguendo, annunziava il vangelo a tutte le città, finché giunse a Cesarèa.
Questo testo di Luca ci può aiutare a ricuperare una nuova capacità di evangelizzazione nella cultura attuale. Luca infatti ci offre alcune caratteristiche che devono sempre connotare chi annuncia il vangelo.
È un testo costruito a specchio su quello dei discepoli di Emmaus, con lo stesso identico schema. C’è una strada nei due casi, c’è un incontro che avviene sulla strada, c’è una domanda, c’è il dialogo che parte dalle scritture e che continua nella loro spiegazione, c’è un gesto sacramentale (lo spezzare del pane in Lc 24, il gesto dell’immersione nell’acqua in Atti), c’è una sparizione, (“non lo videro più” – “e lo Spirito rapì Filippo”), e poi c’è il ritorno a casa. Sono due quadri sinottici di Luca, con la sola differenza, che nel vangelo l’evangelizzatore è Gesù, mentre in Atti è la comunità cristiana di Filippo. Quindi, intenzionalmente, Luca termina il vangelo mostrando che il risorto è il soggetto dell’evangelizzazione, mentre negli Atti mostra come la comunità cristiana primitiva annuncia Gesù – l’annunciatore diventa l’annunciato – ma lo fa alla maniera stessa di Gesù. È quindi un testo estremamente istruttivo per l’evangelizzazione, tutto centrato sulla Parola. Ripercorreremo il testo tenendo presente la problematica dell’evangelizzazione degli adulti di oggi, sempre con l’intento di fare un po’ di igiene, di ricuperare gli atteggiamenti profondi sani, evangelici, del compito di annunciazione.

Stare sulla strada

Luca ci ha raccontato nei capitoli precedenti le imprese di Filippo, simbolo di tutta la comunità ecclesiale, nella sua missione di evangelizzazione, una missione caratterizzata dal successo, con la potenza della parola e dei prodigi. E improvvisamente l’angelo del Signore manda Filippo su una strada deserta, in direzione di Gaza, a mezzogiorno, quando non passa nessuno. Filippo non è a Gerusalemme, la città santa, nel tempio, ma su una strada profana verso una città profana. E in un’ora dove è assolutamente improbabile incontrare qualcuno.
Queste due note ci offrono una prima provocazione. Non è forse questo il passaggio che stiamo vivendo e che le nostre comunità cristiane sono chiamate ad assumere in questo momento di cambiamento culturale? Veniamo da un tempo di cristianità, nel quale la Chiesa godeva il consenso generale, religioso e civile, e la sua missione era caratterizzata dal successo, da parole efficaci e da prodigi.
Ci troviamo ora sbalzati su una strada deserta, in una cultura che sentiamo estranea, spesso nemica. Siamo da soli su una strada dove sembrano scomparsi i riferimenti religiosi, e ci sentiamo senza puntelli, senza appoggi istituzionali e sociali. La fede cristiana è lasciata a se stessa, a dare prova del suo valore nella nudità dei consensi sociali. Siamo pronti ad abbandonare i luoghi rassicuranti della cristianità e a sopportare la fatica e la frustrazione di stare dentro una cultura che non fa più della fede cristiana il suo riferimento condiviso? Ce la sentiamo di assumere l’invito dell'”angelo del Signore” ad affrontare la solitudine di stare su una strada deserta, abbandonando la chiesa con i linguaggi sacri del tempio e a trovarci poveri e spaesati sulle strade della vita quotidiana aspettando che qualcuno passi?
È bene sottolineare che è l’angelo del Signore (cioè lo spirito Santo) a spingere Filippo lontano dalla Gerusalemme Sacra e a portarlo su una strada deserta. Come non ricordare che lo stesso Spirito spinse Gesù nel deserto per essere tentato dal demonio? Il deserto, la strada deserta, indicano quei luoghi profani nei quali sembra insensato o rischioso avventurarsi. Indicano la storia e la cultura quando queste non si riconoscono più nei codici religiosi abituali.
L’invito del testo è di andarci volentieri, di stare volentieri dentro questa cultura apparentemente “deserta” e di non lasciarci prendere dalle nostalgie dei tempi passati, di starci con speranza e ottimismo, sapendo che questa cultura, né più né meno di quelle passate, è adatta al vangelo e che le donne e gli uomini di oggi (i nostri ragazzi e i nostri giovani) rimangono capax Dei, capaci di Dio, e mantengono nel cuore un’apertura, magari nascosta, all’infinito, una nostalgia di qualcosa che va oltre l’orizzonte stretto della terra e che non è reperibile negli innumerevoli supermercati del tempo moderno.
Ecco dunque la prima connotazione dell’evangelizzare: stare bene e volentieri in questo tempo, non sognare i tempi passati dei successi, accogliere con gioia l’invito del Risorto a stare in questo tempo con fiducia e speranza. L’invito è a congedarci da letture depresse della cultura e del nostro tempo. Certo, non è un invito all’ingenuità, ma a stare volentieri al mondo, quel mondo nel quale siamo stati posti dalla vita.

Saper cogliere la domanda di senso

Su quella strada deserta, su cui lo Spirito l’aveva sospinto, Filippo, contro ogni umano calcolo e contro ogni sensata previsione, è sorpreso da una presenza. Luca ci comunica questo senso di sorpresa e di meraviglia con un improvviso “ed ecco”, al quale fa seguire la descrizione di un personaggio strano: “un etiope, eunuco, funzionario della regina Candace…, venuto a Gerusalemme per il culto” che sta leggendo il profeta Isaia (cf. At 8,27s.). Sulla strada deserta, ad un’ora non certamente propizia, per la disponibilità dell’evangelizzatore Filippo, si realizza un incontro che suscita stupore: là c’è un uomo che viene da lontano, da quel “confine della terra” come era considerata l’Etiopia; un uomo caratterizzato dal suo alto ruolo sociale, ma soprattutto segnato dalla sua condizione marginale e disprezzata di eunuco.
Eunuco: un uomo menomato fisicamente. I funzionari della regina venivano talvolta scelti tra le persone evirate, o venivano evirati, in funzione di tale servizio. Le ragioni si intuiscono. È dunque un uomo che è stato privato con violenza di uno dei diritti fondamentali: l’esercizio della propria sessualità. In un contesto antico e mediorientale, ciò che è più umiliante è il fatto di non poter avere figli, di non avere discendenza. Inoltre, nel contesto ebraico, essere eunuco è una menomazione talmente grave da escludere dal culto e dalla comunità.
In contrasto con tale situazione di povertà umana c’è quella del suo benessere economico. È amministratore del tesoro della regina, una carica importante, che gli permette di vivere bene.
C’è una certa analogia tra l’eunuco e l’uomo d’oggi: ricco e sterile, sazio di beni, ma spesso incapace di trovare senso alla vita.
Ebbene, la sorpresa per Filippo è che quest’uomo così insolito è in ricerca religiosa!
Abbiamo qui una seconda indicazione preziosa. Se avremo il coraggio e la fedeltà di collocarci “sulla strada”, con gli atteggiamenti a cui sopra accennavamo, è possibile che si realizzino incontri sorprendenti, dai quali non è assente l’iniziativa dello Spirito. Potremmo forse constatare con sorpresa che quanti consideravamo “lontani”, secondo i nostri stereotipi religiosi, e quanti consideravamo “ai margini”, secondo i nostri modelli sociali e le nostre misure moraleggianti, sono talora profondamente attraversati dalla ricerca di senso e in fondo dalla domanda religiosa. Certo tale domanda e ricerca possono esprimersi con linguaggi che non sono diretti e con modalità che non sono quelle a cui siamo abituati. Sta alla cura, alla sensibilità e alla capacità di interpretazione dell’evangelizzatore cogliere, al di là delle forme, l’orientamento profondo che la persona in ricerca tenta di manifestare. Forse la prima finezza dell’azione evangelizzatrice si rivela proprio nel cogliere le ansie e i desideri che le persone esprimono con le modalità più diverse, nel saper leggere i vissuti narrati dove si nasconde la domanda di senso, nel saper apprezzare la radicalità dell’impegno per valori considerati assoluti: verosimilmente è dietro queste realtà che si può intravedere un cuore aperto alla ricerca e al bisogno di salvezza. Con questo sguardo affinato, quanti incontri possono risultare sorprendenti, perché rivelano inaspettatamente persone attraversate dal “gemito” dello Spirito: “Lo Spirito – infatti – viene in aiuto alla nostra debolezza, perché nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare, ma lo Spirito stesso intercede con insistenza per noi con gemiti inesprimibili” (Rm 8,26).
È proprio vero. I nostri ragazzi e i nostri giovani, così strani ed estranei a noi, apparentemente superficiali, hanno un grande bisogno di vita e quando trovano adulti che li ascoltano, che si fanno senza moralismi e pregiudizi loro compagni di viaggio, manifestano una ricerca di senso e una domanda di infinito che non è affatto meno alta di quelle dei giovani di un tempo passato. E gli adulti con i quali lavoriamo, nei nostri ambienti quotidiani, manifestano talvolta dei valori che ci sorprendono, pur non dicendosi cristiani. In tali valori umani è nascosta la loro ricerca di senso.
La seconda caratteristica dell’evangelizzare è dunque quella di lasciarsi sorprendere da tutti, dai ragazzi, dai giovani, dagli adulti, di guardarli tutti con simpatia, perché solo la simpatia sa vedere dietro le persone con i loro atteggiamenti anche più strani, le domande profonde che abitano il loro cuore.
Nella lettura della realtà di oggi come deriva e disgrazia si riescono a vedere solo persone negative che stanno allontanandosi, senza riuscire a percepire nulla delle loro domande. Bisogna che la Chiesa si lasci di nuovo raggiungere dalla compassione del Signore nei riguardi delle persone. Passione e compassione sono i due atteggiamenti indicati in questo brano.

Fare strada insieme

Se osserviamo il percorso di Filippo con l’eunuco etiope, lo vediamo contrassegnato da una pedagogia dell’accompagnamento (cf. At 8,29-34), chiaramente modellata su quella utilizzata dal Risorto con i pellegrini di Emmaus (cf. Lc 24,15-24). C’è tutta una serie di verbi significativi: incontrare, correre vicino, sentire, salire sul carro e sedersi vicino. È qui indicata tutta una delicata e profonda progressione di entrata in relazione con la persona. C’è un dinamismo interiore che spinge, un andare, un correre vicino, un ascoltare attento, un fare strada insieme.
In questa prima parte (che è già annuncio), Filippo è passivo: non parla. Si limita ad avvicinarsi e ad ascoltare, cioè ad entrare in relazione vera. La prima parola di evangelizzazione è il silenzio accogliente dell’altro. Non è cominciare a spiegare delle cose. L’unica parola sua è una domanda stimolo (capisci quello che leggi?), che provoca nella persona una presa di coscienza e una domanda di aiuto: “e come potrei comprendere, se nessuno mi guida?”.
L’accompagnamento richiede, come nel cammino dell’eunuco, la capacità di affiancarsi con rispetto a colui che sta cercando e va interrogandosi. I modi e i tempi di questa ricerca non vanno prefissati o addirittura imposti da colui che, come evangelizzatore, semplicemente si affianca al cammino di riscoperta della fede. Essi sono piuttosto dettati dal cammino interiore e dal progressivo dischiudersi di colui che cerca. In fondo, l’accompagnatore è un umile servitore dell’azione dello Spirito nel cuore di chi cerca e si presenta come un rispettoso aiuto alla sua libertà. L’atteggiamento di non controllo e di non potere sulla fede dell’altro richiede vigile pazienza, capacità di cogliere il momento di grazia che si manifesta nell’altro, attenzione a rispondervi con disponibilità ed intelligenza, apertura faticosa ma fruttuosa ad impostare cammini personalizzati.
L’accompagnamento rispettoso, sulla strada della ricerca e della riscoperta della fede, non significa però attesa passiva. Vuol dire anche dare una mano perché la ricerca possa avanzare e trovare approdo. Filippo pone delle domande all’eunuco, suo interlocutore, perché il bisogno di ricerca e di illuminazione si approfondisca. Egli stesso poi accetta gli interrogativi dell’eunuco e vi risponde, offrendo la propria parola. È in fondo una pedagogia del dialogo quella che il cammino di Filippo con l’eunuco ci suggerisce.
Una terza caratteristica dell’evangelizzare è proprio quella di servire il cammino interiore delle persone, lasciandosi programmare dai tempi e dai ritmi delle persone piuttosto che programmare noi il loro cammino. È una fase di grande ascolto, un ascolto attivo, però, che diventa capace di inviare provocazioni perché la persona possa fare il passo che da sola non farebbe, ma il passo suo, non il nostro, nel tempo suo e non nel nostro.

Annunciare Gesù come bella notizia

Il racconto di Luca ci dice poi, con un versetto molto denso (v. 35) che Filippo prende la parola e “gli evangelizzò Gesù”. È difficile rendere la forza di questa espressione. Evangelizzare Gesù significa annunciare Gesù come significativo per la sua vita. In fondo, Filippo gli dà Gesù, facendogli capire che il profeta Isaia parlava di se stesso, di un altro e insieme dell’eunuco.
Non sappiamo quale aspetto del messaggio di Gesù Filippo abbia detto all’eunuco. Ma il testo di Isaia sul Servo sofferente, ci fa capire che egli è andato diritto al cuore dell’annuncio cristiano, il mistero di morte e di risurrezione del Signore.
È la situazione che sta vivendo la persona che caratterizza come annunciare il vangelo e che cosa annunciare. Il primo annuncio non è contrassegnato dall’esigenza di una presentazione sistematica della fede, di cui tutti abbiamo bisogno in un momento successivo.
Ciò che può portare all’incontro con il Signore Gesù deve essere una parola che è vangelo sulla situazione reale che la persona sta vivendo in quel momento, sulla domanda fondamentale che si sta ponendo. Alla domanda fondamentale dell’eunuco (“perché è stata recisa dalla terra la mia vita?”) la risposta come buona notizia è potergli dire: “la tua discendenza chi la potrà mai calcolare, perché quello a cui è stata recisa la sua vita dalla terra è il Signore risorto che è presente dentro la tua storia menomata, e la porterà a compimento, in modo che solo Lui sa”. Questa è una bella notizia, il resto è chiacchiera. La buona notizia è che la mia vita rovinata non è rovinata, perché qualcuno la condivide e la porta a riscatto, perché al Signore Gesù è successa la stessa cosa, e il Padre suo l’ha resuscitato. La buona novella di Gesù Cristo diventa davvero per l’eunuco fonte di una inattesa speranza. Nella situazione di povertà radicale dell’eunuco, Filippo gli annuncia Gesù come la buona notizia nella sua situazione concreta. Questo è il kerigma, è la straordinaria forza di questo versetto concentrato: “e annunciò a lui Gesù”.
Giovanni Paolo II l’aveva intuito. Capace di gesti profetici, spiazzanti, al di dentro di un impianto teologico abbastanza tradizionale, nel discorso pronunciato in occasione di un convegno organizzato sul Catechismo della Chiesa cattolica, a cinque anni dalla sua pubblicazione, ad un certo punto afferma che il problema dell’evangelizzazione oggi non è dire omnia sed totum, non è dire tutte le verità, ma dire il tutto del vangelo, il che significa smentire proprio il Catechismo della Chiesa cattolica, che è tutto ordinato logicamente. Mentre ne fa l’elogio, il papa sostiene che il problema oggi non è spiegare le verità della fede coordinate una per una, ma è il dire il tutto del vangelo, dentro una situazione concreta. Bellissima intuizione, bellissima espressione: non omnia sed totum.
“E gli evangelizzò Gesù”: su quella situazione della sua vita precisa. Bisogna rischiare una parola di vangelo su quello che la gente sta vivendo, dimenticando ciò che abbiamo imparato, e balbettando quello che ci viene dal cuore, e, certo, dalla fede. Nel primo annuncio bisogna mettersi allo scoperto e non ci si può riparare dietro la nostra preparazione teologica, o le formulazioni dottrinali rassicuranti. Ad una persona che incontro in ospedale e mi dice che sta morendo, alla persona che ha perso il figlio o che sta vivendo un dramma familiare non posso rispondere ripetendo il catechismo, devo dirgli non omnia sed totum, venendo allo scoperto, mettendomi in gioco. Insomma, l’evangelizzatore in fondo è lasciato a se stesso e alla sua autenticità.
Ecco dunque una quarta caratteristica dell’evangelizzare. Non si accompagna veramente se non si arriva a testimoniare la propria fede nel Signore Gesù, presentandolo agli altri come la nostra gioia, come l’annuncio che ha toccato la nostra vita.
Tale annuncio non è la comunicazione di una dottrina, ma la capacità di presentare il vangelo a partire dall’esperienza di vita delle persone, di farlo risuonare come proposta di speranza rispetto ai problemi e agli interessi che le persone hanno. Si tratta di rischiare parole di vangelo immediate, non troppo strutturate, fedeli ma anche creative, affinché le persone possano cogliere che il Signore Gesù è il loro salvatore.

Non creare impedimenti

Dopo l’annuncio di Filippo, l’eunuco fa una domanda che è rivolta anche a noi: “Cosa impedisce che io sia battezzato?”, che io entri a far parte della comunità dei salvati? Luca formula questa domanda in modo molto evocativo. Nel linguaggio del suo vangelo e degli Atti degli apostoli l’impedimento che l’eunuco evoca è quello posto molte volte dalla comunità religiosa e cristiana. Basta pensare agli apostoli che impediscono ai fanciulli di andare a Gesù (Lc 18,15-17); ai farisei che impediscono con i loro schemi religiosi che qualcuno entri nel regno dei cieli (Lc 11,52); ai discepoli che vorrebbero impedire che i demoni vengano cacciati da chi non è della nostra cerchia; a Pietro nell’episodio di Cornelio, quando la comunità lo rimprovera di aver dato il battesimo a un pagano (cf. At 10,47 e 11,17).
Su questo sfondo si capisce, dunque, la domanda dell’eunuco. Essa ci appare come una protesta gridata contro chi, all’interno della comunità cristiana, nutre forse ancora il pregiudizio che un eunuco, socialmente disprezzato ed emarginato, impossibilitato per la sua condizione a far parte dell’antico popolo di Dio, possa essere battezzato ed essere accolto nella comunità dei salvati.
Il grido di protesta dell’eunuco raggiunge anche le nostre comunità cristiane. Il sottile pregiudizio, infatti, che i poveri e i socialmente emarginati, che quanti non rispondono ad un certo modello religioso, che coloro che sono stati moralmente fragili, costituiscano una presenza stonata nella comunità cristiana, può ancora albergare nella mente di molti cristiani. Ci possono essere resistenze e sospetti nei praticanti tradizionali verso chi è giunto, talora attraverso percorsi faticosi, ad intravedere nel vangelo di Gesù Cristo una speranza di salvezza per la propria vita e per la propria storia tortuosa. Sarebbe triste che, dopo aver invocato e programmato la ricerca dei cosiddetti “lontani”, le comunità cristiane si rendessero poco accoglienti o addirittura facessero sentire a disagio coloro che Dio ha inaspettatamente resi “vicini”. L’evangelizzazione in un mondo complesso, non più reso omogeneo dal clima di cristianità, dove i percorsi che portano ad una prima apertura di fede possono essere i più diversi e dove coloro che cercano speranza nel vangelo possono provenire da condizioni e da storie personali le più disparate, richiede alle comunità cristiane di essere evangelicamente attente, aperte ed accoglienti. È contro il pericolo di rigidità e chiusura che si è elevata la protesta dell’eunuco, una volta che egli ha compreso che in Gesù Cristo c’è speranza di salvezza anche per gli emarginati ed i disperati!
Luca, mai banale, dice: “fece fermare il carro e scesero tutti e due nell’acqua, Filippo e l’eunuco, ed egli lo battezzò”. Si tratta, sul piano letterario, di un’enfatizzazione perché sarebbe bastato scrivere: fece fermare il carro e scesero nell’acqua e Filippo lo battezzò. Invece si dice: “e scesero tutti e due nell’acqua”, “Filippo e l’eunuco”: una doppia enfasi. Bisogna essere ingenui a non capire che in questa insistenza c’è un significato.
Questa insistenza vuol dire che quando accompagno qualcuno alla fede, non posso restare fuori. Vuol dire che non esco indenne da un accompagnamento. Vuol dire fondamentalmente che il primo annuncio deve essere un percorso che la Chiesa fa mentre lo fa compiere agli altri. Chi si avvicina alla fede è una grande opportunità per la Chiesa, perché rifaccia l’esperienza del mistero pasquale.
“… ed egli lo battezzò”: c’è però una differenza, c’è una asimmetria nel gesto. È la comunità cristiana, che ha ricevuto il dono della fede, che è in grado di comunicarlo, ma non può comunicarlo a chi non ce l’ha come fosse una cosa che lei possiede. I non credenti sono la nostra chance per poter ritornare a credere. I ricomincianti alla fede sono la nostra fortuna. Nella misura in cui li accogliamo e accettiamo di rifare con loro il nostro percorso di fede, che è la condizione fondamentale per potergliela comunicare, noi ritorneremo ad essere credenti.
L’analogia educativa è molto significativa. I veri accompagnamenti educativi non ti lasciano intatto, ti coinvolgono, ti rimettono in gioco totalmente. Ne esci non solo educatore dell’altra persona ma anche rieducato tu stesso.
Abbiamo dunque qui una quinta caratteristica dell’evangelizzare. Essa consiste nell’abbandonare qualsiasi pregiudizio moralistico e religioso e credere che tutte e tutti, comunque sia la loro vita, sono degni del Vangelo e anzi i più poveri sono i più adatti ad accoglierlo. Noi continuiamo a pensare che ci sia un solo modo di accogliere il vangelo, quello di chi è in regola con la Chiesa e con le sue norme su tutti i punti, quelli che vengono a messa tutte le domeniche, che hanno famiglie unite, ecc. Ora sempre di più ci saranno persone che faranno parte della comunità dei salvati anche se in modo graduale, che saranno raggiunti dalla grazia del Signore anche se, per storie di vita o per scelte, non potranno mai essere del tutto “a posto”, secondo i nostri canoni, che cioè continueranno a essere da credenti degli “eunuchi”, dei menomati. Li terremo lontani dalla comunità perché non sono perfetti? Se così fosse, presto le nostre comunità saranno deserte e anche noi ce ne dovremo andare.

Saper scomparire

Infine è bello sottolineare che il testo termina con l’indicazione che lo Spirito rapisce Filippo e lo porta lontano, mentre l’eunuco prosegue con gioia la sua strada.
Quest’ultimo aspetto è di fondamentale importanza per ogni evangelizzatore. Segnala il carattere di mediazione di ogni accompagnamento e la necessità di lasciare pieno spazio all’azione dello Spirito e al cammino personale dei soggetti. L’accompagnamento mira a restituire le persone all’azione dello Spirito, il quale è l’unico missionario competente, e di restituirle alla loro autonomia. Non si accompagna per plagiare e per controllare, ma per rendere indipendenti. Questo significa anche che nei riguardi delle persone che noi accompagniamo il compito di annuncio è a termine. È bene che, accompagnata una persona, noi scompariamo, perché possa fiorire la sua libertà sotto l’azione dello Spirito, in direzioni che noi non possiamo immaginare.
Questo significa anche che l’accompagnamento rinuncia a verificare i risultati. Noi seminiamo, qualcun altro irrigherà, ma solo Dio fa crescere.

Tre atteggiamenti dell’evangelizzazione oggi

Vorrei in qualche modo riassumere il percorso fatto evidenziando tre atteggiamenti fondamentali, che ci possono guidare e servire da percorso, da stile di evangelizzazione (4).

  1. Rimanere sempre e assiduamente discepoli del Vangelo

Quando noi annunciamo il vangelo, rischiamo, senza rendercene conto, di dimenticare che siamo noi i primi destinatari.
Allora ci comportiamo come se, essendo diventati conoscitori del Vangelo, non ci restasse altro che trasmetterlo agli altri. È come se noi non avessimo più nulla da ascoltare e da ricevere dal Vangelo, e, diventati “maestri” nell’arte di comprenderlo e viverlo, non ci toccherebbe che diffonderlo e comunicarlo.
Può così avvenire che non ci lasciamo più evangelizzare e che mettiamo in atto delle forme di evangelizzazione che contraddicono il messaggio stesso che annunciamo. Sappiamo tutti che ci possono essere pratiche pastorali che, benché condotte in nome del vangelo, sanno più di conquista, di volontà di potere o di nostalgia del passato che della Buona Notizia di Gesù.
Per questo è fondamentale che l’evangelizzatore e l’intera comunità rimangano incessantemente destinatari del vangelo, tutti discepoli e sottomessi alla Parola. La questione prima per ogni evangelizzatore non è “come annunciare il Vangelo”, ma prima di tutto “cosa ha da dirmi oggi il vangelo”? Questa è stata in fondo la conversione fondamentale di Pietro e dopo di lui quella della sua comunità.

  1. Ascoltare la Parola che invita a dislocarsi là dove il Risorto ci precede: «Non è qui. Vi precede in Galilea, là lo vedrete» (Mc 16,7)

Abbiamo detto che dobbiamo restare costantemente discepoli del vangelo. Ora, cosa ci dice il vangelo del mattino di Pasqua? «Non è qui. Vi precede in Galilea, là lo vedrete» (Mc 16,7). Questo annuncio dell’angelo obbliga l’evangelizzatore a dislocarsi continuamente. C’è qui un cambiamento di prospettiva radicale. Non possediamo il Cristo come un oggetto tenuto in mano e controllato, che ci basterebbe comunicare agli altri che non ce l’hanno. Il Cristo non è un oggetto posseduto che abbiamo a disposizione. Per raggiungerlo, siamo invitati ad uscire da noi stessi, a lasciare il nostro luogo per andare nel luogo dell’altro (la Galilea delle genti; la casa del pagano), là dove lui ci precede. Quando arriviamo in un posto, siamo sempre già stati preceduti dallo Spirito del Signore. Noi non portiamo agli altri quello che loro non hanno, ma li raggiungiamo sulla loro strada per scoprire con loro le tracce del Risorto che è già presente. La fede è un cammino di riconoscimento di ciò che è già stato donato segretamente.
Lo Spirito Santo ci precede sempre. Per questo dobbiamo sempre lasciarci evangelizzare da coloro che evangelizziamo. Lo stesso Spirito agisce nell’evangelizzatore e nell’evangelizzato e il primo, se conosce veramente quello che annuncia, accetta anche di essere convertito da colui che ha accettato di ascoltarlo. Tutta l’arte dell’evangelizzatore consiste allora nel favorire il riconoscimento, nel discernere e segnalare la presenza del Regno di Dio nelle persone e nelle situazioni, anche là dove proprio non ce lo aspetteremmo.
Non dobbiamo quindi andare verso gli altri per guadagnarli alla nostra causa, per portare loro quello che non hanno, ma per riconoscere con loro, dentro le storie della loro vita, la presenza del Risorto in modo da rimanerne noi stessi sorpresi.
Così ogni persona, siano essi giovani o adulti, genitori o anziani, persone critiche o non più credenti, se accostata con questo stile può essere aiutata a vedere quello che non vede e aiuta noi a non dare mai per scontato che Dio ha sempre una falcata di vantaggio su di noi e che il suo Spirito fa nuove tutte le cose.

  1. Lasciarsi accogliere nel luogo dell’altro. Entrare in uno spazio di accoglienza reciproca

Noi presentiamo sovente il compito dell’evangelizzazione nella forma dell’accoglienza dell’altro. “Le nostre comunità cristiane, diciamo, devono essere accoglienti”. Questo è vero, naturalmente. Ma non ci potrebbe essere in questo invito a essere accoglienti un’inconsapevole posizione di superiorità nei riguardi dell’altro? Infatti, quando noi moltiplichiamo i segni di accoglienza, stiamo dicendo loro: “Venite a trovare da noi quello che non avete da voi”. In questo gioco comunicativo, può avvenire allora che chi accoglie si metta inconsapevolmente sopra l’altro, e colui che viene accolto si senta sotto. Nasce da qui quella difficoltà di comunicazione autentica che segna spesso il rapporto della Chiesa con la cultura attuale. La Chiesa è percepita, al di là delle sue intenzioni, come un’agenzia che stabilisce con la gente una relazione unidirezionale, una relazione nella quale essa dà ma non riceve, parla ma non ascolta, invita a convertirsi ma non si converte.
Per uscire da questo rapporto di disuguaglianza, basato sul registro dominante/dominato, non dovremmo, secondo il Vangelo, invertire la logica, non tanto cercando di accogliere l’altro da noi (nelle nostre strutture, ad esempio), ma rischiando l’accoglienza da lui, dando fiducia alle sue capacità di accoglienza? “Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua” (Lc 19,5).
Il vangelo non ci dice di essere accoglienti. Ci dice di andare verso gli altri e di affidarci alla loro ospitalità. “Quando entrate in una casa, rimanetevi fino alla vostra partenza” (Mc 6,10). “Chi accoglie voi, accoglie me” (Mt 10,40). “Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me” (A 3,20).
Queste prospettive evangeliche non sopprimono assolutamente le esigenze dell’accoglienza, ma le pongono in un’ottica di reciprocità, in cui gli uni e gli altri danno e ricevono. L’ospitalità ricevuta, infatti, porta all’ospitalità restituita. Il termine “ospite” non indica forse sia la persona che ospita sia quella che viene ospitata?

Conclusione: il ritorno al vangelo da parte della comunità ecclesiale

Vorrei concludere con due considerazioni.
L’attenzione ai ricomincianti può diventare, a parere mio, la strada del nostro ricominciamento. Un ricominciante, di qualsiasi tipo sia, chiede a noi di rifare con lui la strada della fede. Non ci chiede di riannodare il filo nel punto in cui si era interrotto, cioè non chiede mai di credere come credeva una volta. Ma a partire da ciò che egli è in questo momento, ci chiede di credere in modo nuovo, in un modo che assuma tutta la sua storia e le sue esigenze profonde. Se accettiamo il cammino di accompagnamento, saremo condotti noi a ripensare la fede diversamente, educativamente.
Per questo motivo, nella complessità e nel peso delle incombenze pastorali che abbiamo, occorre che scegliamo delle priorità: una di queste è quella di dare tempo a chi accetta di ricredersi e ritorna disponibile a credere. Il problema della fede degli adulti è un problema di rieducazione della nostra fede di credenti.
La crisi dell’evangelizzazione rinvia alla necessità di una nuova riformulazione del messaggio. Ma tale riformulazione del messaggio chiede alla comunità ecclesiale, a noi per primi che la rappresentiamo visibilmente, di rivisitare la nostra fede, di non darla più per scontata, di re-imparare a viverla e di re-imparare a dirla. Come potremo essere educatori della fede degli adulti se non ci rieducheremo a credere diversamente, in modo non infantile e fuori dal tempo?
La crisi dell’evangelizzazione va interpretata come un appello affinché la comunità ecclesiale torni ad ascoltare lei il vangelo come se fosse la prima volta.

Un breve riassunto

Siamo chiamati ad un preliminare lavoro di igiene mentale, di pulizia dello sguardo per poter affrontare più correttamente il tema dell’annuncio della buona notizia agli adulti. La realtà del mondo degli adulti può essere letta secondo prospettive profondamente diverse.
Annunciare il vangelo agli adulti non è mai stato un compito facile, innanzitutto perché credere non è mai stato per nessuno una cosa agevole (si pensi ai santi, a coloro che ci sono proposti come modello di fede). Credere non è una passeggiata tranquilla, ma è anche crisi, buio, lotta. Dio è sempre oltre le nostre esperienze. La fede è una lotta dalla quale si esce con un’identità nuova, trasformati. E se la fede è un’esperienza difficile, è difficile anche comunicarla. Credere è una relazione, ed ha tutti i connotati di una relazione, dall’eccitazione dei tempi dell’innamoramento, ai momenti grigi della routine (i salmi sono uno specchio di questa realtà).
C’è poi un fatto nuovo e cioè che la fede cristiana è in scacco culturale: un maggior numero di persone ritiene di poter vivere umanamente senza far riferimento alla fede cristiana. Allo stesso tempo però è cresciuto il bisogno religioso, che, pur con tutte le sue ambiguità, testimonia della persistenza della domanda di senso. Gli italiani sono meno cristiani, ma più religiosi: meno appartenenza ecclesiale e più religiosità.
Ma questa situazione di fuori uscita da una cultura di cristianità è una disgrazia o un’opportunità?
La più diffusa lettura è che si tratti di una disgrazia. Questa lettura alimenta un risentimento nei confronti degli uomini di oggi. 18 secoli di cristianità ci hanno fatto ritenere come “dovuta”, come scontata l’adesione di fede e il suo attuale venir meno è avvertito, con rancore, come un torto, da parte di chi pensava di avere l’esclusiva del senso. Chi vede come disgrazia questa nuova situazione ritiene che sia in atto una deriva culturale e pertanto si impegna a recuperare gli spazi perduti, alzando la voce, mostrando i muscoli, definendo malvagi, ottusi o confusi coloro che non ascoltano la nostra voce.
Ma c’è un’altra lettura possibile della fine della cultura di cristianità. Il venir meno di questa cultura non è interpretato come una deriva ma come una traversata, come un passaggio da una sponda conosciuta ad un’altra ancora sconosciuta. E ogni traversata è carica di rischi.
Da un punto di vista culturale si sono rotte le acque: un vecchio equilibrio è venuto meno, ma in funzione di una vita nuova. In questa lettura ciò che sta avvenendo non è visto come la fine del mondo, ma di un mondo, non come la fine del cristianesimo, ma di un cristianesimo. La fine di un modello di fede di tipo sociologico (credenti per nascita) può favorire l’alba di una fede come adesione libera, numericamente minoritaria, l’alba di una buona notizia annunciata liberamente a chi liberamente la vuole accogliere.
È una lettura improntata alla speranza cristiana, per la quale la storia non è alla deriva, ma va verso il suo compimento.
Da che parte ci mettiamo quando annunciamo la parola di Dio? dalla parte dei restauratori di una cristianità perduta o dalla parte delle persone che lavorano per costruire un mondo nuovo, che sta nascendo progressivamente grazie allo Spirito? La gerarchia non manda messaggi univoci e sono compresenti attualmente le due concezioni di evangelizzazione. Da parte di chi è esterno o di chi ha un’appartenenza ecclesiale debole, la chiesa viene vista come colei che fa la lettura della deriva, della disgrazia, contribuendo così a mantenere le distanze.
Collocandoci nella prospettiva della lettura della realtà di oggi non come disgrazia ma come opportunità dobbiamo recuperare ciò che abbiamo trascurato in 18 secoli di cristianità e cioè la dimensione della libertà. In una società pluriculturale la fede torna al suo statuto originario di proposta libera e di adesione libera. In una società di cristianità non c’era bisogno di proporre, di evangelizzare, perché si nasceva cristiani. La nuova situazione ci chiede una rinnovata capacità propositiva, non finalizzata a catturare l’altro, ma a liberare la libertà dell’altro. Ci chiede uno sguardo di simpatia nei confronti degli adulti, al di là dei loro percorsi morali (Gesù non ha mai avuto problemi con i peccatori, ma con le persone “religiose”, con coloro che erano a posto).
Nella prospettiva della traversata, della speranza, del parto di un mondo nuovo il registro fondamentale del primo annuncio è la testimonianza: dire anzitutto agli altri ciò che per grazia siamo diventati. Non si tratta di dimostrare che il vangelo ha ragione, ma che mi ha reso più umano: è la forza della testimonianza. Quando abbiamo tanto bisogno di difendere il vangelo, vuol dire che non lo manifestiamo più.
La testimonianza va sempre fatta nella modalità del dialogo. Chi evangelizza si lascia evangelizzare, chi insegna si lascia istruire, come sa chiunque abbia lavorato nel campo dell’educazione. Come diceva la Gaudium et Spes, la Chiesa ha tanto da dare, ma anche tanto da ricevere.

NOTE

(1) Si veda a questo proposito l’illuminante analisi di FOSSION André, Quale annuncio del Vangelo per il nostro tempo?, in “C’è spazio per la Parola che salva?”. Problemi e prospettive dell’evangelizzazione nel contesto culturale europeo e italiano, «Esperienza e teologia» n.18 (2004), 9-27.
(2) “Nuova evangelizzazione”, “primo annuncio” e “catechesi” sono termini contigui ed esigono di essere esaminati insieme. Il termine “nuova evangelizzazione”, caro al Papa Giovanni Paolo II, subisce una notevole oscillazione semantica: arriva a connotare tutta l’azione pastorale della Chiesa, dall’inizio della fede alla sua maturazione e testimonianza. Ma nel Documento Base al n° 25 il termine evangelizzazione è preso in senso più ristretto come quell’azione diretta a suscitare la fede in chi non ha ancora compiuto la scelta fondamentale per Cristo nella Chiesa.
(3) Si veda il breve documento dell’Ufficio Catechistico della regione Lazio: Linee per un progetto di Primo Annuncio, LDC, 2002.
(4) Questi atteggiamenti sono tratti da un intervento di André Fossion, catecheta belga, in un recente convegno tenutosi a Budapest.

(Verbania Pallanza, 5 aprile 2008, sintesi della relazione)