Il Sinodo, occasione di nuovo dialogo

Chiara Diella – Rossella Lo Maglio –Micaela Valentino

Il Documento Preparatorio al Sinodo dei vescovi 2018 è un testo lucido, attuale, onesto, uno strumento utile per capire e analizzare la nostra realtà giovanile, quella che viviamo con tutte le bellezze e le sfide che essa comporta. Un testo chiaro e fruibile che desidera arrivare a tutti, proprio a tutti, giovani e meno giovani. In particolare vuole fornire degli spunti critici e di indirizzo al mondo adulto, che è chiamato a vivere e ad interrogarsi sulla situazione giovanile odierna, nell’ambito familiare, educativo, scolastico, lavorativo e nell’orientamento alle scelte di vita. Anche gli stessi giovani sono chiamati in prima persona a riflettere coerentemente sul proprio vissuto e stile di vita, interrogandosi sui cammini intrapresi e, più a fondo, sulle proprie (profonde) aspirazioni.
Le problematiche e le sfide che emergono nel documento leggono davvero quello che ogni giovane si trova a vivere quotidianamente. E se esse sono dette dal lato dell’adulto (coloro che hanno allestito il documento sono tutti adulti a vario titolo coinvolti), proviamo adesso a ri-raccontarle dall’esperienza di tre giovani, impegnate nel sociale, e con la responsabilità di dare voce ai nostri coetanei che – come si suol dire – vivono sulla propria pelle quello che è sì preoccupazione degli adulti ma anche – talora – fredda analisi sociologica.
(Tra l’altro, dobbiamo aggiungere che – partite un po’ timorose di non essere all’altezza, di non sapere bene cosa dire, di dire cose abbastanza scontate – alla fine ci siamo accorte che… un’idea tira l’altra, lo scambio moltiplica i punti di vista e le visioni, e le sfaccettature della realtà sono molteplici, irriducibili ai singoli particolari; e che alla fine non potevamo “barare”: lavorando l’una a fianco dell’altra, ci siamo anche messe di fronte alla “verità” della nostra vita, e alla serietà del nostro “parlare a nome dei giovani”. Un effetto positivo di questo Sinodo, in effetti, c’è già stato: su noi stesse).

Alcuni tratti della nostra cultura giovanile

In primo luogo emerge la mancanza di coinvolgimento e radicamento verso la realtà in cui si vive, il non riconoscimento di figure di riferimento e non adesione a stili e modelli comportamentali che possono essere da guida e accompagnamento, essendo continuamente bersagliati da vari input e condizionamenti esterni. La flessibilità e la fluidità irrompono in ogni campo della vita, causando un sentimento di smarrimento e disorientamento immobilizzante, un vuoto vocazionale e personale di cui non ci si rende conto, o di cui non si coglie spesso l’origine.
Certamente per noi giovani, nonostante le molte opportunità di crescita ed evoluzione offerte a livello sociale, educativo e professionale, non è un momento storico semplice: si vive una grande e infinita libertà a livello di scelte, di autodefinizione, di espressione, di immaginazione che diventa liquidità e indeterminatezza. È però questa stessa libertà che causa il grande disorientamento esistenziale, che spesso sfocia nella paura. Paura di non essere compresi, paura di essere considerati inadatti e non all’altezza, paura del giudizio e di fare scelte radicali.
È in questo contesto che sta crescendo una generazione di persone deresponsabilizzate, che parlano il “recriminese”, che non vogliono scegliere un “per sempre” e vogliono poter sempre trovare uno spiraglio per tornare sui propri passi. Ci si accontenta in tanti ambiti della vita, raramente si fanno progetti a lungo termine: i sogni sono per i folli, la realtà è dura e minacciosa.
Il testo del Documento non nasconde una chiara lettura del contesto storico e politico attuale che fornisce una cornice di certo non rassicurante sui mali e le storture che affliggono la nostra società a livello valoriale, economico, sociale e geopolitico.

Spazi aperti al sogno

Facciamo un passo in avanti, anche perché di analisi si muore e in esse non si trova molto spazio per il desiderio, il sogno, il cambiamento.
Entriamo in dialogo e profonda sintonia con Papa Francesco, che non si appiattisce (né ci appiattisce) su correttissime fredde analisi, ma entra in empatia con noi giovani e traccia dei sentieri: non come ricettine ma come pause di respiro, borracce d’acqua. A ciascuno di noi restano in mente immagini e “verbi” delle tante volte che il Papa si rivolge ai giovani.
Di fronte alle analisi il Papa interroga se stesso e tutti noi, invitando al realismo, ad essere critici, propositivi e osservatori che partecipano alle difficoltà dei propri fratelli. Il primo sentiero da percorrere è quello di “camminare insieme”, partecipare e condividere. “Insieme si può”, sembra echeggiare. Siamo invitati a comprendere, capire, approfondire, a non sottovalutare nessuna flebile voce che chiede supporto e attenzione.
Il secondo sentiero è la ricerca di un dialogo costruttivo col mondo degli adulti.
Il Papa invita il mondo adulto a prendersi cura dei più giovani, a guidare con amorevolezza e determinazione, sospendendo il proprio giudizio ed evitando etichette penalizzanti. Ogni giovane è un mondo a sé fatto di sogni, aspirazioni, desideri e volontà.
Il problema è che non sempre gli adulti sono in grado di assumere questo ruolo di guida: le famiglie in primis non sempre hanno la formazione e le competenze per accompagnare i propri figli in questo passaggio verso l’adultità, che è tanto importante quanto delicato. Si può essere adulti per età anagrafica senza aver compiuto quelle necessarie tappe di vita che aiutano a strutturare l’identità e a rafforzare l’autostima dell’individuo. Questo passaggio implica una serie di difficoltà affettive, emozionali che devono essere gestite e prese in carico per delineare la figura del giovane che cammina prontamente verso le proprie responsabilità e l’essere adulto senza paure e recriminazioni con se stesso. È facile allora che gli adulti cadano nella trappola e tentazione di ripensare ai tempi passati, quando a 25 anni si era già adulti e responsabili!
In questo invito al mondo adulto ci sentiamo coinvolti anche noi giovani: a non interrompere il dialogo, a non chiudersi nel proprio presente, a chiedere aiuto e guida, ad avere fiducia, a non rinnegare il patrimonio del valori e della fede, la vocazione dell’adulto ad accompagnare i giovani verso la vita. Non vogliamo permessi speciali o facilitazioni rispetto alla vita: vogliamo – ne siamo sempre più consapevoli – mete alte e credibili, e compagni-guide per il cammino. Questa è la storia che ci hanno raccontato (di Gesù, dei Santi, dei testimoni che ci affascinano), e che vorremmo ci venisse narrata anche oggi.
In effetti restare sulle proprie posizioni non aiuta il dialogo intergenerazionale, né tantomeno la crescita sana di nessuna delle parti in causa.
Essere dunque aiutati al cammino verso l’adultità. E questo significa investire sulle scelte importanti di ogni individuo, sulle vocazioni, sul senso di autoefficacia, autostima e di empowerment personali e sociali.

Una Chiesa che “ci piace”

Torniamo al Documento preparatorio al Sinodo. Esso ci ha presentato un’immagine di Chiesa che fa il primo passo, che si prende cura e prende a cuore i giovani avviando con loro un dialogo. Non per convincere, non per strumentalizzare, non per dare contentini. Ma per “accorgersi” di loro, per riconoscerne il dono e la grazia, per imparare ad ascoltare, prima ancora che a dialogare o dire le proprie ansie e preoccupazioni. E non in atteggiamento condiscendente, ma sincero: un dialogo fatto di ascolto e di stima, di attenzione e rispetto, di non chiusura mentale, ascoltando prima di proporre e accompagnare, e senza paura di interrogarsi e interrogare in ogni ambito e in ogni sfera del vivere. Dunque anche lasciandosi provocare, soprattutto là dove la testimoninaza non è o non è stata cristallina.
Il questionario intanto può essere uno strumento adatto, utile per interrogare e permettere il coinvolgimento di tutta la comunità dei fedeli, di tutte le realtà ecclesiastiche e territoriali, per generare un documento finale che raccolga le reali istanze e indichi indirizzi concreti.
È una Chiesa Madre che ci parla, disponibile a “incontrare, accompagnare, prendersi cura” dei giovani, sapendo che la sua natura è di accogliere il figlio. Una Chiesa in uscita che si avvicina e si interroga sul suo futuro (ci sarebbe un futuro della chiesa senza un futuro dei giovani?).
C’è un grande lavoro da compiere in sinergia allora: con le famiglie, perché sappiano guidare e insegnare e trasmettere l’importanza dello scegliere, di puntare alto, di investire su di sé; sulla Chiesa, che deve essere un esempio coerente di amore e di servizio verso il prossimo; sui giovani che sono già inseriti in percorsi di formazione e di animazione, perché abbiano modo di testimoniare l’incontro con Cristo, evangelizzando nella semplicità della quotidianità. Siamo tutti responsabili. Nessuno escluso.
Il lavoro che si propone di fare questo Sinodo è grande e può costituire una vera risposta a tutti questi bisogni. La Chiesa prova a dare risposte reali e concrete, ponendosi accanto ai giovani, condividendo il cammino e le difficoltà, per accompagnare e andare incontro.
Il dialogo che un giovane può sostenere con una Chiesa in uscita, accogliente e amorevole, è quello attraverso cui passa l’educazione: educare alla bellezza della vita, delle scelte, delle relazioni, alla fede vivificante e vicina alla persona.
Spendere “tempo” con e per i giovani non è mai una perdita di “tempo”: i giovani sono la società futura, sono i buoni cristiani e gli onesti cittadini del domani, parafrasando Don Bosco, ma che devono iniziare ad esserlo da oggi, responsabilizzandosi, trovando il loro posto in società.
Dobbiamo rimboccarci le maniche, essere rete (più che stare on line), trovare soluzioni creative e attuali, per costruire insieme una società dove le risorse (umane) possano venire valorizzate per il bene