Papa Francesco e la Chiesa

Maria Rattà

Il linguaggio “immaginifico” sulla Chiesa, dalla Scrittura a papa Francesco

La Chiesa è spesso definita e descritta, in Scrittura e Patristica, attraverso immagini simboliche, coniate per manifestarne la ricchezza e il dinamismo. Basti pensare a espressioni come «Colonna e fondamento della verità, Sposa e Corpo mistico di Cristo, Barca di Pietro, Nuova Arca dell’Alleanza». Anche il Magistero si pone sulla stessa linea: «la Sposa di Cristo preferisce usare la medicina della misericordia invece di imbracciare le armi del rigore» (Giovanni XXIII); «la Chiesa cattolica ha del sapone straordinario: vangelo, sacramenti, preghiera» (Giovanni Paolo I); «il sorriso materno della Vergine […] contribuisce a conferire un volto gioioso alla Chiesa» (Giovanni Paolo II); «la Chiesa riconciliata è potente lievito di riconciliazione nei singoli Paesi» (Benedetto XVI).
Il linguaggio fortemente immaginifico di papa Francesco si colloca dunque in questo contesto e lo impreziosisce con l’immediatezza e il calore tipico della sua personalità, ma anche della sua cultura ed esperienza di vita latinoamericana. Ne scaturisce un binomio tra l’immagine “parlata” sulla Chiesa e l’immagine “visiva” della Chiesa, fatta di gesti che catturano l’attenzione, imprimendosi nella memoria e spingendo a interrogarsi sul proprio modo di concepire, vivere e rendere comprensibile la Chiesa nell’oggi e nel solco del Concilio Vaticano II.

Popolo di Dio in cammino

È molto cara al papa la definizione di Chiesa quale «popolo di Dio» data dalla Lumen Gentium. Un concetto che mira a sfatare il comodo mito che la riduce alla sola gerarchia. La Chiesa, ha detto fin da subito Francesco, è invece inserita nel grande disegno di Dio che vuole fare di tutti gli uomini una comunità di figli, una famiglia. Non la si può dunque equiparare a una ONG o un’associazione privata di persone, perché il credente è chiamato ad agire non per semplice assistenzialismo, ma in virtù di quell’amore gratuitamente ricevuto da Dio e che gratuitamente va speso per il prossimo. «Noi possiamo camminare quanto vogliamo» – affermò Francesco il giorno successivo alla sua elezione –, «noi possiamo edificare tante cose, ma se non confessiamo Gesù Cristo, la cosa non va. Diventeremo una ONG assistenziale, ma non la Chiesa, Sposa del Signore»[1]. La gratuità è l’ottica opposta all’attaccamento al denaro e il papa ripete spesso una frase ascoltata da sua nonna: «il sudario non ha tasche», per indicare che ognuno porterà in Cielo solo quello che ha condiviso. È uno dei suoi tanti insegnamenti ruotanti attorno all’idea di una «Chiesa povera e per i poveri».
Ma la Chiesa non è semplicemente «popolo di Dio», bensì «popolo in cammino»: «È fondata da Gesù ma è un popolo con una storia lunga alle spalle e una preparazione che ha inizio molto prima di Cristo stesso»[2]. A partire da Abramo, scelto infatti per portare la benedizione di Dio a tutte le famiglie della terra, si è formato un popolo, ed è in esso, in questa storia, che è nato Cristo.
Francesco tratteggia una Chiesa dinamica nel suo procedere incontro al Signore, in una sinergia di servizio e di fecondità tra papa, pastori e laici: il cristiano deve «camminare sempre»; non si può essere «anime sedute»; «Avere una bella storia alle spalle non serve però per camminare con gli occhi all’indietro, […] per guardarsi allo specchio, […] per mettersi comodi in poltrona! […] Fare memoria di un lungo itinerario di vita aiuta a rendersi consapevoli di essere popolo che cammina prendendosi cura di tutti, aiutando ognuno a crescere umanamente e nella fede, condividendo la misericordia con cui il Signore ci accarezza»[3].

Chiesa che evangelizza con gioia

Camminare significa non rimanere fermi nella «reception della Chiesa»: siamo chiamati a farci «Chiesa in uscita», come il papa ha scritto nell’Evangelii Gaudium. L’espressione è radicata nella Scrittura, e in modo particolare nella figura del Cristo che vive questo essere in uscita come un rimanere con la gente che ha bisogno di lui.
Si tratta del dinamismo che spinge Maria, icona della Chiesa, a non vivere di fretta ma a sapere quando è il caso di agire, attraverso l’ascolto di Dio e dei fatti della vita, come fa visitando Elisabetta. È il dinamismo che deve coinvolgere i sacerdoti, per tradurre i piani pastorali in un colloquio continuo con le persone, attuando quella che Francesco definisce una «icona senza una persona» vista tante volte da ragazzo: «il telefono sul comodino del parroco», l’icona dei «bravi preti, che si alzano a qualsiasi ora della notte per andare da un malato, a dare i sacramenti»[4].
È il dinamismo che riguarda tutti i fedeli, inviati da Gesù a portare la Buona Novella nel mondo (cfr. Mt 28,19-20). «Oggi, in questo “andate” di Gesù sono presenti gli scenari e le sfide sempre nuovi della missione evangelizzatrice della Chiesa. […] Tutti siamo invitati ad accettare questa chiamata: uscire dalla propria comodità e avere il coraggio di raggiungere tutte le periferie che hanno bisogno della luce del Vangelo» (EG 20). Ricordando però che il compito della Chiesa non è di fare proseliti, ma di attrarre, destando la nostalgia del Volto di Dio in quanti non lo hanno conosciuto oppure si sono allontanati o resi indifferenti verso la Chiesa.
Per evitare il pericolo della chiusura (parrocchiale e personale), che ammala la Chiesa, il papa indica un antidoto: «La preghiera permette alla grazia di aprire una via di uscita: dalla chiusura all’apertura, dalla paura al coraggio, dalla tristezza alla gioia […], dalla divisione all’unità»[5].
Allora uscire significa incontrare Dio e aprirsi alla sua azione creativa per poi incontrare l’altro e vedere in lui il Volto di Gesù, ma anche portare all’altro quel Volto – amorevole e misericordioso, della cui comunicazione la Chiesa è strumento – impresso in se stessi.
La Chiesa è dunque un «ospedale da campo» che tocca la carne di Cristo nei poveri e negli ammalati; incontra gli ultimi e gli emarginati (come ha fatto il papa nei Venerdì della misericordia o nella Lavanda dei piedi nelle carceri, esperienza iniziata a Buenos Aires); si oppone alla cultura dello scarto che emargina giovani e anziani; si avvicina a tante famiglie ferite.
La «Chiesa in uscita» proclama inoltre «“il vangelo della pace” (Ef 6,15)» (EG 239) attraverso il dialogo ecumenico, interreligioso e con il mondo civile, culturale e scientifico. Uscire è cercare nuove forme di comunicazione col mondo non credente (come non pensare al dialogo tra Francesco ed Eugenio Scalfari?) e impegnarsi nella cura del Creato, affinché il pianeta diventi ciò che Dio «ha sognato nel crearlo e risponda al suo progetto di pace, bellezza e pienezza» (LS 53).
Così il cerchio si chiude, e i temi si riannodano nuovamente nell’impegno personale: «Nell’annunciare Gesù Cristo, che è la pace in persona (cfr Ef 2,14), la nuova evangelizzazione sprona ogni battezzato ad essere strumento di pacificazione e testimonianza credibile di una vita riconciliata» (EG 239). È l’invito a essere artigiani della pace nel proprio cuore e coi più vicini; è l’invito a ricordare che la Chiesa non ha «porte blindate» e che «le chiavi delle porte» – lo diceva il papa parlando delle vocazioni, ma il discorso può simbolicamente estendersi – «le abbiamo noi. Non solo Pietro, no, no. Tutti»[6].

FONTI

Circa il pensiero di Papa Francesco e la Chiesa, la bibliografia è praticamente… tutto.
Per non appesantire il testo di note, citiamo in generale soprattutto il documento programmatico Evangelii Gaudium e la Laudato si’, mentre lasciamo indicazione – in nota – di alcuni discorsi, udienze e omelie.

NOTE

[1] Omelia, 14 marzo 2013.
[2] Udienza generale, 18 giugno 2014.
[3] Discorso, 30 aprile 2017.
[4] Discorso, 10 dicembre 2016.
[5] Omelia, 29 giugno 2016.
[6] Discorso, 5 gennaio 2017.