Accogliere la croce, il profeta, il piccolo

Domenica XIII del tempo ordinario A

Papa Francesco

A cura di Gianfranco Venturi


10,37 Distacco per realizzare la vocazione (AL 18)

Il Vangelo ci ricorda che i figli non sono una proprietà della famiglia, ma hanno da­vanti il loro personale cammino di vita. Se è vero che Gesù si presenta come modello di obbedien­za ai suoi genitori terreni, stando loro sottomes­so (cfr Lc 2,51), è pure certo che Egli mostra che la scelta di vita del figlio e la sua stessa vocazione cristiana possono esigere un distacco per realiz­zare la propria dedizione al Regno di Dio (cfr Mt 10,34-37; Lc 9,59-62). Di più, Egli stesso, a dodici anni, risponde a Maria e a Giuseppe che ha una missione più alta da compiere al di là della sua famiglia storica (cfr Lc 2,48-50). Perciò esal­ta la necessità di altri legami più profondi anche dentro le relazioni familiari: “Mia madre e i miei fratelli sono questi: coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica” (Lc 8,21). D’altra parte, nell’attenzione che Egli riserva ai bambi­ni – considerati nella società del Vicino Oriente antico come soggetti privi di diritti particolari e come parte della proprietà familiare – Gesù arri­va al punto di presentarli agli adulti quasi come maestri, per la loro fiducia semplice e spontanea verso gli altri: “In verità io vi dico: se non vi con­vertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli. Perciò chiunque si farà piccolo come questo bambino, costui è il più grande nel regno dei cieli” (Mt 18,3-4).

10,38 La tentazione di eludere la croce [1]

tentazione per la Chiesa è stata e sarà sempre la stessa: eludere la croce (cfr Mt 10,38; 16,22), mercanteggiare la verità, attenuare la forza reden­trice della croce di Cristo per sfuggire alla perse­cuzione. Povera la Chiesa tiepida che rifugge ed evita la croce! Non sarà feconda, si “socializzerà educatamente” nella sua sterilità con strati e strati di una cultura accettabile. E questo, in definitiva, il prezzo che si paga, e ne fa le spese il popolo di Dio, per essersi vergognato del Vangelo, per aver avuto paura di rendere testimonianza.
Chiediamo al discepolo del Signore [Pietro ], questo pri­mo nostro fratello che seguì l’esempio di Gesù e il cammino tracciato dal Vangelo, di concederci la gra­zia di non vergognarci della croce di Cristo, di non cedere, per timore, convenienza o comodità, alla tentazione di patteggiare la strategia del Regno, che comporta povertà, umiliazioni e umiltà; inoltre, sup­plichiamolo affinché ci doni la grazia di ricordare tutti i giorni le parole di san Paolo: “Non vergognarti dunque di dare testimonianza al Signore nostro, né di me, che sono in carcere per lui; ma, con la forza di Dio, soffri con me per il Vangelo” (2Tm 1,8).

10,39 Perdere tutto [2]

Per vincere bisogna saper perdere
Il senso dell’abbandono nelle mani del Padre, e dell’impressione di abbandono da parte del Padre che è connessa con qualsiasi croce, indica la dimensione escatologica di questa “pietra fondamen­tale” della nostra vita cristiana.
Per vincere tutto, sulla croce, bisogna perdere tutto. Ecco che si vende tutto per comprare la pietra preziosa o il campo con il tesoro nascosto. Perdere tutto: “Chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà” (Mt 16,25; 10,39; Mc 8,34s; Lc 17,33). Nell’atto di perdere tutto si cerca la nuova vita, e l’esistenza sarà totalmente un dono; ma bisogna perdere tutto. Qui non valgono rassicurazioni e precauzioni, come quelle che presero Anania e Saffira (cfr At 5,1-11). Nessuno ci obbliga, siamo invitati. Ma l’invito è a “tutto o niente”: a non avere un luogo dove dormire, quando anche le volpi ne hanno uno; a lasciare che i morti seppelliscano i loro morti, e a convincersi quotidianamente del fatto che mettere la mano all’aratro e voltarsi indietro non è un comportamento compatibile con la gloria del Signore (cfr Lc 9,57-62).

La croce segno bellico della nostra esistenza
È la croce a contrassegnare il senso bellico della nostra esistenza. Con la croce non si può negoziare, non si può dialogare: o la si abbraccia o la si respinge. Se scegliamo di respingerla, la nostra vita resterà nelle nostre mani, confinata nei momenti meschini del nostro orizzonte. Se l’abbracciamo, in quella stessa decisione perdiamo la vita, la lasciamo nelle mani di Dio, nel tempo di Dio, e ci verrà restituita soltanto in un altro modo.
Ci farà bene riflettere su questo bivio che segna il nostro futuro, e chiedere umilmente al Signore della gloria di volerci rendere partecipi del suo destino e della sua croce… e chiedere alla Madre del Signore, Madre nostra e della Chiesa, molto umilmente e con affetto filiale, come ci insegnava sant’Ignazio, di metterci accanto a suo Figlio.

10,37-38 La tentazione di un cristianesimo senza croce [3]

La regola di Gesù
Oggi il pericolo è quello di soccombere alla tentazione di un cristianesimo senza croce. Un cristianesimo a metà cammino. Questa è una tentazione». Ma ce n’è un’altra, quella di un cristianesimo con la croce senza Gesù Noi vogliamo il trionfo adesso senza andare sulla croce. Un trionfo mondano, un trionfo ragionevole.
Il trionfalismo nella Chiesa ferma la Chiesa. Il trionfalismo di noi cristiani ferma i cristiani. Una Chiesa trionfalista è una Chiesa a metà cammino. Una Chiesa che si accontentasse di essere ben sistemata, con tutti gli uffici, tutto a posto, tutto bello, efficiente, ma che rinnegasse i martiri, sarebbe una Chiesa che soltanto pensa ai trionfi, ai successi; che non ha quella regola di Gesù: la regola del trionfo tramite il fallimento. Il fallimento umano, il fallimento della croce. E questa è una tentazione che tutti noi abbiamo.

La croce, modo divino di ascoltarci
Una volta, ero in un momento buio della mia vita spirituale, e chiedevo una grazia dal Signore. Sono andato a predicare gli esercizi dalle suore e l’ultimo giorno si sono confessate. È venuta a confessarsi una suora anziana, più di ottant’anni, ma con gli occhi chiari, proprio luminosi. Era una donna di Dio. Poi alla fine l’ho vista tanto donna di Dio che le ho detto: “Suora, come penitenza preghi per me, perché ho bisogno di una grazia, eh? Se lei la chiede al Signore, me la darà sicuro”. Lei si è fermata un attimo, come se pregasse, e mi ha detto questo: “Sicuro che il Signore le darà la grazia ma, non si sbagli: con il suo modo divino”. Questo mi ha fatto tanto bene: sentire che il Signore ci dà sempre quello che chiediamo ma lo fa con il suo modo divino. Questo modo coinvolge la croce. Non per masochismo, no no: per amore, per amore fino alla fine.

10,38-39 La Croce garantisce la fecondità pastorale [4]

San Paolo, scrivendo ai Galati, afferma: «Quanto a me non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo» (6,14). E parla di «stigmate», cioè delle piaghe di Gesù Crocifisso, come del contrassegno, del marchio distintivo della sua esistenza di Apostolo del Vangelo. Nel suo ministero Paolo ha sperimentato la sofferenza, la debolezza e la sconfitta, ma anche la gioia e la consolazione. Questo è il mistero pasquale di Gesù: mistero di morte e di risurrezione. Ed è proprio l’essersi lasciato conformare alla morte di Gesù che ha fatto partecipare san Paolo alla sua risurrezione, alla sua vittoria. Nell’ora del buio, nell’ora della prova è già presente e operante l’alba della luce e della salvezza. Il mistero pasquale è il cuore palpitante della missione della Chiesa! E se rimaniamo dentro questo mistero noi siamo al riparo sia da una visione mondana e trionfalistica della missione, sia dallo scoraggiamento che può nascere di fronte alle prove e agli insuccessi. La fecondità pastorale, la fecondità dell’annuncio del Vangelo non è data né dal successo, né dall’insuccesso secondo criteri di valutazione umana, ma dal conformarsi alla logica della Croce di Gesù, che è la logica dell’uscire da se stessi e donarsi, la logica dell’amore. È la Croce – sempre la Croce con Cristo, perché a volte ci offrono la croce senza Cristo: questa non va! – E’ la Croce, sempre la Croce con Cristo che garantisce la fecondità della nostra missione. Ed è dalla Croce, supremo atto di misericordia e di amore, che si rinasce come «nuova creatura» (Gal 6,15).

10,40-42 Porte aperte per accogliere [5]

Porte chiuse, porte aperte
Il Signore non forza mai la porta: anche Lui chiede il permesso di entrare. Il Libro dell’Apocalisse dice: «Io sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me» (3,20). Ma immaginiamoci il Signore che bussa alla porta del nostro cuore! E nell’ultima grande visione di questo Libro dell’Apocalisse, così si profetizza della Città di Dio: «Le sue porte non si chiuderanno mai durante il giorno», il che significa per sempre, perché «non vi sarà più notte» (21,25).
Ci sono posti nel mondo in cui non si chiudono le porte a chiave, ancora ci sono. Ma ce ne sono tanti dove le porte blindate sono diventate normali. Non dobbiamo arrenderci all’idea di dover applicare questo sistema a tutta la nostra vita, alla vita della famiglia, della città, della società. E tanto meno alla vita della Chiesa. Sarebbe terribile! Una Chiesa inospitale, così come una famiglia rinchiusa su sé stessa, mortifica il Vangelo e inaridisce il mondo. Niente porte blindate nella Chiesa, niente! Tutto aperto!

L’accoglienza, una questione cruciale
La gestione simbolica delle “porte” – delle soglie, dei passaggi, delle frontiere – è diventata cruciale. La porta deve custodire, certo, ma non respingere. La porta non dev’essere forzata, al contrario, si chiede permesso, perché l’ospitalità risplende nella libertà dell’accoglienza, e si oscura nella prepotenza dell’invasione. La porta si apre frequentemente, per vedere se fuori c’è qualcuno che aspetta, e magari non ha il coraggio, forse neppure la forza di bussare. Quanta gente ha perso la fiducia, non ha il coraggio di bussare alla porta del nostro cuore cristiano, alle porte delle nostre chiese… E sono lì, non hanno il coraggio, gli abbiamo tolto la fiducia: per favore, che questo non accada mai. La porta dice molte cose della casa, e anche della Chiesa. La gestione della porta richiede attento discernimento e, al tempo stesso, deve ispirare grande fiducia.
Le pecore non le sceglie il guardiano, non le sceglie il segretario parrocchiale o la segretaria della parrocchia; le pecore sono tutte invitate, sono scelte dal buon Pastore. Il guardiano – anche lui – obbedisce alla voce del Pastore. Ecco, potremmo ben dire che noi dobbiamo essere come quel guardiano. La Chiesa è la portinaia della casa del Signore, non è la padrona della casa del Signore.

NOTE

1 Male, in Papa Francesco – J. M. Bergoglio, La misericordia è una carezza. Vivere il giubileo nella realtà di ogni giorno, a cura di Antonio Spadaro, Rizzoli, Milano 2015, 77-108.
2 Croce e senso bellico della vita, in J. M. Bergoglio, Pace, Milano Corriere della Sera 2014, (= Le parole di papa Francesco, 5), 31-46.
3 Meditazione, 29 maggio 2013.
4 Omelia, Messa con seminaristi, novizie e novizie, 7 luglio 2013.
5 Udienza 18 novembre 2015.