II domenica dopo Pentecoste – A

Solennità del SS. CORPO E SANGUE DI CRISTO

 

PRIMA LETTURA                                         Dt 8, 2-3.14-16a

 

Dal libro del Deuteronomio

Mosè parlò al popolo dicendo: 2 «Ricòrdati di tutto il cammino che il Signore tuo Dio ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto, per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore e se tu avresti osservato o no i suoi comandi.

Ricordati, con questo comando il Signore vuole che tutta l’esperienza del deserto s’imprima nei figli d’Israele perché essa resta emblematica per tutta la storia successiva.

Essa è durata quarant’anni in modo che questa esperienza sia ricordata da tutte le generazioni e ne faccia parte integrante. Tutto il cammino. La strada, percorsa dal popolo, è segnata da tappe i cui nomi spesso ricordano infedeltà e ribellioni a Dio.

Il tempo del deserto è caratterizzato da umiliazioni e prove. Nelle umiliazioni sono comprese le fatiche del viaggio, la residenza come nomadi nel deserto. Le prove sono elencate in varie parti della Scrittura (es. il ritorno degli esploratori dalla terra di Canaan).

Umiliazioni e prove sono finalizzate alla manifestazione di quello che c’è nel cuore. È scritto per sapere nel senso che la conoscenza di Dio non elimina la libertà dell’uomo; questi infatti è chiamato a scegliere e nella scelta egli è posto da una parte di fronte al Signore suo Dio e alle sue promesse in cui credere e sperare e dall’altra di fronte alle sue esigenze immediate per le quali egli pretende un immediato soccorso dal Signore. Questo è l’aut aut di fronte al quale è posto ed è anche l’aut aut che Egli spesso vuol porre a Dio come condizione per credere in Lui.

Umiliato e provato, il popolo ha davanti a sé il comando del Signore e deve scegliere se osservare la Legge del Signore oppure se seguire le passioni che fanno guerra al suo spirito. Con la sua Legge il Signore lo invita a guardare nel profondo mentre il rischio nostro è quello di fermarci all’apparenza.

3 Egli dunque ti ha umiliato, ti ha fatto provare la fame, poi ti ha nutrito di manna, che tu non conoscevi e che i tuoi padri non avevano mai conosciuto, per farti capire che l’uomo non vive soltanto di pane, ma che l’uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore.

Ti ha fatto provare la fame, come più volte si lamenta il popolo: Gli Israeliti dissero loro: «Fossimo morti per mano del Signore nel paese d’Egitto, quando eravamo seduti presso la pentola della carne, mangiando pane a sazietà! Invece ci avete fatti uscire in questo deserto per far morire di fame tutta questa moltitudine» (Es 16,3).

Ti ha nutrito di manna, questo cibo è stato disprezzato in seguito perché desideravano anche gli altri cibi, come è detto: Ora la nostra vita inaridisce; non c’è più nulla, i nostri occhi non vedono altro che questa manna (Nm 11,6). Nel Dt la manna è percepita come cibo che non appartiene all’ordine naturale e non è quindi conosciuto dagli uomini: che tu non conoscevi e che i tuoi padri non hanno mai conosciuto. Il Signore ha portato il suo popolo a sentire la fame prima di dargli la manna. Se infatti avesse avuto ancora il sapore dei cibi mangiati in Egitto l’avrebbero disprezzata, come in realtà è successo anche al solo ricordo.

Tutto questo è avvenuto per farti capire (lett.: per farti conoscere). Il cibo non conosciuto è dato per acquisire conoscenza. La conoscenza, che l’uomo acquista nel digiuno e quindi nel nutrimento che il Signore dà, è anzitutto percepire che il pane non è il solo nutrimento che sostiene l’uomo, ma che l’uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore, cioè della sua Parola che tutto crea e sostiene. La nostra vita è perennemente alimentata dal soffio del Signore (cfr. Sal 103,29-30: Se nascondi il tuo volto, vengono meno, togli loro il respiro, muoiono e ritornano nella loro polvere. Mandi il tuo spirito, sono creati, e rinnovi la faccia della terra).

Ci possiamo chiedere: In che modo la manna è simbolo dell’Eucaristia? Anzitutto essa non si colloca nell’ordine dei cibi naturali. Per assumerla è necessario discernere (cfr. 1Cor 11,29: chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna). Il discernimento non può avvenire con nel corpo, nell’anima e nella propria persona il sapore degli altri cibi (quelli cioè di cui si nutre l’uomo naturale, come è detto in 1Cor 2,14: L’uomo naturale però non comprende le cose dello Spirito di Dio; esse sono follia per lui, e non è capace di intenderle, perché se ne può giudicare solo per mezzo dello Spirito). È necessario perciò digiunare dal cibo proprio dell’uomo naturale cioè dalle sue passioni, dai suoi pensieri e dal suo stesso sentire e di conseguenza sentire in sé la fame per conoscere che il vero nutrimento è la Parola di Dio e che frutto incessante della parola è l’Eucaristia, come cuore di essa. Generata dalla Parola, l’Eucaristia genera la Chiesa e nella Chiesa incessantemente dà vita alla Parola, secondo quanto dice il Signore: È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le parole che vi ho dette sono spirito e vita (Gv 6,63).

14 Il tuo cuore non si inorgoglisca in modo da dimenticare il Signore tuo Dio che ti ha fatto uscire dalla terra d’Egitto, dalla condizione servile;

Dopo aver ricevuto la benedizione divina attraverso i frutti della terra, l’intimo dell’uomo può cadere in orgoglio attribuendo alla sua operosità quanto ricava. È facile non percepire più come dono il frutto del proprio lavoro ed inorgoglirsi al punto da dimenticare il Signore e il patto di alleanza, che ci lega con Lui (tuo Dio), e di non porre più mente a tutte le opere da Lui compiute per la nostra redenzione. Se il popolo dell’antica alleanza non dimentica la schiavitù egiziana e la redenzione, la Chiesa non dimentica la Redenzione operata da Gesù, di cui l’Eucaristia è memoriale.

Certo è più facile sentire la schiavitù fisica che quella spirituale. Per avere coscienza di questa è necessario l’annuncio evangelico. Solo l’Evangelo è la parola che rischiara le zone oscure dello spirito nostro e libera le nostre facoltà spirituali dalla schiavitù delle passioni. Finché non giunge la luce evangelica, noi dialoghiamo con le nostre passioni cercando il compromesso; quando invece è giunta la luce, chi fa la verità viene alla luce e accetta che le sue opere siano rimproverate dalla luce (cfr. Gv 3,20-21). La fame, che segue quella dovuta alle passioni e quella dovuta al fatto che ancora non siamo nutriti del cibo celeste, porta a conoscere la necessità della Parola di Dio. Quando il nostro spirito, finalmente libero, si protende tutto verso la Parola si nutre del puro latte spirituale fino a giungere al cibo solido, come c’insegnano gli Apostoli (cfr. 1Pt 2,2; Eb 5,12).

15 che ti ha condotto per questo deserto grande e spaventoso, luogo di serpenti velenosi e di scorpioni, terra assetata, senz’acqua; che ha fatto sgorgare per te l’acqua dalla roccia durissima;

Il Signore elenca tutti i pericoli del deserto. Egli ricorda che il deserto è grande e spaventoso e quindi luogo di serpenti velenosi e di scorpioni, terra assetata, senz’acqua. È un luogo dove l’insidia è continua. Se essi furono colpiti dai serpenti velenosi, questo accadde a causa della loro ribellione al Signore (cfr. Nm 21,6-7). Egli li ha sempre custoditi e accanto al nutrimento ha dato loro acqua dalla roccia durissima.

L’Eucaristia fiorisce per noi come cibo in una situazione paragonabile a un deserto vasto e spaventoso, cioè privo di orizzonti che infondano speranza e tranquillità. È illusorio essere in un’oasi e negare perciò il deserto. La forza di morte, che ci domina, ci porta a trasformare in deserto anche le oasi da noi create. Noi viviamo nell’assurdo di creare un’oasi e di distruggerla. Il popolo di Dio ha coscienza di camminare nel deserto e di essere insidiato da forze di morte, che vogliono distruggerlo. Ma il Signore veglia su di noi e placa la sete, che brucia in ogni uomo, con l’acqua spirituale che scaturisce dalla roccia durissima, cioè dall’umanità indistruttibile del Cristo. E quest’acqua, che scaturisce dal Cristo è lo Spirito Santo (cfr. Gv 7,37-39).

La situazione interiore nostra è simile a quella del deserto, noi siamo nella tentazione di esigere da Dio benessere, sicurezza in modo che non dipendiamo più da Lui. Invece la nostra dipendenza è la nostra sazietà e il nostro dissetarci perché è Lui il nostro nutrimento perché Lui solo si colloca in quell’interiore rapporto che sazia e disseta.

16 che nel deserto ti ha nutrito di manna sconosciuta ai tuoi padri».

Il Signore richiama quanto ha già detto in precedenza per ricordare che prima del dono vi è la prova. Il dono poi supera sempre quanto si è già ottenuto. La Parola adombra il mistero dell’Eucaristia, cibo che se è lo stesso nel segno sacramentale è sempre nuovo nel suo sapore. Esso si adatta all’intelligenza spirituale di ciascuno e dopo ogni umiliazione e prova l’uomo acquista nuova conoscenza in rapporto ad essa alla cui luce la precedente conoscenza sembra ignoranza.

Così di ombre in luci si procede fino al bene supremo, alla pienezza dove ogni prova cesserà.

SALMO RESPONSORIALE                                 Sal 147

R/. Loda il Signore, Gerusalemme.

Celebra il Signore, Gerusalemme,

loda il tuo Dio, Sion,

perché ha rinforzato le sbarre delle tue porte,

in mezzo a te ha benedetto i tuoi figli.   R/.

Egli mette pace nei tuoi confini

e ti sazia con fiore di frumento.

Manda sulla terra il suo messaggio:

la sua parola corre veloce.       R/.

Annuncia a Giacobbe la sua parola,

i suoi decreti e i suoi giudizi a Israele.

Così non ha fatto con nessun’altra nazione,

non ha fatto conoscere loro i suoi giudizi.         R/.

SECONDA LETTURA                                   1 Cor 10, 16-17

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi

16 Fratelli, il calice della benedizione che noi benediciamo, non è forse comunione con il sangue di Cristo? E il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo?

Il calice è il centro della benedizione cosmica, storico-salvifica ed ecclesiale; bevendolo comunichiamo al sangue di Cristo, che è sparso per noi, e quindi al suo sacrificio.

Questo è il calice cui converge tutta la creazione perciò conclude sia l’antica economia perché qui trova il suo compimento ed esclude il calice dei demoni perché il principe di questo mondo è stato cacciato fuori (cfr. Gv 12,31).

Il pane si riferisce a un pane ben preciso e a un’azione già abituale nella Chiesa, che noi spezziamo. Noi diventiamo con Lui con/corporei, per questo il nostro corpo non può essere dato alla fornicazione e agli idoli, come ha detto in precedenza.

Calice della benedizione. Denominazione che deriva dalla tradizione ebraica. «Alla fine della parte principale di ogni pasto in cui si bevesse vino, sul calice della benedizione veniva pronunciata la preghiera conviviale di ringraziamento. Durante il banchetto pasquale questo calice era il terzo» (GLNT, Goppelt). È questo il calice sul quale il Signore ha pronunziato le parole santificanti facendolo diventare il Calice del suo sangue; quindi chi comunica al calice della benedizione comunica al suo sangue. Esso viene chiamato in seguito il calice del Signore (10,21; 11,27).

17 Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo: tutti infatti partecipiamo all’unico pane.

Poiché uno è il pane ed essendo uno, come uno è Cristo, tutti ci rende un corpo solo. Noi i molti siamo resi un solo corpo da molti che siamo, tutti infatti partecipiamo dell’unico pane.

Vi è uno stretto rapporto tra il corpo eucaristico del Cristo e il suo corpo ecclesiale per cui l’uno opera efficacemente nell’altro.

Penetrando in noi il corpo di Cristo non solo ci unisce a sé come membra al capo ma ci unisce anche gli uni gli altri rendendoci un corpo solo.

Questo processo di unità delle membra tra di loro è meno sentito eppure è l’effetto principale della mensa eucaristica.

SEQUENZA

La sequenza è facoltativa e si può cantare o recitare anche nella forma breve, a cominciare dalla strofa: Ecce panis.

Se la sequenza viene omessa, segue il CANTO AL VANGELO.

 

[Lauda Sion Salvatórem,

lauda ducem et pastórem,

in hymnis et cánticis.

 

Quantum potes, tantum aude:

quia maior omni laude,

nec laudáre súfficis.

 

Laudis thema speciális,

panis vivus et vitális

hódie propónitur.

 

Quem in sacrae mensa cenae,

turbae fratrum duodénae

datum non ambígitur.

 

Sit laus plena, sit sonóra,

sit iucúnda, sit decóra

mentis iubilátio.

 

Dies enim sollémnis ágitur,

in qua mensae prima recólitur

huius institutio.

 

In hac mensa novi Regis,

novum Pascha novae legis,

Phase vetus términat.

 

Vetustátem nóvitas,

umbram fugat véritas,

noctem lux elíminat.

 

Quod in cena Christus gessit,

faciéndum hoc expréssit

in sui memóriam.

 

Docti sacris institútis,

panem, vinum in salútis

consecrámus hóstiam.

 

Dogma datur christiánis,

quod in carnem transit panis,

et vinum in sánguinem.

 

Quod non capis, quod non vides,

animósa firmat fides,

praeter rerum órdinem.

 

Sub divérsis speciébus,

signis tantum, et non rebus,

latent rex exímiae.

 

Caro cibus, sanguis potus:

manet tamen Christus totus

sub utráque spécie.

 

A suménte non concísus,

non confráctus, non divísus,

ínteger accípitur.

 

Sumit unus, sumunt mille:

quantum isti, tantum ille:

nec sumptus consúmitur.

 

Sumunt boni, sumunt mali:

sorte tamen inaequáli,

vitae vel intéritus.

 

Mors est malis, vita bonis:

vide paris sumptiónis

quam sit dispar éxitus.

 

Fracto demum sacraménto,

ne vacílles, sed meménto,

tantum esse sub fragménto,

quantum toto tégitur.

 

Nulla rei fit scissúra,

signi tantum fit fractúra,

qua nec status, nec statúra

signati minúitur].

 

* Ecce panis angelórum,

factus cibus viatórum:

vere panis filiórum,

non mitténdus cánibus.

 

In figúris praesignátur,

cum Isaac immolátur:

agnus Paschae deputátur,

datur manna pátribus.

 

Bone pastor, panis vere,

Iesu, nostri miserére:

tu nos pasce, nos tuére:

tu nos bona fac vidére

in terra vivéntium.

 

Tu qui cuncta scis et vales,

qui nos pascis hic mortáles:

tuos ibi commensáles,

coherédes et sodáles

fac sanctórum cívium.

 

 

[Sion, loda il Salvatore,

la tua guida, il tuo pastore

con inni e cantici.

 

Impegna tutto il tuo fervore:

egli supera ogni lode,

non vi è canto che sia degno.

 

Pane vivo, che dà vita:

questo è tema del tuo canto,

oggetto della lode.

 

Veramente fu donato

agli apostoli riuniti

in fraterna e sacra cena.

 

Lode piena e risonante,

gioia nobile e serena

sgorghi oggi dallo spirito.

 

Questa è la festa solenne

nella quale celebriamo

la prima sacra cena.

 

È il banchetto del nuovo Re,

nuova Pasqua, nuova legge;

e l’antico è giunto a termine.

 

Cede al nuovo il rito antico,

la realtà disperde l’ombra:

luce, non più tenebra.

 

Cristo lascia in sua memoria

ciò che ha fatto nella cena:

noi lo rinnoviamo.

 

Obbedienti al suo comando,

consacriamo il pane e il vino,

ostia di salvezza.

 

È certezza a noi cristiani:

si trasforma il pane in carne,

si fa sangue il vino.

 

Tu non vedi, non comprendi,

ma la fede ti conferma,

oltre la natura.

 

È un segno ciò che appare:

nasconde nel mistero

realtà sublimi.

 

Mangi carne, bevi sangue;

ma rimane Cristo intero

in ciascuna specie.

 

Chi ne mangia non lo spezza,

né separa, né divide:

intatto lo riceve.

 

Siano uno, siano mille,

ugualmente lo ricevono:

mai è consumato.

 

Vanno i buoni, vanno gli empi;

ma diversa ne è la sorte:

vita o morte provoca.

 

Vita ai buoni, morte agli empi:

nella stessa comunione

ben diverso è l’esito!

 

Quando spezzi il sacramento

non temere, ma ricorda:

Cristo è tanto in ogni parte,

quanto nell’intero.

 

È diviso solo il segno

non si tocca la sostanza;

nulla è diminuito

della sua persona.]

 

* Ecco il pane degli angeli,

pane dei pellegrini,

vero pane dei figli:

non dev’essere gettato.

 

Con i simboli è annunziato,

in Isacco dato a morte,

nell’agnello della Pasqua,

nella manna data ai padri.

 

Buon pastore, vero pane,

o Gesù, pietà di noi:

nutrici e difendici,

portaci ai beni eterni

nella terra dei viventi.

 

Tu che tutto sai e puoi,

che ci nutri sulla terra,

conduci i tuoi fratelli

alla tavola del cielo

nella gioia dei tuoi santi.

CANTO AL VANGELO                                       Gv 6, 51

R/.  Alleluia, alleluia.

Io sono il pane vivo, disceso dal cielo, dice il Signore,

se uno mangia di questo pane vivrà in eterno.

R/.  Alleluia.

VANGELO                                                        Gv 6,51-58

 Dal vangelo secondo Giovanni

51 In quel tempo, Gesù disse alla folla:

«Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».

Io sono il pane vivo (lett.: vivente), disceso dal cielo. Con quest’affermazione Gesù riassume quanto ha precedentemente detto: la sua origine celeste, la sua incarnazione e il suo donarsi come nutrimento a colui che crede. Pertanto chi mangia di Lui, che è il pane vivente, vivrà in eterno.

Ora Gesù rivela il momento in cui diviene nostro cibo. È la sua morte perché Egli là diviene Carne data per la vita del mondo. Come nell’Incarnazione il Verbo si è fatto Carne e ha posto la Dimora tra noi, così con il suo sacrificio il Verbo è divenuto Carne data per la vita del mondo e quindi diventa il pane vivente che nutre chi lo mangia dandogli la vita eterna.

Gesù afferma che la sua carne è per la vita del mondo. Il mondo può tornare a vivere in forza della carne immolata di Gesù. La condizione essenziale per vivere è entrare in rapporto non solo con la sua Persona divina (la sua origine celeste) ma anche con la sua Carne che è data, quindi, con la sua morte sacrificale. La professione di fede del discepolo unisce in modo inscindibile l’origine divina di Gesù con la sua Croce. Lo scandalo dell’Incarnazione ha nella Croce la sua manifestazione più shoccante. Solo con l’affrontare questo scandalo il mondo potrà vivere.

  1. Agostino rivela poi come l’effetto che il pane vivo – che è la sua carne – produce in noi è farci diventare corpo di Cristo: «I fedeli conosceranno il corpo di Cristo, se non trascureranno di essere essi stessi il corpo di Cristo … Chi vuol vivere, ha dove vivere e ha di che vivere. Si avvicini, creda, entri nel corpo e parteciperà alla vita» (XXVI, 13).

52 Allora (lett.: dunque) i Giudei si misero a discutere aspramente (lett.: combattere) fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?».

Come conclusione (dunque) tratta dalle parole di Gesù, i Giudei, ora combattono tra loro. Non solo non hanno cessato di mormorare, ma si sono accesi e ora disputano violentemente. Oggetto di tale violenta discussione è ancora il come. Gesù è ora rifiutato e dichiarato estraneo. Dicono infatti: costui. Relazionarsi a Lui per mangiare la sua carne suscita un netto rifiuto. Relegati alla dimensione terrena sia in rapporto ai sacrifici che al pane, i Giudei non possono comprendere la realtà celeste e quindi rifiutano la morte sacrificale di Gesù e la conseguente consumazione della vittima. Gesù non ha ancora detto che devono mangiare la sua carne, ma essi lo deducono dal fatto che ha dichiarato di essere il pane vivo e che questo pane è la sua carne.

Nonostante la loro resistenza Gesù prosegue nella sua rivelazione che è pedagogia d’iniziazione al mistero.

Il dono del nutrimento dei cinque pani d’orzo e dei due pesci per cinquemila uomini aveva aperto lo sguardo alla rivelazione, che stava per fare su di sé sulla sua origine divina, la sua discesa tra gli uomini come il pane vivo. Ma essi, chiusi entro il confine delle Scritture accolte come valore assoluto nella lettera, rifiutavano la lettura che Gesù ne faceva. Non cogliendo il senso spirituale delle Scritture, non potevano accogliere quello che Gesù diceva di sé appoggiandosi sull’autorità delle Scritture.

La nostra fede in Gesù è basata sul come noi leggiamo l’Antico Testamento. Chi lo legge solo secondo la lettera non può giungere alla fede perfetta nel Cristo. Chi invece lo legge secondo lo Spirito, che dà vita, giunge alla conoscenza perfetta del Cristo.

Agostino annota: «Altercavano tra loro perché non capivano il significato del pane della concordia, e non volevano mangiarne; non litigano infatti coloro che mangiano tale pane, in quanto un solo pane, un solo corpo siamo noi, anche se siamo molti (1Cor 10,17). E per mezzo di questo pane, Dio fa abitare insieme coloro che hanno un solo Spirito (Sal 67,7)» (XXVI, 14).

53 Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita.

Come conseguenza della loro dura reazione, Gesù contrappone la necessità di mangiare la carne del Figlio dell’uomo e di berne il sangue per avere in se stessi la vita.

Egli è il Figlio dell’uomo, è il Verbo fattosi Carne, che deve essere sacrificato per la vita del mondo e in quanto dato e versato deve essere mangiato e bevuto per avere la vita.

Questo passaggio obbligato scandalizza chi ascolta senza credere. Vi sono infatti vari ostacoli da superare: il mangiare carne umana e soprattutto bere il sangue, cosa proibita dalla Legge. Questi ostacoli non possono essere superati stando all’interno delle categorie del pensiero umano e neppure di quelle della Legge, fondata sui simboli e le figure. Solo rapportandosi a Gesù come al Figlio dell’uomo e mangiando il pane del suo insegnamento si può accedere a questa conoscenza. Solo chi è nutrito dell’insegnamento evangelico può comprendere che cosa significhi mangiare la carne del Figlio dell’uomo e berne il sangue.

Infatti siamo condotti per grado a comprendere questa necessità. «Aveva detto che Lui ci risusciterà nell’ultimo giorno, ma questa vita per averla bisogna non solo avere fede, ma bisogna mangiare la sua Carne e bere il suo Sangue senza di questo non si può avere la vita» (d. G. Dossetti, appunti di omelia, 18.8.1984).

Come cresce la fede in Lui, così cresce la sua conoscenza. Chi lo conosce come il Figlio dell’uomo glorificato conosce pure che mangiarne la carne e berne il sangue è possibile solo in forza dello Spirito Santo. Questi solo rende presenti la Carne e il Sangue del Figlio dell’uomo perché divengano cibo e bevanda. Infatti è lo Spirito che suscita il desiderio insopprimibile di questo nutrimento.

«Si scandalizza pertanto chi non sa in che modo si mangia questo pane, non sa in qual modo si deve mangiare» (cfr. s. Agostino, XXVI, 15).

54 Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno.

Gesù dice ora in forma positiva quello che subito prima ha detto in modo negativo. Prima Egli si era rivolto ai suoi interlocutori, ora parla a tutti. Dicendo: Chi mangia … chi beve. Egli parla di un’azione fisica il cui effetto non è ad essa proporzionato: la vita eterna, la cui piena manifestazione sarà la risurrezione nell’ultimo giorno.

Non c’è nulla di più semplice che mangiare e bere, eppure questo gesto implica un coinvolgimento totale di noi stessi. Il culmine della nostra fede è questo. Infatti non solo noi dobbiamo credere che il come la sua carne sia cibo e il suo sangue bevanda sia davvero «mistero», ma anche dobbiamo accogliere questo come l’unico rapporto che ci fa entrare nella vita ed essere da Lui risorti nell’ultimo giorno.

«Qui ci troviamo di fronte a Cristo Signore e Salvatore, che trasforma tutto con un mezzo tremendo e semplicissimo: mangiare la sua Carne e bere il suo Sangue. Per tutti i secoli e per tutte le generazioni Egli garantisce che può essere sempre con noi e noi sempre con Lui perché la sua Carne e il suo Sangue sparso sulla Croce possono e devono diventare questo cibo e questa bevanda e non solo in questa vita, ma la vita eterna dipende da questo nesso (d. G. Dossetti, appunti di omelia, 18.8.1984).

Questo è dunque il modo che Gesù ha scelto per restare con noi e assimilarci a Lui.

Così infatti insegna s. Tommaso: «Mangia spiritualmente la carne e beve il sangue, rispetto a Cristo là contenuto e significato, chi a lui si unisce con la fede e la carità, per trasformarsi in lui e divenire membro di lui. Poiché questo cibo non si trasforma affatto in colui che lo assume, ma trasforma in sé chi lo mangia … Perciò è un cibo in grado di rendere l’uomo divino, e di inebriarlo con la sua divinità».

55 Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda.

Noi possiamo mangiare la sua carne perché è vero cibo e bere il suo sangue perché è vera bevanda.

Il termine vero sta in rapporto a simbolico e penso si riferisca quindi al rapporto della carne del Figlio dell’uomo con quella dei sacrifici legali. Come infatti con la sua entrata nel mondo i sacrifici sono aboliti (cfr. Eb 10,5-10), così ne è abolita la comunione, che è sostituita con quella alla carne di Cristo.

Il sangue però, per un’esplicita proibizione della Legge, non veniva bevuto, ma era sparso. Gesù invece ci comanda di bere il suo sangue perché è vera bevanda. Chi esamina attentamente i testi della proibizione, troverà in essi il motivo del comando del Signore di bere il suo sangue. È scritto in Gn 9,4: Soltanto la carne della sua vita, il suo sangue non ne mangerete. Vi è una stretta relazione tra il sangue e la vita, che in ebraico è in questo passo espressa con il termine «anima», principio vitale. In Lv 17,11 si afferma che la vita della carne è il sangue. Il sangue ha lo scopo di espiare, dice infatti: Io l’ho dato a voi sull’altare per espiare riguardo alle vostre anime. La forza di espiazione è dovuta al fatto che è il sangue che espia in rapporto alla vita. La proibizione di bere il sangue nasce dal fatto che il Signore non vuole che si comunichi con la vita dell’animale sacrificato in quanto esso è uno strumento simbolico di espiazione. Proprio perché il sangue di Gesù è la sua vita, Egli non solo lo versa in espiazione, ma lo dona da bere perché in noi ci sia la sua stessa vita. Egli dona la carne e il sangue di se stesso, che è il Vivente, che prima era morto ma ora vive (cfr. Ap 1,18). Noi quindi, a differenza degli antichi sacrifici, dobbiamo mangiare la sua carne e bere il sangue perché è con Lui che entriamo in comunione. Perché non si entrasse in comunione con la vita di animali sacrificati si proibiva di berne il sangue, noi invece, per il fatto che entriamo in comunione con la vittima divina, dobbiamo berne il sangue.

Agostino così interpreta: «Gli uomini cercano nel cibo e nelle bevande di che calmare la loro fame e la loro sete, ma questi effetti non possono essere dati pienamente altro che da quel cibo che rende, chi ne mangia, immortale e incorruttibile, cioè lo introduce in quella società dei santi dove troverà la pace e l’unione piena e perfetta» (XXVI, 17).

Tommaso annota: «la carne e il sangue di Cristo conducono allo stato di gloria, dove non esiste più né fame né sete, come si legge nell’Apocalisse (7,16): Non avranno più fame e non avranno più sete» (974).

Questa sazietà ha già il suo inizio qui. La vita eterna è infatti «l’immanenza di Dio in noi che siamo fatti capaci di bene, di adempiere il precetto dell’amore, amore per i fratelli, e progressivamente si diventa incapaci di peccare: il peccato a un certo punto diventa impossibile; non è facile ma è dato a chi segue tutta la scala: il pane vivente – chi mangia di me – vive di Dio» (d. G. Dossetti, appunti di omelia, 18.8.1984).

56 Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui.

Gesù ora rivela quale effetto produce l’azione del mangiare la sua carne e del bere il suo sangue: in me dimora e io in lui. Dimorare in Lui significa essere in Lui e dove Lui è; è dimorare nel suo mistero, cioè nella sua Passione, Morte e Risurrezione. Mangiando la sua carne e bevendo il suo sangue, noi ci dilatiamo nell’infinito essere di Gesù perché siamo liberati dal potere della morte. Che Gesù dimori in noi significa che Egli si restringe entro i confini della nostra esistenza ancora dominata dalla morte e assediata dalla seduzione del peccato e della tentazione del principe di questo mondo. Come nell’Incarnazione il Verbo svuotò se stesso entro i limiti della Carne, che da noi aveva preso, e si è fatto in tutto simile a noi fuorché nel peccato (cfr. Eb 4,15), così ora il Cristo glorioso continua a svuotarsi nei suoi finché non li abbia portati tutti nella sua Gloria. Conferma questo la sua stessa parola rivolta a Saulo sulla via di Damasco: «Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?» (At 9,4). Segno di questo svuotamento è la sua carne data in cibo e il suo sangue versato nel calice come bevanda. Il sacramento, che noi chiamiamo l’Eucaristia, è il segno del suo svuotamento in noi e del nostro riempirci di Lui.

«Ogni giorno abbiamo tutto; malgrado le nostre resistenze. Se si dilata la nostra carità, non c’è nulla che possa interrompere l’immanenza di Dio in noi. E quindi non mancandoci nulla, non possiamo mai disperare della nostra salvezza qualunque cosa accada» (d. G. Dossetti, appunti di omelia, 18.8.84).

Coloro che si accostano a Gesù come personaggio storico non possono comprendere questa parola. «La presenza storica permette solo un “dimorare presso” (cfr. 1,38-39). La possibilità di “dimorare in” è data solo dalla sua Pasqua. Il tema del dimorare ricorre non in tutto il Vangelo, ma solo in due punti: qua e nei discorsi d’addio, specie in 15,8» (d. M. Marcheselli, appunti).

Dimorando noi in Gesù diventiamo uno con Lui e, dimorando Egli in noi, diviene uno con noi. In questo modo si attua la parola: e i due saranno una sola carne (Gn 2,24).

57 Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me.

Gesù fa ora un paragone la cui comprensione non è immediata. Anzitutto Egli chiama il Padre il Vivente. Ora il Padre, il Vivente, lo ha inviato come il Pane vivo che dà la vita al mondo. La vita che è in Gesù è la stessa del Padre, dice infatti: E io vivo per il Padre. Non è quindi una vita parzialmente partecipata ma è la stessa. Allo stesso modo chi lo mangia vivrà per Lui. Chi, credendo, lo mangia nella Parola e nel Sacramento avrà in se stesso la vita in Gesù, che è quella del Padre. A questo corrispondono le parole dell’apostolo Paolo: la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio (Col 3,3).

Se noi contempliamo il Cristo inviato in una carne preparata per il sacrificio, noi annunciamo in Lui annientato tutta la vita del Padre. Il Padre vive tutto nel Figlio immolato e questi, nel suo svuotamento, vive tutto nel Padre. La vita divina non subisce mutazione e neppure diminuzione. Allo stesso modo chi mangia Gesù in tutto quello che subisce di svuotamento di sé e nello stesso annientamento della morte non è mai privato della vita divina con Gesù. Che poi Egli dica: vivrà per me e non «vive per me», questo rileva la fondamentale differenza tra Lui e noi: Egli vive pienamente per il Padre al punto di essere la Vita, noi invece cresciamo nella sua vita e giungeremo alla pienezza nella risurrezione. «Egli non diviene infatti qualcosa di più partecipando alla vita del Padre, egli è nato uguale al Padre noi invece cibandoci di lui viviamo per mezzo di lui, in quanto riceviamo in lui la vita eterna che non avevamo in noi stessi» (Agostino, XXVI, 19).

58 Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».

Nelle parole conclusive Gesù mette ancora a confronto i due pani in  modo che appaia chiaro quale sia quello vero. Quindi non si tratta di un nuovo dono della manna. Questa infatti non può dare la vita; lo dimostra il fatto che i padri morirono. Come il pane benedetto all’inizio, così la manna appartiene a questa creazione e quindi non ha in sé la forza di vincere la morte. Ad essa si contrappone il pane disceso dal cielo che dà la vita stessa a chi ne mangia. Gesù mostra in se stesso e nelle sue parole di essere questo vero pane disceso dal cielo. In virtù della sua discesa dal cielo divenendo Carne, della sua morte che lo fa essere Carne data e del suo continuo stare con noi nei segni eucaristici, Gesù è il vero pane capace di far vivere in eterno. Questo si riferisce a questo lungo e meraviglioso discorso dove il Signore rivela in se stesso la natura del vero pane.

Qui avviene il passaggio tra la figura e la verità. La verità non è la figura portata alla perfezione, come i giudei pensavano fosse della manna, ma l’apparire di ciò che è celeste, preparato e atteso in forza della figura di esso. La figura appartiene a questa creazione, la verità viene dal cielo.

L’origine dei due pani infatti la si vede dagli effetti, come spiega Agostino: «Vuole farci capire che essi sono morti nel senso che non hanno avuto la vita eterna. Infatti chi si ciba di Cristo morrà ugualmente della morte terrena: ma vivrà in eterno, perché Cristo è la vita eterna» (XXI, 20).

PREGHIERA DEI FEDELI

  1. Fratelli e sorelle carissimi, innalziamo la nostra preghiera a Dio Padre perché da questo mirabile Sacramento scaturisca il dono della nostra unità e della pace.

Ascoltaci, o Padre, per la gloria del tuo Nome.

  • Perché tutti i membri della Chiesa, fortificati dal Pane della vita, irradino nel mondo la luce evangelica, preghiamo.
  • Per i vescovi, i presbiteri, i diaconi e tutti i ministri perché, sempre più assorbiti dal mistero che celebrano, edifichino il popolo cristiano e innalzino lodi gioiose al nostro Dio, preghiamo.
  • Per i piccoli, che si accostano per la prima volta alla mensa del Signore, perché crescano in sapienza, età e grazia, ovunque portando il profumo di Gesù, preghiamo.
  • Perché lo spezzare il pane celeste ci porti a condividere quello terreno, preghiamo.

Dio fedele, che nutri il tuo popolo con amore di Padre, ravviva in noi il desiderio di te, fonte inesauribile di ogni bene: fa’ che, sostenuti dal sacramento del Corpo e Sangue di Cristo, compiamo il viaggio della nostra vita, fino ad entrare nella gioia dei santi, tuoi convitati alla mensa del regno. Per Cristo nostro Signore.  Amen.