La missione tra ostacoli e persecuzioni

 

a cura di Gianfranco Venturi
Mt 10,26.28 La paura della missione [1]

Grandezza e paura della missione
Tra il Signore e le persone che egli invia esiste una relazione particolare: Mosè, Isaia, Geremia, Giuseppe, Giovanni Battista e così via. Tutti costoro hanno avvertito l’insufficienza delle loro possibilità davanti alla chiamata del Signore: «Chi sono io per andare dal faraone e far uscire gli Israeliti dall’Egitto?» (Es 3,11). «Ohimè! Io sono perduto, perché un uomo dalle labbra impure io sono» (Is 6,5). «Ahimè, Signore Dio! Ecco, io non so parlare, perché sono giovane» (Ger 1,6). «Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te, e tu vieni da me?» (Mt 3,14). E Giuseppe che nei confronti di Maria aveva deciso «di ripudiarla in segreto» (Mt 1,9-20). Questa resistenza iniziale, questa incapacità di comprendere la grandezza della chiamata, è la paura della missione. Si tratta di un segno di buono spirito, soprattutto se non ci si ferma lì e si consente alla forza del Signore di esprimersi su questa debolezza e di darle consistenza, di fondarla: «Io sarò con te. Questo sarà per te il segno che io ti ho mandato: quando tu avrai fatto uscire il popolo dall’Egitto, servirete Dio su questo monte» (Es 3,12). «Ecco, questo ha toccato le tue labbra, perciò è scomparsa la tua colpa e il tuo peccato è espiato» (Is 6,7). «Non dire: “Sono giovane”. Tu andrai da tutti coloro a cui ti manderò e dirai tutto quello che io ti ordinerò. Non aver paura di fronte a loro, perché io sono con te per proteggerti» (Ger 1,7-8). «Lascia fare per ora, perché conviene che adempiamo ogni giustizia» (Mt 3,15). «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo» (Mt 1,20).
Quanto è accaduto ai nostri predecessori ci serve da esempio.

La missione ci mette sul legno della Croce
Quando veniamo scelti, sentiamo che il peso è grande, proviamo paura (in qualche caso si giunge al panico): è l’inizio della croce. E tuttavia, al tempo stesso, sentiamo quella profonda attrazione del Signore che, con il suo stesso chiamarci, ci seduce con un fuoco ardente affinché lo seguiamo (cfr. Ger 20,7-18).
I due sentimenti sono congiunti perché, fin dall’epoca dei patriarchi, prefigurano l’abbandono di Cristo sulla croce, arrivato a quel punto per compiere fino in fondo la volontà del Padre. La missione ci mette, necessariamente, sul legno della croce: è questo il segno che la missione ricevuta è secondo lo Spirito di Dio e non secondo la carne.
Nella solitudine di colui che viene inviato c’è una spoliazione iniziale («e, lasciando tutto, lo seguirono») che andrà consolidandosi nel corso della vita fino alla vecchiaia («quando sarai vecchio altri ti vestiranno e ti porteranno dove tu non vuoi»).
Accettare la missione comporta una dimensione di abbandono di tutto, come quella che si dà nel moribondo. E soltanto se entriamo in questa dimensione da «moribondi» comprendiamo la portata effettiva di quel che ci viene chiesto, e imbocchiamo la retta via: [2] «Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto» (Gv 12,24).

La dialettica fra timore e seduzione
Tra le consegne date da Gesù ai suoi discepoli al momento di inviarli (quando affida loro la missione), distinguiamo due serie di raccomandazioni. [3] La prima si riferisce alla lotta che dovranno ingaggiare, e li previene rispetto alla situazione esistenziale: «Ecco: io vi mando come pecore in mezzo a lupi […]. Guardatevi dagli uomini, perché vi consegneranno ai tribunali e vi flagelleranno nelle loro sinagoghe; e sarete condotti davanti a governatori e re per causa mia, per dare testimonianza a loro e ai pagani» (Mt 10,16-18). «Il fratello farà morire il fratello e il padre il figlio, e i figli si alzeranno ad accusare i genitori e li uccideranno. Sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma chi avrà perseverato fino alla fine sarà salvato» (Mt 10,21-22). «Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; sono venuto a portare non pace, ma spada. Sono infatti venuto a separare l’uomo da suo padre e la figlia da sua madre e la nuora da sua suocera; e nemici dell’uomo saranno quelli della sua casa» (Mt 10,34-36). «Chiunque vi ucciderà crederà di rendere culto a Dio» (Gv 16,1).
La seconda serie di esortazioni porta fortezza e consolazione: «Quando vi consegneranno, non preoccupatevi di come o di che cosa direte, perché vi sarà dato in quell’ora ciò che dovrete dire: infatti non siete voi a parlare, ma è lo Spirito del Padre vostro che parla in voi» (Mt 10,19- 20). «Non abbiate dunque paura di loro» (Mt 10,26). «E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far perire nella Geenna e l’anima e il corpo» (Mt 10,28). «Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri!» (Mt 10,31).

10,22 Perseveranza nella missione [4]

Perseveranti nella perseveranza di Gesù
Nel giorno della visione, nel giorno del Signore, Gesù ci dirà come a Giovanni: “Non temere! Io sono il Primo e l’Ultimo” (Ap 1,17). Tutti avremo questa visione, in comunità, perché siamo “fratelli e compagni nella tribolazione, nel regno e nella perseveranza in Gesù” (Ap 1,9). La perseveranza implica pazienza, sopportazione. Per esprimerlo, il Nuovo Testamento usa il verbo hypoménein (“essere sottoposti a qualcosa”). Vale a dire, in questo linguaggio, sopportare, resistere, sostenere, e va applicato alla costanza nelle prove quando si tratta di resistere a una pressione, a una persecuzione, a qualsiasi tipo di stanchezza o di scoraggiamento, alla seduzione. È la costanza del credente pellegrino a consentirgli di raggiungere la meta del suo camminare. Il Signore, annunciando sofferenze ai suoi discepoli, ha fatto della resistenza fino alla fine la condizione e la certezza della salvezza: Mt 10,22; 24,13; Ap 2,10; Mc 13,13.

… fondati sulla roccia
“Considerate perfetta letizia, miei fratelli, quando subite ogni sorta di prove, sapendo che la vostra fede, messa alla prova, produce pazienza. E la pazienza completi l’opera sua in voi, perché siate perfetti e integri, senza mancare di nulla” (Gc 1,3-4; cfr. anche Gc 1,12; Gc 5,11).
Resistere, sopportare, pazientare, tollerare, significa essere fermi davanti ai “movimenti” che tentano di farci venir meno. “Vigilate, state saldi nella fede, comportatevi in modo virile, siate forti” (1Cor 16,13). Ma qui non s’intende un restare fermi nel senso d’immobilità o fissità, bensì fermi come chi è fondato sulla roccia (e non come chi è inamidato o rigido). “Non abbiate paura! Siate forti e vedrete la salvezza del Signore, il quale oggi agirà per voi […]. Il Signore combatterà per voi” (Es 14,13). Questo stare saldi ha senso di coraggio, virilità, il viriliter age che così spesso compare nella Bibbia. La mancanza di virilità, la viltà, la doppiezza, i modi effeminati, la falsità, l’ipocrisia, sono sempre segni di chi non è forte e non è fermo, di chi è fondato sulla sabbia (cf. nell’Antico Testamento i brani in cui si viene esortati a questa virilità fiduciosa in Dio: Dt 31,6.7.23; Gs 1,6.7.9.18; Gs 10,35; 2Cr 32,7; 1Cr 22,13; 18,20; Dn 10,19; Sal 27,14; 31,24).

10,22-23.38 Tra ostacoli e persecuzioni [5]

Diversità di persecuzioni
Le difficoltà a volte superano il semplice “ostacolo” e divengono vere e proprie persecuzioni: la condizione di perseguitati è normale nell’esistenza cristiana, sempre che si viva con l’umiltà del servo inutile, lungi da ogni desiderio di appropriazione che conduca al vittimismo. I primi cristiani furono purificati dal modo in cui affrontarono le persecuzioni. In un primo periodo, si resero conto che le persecuzioni avviate contro di loro dagli ebrei rientravano nella linea dei castighi già inflitti da questi ultimi agli inviati del Signore (Mt 23, 29-36; At 7, 51-52). Più tardi, le persecuzioni saranno lette in un contesto escatologico, assumendo un’importanza che in precedenza non avevano: colmano la misura (1Ts 2, 15ss) nello stesso momento in cui il Figlio dell’Uomo viene a giudicare e separare i buoni dai malvagi (Mt 5,10-12). La persecuzione viene intesa, allora, come il giudizio sulle opere. Un terzo stadio di riflessione, successivo, invita i perseguitati a soffrire e morire “per il Figlio dell’Uomo” (Lc 6, 22; Mc 8, 35; 13, 8-13; Mt 10, 39) e, ancora oltre, a imitare la sua passione (Mt 10,22-23; Mc 10,38). A quest’ultima concezione corrisponde il martirio di Stefano, che consiglio a tutti di rileggere con calma e meditare (At 6,8-7.60). Stefano non solo muore per Cristo, ma muore come Lui, con Lui, e questa partecipazione al mistero stesso della passione di Gesù Cristo è la base della fede del martire: morendo da perseguitato, afferma con la sua vita che la morte non è stata l’ultima parola della vita di Gesù.

Le nostre persecuzioni
Anche noi facciamo esperienza di questi tre modi di vivere le difficoltà e le persecuzioni nel corso della nostra vita. Quando siamo di fronte al terzo modo, allora ci troviamo a vivere il più vicino possibile a Cristo. Dunque possiamo affermare che la morte di Cristo è come l’a priori fondamentale di ogni vocazione cristiana: “L’amore del Cristo infatti ci possiede; e noi sappiamo bene che uno è morto per tutti, dunque tutti sono morti. Ed Egli è morto per tutti, perché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risorto per loro” (2Cor 5, 14-15). Contemplando Cristo in croce, ci rendiamo conto che gli dobbiamo la nostra vita perché – e solo per questo – Lui ha dato la sua per noi; e se la gratitudine è sincera, allora ci porta sullo stesso piano: a dare la vita come ha fatto Lui. E in questo preciso punto che vengono mandate all’aria tutte le forme di “comportamentismo” che pretendono di esaurire le modalità dell’atteggiamento cristiano. Alla generosità di Cristo non si può rispondere con un formale ed educato “tante grazie”: bisogna essere pronti a offrire la vita, che esiste così come la concepiamo da quando il Signore ha percorso la strada della croce. Bisogna rispondere con la gratitudine di tutto il nostro essere. Questo “ringraziare” con la nostra vita si verifica ogni giorno, nella celebrazione del “rendere grazie” per antonomasia, l’Eucaristia, che è a sua volta la memoria della passione del Signore. L’Eucaristia fonda la Chiesa, la alimenta, la mantiene viva. “Ogni volta infatti che mangiate questo pane e bevete al calice, voi annunciate la morte del Signore, finché Egli venga” (1Cor 11, 26). Quando celebriamo l’Eucaristia, rendiamo presente l’ora della nascita della Chiesa, che coincide con l’ora della morte del Signore. E il nostro modo di rendere grazie è accettare questa morte, conformarci a essa. E qui che si crea, in definitiva, la nostra appartenenza alla Chiesa.

10,37-39 L’ostilità al modus vivendi del cristiano [6]

Se vogliamo servire Dio, ci sarà lotta, fino alla ricerca della croce come unico luogo teologico di vittoria, passando attraverso la capacità di condanna e il desiderio di offrirsi alla fatica. Chi procede per questo itinerario viene condotto, come il Signore, a Gerusalemme.
C’è, dunque, una dimensione di ostilità nel modus vivendi cristiano (tanto più in quello di un religioso desideroso di seguire il suo Signore più da vicino): “Chi ama padre o madre più di me, non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me, non è degno di me; chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me. Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà” (Mt 10,37-39).
La decisione di seguire Gesù racchiude quella di percorrerne la strada e la sicurezza della croce. Quanto è lontano, questo, dalle concessioni accettate da un cuore diviso, che sogna la coesistenza pacifica tra il Signore della gloria e lo spirito del mondo!
L’ostilità a cui si sottopone colui che decide di percorrere la strada di Cristo nostro Signore affiora nelle varie persecuzioni che vi fanno la loro comparsa. Il servizio cristiano, quando è autentico, spazza via ogni nostalgia esistenziale basata su canoni da ecloga bucolica.

NOTE

1 J.M. BERGOGLIO, La croce e la missione, in: J.M. BERGOGLIO, Pace, Milano Corriere della sera 2014, (= Le parole di papa Francesco,5), 107-126.
2 Perciò sant’Ignazio ritiene quella di collocarsi nel momento della morte una situazione eccellente per scegliere bene: «Immaginandomi in punto di morte, considerare il modo di procedere che allora vorrei aver tenuto nella maniera di fare la presente scelta e regolandomi su di essa, prendere coerentemente la mia decisione» (ES 186). Ritorna qui la teologia del «come se», molto cara a sant’Ignazio.
3 Cfr. H.U. VON BALTHASAR, Cordula, ovverosia il caso serio.
4 Perseveranza nella vocazione, in J.M. BERGOGLIO, Natale (= Le parole di Papa Francesco,1) Corriere della sera, Milano 2015, 55-66
5 Croce e senso belligerante della vita, in J. M. BERGOGLIO – PAPA FRANCESCO, Aprite la mente al vostro cuore, BUR, Milano 2014, 63-70.
6 Croce e senso bellico della vita, in J.M. BERGOGLIO, Pace, Milano Corriere della sera 2014, (= Le parole di papa Francesco, 5), 31-46.