Emozioni, vissuti e relazioni nell’educazione al bello

Marisa Musaio

Aspetto peculiare del bello è suscitare emozioni che attivano il nostro personale «sentire»: componente, questa, che viene ad intrecciarsi con altri aspetti come il percepire, il pensare, l’agire. Il bello dà luogo ad un’esperienza complessa che può differenziarsi da persona a persona, da un momento ad un altro della nostra vita, e che può variare in relazione al tipo di esperienza vissuta interessando livelli diversi di coinvolgimento personale.
Per cercare di comprendere cosa avviene in noi quando viviamo qualcosa di bello, può essere utile considerare che attraverso questa esperienza si attua una sorta di corrispondenza tra la forma esterna di ciò che percepiamo e che ci colpisce, e la forma personale del soggetto che viene ad essere raggiunto nella parte più profonda di se stesso.
Le sollecitazioni che il bello produce in noi possono indurci a riconoscere o ritrovare componenti delle quali non avevamo piena consapevolezza, o aspetti della personalità che possono divenire il motore per ulteriori acquisizioni in ordine alla maturazione di un’autenticità personale.

Il bello come «vissuto»

Un elemento distintivo di tale esperienza è l’emozione, che insorge in noi quando un determinato contenuto, un oggetto, una situazione, o la presenza di una persona, si presentano alla nostra percezione attivando un modo di sentire non chiuso e fine a se stesso, ma tale da farci instaurare una comunicazione tra l’esterno e l’interno della nostra personalità.
Definire l’emozione del bello non appare facile, anche se si possono tratteggiare alcuni vissuti che più frequentemente risultano ad essa collegati: si tratta di sentimenti come lo stupore, la meraviglia, la gioia, il senso di ammirazione, il sentimento di piacere, anche se non è escluso che qualcosa di bello possa accompagnarsi al senso del dolore, della sofferenza o della tristezza, tutte le volte in cui emergono alla nostra attenzione combinazioni inaspettate e impreviste tra componenti belle e difficili della nostra esistenza, tra aspetti chiari e confusi nel nostro modo di sentire e vivere la realtà.
Ciò che per ognuno di noi risulta come bello risente indubbiamente dei canoni predominanti all’interno della cultura dalla quale siamo influenzati: si dice, infatti, che i gusti estetici cambiano da un’epoca all’altra, e ciò è particolarmente vero per il bello in senso estetico e artistico.
In linea generale anche all’interno delle nostre emozioni continuiamo ad identificare tradizionalmente il bello con ciò che è ordinato, simmetrico, regolare: pensiamo all’influenza esercitata per secoli dalla concezione platonica del bello come ciò che offre all’occhio e alla mente qualcosa che richiama l’ordine, l’armonia e la proporzione; oppure alla concezione aristotelica che identifica il bello con i caratteri dell’ordine, della proporzione e del limite, e con la capacità di rappresentare con obiettività quanto viene visto con chiarezza.
Nella cultura classica è bello solo ciò che è giusto in quanto coincide esattamente con il senso del limite che l’uomo cerca di rispettare nella propria vita rispecchiando sia le esigenze della propria natura sensibile e desiderante sia quelle della propria natura razionale.
Nel corso del tempo la visione del bello – come sintesi armonica tra or­dine definito attraverso i sensi e ordine della ragione –, è andata progressivamente perdendosi, mentre è emersa sempre più la determinazione del bello da parte del soggetto, in relazione a ciò che egli sente e intuisce come essenziale, accrescendo quella differenza tra aspetti soggettivi e aspetti oggettivi o ideali spesso vissuta come una vera e propria cesura.
La separazione tra componente soggettiva e componente oggettiva e valoriale del bello è responsabile ai nostri giorni di una specie di insensibilità estetica sino ad una e vera e propria perdita di emozione, tanto che ci si chiede sempre più dove sia effettivamente rintracciabile tale esperienza, in che cosa essa consista e da che cosa risulti essere determinata, se è prodotta soltanto dall’esterno e dai condizionamenti che riceviamo oppure è interna alla nostra natura personale.
L’uomo contemporaneo ha estremo bisogno di recuperare la propria capacità di sentire in modo profondo il bello, così come avviene nelle esperienze assimilabili alla contemplazione.
La contemplazione del bello può essere considerata un’esperienza di concentrazione della mente e del cuore, del ragionare e del sentire in direzione della verità e della bellezza dell’altro di fronte a noi, per accostarci al riconoscimento del mistero inesauribile della vita in tutte sue espressioni e manifestazioni.
L’avvicinamento alla realtà e alle persone in senso contemplativo può aiutarci a sviluppare anche la capacità di stare e mantenere il silenzio interiore. Dal punto di vista personale fare silenzio dentro di sé può voler dire conoscere e creare degli spazi propri abitati dal soggetto che ritorna al centro del proprio percepirsi. Si tratta di riuscire a rintracciare un modo di ascoltarsi, e di avviare un percorso di ascolto, di interpretazione e di comprensione personale, di contro alle innumerevoli dispersioni oggi vissute.

Non solo bisogni ma anche desideri

L’emozione suscitata dal bello, generalmente considerata nel più ampio discorso sulle emozioni, in realtà costituisce un vissuto dotato di una sua specificità che trova alimento non nella risposta a semplici bisogni, ma soprattutto nel nostro desiderio e nella dinamica sulla quale si fonda la componente desiderante dell’uomo.
A differenza della logica che risponde al mero soddisfacimento del bisogno di qualcosa, il desiderio delinea un vero e proprio tendere del soggetto, un suo movimento ad andare oltre se stesso per rintracciare un significato più ampio della propria esistenza. In tal senso essa può essere considerata un processo costitutivo del nostro formarci, attraverso il quale non rispondiamo soltanto agli stimoli che riceviamo dall’esterno, ma riusciamo ad attribuire significato alle esperienze che viviamo.
L’emozione che accompagna il bello è tale da suscitare sentimenti diversi e contrastanti che vanno dal piacere al dolore, dalla felicità alla tristezza, dal positivo al negativo, stati che tendono ad equilibrarsi e ad armonizzarsi quando il soggetto è in grado di coniugare il bello con una più ampia ricerca di significato, perché esso è molto di più dei contenuti e delle esperienze che siamo portati a collegare solitamente alle esperienze cosiddette estetiche o artistiche. È frutto di un giudizio che elaboriamo intorno al mondo esterno e a quello interno, dell’attribuzione di significato che siamo in grado di dare a seguito di un’elaborazione che compiamo non solo a livello percettivo, cognitivo, o a seguito di una valutazione estetica, ma anche di un’attribuzione di valore nei confronti di ciò che osserviamo, viviamo e che accade intorno a noi ma anche dentro di noi.[1]
Per queste ragioni si può ritenere che tale esperienza non riguardi soltanto il mondo dell’estetica, ma tutte le attività umane in generale, dalla cultura, alla scienza, sino alle più alte forme di espressione. Anzi, è proprio la presenza di un’emozione estetica all’interno di ogni attività umana che lascia ben sperare nella ricerca di un modo di vivere che si orienti verso il bello come aspetto non semplicemente esteriore della nostra vita, ma come ricerca di significato esistenziale.[2]
Se siamo abituati a concentrare l’attenzione sui significati della bellezza come immagine, sulla bellezza fisica come strumento per l’affermazione di sé circoscritta all’individuale e alla frammentazione del soggetto, più difficile appare far emergere dal frammento della bellezza il significato più ampio a cui essa può rinviare e rimandarci. Per il cristianesimo la bellezza che si incarna nel frammento è espressa emblematicamente nell’immagine di Cristo sulla croce, in cui ciò che è infinitamente grande si esprime nell’immagine dell’infinitamente piccolo costituito dalla morte dell’uomo.[3]

Lo spazio del bello nella relazione educativa

Affinché le nostre annotazioni possano avere una ricaduta sul piano educativo, appare utile considerare in quali ambiti, spazi e momenti è possibile rintracciare le emozioni e i significati che il bello è in grado di veicolare.
Più che costituire un’idea astrattamente considerata, o che ci attrae soltanto per la sua esteriorità, il bello dovrebbe indurci come educatori a ricercare un vero e proprio «spazio estetico» all’interno della relazione educativa. Infatti è proprio sul piano della relazione che genitori, insegnanti, educatori, sollecitati a riflettere sul loro ruolo educativo, tendono a rinvenire le occasioni e i momenti più significativi per sentirsi immediatamente vicini a qualcosa di bello sia per sé sia per i ragazzi. Ciò significa che non è tanto rilevante il tipo di attività o modalità individuata per condividere i vissuti del bello, quanto la relazione che si riesce ad instaurare tra ragazzi e adulti come spazio reale e simbolico nel quale riuscire a vivere in stretta vicinanza e sintonia gli uni con gli altri qualcosa che è in grado di attrarre e coinvolgere il nostro personale sentire.
Riconoscere lo spazio del bello nella relazione vuol dire prestare attenzione ai vissuti che emozionalmente ci avvicinano agli altri, ma anche al significato che essi rivestono all’interno della relazione educativa.
A tal fine serve considerare i cambiamenti intervenuti nelle relazioni che le nuove generazioni di ragazzi, adolescenti e giovani instaurano con gli adulti: se è vero che ogni generazione tende ad introdurre elementi di novità e modi nuovi di relazionarsi, potremmo dire che quelle attuali appaiono più inclini ad attuare modalità di relazione che si connotano sempre più in senso «espressivo» e, potremmo dire, in senso lato, «estetico» per via della necessità che i ragazzi manifestano nel soddisfare soprattutto esigenze e aspettative legate all’affermazione di sé, alla ricerca della propria bellezza e immagine esterna, vissuta e collegata al bisogno più generale di affermazione della propria individualità.
Se ci limitiamo a proporre agli adolescenti qualcosa soltanto sul piano teorico e concettuale senza riferimenti al quotidiano e a ciò che affettivamente essi sentono, difficilmente riusciremo ad attrarre la loro attenzione. Al contrario, maggiori possibilità di attenzione da parte loro emergono quando qualcosa gli viene proposto per mezzo di modalità di comunicazione che hanno un immediato impatto sensibile e affettivo su loro stessi.
Si può per esempio far leva sulle modalità che attingono alle immagini, al ritmo, al suono, alle vibrazioni che essi possono sentire, a tutto ciò che è in grado di determinare su di loro ripercussioni affettive. L’universo culturale vissuto dagli adolescenti tende infatti a fondere e mixare insieme aspetti diversi, per cui anche il bello è veicolato da aspetti differenti ma soprattutto dalla ricerca di qualcosa che esteticamente ed esteriormente appare bello ed è vissuto insieme a sentimenti di piacere, desiderio, passione.
Parallelamente all’attenzione particolare che gli adolescenti sviluppano soprattutto per gli aspetti espressivi, relazionali ed estetici delle esperienze vissute, si viene registrando la presenza di modelli educativi che mettono l’accento soprattutto sulla qualità della relazione.
L’educazione fa leva oggi, in modo molto più ampio rispetto al passato, su componenti come l’affetto, l’amore, l’attenzione per la parola, per le dinamiche di negoziazione e di rapporto tra le generazioni. In tal modo emerge in primo piano l’importanza della relazione educativa come ambito nel quale il valore etico e il valore estetico dell’incontro tendono ad intrecciarsi: infatti, così come avviene per l’arte, anche la relazione educativa ha un valore estetico perché ha la capacità di attrarre interesse, di suscitare il piacere e il desiderio di stare in presenza dell’altro, alla stessa maniera in cui possiamo provare piacere e diletto quando ci troviamo di fronte ad un’opera d’arte mentre la osserviamo e l’ammiriamo.

Riconoscere il bello nell’incontro con l’altro

Se uno dei principali spazi operativi per ricercare e sollecitare il bello negli adolescenti è proprio quella della relazione, allora il nostro impegno di educatori dovrà avvenire soprattutto su tale fronte.
Nella società attuale infatti il problema dell’incontro con l’altro è avvertito in maniera sempre più incalzante. La relazione con l’altro suscita interrogativi e chiarificazioni, richiede risposte, risulta una tematica dal forte impatto e dalle implicazioni sociali sempre più urgenti sia che riguardi la relazione tra genitore e figlio, tra alunno e insegnante, tra educatore ed educatore, sia persone legate da sentimenti di vicinanza fisica ed esistenziale, di amicizia e convivenza reciproca.
In educazione la relazione costituisce il presupposto da cui partire e al quale fare costantemente ritorno perché non si può educare senza porsi il problema dell’altro e di come lo conosciamo e ri-conosciamo.
Certamente la relazione all’altro implica difficoltà, ma al tempo stesso appare connotata da un ampio valore estetico, in quanto esperienza che fa leva sulla nostra sensibilità e capacità di partecipazione emotiva nell’instaurare profondi legami tra ciò che sentiamo nei confronti degli altri e quello che esprimiamo, tra il nostro modo di relazionarci e la ricerca di un significato da dare alle relazioni. Se l’educazione di carattere emotivo-affettiva coinvolge la capacità di comprendere le sfumature dei sentimenti e le ragioni dell’altro facilitando l’incontro e il superamento di preconcetti; se l’educazione cognitiva si rivolge all’insieme dei processi logico-razionali, alla capacità di astrazione e di immaginazione per sviluppare il nostro pensiero convergente ma anche divergente, il focus di attenzione per un’educazione estetica coincide con la possibilità di rendere il soggetto in grado di recepire i messaggi del bello per rielaborarli al fine di sviluppare un agire libero e creativo orientato alla ricerca del bene proprio e altrui.
Il nostro impegno educativo deve vederci coinvolti pertanto non solo intorno ai fatti e agli episodi, ma soprattutto negli atti che poniamo in essere per cogliere e considerare le persone non come oggetti di osservazione e di studio, ma primariamente nella loro originalità e caratteristiche specifiche.
Da questo versante l’influenza della cultura di carattere immaginale e modellante alla quale siamo abituati ci induce però erroneamente a rintracciare il bello in ciò che ci accomuna, che ci rende simili agli altri quasi in una sorta di riproduzione di uno standard di bellezza al quale desideriamo tutti voler appartenere e identificarci per sentirci bene con noi stessi. Al contrario, come evidenziava il filosofo Luigi Stefanini, «la bellezza è tale natura libera che non si lascia sorprendere con una formula, ma si lascia avvicinare con un movimento di esperienza e di pensiero. […]. Bellezza è il movimento della gioia, piacere senza avidità, del possesso senza avarizia, dell’amore senza concupiscenza. Le cose cominciano a diventare belle quando in noi cessano l’ansia di spartirle, la paura di perderle, il bisogno di consumarle: quando le cose cessano di essere utili all’istinto per essere utili all’anima».[4]
I percorsi educativi intorno al bello dovrebbero allora far leva sulla valorizzazione di modalità e criteri come l’unicità delle persone, l’armonia e unitarietà tra le diverse componenti personali. Prendere spunto dai linguaggi dell’arte, della poesia, dai simboli e dalle metafore, può aiutarci a comprendere come la realtà della persona di fronte a noi più che spiegata, va compresa, non tanto nelle sue uguaglianze, linearità, ma nella sua differenza, originalità e componente di sorpresa.
In riferimento alle differenti modalità che l’uomo ha per comunicare, può voler dire riconoscere la valenza altamente educativa di linguaggi come l’arte, la poesia, la musica, e la loro valenza di apprendimento e di comunicazione primaria e iniziale attraverso cui la persona avvia il suo modo specificatamente personale di «abitare» il mondo perché, come ha affermato infatti Hölderlin, «poeticamente abita l’uomo su questa terra».
Sulla scorta di tali sottolineature la prospettiva pedagogica del bello si distacca da quelle visioni inclini a considerare soprattutto il bello della persona negli aspetti standardizzabili e oggetto più che altro di osservazione e di valutazione. Il bello consente di recuperare piuttosto una modalità di carattere qualitativo basata sugli aspetti originali della persona, sulle relazioni che essa instaura, sui modi di interagire, sull’elaborazione di un proprio stile educativo che si sviluppa e progredisce non in astratto né in maniera distaccata dagli altri, ma soltanto all’interno delle relazioni che siamo in grado di instaurare.
Noi siamo e restiamo essenzialmente esseri relazionali. La nostra formazione si compone di processi attraverso i quali veniamo costruendo complesse reti di relazioni con l’altro, ed è esattamente nella relazione che tendiamo ad identificarci per ritrovare e individuare noi stessi e il nostro essere-nel-mondo.
L’attenzione per la relazione tra persona e bello ci orienta ad un’interpretazione della persona educabile sul piano del rapporto tra ragione e sentimenti, ponendo attenzione alle tonalità emotive e all’affettività, alla necessità di cogliere e riuscire a sentire il mondo dell’altro attivando una conoscenza per sensibilità.
Certamente quando si tocca il tasto dei sentimenti il piano di considerazione diventa complesso e incerto, soprattutto a fronte di una cultura come quella contemporanea in cui ancora particolarmente forte è l’influenza dell’impronta cartesiana nel considerare la scissione tra mondo della ragione e dei sentimenti, e la concezione delle emozioni come aspetti irrazionali dell’anima. La componente affettiva dei sentimenti costituisce, al contrario, una modalità esistenziale poiché, come Heidegger ci ha insegnato, la tonalità emotiva appartiene ontologicamente all’uomo. Noi siamo sempre consegnati al sentimento della nostra situazione,[5] e non è indifferente avvertire un sentimento positivo o negativo. La vita della nostra mente e l’intero modo di essere-nel-mondo dell’uomo si nutre di sentimenti attraverso i quali acquisiamo progressivamente la capacità di aprirci all’altro e di comprenderlo, e questa apertura accogliente della mente è ciò che delinea la nostra capacità di entrare in empatia, ossia di aprirci al vissuto dell’altro in modo tale che possa risuonare dentro di noi al fine di realizzare una comprensione profonda dell’altro e della sua differenza.

 

NOTE

[1] A. Argenton, (a cura di), L’emozione estetica, Il Poligrafo, Padova 1993, p. 171.

[2] Cf M. Musaio, Pedagogia del bello, FrancoAngeli, Milano, 2007.

[3] Cf B. Forte, La porta della bellezza. Per un’estetica teologica, Morcelliana, Brescia 1999; Id., Inquietudini della trascendenza, Morcelliana, Brescia 2005.

[4] L. Stefanini, Educazione estetica e artistica: saggi e discorsi, La Scuola, Brescia 1954, pp. 56-57.

[5] M. Heidegger, Essere e tempo, Longanesi, Milano 1976, pp. 172-173.