Consacrati:

è tempo di vino nuovo

di: Lorenzo Prezzi

Una nuova coscienza ha bisogno di nuove strutture, una nuova teologia ha bisogno di relazioni diverse, il vino nuovo ha bisogno di otri nuovi: la vita consacrata necessita di nuovi modelli. Questo, ridotto a slogan, il contenuto di un prezioso sussidio che la Congregazione per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica ha edito: Per vino nuovo, otri nuovi. Dal concilio Vaticano II la vita consacrata e le sfide ancora aperte (Libreria Editrice Vaticana, Roma 2017, pp. 96). Dopo le quattro lettere circolari per l’Anno della vita consacrata (30 novembre 2014 – 2 febbraio 2016) e un documento per la gestione dei beni, il testo viene presentato con l’indicazione impegnativa di “Orientamenti”. La firma è quella del prefetto, card. J. Braz de Aviz, e del segretario, mons. J. Rodriguez Carballo, ma nella stesura un ruolo rilevante mi sembra essere quello dei collaboratori e della sottosegretaria, suor N. Spezzati.

Verso nuovi modelli

Davanti a numeri in contrazione, a opere da affidare ad altri, a spostamenti a Sud non privi di fatiche, il suggerimento del testo parte da ciò che lo Spirito ha già prodotto di nuovo, da un giudizio non residuale sulla vita consacrata, dal suo essere un futuro “necessario” per la Chiesa. «È giunto il tempo di custodire nella creatività la novità, perché conservi il sapore genuino della fecondità benedetta da Dio. Il vino nuovo esige capacità di andare oltre i modelli ereditati, per apprezzare le novità suscitate dallo Spirito» (p. 91). «È necessario creare strutture che siano veramente adatte a custodire la ricchezza innovativa del Vangelo perché sia vissuta e messa al servizio di tutti» (p. 14). Non bastano le strategie di pura sopravvivenza, non basta l’amministrazione ordinaria, non è saggio farsi dare l’ordine del giorno dalle emergenze sempre più stringenti che consumano energie preziose e non facilmente sostituibili. È come se, a livello di servizio petrino, si vedesse l’opportunità di una spinta perché il grande corpo della vita consacrata (circa 800.000 di riconoscimento pontificio e circa 700.000 di obbedienza diocesana) non resti prigioniero del suo passato e sia capace di darsi forme nuove per testimonianze già attive e riconoscibili.

Con una certa franchezza si denunciano processi bloccati, pratiche inadeguate e domande rimosse. «La prima (domanda) riguarda l’armonia e la coerenza fra le strutture, gli organismi, i ruoli, gli stili esistenti da tempo e quelli introdotti in questi anni per rispondere al dettato conciliare. La seconda spinge a valutare se gli elementi di mediazione che sono oggi in esercizio nella vita consacrata sono adeguati ad accogliere le novità più evidenti» (p. 28). Qui si allude al rapporto fra cultura specifica di carismi nati in Occidente o in aree specifiche che sono ormai a contatto con culture del tutto diverse, oltre a percorsi personali chiamati a mediare l’ispirazione evangelica e carismatica con il proprio contesto culturale e generazionale. La terza riguarda il «vino nuovo» che offriamo come consacrati: è davvero buono e sano, o non è piuttosto annacquato o troppo acido?

«Non dobbiamo aver paura di riconoscere onestamente quanto, nonostante tutta una serie di cambiamenti, il vecchio schema istituzionale fa fatica a cedere il passo a modelli nuovi in modo deciso». «Stiamo vivendo una fase di necessaria e paziente rielaborazione di tutto ciò che costituisce il patrimonio e l’identità della vita consacrata dentro la Chiesa e di fronte alla storia». «In alcune realtà di vita consacrata, talora persino rilevanti dal punto di vista numerico e di mezzi a disposizione, si è incapaci ad accogliere i segni del nuovo: abituati al gusto del vino vecchio e rassicurati da modalità già sperimentate, non si è realmente disponibili ad alcun cambiamento se non sostanzialmente irrilevante» (pp. 29-30).

L’intero testo è illuminato delle icone bibliche relative al «vino nuovo» (Mc 2,18-22; Mt 9,16-17; Lc 5,36-39; Gv 2,10) che danno profondità spirituale alla capacità di discernere e accogliere ciò che lo Spirito suggerisce, costruendo attorno a questo nucleo indicazioni adatte a custodirne la ricchezza. Il Vaticano II ha avviato per la vita consacrata una lunga stagione di generosità e di ricerca che viene distinta in due tempi: fino al decennio ’80 si è spinto sull’inventività e sulla sperimentazione, dopo si è dato forma giuridica con un «ritmo più rallentato e un dinamismo un po’ stanco». Più che la teologia della vita consacrata, ha aiutato la riflessione magisteriale e in particolare l’esortazione apostolica post-sinodale Vita consecrata. Nel documento essa diventa «confessioTrinitatis anche nel suo cimentarsi con la sfida della vita fraterna» (p. 22).

L’identità e la genialità carismatica vengono confermate. Non si dà alcuna novità senza il legame con l’evangelo e con il proprio patrimonio spirituale, senza il primato del servizio, il cammino coi poveri, la promozione della dignità della persona, la sussidiarietà nella collaborazione con tutti.

L’identità femminile

Raccolgo alcune suggestioni in ordine alla formazione, alle nuove fondazioni, all’identità femminile, al governo e all’economia. «Si ha l’impressione che la formazione sia più informativa che performativa. Il risultato è il permanere di una fragilità delle persone sia nelle convinzioni esistenziali che nel percorso di fede. Questo porta a una tenuta psicologica e spirituale minima con la conseguente incapacità di vivere la propria missione con generosità e in modo coraggioso per quanto riguarda il dialogo con la cultura e l’inserimento sociale» (p. 36). Va perseguita la saldatura fra piano teologico e antropologico, fra il patrimonio che si trasmette e il vissuto personale, fra la dimensione spirituale e quella umana. La formazione iniziale non può accontentarsi di formare alla docilità e «alle sane consuetudini e tradizioni di gruppo». Senza questo equilibrio il tema della professionalità diventa fuorviante e non si innesta la capacità di formazione permanente. Non esiste ancora una consapevolezza della formazione continua. «In modo particolare stenta a entrare l’idea che la formazione è davvero continua solo quando è ordinaria e si compie nella realtà di ogni giorno» (p. 69). «Si rende indispensabile una riflessione sulla dimensione anche strutturale-istituzionale della formazione permanente. Come un tempo, dopo il concilio di Trento, sono nati seminari e noviziati per la formazione iniziale, oggi siamo chiamati a realizzare forme e strutture che sostengano il cammino di ogni consacrato verso la progressiva conformazione ai sentimenti del Figlio» (p. 70).

L’apertura alle giovani Chiese e alla multiculturalità è un dato positivo, ma pone problemi non piccoli. In particolare per quelle fondazioni, soprattutto femminili, che hanno una radice limitata in Occidente o in Italia e uno sviluppo altrove. Le poche decine di membri o suore anziani/e sono spinte dai più giovani in una tensione che il ricambio frettoloso del gruppo dirigente esaspera. «Bisogno prendere atto che la dilatazione geografica non è stata accompagnata da un’adeguata revisione di stili e strutture, schemi mentali e conoscenze culturali che permettano una reale inculturazione e integrazione» (p. 73).

Le indagini su 15 fondatori e l’intervento in circa 70 istituti da parte della Congregazione ha reso delicato il tema delle nuove fondazioni. «Particolare rilievo e considerazione merita il rapporto superiore-fondatore nelle nuove fondazioni. Mentre si deve ringraziare lo Spirito Santo per tanti carismi che rendono vivace la vita ecclesiale, non possiamo nasconderci la perplessità davanti ad atteggiamenti in cui si registra una concezione ristretta di obbedienza che può diventare pericolosa», fino a una «soggezione infantile» e a una «dipendenza scrupolosa». Il rispetto della distinzione tra foro interno (coscienza – confessione) e foro esterno (atteggiamenti e azioni) va difeso. Così come l’uguale accesso ai beni necessari.

Forse il tema più originale e insistito del documento riguarda l’identità femminile, anche in ragione del fatto che la grande maggioranza dei consacrati sono religiose. È in atto un risveglio della coscienza femminile che la vita consacrata ha nel passato parzialmente promosso, ma che non si rispecchia in molte pratiche correnti. Le giovani vocazioni hanno una coscienza di genere spiccata che incrocia troppo facilmente la disapprovazione delle «altre donne consacrate, ma anche da alcuni uomini di Chiesa» (p. 45). «La scarsa coscientizzazione o peggio la rimozione della questione femminile riceve una ricaduta in negativo con grave danno per le nuove generazioni di donne. Molte donne, infatti, affidandosi all’istituto per essere introdotte alla sequela Christi, si trovano obbligate ad assumere modelli di comportamento diventati obsoleti soprattutto riguardo a ruoli che sanno più di “servitù” che non di servizio nella libertà evangelica» (p. 74). «C’è ancora molto da fare per incoraggiare modelli comunitari convenienti all’identità femminile delle consacrate. A questo proposito vanno rafforzate le strutture relazionali di confronto e di sororità tra superiore e sorelle» (p. 75), per evitare che quante sono in autorità o nell’amministrazione producano disparità e autoritarismo. Più in generale, nella vita consacrata «manca una vera maturazione nella reciprocità fra uomo e donna; si fa urgente una pedagogia adeguata per i giovani per raggiungere un sano equilibrio fra identità e alterità» (p. 46). C’è ancora una sorta di dissonanza cognitiva in merito fra le generazioni.

«Siamo passati da un’economia domestica a processi amministrativi e gestionali che quasi sfuggono al nostro controllo, che evidenziano la nostra precarietà e, prima ancora, la nostra impreparazione. Non possiamo tardare a ricentrarci sulla trasparenza in materia economica e finanziaria come primo passo per recuperare l’autentico senso evangelico della comunione reale dei beni all’interno delle comunità e della loro concreta condivisione con chi vive accanto a noi» (p. 59). Recuperando, se necessario, la capacità di profezia verso il potere economico che rischia di umiliare interi popoli e i poveri.

Molte le riflessioni in ordine al governo e all’esercizio dell’autorità: dal superamento della logica superiori-inferiori ad una nuova governance, dalla responsabilità condivisa alle competenze non delegabili, dal necessario ricambio delle figure di governo all’effettivo coinvolgimento dei consigli. Non è più tollerabile che chi esercita il potere incoraggi «atteggiamenti infantili che possano indurre a comportamenti irresponsabili» (p. 50). Va anche ricordato che la connessione fra autoritarismo e narcisismo è terreno di coltura di possibili abusi.

Un testo di innegabile suggestione che unisce alla forte ispirazione evangelica un grande senso del realismo. E, soprattutto, una grande fiducia nel futuro.