A cinque secoli dalla Riforma

A colloquio con Paolo Ricca, teologo valdese

a cura di Mariano Borgognoni

Paolo Ricca è una delle grandi personalità del mondo protestante italiano. La sua presenza dialogante è stata una fonte di arricchimento per i cristiani di ogni chiesa e per tutti coloro che, pur all’interno delle rispettive collocazioni ecclesiali, hanno bazzicato spesso e molto volentieri le zone di confine, con la speranza e la volontà di ricercare l’unità negli elementi essenziali della fede comune. Abbiamo voluto sentire il suo punto di vista di studioso e di pastore nell’anno che fa memoria del quinto centenario della Riforma e dentro una situazione nuova e promettente quanto complessa del dialogo ecumenico e interreligioso.

 

Professor Ricca, a 500 anni dalla Riforma quali sono, a suo giudizio, i contributi essenziali e caratterizzanti da essa apportati all’intero mondo cristiano?
Direi che il primo contributo è l’idea stessa di riforma, che poi è un modo, se vogliamo laico, di dire che l’esistenza cristiana, sia personale, sia collettiva, come Chiesa non sussiste se non attraverso un processo di conversione continua, quindi l’idea di riforma non è stata inventata nel XVI secolo, ma è stata praticamente inventata dal Cristianesimo stesso, cioè dalla convinzione che il rapporto con Dio nasce da una conversione; la prima parola che Gesù dice è: «il Regno di Dio è vicino, convertitevi e credete all’Evangelo», dunque il primo contributo è proprio quello della idea di Riforma che la Chiesa Cattolica ha adottato con il Concilio Vaticano II, il quale parla addirittura della continua riforma. Ma nei secoli precedenti la parola Riforma era una parola tabù. Un altro contributo credo che sia nella centralità della Parola di Dio, la parola biblica. Praticamente la Riforma ha fatto una operazione analoga a quella che è stata fatta dalla Chiesa antica quando ha definito il Canone, cioè quando ha detto: non ci fidiamo più di noi stessi e delle nostre parole, come se fossero automaticamente Parola di Dio, ma raccogliamo dei testi, l’Antico Testamento che era già stato fissato dai Rabbini, poi la raccolta dei 27 scritti del Nuovo Testamento ritenuti apostolici, elevati al rango di Canone, cioè di metro, di misura alla quale ci si deve ispirare e alla quale devono obbedire sia la dottrina della Chiesa sia la vita dei cristiani. Questa operazione la Riforma l’ha rimessa in luce ponendo la Parola biblica al di sopra di ogni parola umana, al di sopra del magistero, della Tradizione, delle consuetudini, delle regole che naturalmente ogni Chiesa si dà e non può fare a meno di darsi.

Anche perché la Parola comunque va interpretata.
Va interpretata ma nessuna interpretazione ha lo stesso valore della Parola. C’è l’interpretazione ma, diciamo così, essa è relativa, fallibile. La Parola è assoluta, e se vogliamo adoprare un termine pericoloso, infallibile.

Non è infallibile il Papa, ma è infallibile la Parola insomma.
Se vogliamo sintetizzare con una battuta è proprio così.

Mi permetta di chiederle una valutazione sullo stato del Cristianesimo in Occidente. Tra pessimisti impenitenti e ottimisti a oltranza, lei come si colloca nell’analisi della situazione della fede oggi, in Occidente?
Penso che oggi, anche proprio a motivo della situazione di minoranza numerica in cui si trovano i cristiani consapevoli, non parlo dei battezzati, c’è sicuramente una maturità maggiore della fede. Però è una amara consolazione, perché, è vero, c’è più consapevolezza ma è molto più circoscritto l’ambito, il territorio di questa consapevolezza.

Ma oggi? Siccome per i cristiani evangelizzare è un compito, un obbligo e anche un bisogno, quali vie battere, in una società, tra l’altro, sempre più articolata, pluralista come diciamo: da dove partire?
Io credo che si debba sempre e solo partire dalla Bibbia, cioè quello che è fondamentale, e il Concilio Vaticano II si è messo, mi sembra, in questa ottica, è la conoscenza della Bibbia, nel senso della conoscenza delle opere di Dio compiute nella storia del Popolo d’Israele, poi nella cristianità antica e poi via via nei secoli successivi. È fondamentale essere nutriti dalla Parola biblica, come storia, storia della salvezza, come si usa dire, che ha il suo centro vitale nella storia di Gesù, della sua vita, morte e risurrezione. Conoscenza della storia, ma anche scuola di preghiera. In questo senso la conoscenza dei Salmi è fondamentale per imparare a pregare.

Non c’è fede senza preghiera?
La fede sostanzialmente è preghiera, la teologia è preghiera, la missione è preghiera ma le parole della preghiera le possiamo imparare in modo privilegiato in quel Salterio che Lutero chiamava una piccola Bibbia.

Questo è il luogo dove collocarsi per leggere i segni dei tempi? Perché poi noi, il compito di leggere, di ri-leggere in qualche modo la storia della salvezza dentro la nostra storia ce l’abbiamo comunque. Capire la nostra società, quello che si muove, che linguaggio dobbiamo usare e così via.
Sì, questo naturalmente lo dobbiamo ricavare anche da tante altre fonti, l’arte, la letteratura, la musica. È necessaria una doppia immersione, una nella storia biblica e una nella storia del nostro tempo. Sapere dove siamo, in quale contesto culturale, con quali problemi politici e sociali. E tutto dobbiamo farlo tenendo insieme questa doppia lettura capace di farci individuare i segni dei tempi e soprattutto il messaggio che possiamo come cristiani portare nel nostro tempo.

Questo le volevo chiedere, da una parte noi come cristiani dobbiamo portare un messaggio di fede, dall’altra come cittadini collocarci sul terreno della laicità, articolando la nostra partecipazione politica, le nostre scelte in modo plurale. Questo penso che sia un punto di non ritorno. Liberante.
La laicità è il quadro in cui si colloca la testimonianza della Chiesa, pensi soltanto alle chiese cristiane del primo secolo, vivevano in un contesto che non possiamo definire laico, perché era tutto religioso, e c’era soprattutto la religione dell’imperatore, con tutte le altre, ma la Chiesa era appunto una voce se vogliamo nel deserto o in un coro molto ampio, quindi la condizione di laicità direi oggi è il presupposto della testimonianza della Chiesa che non solo non impedisce, ma favorisce una testimonianza che non sia frutto di un privilegio, di una posizione di forza, rispetto ad altre, ma sia una voce che chiama da parte di Dio, ma in un coro, in un contesto in cui non è l’unica voce.

Senta Pastore Ricca per quanto riguarda lo stato dell’ecumenismo, sicuramente sono stati fatti enormi passi in avanti, basta pensare alla inaspettata visita del Papa a Lund e così via, ma i nodi problematici che ancora oggi invece persistono, quelli fondamentali, secondo lei, secondo la sua visione, quali sono?
I fondamentali, sono quelli di sempre, ad esempio il culto mariano. Abbiamo visto in questi giorni la visita a Fatima. Noi non giudichiamo la fede di altri, la rispettiamo per quello che è, però tutto l’universo mariano ci è estraneo nella misura in cui Maria non è più la Maria biblica, l’ancella del Signore, ma è una specie di regina celeste, tanto più quelle della modernità, che sono tutte Madonne senza Bambino. Non so se lei ha notato quella di Lourdes, quella di Fatima, quella di Guadalupe, quella di Medjugorje, non sono la classica Maria che ha in braccio il Bambino. La ragione per cui Maria è nella Bibbia e anche nella pietà, sta nel fatto che è la madre di Gesù. Se tu dipingi, raffiguri una donna senza bambino, non sai più chi sia quella donna, non si concepisce l’unico motivo per cui Maria viene menzionata e lei stessa parla nella Bibbia.

Mi par di capire che un ostacolo è tutto l’universo devozionale.
Devozionale ma anche dogmatico, ci sono due dogmi, cioè due articoli di fede. E allora vede, per l’ecumenismo, paradossalmente si potrebbe dire che tutto è cambiato; lei ha citato il viaggio del Papa a Lund, tante altre cose, certamente quella è una esperienza assolutamente inedita, che dimostra effettivamente che tutto è cambiato, ma nello stesso tempo si potrebbe anche dire che non è cambiato nulla, perché una caratteristica di questo Papa è di non toccare la dottrina.
Qui c’è una discussione anche all’interno del mondo cattolico, questo Papa è molto spinto sul piano pastorale mentre invece appunto sul piano teologico grandi innovazioni sembrano non vedersi (ma forse ci sono più di quanto appaia); secondo lei questi due aspetti invece dovrebbero essere tenuti insieme? Sì, naturalmente ci può essere una strategia, io presumo, penso, immagino, che ci sia una strategia, che sia un punto che si è calcolato, però alla lunga, non paga, perché i problemi restano. Vede questa esperienza è stata fatta nell’ambito del movimento ecumenico negli anni ’20 e ’30 del secolo scorso. Il primo movimento interno all’ecumenismo si chiamava Vita e Azione: loro dicevano, la dottrina separa, l’azione unisce, quindi concentriamoci sull’azione e lasciamo da parte la dottrina. Che mi sembra quello che il Papa sta facendo. Però parallelamente, a questa che è stata la prima anima del movimento ecumenico, se ne è aggiunta subito una seconda, chiamata Fede e Costituzione, in cui appunto si diceva: benissimo uniamoci nell’azione ma è necessario trattare anche di questioni teologiche che dividono i cristiani, perché se non si supera la divisione dottrinale-teologica, è difficile pensare che l’unità cristiana possa avvenire semplicemente sulla base di un’azione comune. Quindi il fatto di mettere tra parentesi le questioni dottrinali dicendo, questa è una questione dei teologi, sono loro che la devono risolvere, non mi sembra alla fine una scelta pagante, qui c’è un punto interrogativo.

Senta, a proposito dell’unità dei cristiani, posto che mi sembra difficilmente immaginabile e nemmeno tanto auspicabile una reductio ad unum, come la vede lei, alla lunga? Come una convivialità tra diverse chiese, ognuna delle quali ha sviluppato una propria tradizione, che potrebbero essere anche in fin dei conti una ricchezza? Oppure è immaginabile anche una unica Chiesa di Cristo?
Io credo che l’ipotesi dell’unità organica dell’unica Chiesa di Cristo oggi sia da escludere. Invece la prospettiva che è emersa già all’interno della comunità luterana e che ho trovato menzionata anche da questo Papa con approvazione nella Evangelii Gandium prospetta l’idea di una diversità riconciliata. Il cristianesimo ha espresso nel corso della sua storia tre o quattro grandi forme ecclesiali, quella cattolica romana, quella ortodossa, quella protestante con le sue variazioni interne, forse si potrebbe aggiungere quella pentecostale, ma anche soltanto fermandoci alla tre tradizionali, si deve constatare che ad oggi non sono tra loro pienamente riconciliate, si tratta di lavorare perché lo diventino e possono diventarlo.
E quali sono i punti decisivi, dirimenti di una possibile riconciliazione? Cioè l’essenziale su cui trovare un accordo?
Partire dal Credo niceno-costantinopolitano che tutte le tre forme di cristianesimo accettano, condividono, confessano, e che fu allora, nel V secolo la base dell’unità della Chiesa. Le Chiese che accettano questo Credo, dovrebbero riconoscersi reciprocamente come Chiese di Cristo. È questo che impedisce oggi la comunione perché questo riconoscimento non c’è. Le Chiese protestanti non sono riconosciute come Chiese, nel senso proprio della parola, dalla Chiesa Cattolica e dalle Chiese Ortodosse

Perché c’è la questione della successione apostolica?
C’è la questione della successione apostolica, così come la intende la Chiesa Cattolica! Perché anche noi abbiamo la nostra successione apostolica ma la intendiamo in una maniera diversa cioè come la successione del messaggio apostolico, mentre la Chiesa Cattolica e quella Ortodossa ritengono che si tratti della successione attraverso il ministero episcopale trasmesso per mezzo di successive cooptazioni dei vescovi da parte di altri vescovi. Quindi la successione apostolica c’è in tutte le Chiese ma non tutte le Chiese la intendono alla stessa maniera. Vede, su Dio c’è comunione piena, Dio trinitario, su Cristo, vero Dio e vero Uomo, c’è comunione piena tra tutte le Chiese: questi due pilastri della fede cristiana sono comuni, ma anche sulla Chiesa una santa cattolica e apostolica, tutte le Chiese concordano, poi se questa Chiesa debba essere organizzata gerarchicamente o sinodalmente o episcopalmente, o con i Patriarchi o con i Papi, questo non è detto nel Credo, e io ritengo che non è necessario essere d’accordo sulla forma della Chiesa. La riconciliazione presuppone il riconoscimento reciproco. Il riconoscimento reciproco presuppone la comunione di fede, ma la comunione di fede nelle affermazioni centrali costitutive della fede cristiana, c’è, c’è.

Molto chiaro.
Vede può esserci fraternità, amicizia, come c’è, ma riconciliazione, cioè comunione di fede e quindi anche di culto, di missione, di evangelizzazione, è difficile. Ma le condizione essenziali ci sarebbero.

Lei ha scritto anche un libro sulla Cena del Signore. Questa sorta di apartheid ecumenico, come lo chiama, che è l’assenza di una ospitalità eucaristica tra le diverse Chiese. Quale potrebbe essere un punto di intesa su questo elemento decisivo?
Il punto di intesa è questo: le Chiese possono celebrare la Cena del Signore anche se non sono tra loro unite organicamente. La comunione eucaristica è qualche cosa che sta al di là o al di qua, come si preferisce, della comunione ecclesiastica; le Chiese possono essere diverse, per l’organizzazione, per le strutture e ciò nondimeno celebrare insieme la Cena del Signore. Per poter celebrare insieme la Cena del Signore, bisogna riconoscere quali elementi sono costitutivi di questa Cena. Gli elementi costitutivi di questa Cena sono quelli biblici e cioè: il pane, il vino e la parola o le parole che Gesù ha pronunciato su di essi, le parole della cosiddetta «istituzione». Là dove ci sono queste tre cose, cioè pane, vino e parola di Gesù, lì c’è la Cena del Signore e lì ogni cristiano, che celebri la Cena nella sua propria Chiesa, deve essere considerato benvenuto in ogni Chiesa perché quella è la Cena del Signore e non è la Cena della Chiesa valdese, della Chiesa cattolica, della Chiesa ortodossa.Tutte le interpretazioni che si possono dare del pane, del vino, delle parole di Gesù, sono benvenute, sono tutte possibili ma non costituiscono la Cena. Cioè non è che io devo essere d’accordo, per dire, con l’interpretazione simbolica della Cena per ricevere il pane e il vino. No, l’interpretazione non c’è nella Bibbia, né da parte di Gesù, né da parte dell’apostolo Paolo, né da parte di alcun altro apostolo, né da parte della prima Chiesa. Quindi l’interpretazione non è costitutiva della cena, allora tu credi nella transustanziazione, va bene, sei responsabile davanti a Dio, non credi nella transustanziazione, credi in una presenza spirituale di Cristo, appunto in una presenza e non in una assenza e va bene lo stesso, tutto ciò è interpretazione e sono varie, diverse, ma quello che conta è la Parola di Gesù.
Tra l’altro mi pare che lei sottolineasse nel libro il carattere inclusivo della Cena di Gesù, dove c’è anche Giuda.
Difatti una Cena esclusiva non è la Cena di Gesù. Rincresce di doverlo dire, ma io sono convinto che non lo è. È una approssimazione, ma anche una caricatura. Questa è una cosa molto seria.

C’è chi ha sottolineato, penso a Quinzio, una sorta di amnesia escatologica dentro le chiese, lei come la vede? Costoro coglievano qualcosa di reale oppure era un’esasperazione?
Non corrisponde, ma la Chiesa non crede più nel ritorno del Signore…

Questo anche è un bel punto!
Purtroppo non si occupa della fine del mondo, si occupa del mondo e fa anche bene intendiamoci, nessuno vuole arginare questo slancio del cuore, questo servizio al prossimo, agli ultimi, ai minimi, questo va benissimo, anzi bisogna moltiplicarlo, però non deve diventare tutto il messaggio. Bisogna servire Cristo, come dice Matteo 25, nell’uomo nudo, affamato, assetato, carcerato, profugo, ma il messaggio non è solo quello. Il messaggio è che questo mondo passa, che viene il Regno di Dio, si manifesta il Regno di Dio: ma chi lo predica questo? Quando la Chiesa dimentica un ambito della Rivelazione cristiana, succede che poi questo deficit viene colmato da altri, da movimenti che, in una maniera che forse non è la migliore, parlano di quello di cui parlava anche Gesù, di cui parla il Nuovo Testamento…

Quindi sarebbe auspicabile rimettere al centro questa dimensione.
Sì, ma oggi siamo più preoccupati della nostra salute che della nostra salvezza! Questa è la realtà, anche nella comunità cristiana, nel senso che c’è stato una specie di evanescenza, di eclisse dell’aldilà a vantaggio dell’aldiquà, forse anche necessario e corrispondente anche alla predicazione di Gesù, che diceva, il Regno di Dio è vicino, è alle porte, quindi convertitevi. È giusto avvertire l’incombenza del regno di Dio, della Parola di Dio, sui nostri giorni, è giusto. Però, il messaggio deve trascendere questo e dire: ecco perché il Regno di Dio è vicino, c’è anche l’orizzonte escatologico. Sergio Quinzio coglieva una verità che mi sembra inoppugnabile e non eccedeva, non era esagerato quello che diceva. Lui era un po’, per così dire, un teologo della Croce, cioè avvertiva molto quella che lui chiamava la sconfitta di Dio, la contraddizione tra la Promessa e la realtà della nostra storia, che sembra smentirla clamorosamente, la viveva molto e però era sana la sua reazione. Penultimo e ultimo nel cristianesimo sono inseparabili.

(Rocca, 12/2017, pp. 43-46)