È ancora possibile educare oggi?

Giannino Piana

Gli interrogativi attorno alla «questione educativa», che viene oggi spesso presentata come un’emergenza, sono molti e di diversa natura. Il termine stesso «educazione» è usato con una molteplicità di significati, non sempre tra loro convergenti; mentre diviene più difficile, dato il numero sempre maggiore di agenzie educative esistenti, identificare i compiti propri di istituzioni alle quali è stata demandata da sempre tale funzione, in primo luogo famiglia e scuola. Ma i problemi non si arrestano qui: in gioco vi è, più radicalmente, la messa in dubbio della stessa necessità dell’educazione: non sono pochi infatti a considerarla una realtà anacronistica o a ridimensionarne l’esercizio a processo tecnico, volto semplicemente a fornire strumenti di conoscenza di ordine pratico.
In un recente saggio edito da Il Mulino, dal titolo Educazione (Bologna 2017), Franco Garelli, noto sociologo dell’Università di Torino, affronta questa spinosa e complessa questione, riconoscendo il valore positivo dell’educazione, ma non rinunciando ad evidenziare, al tempo stesso, la situazione problematica in cui versa e a fornire suggerimenti preziosi per accostarsi ad essa correttamente. Il punto di partenza della riflessione di Garelli è la definizione del concetto di educazione, la quale non può ridursi a mera informazione ma presuppone la centralità della «relazione» interpersonale attraverso la quale si sviluppa la crescita della persona. La proposta educativa è infatti rivolta a un soggetto dotato di libertà, che va aiutato a «tirare fuori» (educazione viene dal latino educere, estrarre, tirare fuori) le potenzialità nascoste in un confronto positivo con chi è chiamato ad educarlo.

La situazione attuale

Tutto questo risulta ai nostri giorni particolarmente difficile da realizzare per la presenza di una serie di fattori, sia di carattere culturale che strutturale. L’esistenza già ricordata di agenzie nuove e di forte impatto sulle coscienze – si pensi in particolare alla rivoluzione digitale -, lo scarso impegno espresso dalle istituzioni pubbliche nei confronti della famiglia e della scuola – ha origine anche da questo lo stato di frustrazione di genitori e di insegnanti -, e l’avanzare di una forma di relativismo culturale ed etico, che rende problematica l’offerta di una solida proposta formativa, sono altrettanti elementi che denunciano una situazione di disagio da non sottovalutare.
Non mancano in proposito analisi pessimistiche, che rilevano la presenza di una deriva, provocata tanto dalla disgregazione della famiglia o dallo stato di impotenza in cui si trova a vivere quanto dal disfacimento della scuola, dovuto sia alla mancanza di un progetto serio che al discredito crescente nei confronti degli insegnanti la cui funzione sociale è scarsamente considerata. Come non mancano descrizioni preoccupate del mondo giovanile, che viene spesso dipinto con tonalità fosche come un mondo rinunciatario nei confronti dei grandi ideali; un mondo che insegue obiettivi di piccolo cabotaggio o che indulge in forme di narcisismo e di autoreferenzialità – qualcuno giunge a parlare di «generazione autistica» – fino a incorrere nella deriva del nichilismo.
Ma è davvero così? Garelli non nega l’esistenza di tendenze di questo genere, ma ritiene anche che l’enfasi posta sul negativo non renda ragione della complessità della situazione; non tenga in considerazione cioè la variegata pluralità delle esperienze in corso; che, in ogni caso, si tratti di analisi riduttive, che puntano l’attenzione su aspetti veri della realtà, insufficienti tuttavia a fotografare il paese «reale» o «normale», in cui lo scenario è molto più articolato per l’intrecciarsi di effetti contrastanti di ombra e di luce.

Oltre gli stereotipi

A venire smentiti dalle indagini più recenti riguardanti il mondo giovanile sono infatti alcuni stereotipi, derivanti da premesse ideologiche che fanno riferimento a modelli del passato del tutto desueti. Nonostante l’estrema varietà dei profili, difficilmente riconducibili a un denominatore comune, ciò che da tali indagini emerge è l’idea che l’insieme dei giovani sia meglio di come vengono rappresentati. L’esistenza di un clima sociale non favorevole, tanto per la moltiplicazione delle esperienze che per gli stimoli sproporzionati offerti agli individui – a questo si deve il prolungamento dell’adolescenza e la debole identificazione dovuta alla difficoltà di individuare un polo unitario attorno al quale convergere – nonché la caduta di prospettive ideali con l’accentuarsi del senso di incertezza e di insicurezza, non cancellano il bisogno di rintracciare vere ragioni di vita.
I giovani ricercano, al di là delle apparenze, risposte autentiche alla questione del senso; ricercano figure di riferimento, che non si accontentino di grandi proclami, ma sappiano dare testimonianza dei valori in cui credono; ricercano nuovi legami sociali, che si sviluppino nel rispetto della libertà personale e all’interno dei quali si creino le condizioni per la crescita di relazioni paritetiche – si pensi al nuovo modo di atteggiarsi nei rapporti di coppia – e si possano vivere esperienze improntate all’essenzialità superando i rischi del conformismo. Un analogo discorso vale in larga misura anche per la famiglia. In tale ambito – lo si è già rilevato – molto è cambiato nei rapporti interpersonali. E questo non solo per uno stato generale di stress dovuto all’instabilità e alla precarietà dell’esistenza, ma anche e soprattutto per un insieme di tensioni che si addensano sui rapporti familiari: dalla difficoltà a vivere in modo equilibrato i rapporti tra i generi e a comporre lavoro e famiglia, fino alla difficoltà che si sperimenta quando si tratta di individuare le inclinazioni dei figli o di regolare i loro comportamenti senza venir meno al rispetto della loro autonomia e della loro spontaneità.
Anche a questo proposito Garelli non manca di sottolineare, rifacendosi alle numerose indagini degli ultimi anni, che la famiglia media non è così sfasciata come talora la si dipinge; che essa rappresenta ancora per gli italiani l’istituzione cui viene riservata maggiore fiducia e con la quale ci si può maggiormente identificare, trovando in essa rifugio di fronte allo stato di insicurezza e di paura diffusi. Non si possono ovviamente ignorare le difficoltà provocate dal passaggio da un modello autoritario a uno persuasivo, dall’imposizione alla ragionevolezza – la tentazione è spesso di incorrere in forme di complicità derivanti dall’adesione a una cultura giovanilista -ma il dato più rilevante (e indiscutibile) è una generale riqualificazione dei rapporti interpersonali, che costituisce un indubbio motivo di apertura positiva al futuro.

La scuola, un ambito critico

Più problematica è la condizione della scuola, soprattutto di quella dell’obbligo, dove la crisi di autorità si fa sentire in maniera particolarmente rilevante. Le dinamiche interne a un’istituzione, chiamata a svolgere una importante funzione di regolazione sociale, cioè a favorire lo sviluppo di legami allargati che creano le premesse per l’esercizio della cittadinanza, sono assai contorte e spesso travagliate. L’ampliamento dei temi di cui la scuola è chiamata a farsi carico, le visioni culturali discordanti, i modelli formativi non univoci e le crescenti incombenze burocratiche si intrecciano con l’aumento dei fenomeni di indisciplina e di violenza – basti richiamare qui l’attenzione sul diffondersi del bullismo – e con la crescita delle aspettative e delle pretese dei genitori, che tendono a tutelare senza riserve il proprio figlio.
La debolezza formativa del sistema scolastico è poi ulteriormente aggravata dalla presenza di una cultura permissiva, dall’assenza di un disegno complessivo a riguardo degli obiettivi e dei contenuti, dalla scarsa qualità della preparazione di alcuni insegnanti, nonché, più radicalmente, dalla difficoltà di questi ultimi a identificare con precisione la propria funzione. Si oscilla infatti tuttora tra una scuola incentrata sulla trasmissione di contenuti e di nozioni e una scuola dove a contare è l’offerta di un metodo aperto, che fornisca competenze e strumenti spendibili; tra una scuola selettiva, che premia i migliori, e una scuola inclusiva, che si propone l’estensione, la più ampia possibile, del livello medio di istruzione. Le difficoltà segnalate, in particolare gli ultimi dilemmi, non escludono tuttavia, secondo Garelli, la presenza di risorse positive da valorizzare, a partire dalla categoria degli insegnanti, e di potenzialità connesse anche al contesto culturale in cui, accanto a processi involutivi, si danno interessanti opportunità, che vanno assecondate e sviluppate.

Quale proposta educativa?

Ma l’interesse maggiore del saggio di Garelli è costituito dall’offerta di una chiara proposta educativa, che non indulge nella mitizzazione del mondo infantile e giovanile e non rincorre nel contempo le aspettative dilatate dei genitori e della società verso di essi – aspettative che favoriscono l’affermarsi delle tendenze narcisistiche -ma che rifiuta insieme l’assunzione di un atteggiamento protettivo e assistenzialistico, che finisce per mantenere i giovani in una condizione di dipendenza e di passività. Ciò che va messo in atto è allora un impegno volto a fornire prospettive e strumenti operativi che spingano i giovani a dare il meglio di sé, a far emergere le qualità che posseggono e a metterle al servizio dell’intera società.
La presenza di una cultura plurale e differenziata non vanifica per Garelli l’importanza della «trasmissione» dei valori. Per questo egli ritiene insufficiente tanto una concezione «neutra» e debole dell’educazione, nella quale l’educatore deve guardarsi da giudizi e coinvolgimenti soggettivi e mantenere un atteggiamento del tutto impersonale, quanto da una concezione puramente tecnica, preoccupata soltanto di allargare la sfera delle capacità e delle competenze. E, ancora, per questo, egli sostiene la necessità di mettere in campo un progetto valoriale, fondato su principi essenziali e su precisi obiettivi pedagogici.
Le sole informazioni dunque – lo si è già accennato – secondo Garelli non bastano. Vi è ancor oggi nei bambini e nei giovani l’esigenza di una proposta, che non deve ridursi all’offerta di conoscenze astratte o puramente intellettuali, ma deve svilupparsi soprattutto attraverso esperienze significative che coinvolgano le persone a livello profondo e forniscano loro «competenze esistenziali», lasciando tracce indelebili sulle loro coscienze e concorrendo a dare senso alla loro vita.
La concreta attuazione di questa proposta implica tuttavia – è questo un dato irrinunciabile – la presenza di figure di riferimento autorevoli: figure credibili e affidabili, con competenza e capacità relazionale e dotate anche (questo non è secondario) di maturità umana e di intensità affettiva, capaci di condividere valori e di suscitare consapevolezza e libertà. L’abbandono sia dell’autoritarismo, in passato dominante, sia di una forma di indulgenza, che ha oggi il sopravvento spesso per semplice neghittosità, passa attraverso l’avanzare di una classe di genitori e di insegnanti che sappiano coltivare in se stessi e negli altri – come afferma N. Bellah – le «abitudini del cuore».
Un libro, quello di Franco Garelli, che presenta con rigore e con un linguaggio semplice e vivace una questione, quella educativa, che riveste oggi grande rilevanza. Ma soprattutto un libro che non esita, in un Paese come il nostro nel quale il vizio della denigrazione della propria immagine è diventato costume quotidiano, a offrire una ventata (non illusoria) di fiducia e di speranza.

(Rocca, 12/2017, pp. 40-42)