Vale la pena credere?

Un confronto con i giovani

Carlo Molari

Vi propongo alcuni stimoli di riflessione, così poi potremo fare un dialogo, perché il mio compito non è solamente quello di insegnare qualcosa, ma piuttosto di proporre delle sollecitazioni per potere in seguito conversare insieme su questo argomento. Questo è un tema molto importante, soprattutto per voi giovani che alla vostra età dovete impostare il vostro cammino.

Vale la pena credere in funzione di che?

“Vale la pena credere”, vi siete chiesti, vi siete fatti questa domanda. Ma in ordine a che cosa? Vale la pena in funzione di che, perché questo è l’interrogativo che soggiace alla domanda che avete fatto. Vale la pena per avere successo, per guadagnare molto, per riuscire nelle proprie attività, vale la pena in ordine a che cosa? Perché finché non si risponde a questo non si può neppure rispondere se valga la pena o meno. Allora per capire qual’é l’interrogativo che soggiace è necessario ricordare qual’é la nostra condizione di creature in cui ci troviamo, cioè di esseri dipendenti. Questo è il primo dato da tenere presente: noi dipendiamo continuamente nella nostra esistenza e nel nostro divenire. Questo è un dato acquisito dalla cultura attuale soprattutto quella segnata dalle acquisizioni scientifiche: noi stiamo diventando, siamo in un processo per cui diventiamo quello che ancora non siamo. Questo è il primo elemento da tenere presente per rispondere poi alla domanda se vale la pena credere. Noi stiamo diventando, non è che abbiamo già tutti gli elementi della nostra identità. Quando noi siamo nati ci sono state offerte molte identità, proprio dal punto di vista genetico, dal punto di vista potenziale, psichico, spirituale e così via. Quando siamo venuti al mondo non avevamo una sola identità, ma tante altre possibili (ovviamente non infinite, perché ci sono dei limiti ben precisi, ci sono dei dati oltre i quali non possiamo andare). Però entro quegli ambiti c’erano diverse identità possibili. Quale di queste identità verrà attuata? Perché sarà una sola poi, alla fine. Da che cosa dipende quella realizzazione, quell’identità che acquisiamo alla fine del processo? Dipende dalle singole scelte che compiamo giorno dopo giorno, e attraverso le quali noi scartiamo, eliminiamo diverse possibilità per realizzarne una, perché non possiamo realizzare tutte quelle che ci sono offerte.
Ma vediamo concretamente proprio questo, perché uno può dire “ci sono dei momenti particolari in cui si fanno delle scelte definitive, come quando uno sceglie la professione, sceglie la facoltà universitaria per lo studio, sceglie di vivere una determinata esperienza, sceglie di vivere determinate relazioni…”. Sì, ci sono questi momenti, ma noi diventiamo attraverso tutte le singole scelte di ogni giorno.
Per esempio ogni pensiero che noi alimentiamo, ogni desiderio che coltiviamo ci fanno diventare, proprio anche fisicamente. Il nostro cervello viene modificato fisicamente, cioè le connessioni cerebrali vengono stabilite, rafforzate giorno per giorno. Quando veniamo al mondo il nostro cervello ha pochissime connessioni cerebrali, ci sono sì miliardi di miliardi di neuroni, ma ci sono pochissime connessioni cerebrali. Poi pian piano esse si stabiliscono, ed in seguito ad ogni esperienza che compiamo si consolidano, noi diventiamo già. Ad esempio l’essere inseriti in una cultura, avere di fatto cominciato a parlare italiano, questo ha modificato il vostro cervello fisicamente, ha segnato la vostra identità. Capisco che voi potreste dire: “ma perché allora ci hanno insegnato a parlare italiano, potevano insegnarci un’altra lingua”, oppure “dovevate aspettare, per insegnarci la lingua, che noi fossimo stati grandi e così in grado di decidere in quale cultura inserirci”. Ma in questo modo voi avreste impedito il vostro corretto sviluppo perché a dieci-dodici anni vi sarebbe stato molto più difficile imparare, il cervello si sarebbe già strutturato in un modo diverso senza quella determinata cultura, per cui quella è stata un’offerta necessaria, utile per voi. Poi è chiaro che potete completare quella cultura, imparare altre lingue, e prima le imparate meglio è. Ma non potete aspettare di decidere voi perché la vostra realizzazione diventerebbe sempre più difficile. Questo è un dato che dovete tenere presente perché dovete poi scoprire quali siano sono le ricchezze, le offerte che i vostri genitori, l’ambiente, la cultura in cui siete inseriti vi hanno donato, hanno inserito nella vostra vita. Tenete presente questo dato, che state diventando, per cui non potete dire “va bene, adesso faccio questa esperienza, poi quello che capita lo vedrò”. Questo perché mentre fate quella esperienza voi fate delle scelte che determinano la vostra identità futura. Ci sono delle situazioni da cui non si può tornare indietro. Ricordo un piccolo esempio di molti anni fa, di un ragazzo di ventisette anni, tossico-dipendente e malato di Aids. Aveva iniziato da ragazzo ad assumere la droga, così per gioco. In seguito era diventato tossico-dipendente, era entrato in una di quelle prime comunità di recupero ed è morto poi dopo cinque anni, pacificato con sé e con gli altri, con gli amici. Quando è entrato in comunità aveva una rabbia dentro che traspariva anche dal volto e diceva: “come mai non mi hanno avvertito che non potevo tornare indietro?”, e questo lo ripeteva proprio come un ritornello angosciante. Dopo, stando nella comunità e con gli amici, aveva trovato pace ed aveva poi organizzato il proprio funerale, decidendo i canti e le musiche che avrebbero dovuto essere eseguiti nell’occasione, ma la rabbia che aveva all’inizio del suo cammino si può condensare con quella frase “come mai nessuno mi ha detto che non potevo tornare indietro”. Ormai si era stabilita una connessione che non poteva più essere modificata. Certo che questo è un esempio estremo però dovete tenere presente che ogni pensiero che coltiviamo, ogni desiderio che alimentiamo, ogni esperienza che facciamo ci modifica, il cervello viene fisicamente cambiato da ciò che noi operiamo, perché si stabiliscono connessioni, se ne rafforzano altre, e quindi è necessario il senso della responsabilità per il proprio futuro. Indubbiamente non tutte le esperienze sono di questo tipo, nel senso che non si possono poi recuperare attraverso un lavoro notevole, di tipo anche psicologico, però è importante che siate consapevoli di questo fatto. Quindi quando diciamo “vale la pena credere”, e ci chiediamo “in ordine a che cosa”, la risposta è sicuramente “in ordine al nostro divenire”, al diventare persone, perché questo è il punto: raggiungere la nostra identità. E l’identità non è già prefigurata, non è già determinata. Non pensate che questo sia un destino, che ciascuno ha un progetto. Anche nella prospettiva di fede non è esatto dire che c’è già un progetto. Ci sono mille progetti possibili, mille offerte possibili, proprio perché la forza della vita è molto ricca, contiene molte possibilità. Occorre quindi un discernimento, cercare di capire quali sono le possibilità che pian piano la vita ci offre. Alcune a volte possono essere inimmaginabili, stando al dato genetico che abbiamo o alle esperienze che abbiamo fatto nel passato, perché ci sono delle componenti di invenzione della vita, a volte anche casuali, che richiedono una particolare attenzione. Questa era la prima riflessione che volevo fare perché vi rendiate conto dell’importanza dell’interrogativo che vi siete posti, e dell’interrogativo che soggiace alla vostra domanda: chi volete diventare, chi potete diventare, quali possibilità tra le tante volete scegliere?
Può darsi che non sappiate ancor rispondere a questa domanda. Benissimo! Però siate consapevoli che voi, senza saperlo, senza rendervene conto, già rispondete a questa domanda, perché ogni scelta che fate preclude, limita tante altre possibilità.

Esclusioni delle possibilità offerte dalla vita

Vorrei illustrare questo secondo punto brevemente, richiamandomi ad alcune esperienze che fate, proprio per fare capire che una esperienza esclude tante altre possibilità, per cui certe scelte importanti che fate sono anticipazioni dell’esperienza di morte.

Questo sembrerà strano, ma riflettete un momento. Facendo alcune scelte importanti voi escludete tante altre possibilità. Che cosa vuol dire? Vuol dire che uccidete, scusate il termine letterale, ma uccidete tante vostre identità possibili. Se scegliete ad esempio una facoltà di medicina, voi non studiate ingegneria. Potreste anche diventare ingegnere, certo ci sono dei limiti in tutto questo. Però ci sono possibilità gravi, per cui facendo una scelta voi escludete il resto. Questo vuol dire che eliminate vostre possibili identità, per cui la scelta ha delle componenti drammatiche, è una esperienza di morte, che è però legittima, doverosa, perché occorre imparare a morire, e quindi è una esperienza reale di morte.
Voglio portarvi un altro piccolo esempio. Ero giovane, quindi pensate molti anni fa. Ero assistente a un gruppo di universitari a Roma e c’era una coppia di fidanzati che avevano già fatto il loro cammino ed avevano deciso di sposarsi dopo sei mesi. Venne la ragazza, tutta perplessa, era in crisi. Io stetti ad ascoltare un po’ poi dissi “Ma dimmi un po’, qual è la causa di questa crisi?” Lei stette a pensare un po’ poi mi disse: “Va bene, io sposo Marco, ma e tutti gli altri?” Era vero, c’erano tante altre possibilità, e lei era consapevole che sposando Marco eliminava tante altre possibilità ed era entrata in crisi. Poi si sono sposati, e le cose sono andate avanti bene, sono ancora viventi, hanno dei figli. Ma la ragazza percepiva che facendo quella scelta realizzava una sua identità che ne escludeva tante altre, per cui uccideva, chiudeva tante altre strade possibili. Certo, perché la relazione ci fa diventare, anche i rapporti di amicizia ci fanno diventare, cioè costruiscono la nostra identità.
Questo vuol dire che dobbiamo essere consapevoli delle relazioni che viviamo, ed avvertire proprio anche la natura della situazione in cui ci troviamo. Noi spesso pensiamo che siano tutte della stessa natura ed invece ci sono funzioni diverse a seconda dello stato in cui ci troviamo, secondo la situazione in cui siamo. Ma quello che è importante è che noi abbiamo questa consapevolezza: sto diventando, per cui il pensiero che coltivo, la fantasia a cui io do spazio, il desiderio che alimento, lo stato d’animo di invidia, di gelosia, o il senso di frustrazione, tutto questo mi fa diventare. Questo modifica il mio cervello fisicamente, per cui devo essere consapevole di che cosa voglio diventare, o almeno di quello che in questo momento sto diventando. Chiariti i primi due punti veniamo alla domanda fondante di questa sera.

“Vale la pena credere?”

Prima ci fermiamo su questo verbo credere, perché, di per sé, è un termine ambiguo. Credere che cosa vuol dire? Credere determinare verità? Questo, vedete, è molto poco, perché le verità in cui crediamo man mano che procediamo nella vita cambiano profondamente. Verità di qualsiasi tipo, della visione del mondo, dell’interpretazione dell’esperienza religiosa. Non sono dati definitivi, perché anche ad esempio l’immagine di Dio che voi avete, che io ho, sono tutte immagini provvisorie, funzionali ad un cammino, sono strumenti. Non possiamo dire che la nostra immagine di Dio è perfetta. Già S. Agostino, nel secolo quinto, diceva “Ricordati che la tua immagine di Dio non è Dio”, è la tua immagine di Dio. Questo è fondamentale.

Allora cosa vuol dire credere? Vuol dire accettare determinate dottrine? No. Non vuole dire questo. Vuol dire qualcosa di più, vuol dire assumere quell’atteggiamento di fiducia, quell’atteggiamento positivo nei confronti delle offerte di vita, che consentono di accogliere tutti i doni che ci vengono offerti, cioè di vivere pienamente la nostra esistenza: proprio di diventare noi stessi. Quindi la domanda è in ordine al nostro divenire.

Allora è importante individuare quali sono le leggi della vita, diciamolo cosi, cioè le dinamiche di fondo attraverso le quali noi diventiamo viventi, cioè raggiungiamo la nostra identità, che lo stiamo diventando, abbiamo visto prima. Ora è importante determinare: quali siano le leggi, le dinamiche attraverso le quali noi diventiamo? A chi devo dare fiducia? A chi devo credere? Allora vi rendete conto dei significati che il verbo credere può avere.

Ora necessariamente so che c’è un orientamento attraverso il quale io cresco, e c’è un altro orientamento attraverso il quale io non cresco, anzi disperdo i doni di vita. Allora qual’é, a chi devo dare fiducia? Capite che questo vuol dire che vale la pena credere. Ma a chi? Perché dare fiducia, assumere un atteggiamento di fiducia è necessario. Non è che posso dire: “io mi metto a sedere, aspetto qui, che la vita proceda, che vada avanti…”. No! Devi inserirti nel flusso, devi vivere rapporti, devi assumere responsabilità, devi prendere decisioni. Non puoi rinunciare a vivere, se vuoi diventare! Per cui la domanda che avete posto “Vale la pena credere” deve essere tradotta in un altro modo, dopo avere esposto quello di prima: “a chi devo dare fiducia, a chi devo credere?”, potete anche esprimervi così, ma nel senso profondo, non nel senso di quali verità devo accettare. Ma quali dinamiche di vita devo assecondare e quali invece non debbo assumere per diventare, in modo che anche a noi non capiti di dire “perché nessuno mi ha detto che non potevo tornare indietro”?
Allora questo è il punto da analizzare, quali sono le reali dinamiche di vita, quali sono le dinamiche che fanno crescere nella dimensione personale, mi fanno diventare me stesso? Sono le dinamiche di gratuità o di egoismo, le dinamiche di servizio o di dominio degli altri, le dinamiche di amore o le dinamiche di odio?
Devo scegliere le dinamiche nella completezza: se faccio una scelta di dinamiche di amore che conducono alla vita allora io debbo essere in grado di controllare ogni sentimento di avversione, di disprezzo, di gelosia, di odio, perché queste ultime non consentono alla vita di fluire in me, non posso diventare con quella pienezza che invece in quella situazione mi è consentita. Questo è il problema fondamentale.
E come risolverlo? Analizzando i frutti di vita, analizzando le dinamiche storiche, analizzando a quali frutti può condurre una determinata scelta. Quindi è un cammino di continuo confronto, di continua ricerca, partendo dalla situazione in cui uno si trova, e quindi dalle esperienze che mi sono offerte. Quindi cogliere le dinamiche fondamentali che consentono alla vita di svilupparsi e quindi ci consentono di pervenire alla nostra identità. In questo ambito gioca molto inizialmente la testimonianza degli altri, soprattutto la testimonianza che viene offerta nell’ambito delle relazioni famigliari, delle relazioni di amicizia, delle relazioni che sono la “rete” entro la quale il flusso della vita ci perviene. Non è che dobbiamo dire che queste sono assolute, ma sono gli strumenti che abbiamo per percorrere il nostro cammino.
Oggi, come sapete, in questo senso avviene un allargamento notevole dell’orizzonte delle relazioni proprio perché in questo voi giovani siete favoriti, perché gli strumenti attuali di comunicazione consentono una dovizie notevole, esagerata per certi versi, di informazioni, di comunicazioni. Per questo motivo sono importanti anche i criteri, già da maturare ben presto, per discernere ciò che fa crescere e ciò che disperde la vita (cosa che per noi non era così urgente ma per voi è importante).
Credo che allora comprendiate l’importanza dell’interrogativo che vi siete posti ma anche proprio della necessità di mettervi in un atteggiamento di ascolto, di confronto, approfittando appunto delle occasioni e delle offerte che vi vengono fatte partendo, sapendo che partite per un cammino, e che nessuno può prevedere quale sarà il traguardo del vostro cammino. Ma voi sapete che nella responsabilità delle vostre scelte l’identità sarà poi pian piano formata e definita per raggiungere quel traguardo che la vita vi propone, che voi stessi avvertite come possibilità profonda, che dovete pian piano realizzare attraverso le scelte di ogni giorno. Credo che come premessa per un nostro dialogo quanto abbiamo detto possa essere sufficiente. Vedremo poi, in base alle vostre domande, di meglio precisare questo punto.

DOMANDE

Quali possono essere i motivi per credere in Cristo?

Adesso scendiamo più nel particolare. Io prima ho fatto l’impianto generale della riflessione soprattutto per mettere in luce la responsabilità della scelta. Sinora io non ho parlato né della fede in Dio né della funzione di Cristo. Precisiamo quindi questi due punti, dato che il sacerdote che ha parlato adesso vi ha sostituito nel porre la domanda, ed anche perché, non essendo egli più giovane come siete voi, lui rispetto a voi si trova in una situazione un po’ diversa dalla vostra. Cosa vuol dire la fede in Dio? Sono due gli elementi fondamentali.

Il primo elemento è la consapevolezza, la convinzione che esiste un bene grande, più grande di noi, che è in gioco, in azione nella nostra vita. C’è una forza più grande di quella che finora riesce ad esprimersi, che è molto di più. Cioè esiste già un bene grande che rende possibile il nostro amore, c’è una verità piena che rende possibile la nostra ricerca. Altrimenti uno dovrebbe interrogarsi: “ma è possibile conoscere la verità, ma c’è la verità?” Certo non puoi rispondere finché ricercandola non scopri che esiste una verità più grande di te, più grande di quella che pensi. Allora credere in Dio significa ritenere che esiste già un bene immenso che in noi, nella creazione, sulla terra, nel piccolo frammento della nostra casa, si può esprimere e diventare un amore nuovo. Ma questo, vedete, non è semplicemente a livello personale, che noi possiamo crescere e raggiungere forme nuove di amore più generose ed oblative, ma anche a livello di specie umana, perché questo è il fatto, perché se esiste già un bene grande, e che noi non abbiamo potuto accogliere completamente perché siamo nel tempo (noi infatti accogliamo la vita solo a piccoli frammenti in una successione e quindi ci richiede tempo) anche la specie umana non ha ancora sviluppato tutte le sue potenzialità. La vostra generazione è in grado di pervenire, se rimane nella linea della vita, se fa le scelte corrette, dicevo è in grado di pervenire ad una forma di amore molto più ricca e profonda di quella che le generazioni precedenti hanno saputo esprimere. Quindi credere in Dio vuol dire che esiste già una forza più grande, che esiste già un bene grande, che esiste già una verità piena, che esiste già una vita senza riserve che può diventare in noi qualità nuova.
Il secondo elemento, (perché questa consapevolezza può restare là in alto) è che se noi assumiamo un atteggiamento di accoglienza quella che è una verità può diventare in noi conoscenza, quello che è il bene può diventare in noi amore, quello che è giustizia può diventare in noi progetto, può diventare in noi forza di vita da comunicare agli altri, e così via. Solo che questo è da verificare. E come si verifica? Vivendolo! Uno non può immaginare che sia prima, deve sperimentare. Allora, vedete, il partecipare a gruppi, a comunità che si esercitano nella fede in Dio, significa precisamente verificare questa possibilità, che c’è un bene più grande che può diventare in me perfezione nuova. Questo significa Fede in Dio, cioè il “credere” in Dio, se volete usare il termine che avete utilizzato per il tema della serata, e non semplicemente credere che Lui esiste, ma credere nel senso che noi possiamo accogliere, sperimentare la forza di vita che viene, in termini cristiani diciamo crescere come figli suoi, cioè per raggiungere la nostra identità umana.
Abbiamo detto credere in Dio, ma cosa vuol dire credere in Cristo? Per prima cosa significa ritenere che l’esperienza che Gesù ha fatto, l’esperienza che Gesù ha vissuto, l’insegnamento che ha introdotto nella storia sono cose autentiche, cioè riflettono dinamiche reali di vita. Quando ha detto di perdonare i fratelli, di amare i nemici, non ha indicato dei traguardi utopici, ha indicato una linea di comportamento, che non può essere realizzata subito in un istante, ma che conduce alla vita piena. Per cui il “dare fiducia” significa verificare che realmente, seguendo quelle indicazioni, si perviene a maturità, si perviene all’identità definitiva di vita, o si sviluppa quella dimensione spirituale che conduce poi ad attraversare la morte come viventi. A un certo momento viene la necessità di fare una scelta e di verificare poi che cosa ne risulta. Sono diverse le scelte che la storia dell’umanità presenta, ma quello che è importante è che è necessario rendersi conto di questo e fare una scelta di vita.

Perché scegliere Cristo?

Appunto! Perché nella storia la tradizione sorta da Lui ha manifestato una quantità enorme di traguardi di maturità a cui l’uomo è pervenuto, persone umane che sono cresciute, hanno segnato la storia dell’umanità proprio per la fedeltà all’indicazione data da Gesù nel Vangelo. È la storia che diventa un criterio di scelta per scegliere Cristo. Poi ci possono essere persone che trovano più corrispondenza in scelte di altro tipo, purché siano conformi a queste dinamiche fondamentali di vita, perché è questo che è essenziale. Perché altrimenti si blocca il flusso, si blocca il processo, l’umanità si distrugge. Non è semplicemente per diventare noi viventi, ma proprio per consentire il cammino della storia umana. E la storia ha già dato risposte notevoli in questo senso.

A proposito di quello che Lei diceva adesso, non è che anche Cristo sia diventato Figlio di Dio in un divenire?

Certo, questo è pacifico, anche Lui cresceva in sapienza, età e grazia come dice il vangelo di Luca 2,52. Paolo dice che ha raggiunto la sua identità di Figlio nella risurrezione, Romani 1,4: “costituito Figlio di Dio con potenza, secondo lo Spirito di santità, in virtù della risurrezione dei morti”. Quindi è certo, non c’è difficoltà. Credere a Cristo non vuol dire che Cristo non sia un uomo vissuto, giunto a maturità attraverso la fedeltà ai principi che gli sono stati insegnati, alle tradizioni in cui era inserito. Maria e Giuseppe gli hanno insegnato a leggere le Scritture, gli hanno insegnato a pregare, a pregare Dio. Quindi ha fatto un percorso, ha fatto un cammino. A dodici anni, quando ha fatto il Bar Mitzvah, la cerimonia che corrisponde pressappoco alla nostra Cresima, cerimonia che fanno tuttora i ragazzi ebrei quando a dodici anni entrano a pieno diritto nella comunità religiosa, Gesù aveva dei problemi religiosi da approfondire. Per questo è rimasto a Gerusalemme e lo hanno trovato mentre stava ascoltando e facendo domande. Cioè ascoltava e interrogava proprio perché voleva approfondire per crescere in sapienza, età e grazia. Non ci sono dubbi su questo, è chiarissimo! Ma è cresciuto con una fedeltà tale da diventare una indicazione di cammino per l’umanità intera. Difatti le proposte che Gesù ha fatto, l’insegnamento che ha dato, le esperienze che ha vissuto sono state un inizio per la storia umana. Non ci sono dubbi su questo. Il problema è che continui ancora questo cammino.

Quando noi preghiamo il “Padre nostro”? noi diciamo “sia fatta la Tua volontà”, ma alla luce di quello che lei ha detto la sua volontà la facciamo noi con le nostre scelte, tesi a diventare persone libere. Ma nel disegno di Dio, che vuole che noi siamo liberi, che noi siamo felici, quale è la sua volontà?

Dio vuole che noi diventiamo figli, che noi raggiungiamo la nostra identità di persone: questo è il traguardo. Quando diciamo “si compia la Tua volontà” noi ci riferiamo alle situazioni nella loro materialità. Per esempio adesso uscite fuori, passa una macchina che vi investe e vi trovate all’ospedale. Ovviamente non vi auguro questo, ma dico: facciamo il caso che accada. Se vi trovate all’ospedale voi non potete dire che questa è la volontà di Dio perché non è vero! Le tante cose che accadono nel mondo non corrispondono al volere di Dio. Quando diciamo “sia fatta la Tua volontà” noi diciamo “che io possa vivere tutte le situazioni in modo da riconoscere il tuo amore, accoglierlo, tradurlo nella mia vita e donare vita ai fratelli, cioè, secondo il modello che Gesù ci ha insegnato, che io possa diventare rivelazione del tuo amore anche quando mi trovo all’ospedale a causa dell’insensatezza di uno che guidava la macchina”. Non è quindi essere all’ospedale la volontà di Dio, ma l’amore che io esercito lì, il dono di vita che faccio alle persone che incontro, quelle che mi sono vicine di letto. Quella è la volontà di Dio. Cioè diffondere vita, rivelare l’amore, tradurre la forza e comunicarla ai fratelli per vivere. Per cui quando noi diciamo “sia fatta la Tua volontà” intendiamo “che io riesca ad essere così in comunione, in sintonia con la Tua forza di vita, con l’amore che mi avvolge, da tradurlo nei gesti, nelle parole, nel rapporto che vivo”.

… e quando Gesù nel Getsemani dice “sia fatta la tua volontà…”?

Quale era la volontà di Dio in rapporto a quella situazione? Gesù avrebbe potuto dire “Ma chi me lo fa fare di andare ancora avanti, annunciare il Regno di Dio, quando questi non vogliono accettarlo? Io mi ritiro, torno a casa.” Se avesse scelto questo avrebbe bloccato quel processo che aveva iniziato, quello che poi è continuato nonostante la morte. Allora, qual’era la volontà del Padre? Non era certo la morte. La morte in croce era contro il volere di Dio, la morte in croce di Gesù è decisa dagli uomini perché hanno rifiutato la sua proposta. La sua proposta era quella di una conversione profonda, in quella condizione, per iniziare la fase nuova dell’alleanza. Per cui diceva nei primi giorni, quando ha cominciato a predicare “il Regno di Dio è vicino, la relazione di Dio può esprimersi oggi in un modo nuovo, convertitevi, credete al Vangelo, il tempo è venuto”. Questo è quello che Gesù percepiva come volontà di Dio. Si è trovato nella condizione in cui, per continuare a fare questo, doveva accettare la situazione, non resistere alla violenza, perdonare coloro che gli volevano fare del male. Certo che si trovava in una situazione difficile da sostenere.
Poteva porsi la domanda “ma sarà possibile amare in questa situazione, sarà possibile perdonare?” perché certo la domanda si sposta. “Ebbene io mi fido, mi abbandono, si compia il tuo volere, sarò in grado di amare, di esprimere il tuo volere…”. E lì Gesù ha continuato il cammino, e tutto è ricominciato, la storia ha continuato proprio secondo quella indicazione, e c’è stato tutto lo sviluppo della tradizione che ha suscitato uomini straordinari. Noi siamo chiamati a continuare, ovviamente chi lo desidera, chi lo vuole fare, perché nessuno è obbligato a farlo, a continuare questa tradizione di fedeltà.

Desidererei che lei parlasse della lettera di S. Paolo ai Corinzi dove è detto “Se cristo non è risorto la nostra fede è vana”.

Cosa vuol dire la risurrezione? Non vuole dire che il corpo, le molecole del corpo di Gesù sono state portate altrove, o in cielo, o al di sopra delle nubi. Quella è una visione insensata perché oggi sappiamo che la terra è un pulviscolo con le sue leggi. Cosa vuol dire risurrezione? Vuol dire pervenire alla forma definitiva di vita attraverso l’esperienza che noi compiamo, il corpo che abbiamo, ma non che le nostre molecole sono portate altrove. Oggi sappiamo che la materia è un condensato di energia. L’energia può assumere una forma nuova, una modalità diversa. La dimensione spirituale che cresce mentre noi ci sviluppiamo, acquista ad un certo momento una sua autonomia, una sua identità, e perviene alla forma definitiva. È un’altra modalità di esistenza. Questo Paolo poteva tradurlo così “se non c’è una vita definitiva, e Cristo non ci ha dato la possibilità di pervenirvi, che serve avere la fede in Lui, perché curare la dimensione spirituale, se tutto finisce qui?”. Certo, già sarebbe un beneficio, perché vivere secondo le indicazioni del Vangelo conduce a una pace profonda, a una pace interiore. Questo è pacifico, ed è la verifica che è nella linea della vita! Però ci sono certe situazioni dove uno dice “beh, non vale la pena vivere, se tutto finisce qui che serve?”!

Noi abbiamo, come tradizione, delle formule e delle regole. Essere cristiani per noi vuol dire “preghiere” e “comandamenti”. Ci può chiarire meglio?

Dobbiamo distinguere due cose. Altro è la preghiera a livello di vita personale, altro è la preghiera a livello di vita comunitaria, del trovarsi insieme. A livello personale che cosa vuol dire pregare? Vuol dire vivere consapevolmente la presenza di Dio che ci avvolge, quella forza di vita che ci fa crescere così da potere assorbire la vita e trasmetterla, da potere interiorizzare la forza, l’energia che ci consente di vivere. Perché noi dipendiamo continuamente da tutto, dalle quattro forze fondamentali: l’energia elettromagnetica, la forza gravitazionale, la forza nucleare forte, la forza nucleare debole, che ci sostengono continuamente. Questo a livello fisico. A livello biologico siamo pure continuamente dipendenti, dobbiamo respirare. A livello psichico c’è l’amore degli altri che ci sostiene continuamente. A livello spirituale dobbiamo alimentare la nostra dimensione interiore, e pregare vuol dire restare appunto nella lunghezza d’onda dell’azione di Dio, vivere consapevolmente questa presenza, questa energia che ci avvolge, così da crescere nella dimensione interiore. A livello personale occorre avere dei momenti di silenzio interiore, anche se non si dicono formule. Perché, vedete, non è il dire delle formule. Anzi spesso, quando noi impariamo delle formule, vuol dire che poi dopo preghiamo senza pensarci. Invece quando ci mettiamo nel silenzio e ci lasciamo penetrare dalla presenza arcana, da quella forza che conduce alla nostra identità, allora diventiamo capaci di concentrazione, capaci di attenzione agli altri, di ascolto. Perché, vedete, noi siamo legati alla nostra corporeità, alle nostre dinamiche psichiche, alla nostra capacità di prendere il controllo. Per questo la preghiera è fondamentale. Quindi abbiate ogni giorno un piccolo momento di interiorità, in cui vi raccogliete e vi lasciate attraversare dalla forza della vita, vi mettete alla presenza di Dio, chiamatelo come volete, ma proprio per vivere consapevolmente la dipendenza, essere attraversati dall’azione di Dio. A livello invece comunitario il discorso è leggermente diverso. È importante pregare insieme, proprio perché così si esprime meglio il legame che esiste tra di noi, perché noi cresciamo attraverso le relazioni. Inizialmente relazioni famigliari, poi pian piano si allarga l’orizzonte, per cui la crisi dell’adolescente è una crisi vitale, proprio per allargare l’orizzonte, poi dopo l’adolescente riscoprirà l’importanza dei suoi genitori, proprio perché l’amore resta sempre come fondo, solo che occorre allargare gli orizzonti e cambiare qualità di relazione. Così la qualità diventa più profonda, più consapevole. Non è più interessata, diventa più gratuita. Non possiamo fermarci molto su questo, però capite l’importanza delle relazioni e quindi anche della preghiera comunitaria, anche della famiglia, o della parrocchia, insomma della comunità, del gruppo a cui apparteniamo. Perché ci si scambiano doni di vita, si costituisce una struttura di flusso vitale più ampia che consente una ricchezza maggiore. La preghiera comunitaria è molto più efficace della preghiera individuale e richiede di coinvolgere la propria individualità. Allora certo che lì c’è bisogno di formule, ma anche la preghiera comunitaria silenziosa crea un clima molto più intenso. All’inizio occorre allenarsi un po’ per questo, ma è molto importante avere dei momenti di silenzio insieme ad altri perché si crea una tensione interiore, un circolo, una comunicazione profonda. Quando si crea una comunicazione attraverso l’interiorità si va più in profondità delle parole.

Sono una ragazza e la mia è una domanda sulla confessione. Quando c’è un rapporto intimo e personale con Dio, la confessione è così necessaria?

Bene. Questo vale per tutti gli aspetti sacramentali e liturgici. Quando noi facciamo scelte negative, puoi chiamarlo peccato ma sono scelte negative, a volte abbastanza superficiali, abbastanza semplici, noi non facciamo solo male a noi stessi, ma anche attorno a noi, noi trasmettiamo continuamente, secondo ciò che siamo. Quindi quando noi vogliamo ricuperare il passato noi dovremmo metterci in connessione con gli altri, però è difficile farlo in gruppo. I primi cristiani hanno cominciato a fare questo in gruppo, cioè quando si incontravano per l’Eucaristia, si mettevano con gli altri a chiedere perdono, ciascuno perdonava i peccati degli altri. Perché tutti abbiamo il compito di perdonare, tutti i discepoli di Gesù. Gesù, quando si è presentato dopo la risurrezione la prima volta, la prima cosa che ha detto è stato “Ricevete lo Spirito Santo, a chi rimetterete i peccati saranno rimessi, a chi non li rimetterete resteranno non rimesse’. Questo vuol dire: se tu non trasmetti vita a uno che l’ha perduta, l’ha dispersa, l’ha diminuita, quello non è in grado di darsela da solo. Devi comunicargliela, questo è quello che Paolo chiama il Ministero della Riconciliazione.
Noi dovremmo educarci. Quando noi, voi, ci incontriamo, dovremmo abituarci ad alimentare gli uni la vita degli altri, tenendo presenti gli errori commessi. Quando incontrate uno che sbaglia non emarginatelo, non condannatelo, cioè non disprezzatelo, non parlatene male. Quando incontrate uno che fa una scelta egoista investitelo di gratuità, di amore, così gli date la forza per uscire dal suo male. Questo è perdonare! Allora il sacramento è precisamente il gesto comunitario con cui la comunità trasmette vita, perché è la comunità che la trasmette. Come il Battesimo. Pensate al Battesimo, perché è proprio un Sacramento di questo tipo. Il Battesimo cos’è? È l’impegno che una comunità prende di essere testimone di fede per trasmettere vita al nuovo nato, al nuovo convertito. Perché è solo con il flusso di vita degli altri che noi cresciamo. Allora che questo avvenga presto è fondamentale proprio perché ci troviamo come nel caso già esaminato di imparare la lingua, in quanto il cervello si struttura subito. Se aspetti qualche anno diventa più difficile imparare. Allora così, se la comunità, gli altri, si impegnano ad esprimere il loro amore e lo fanno con i gesti, con l’attenzione, con la visita, allora questo è l’impegno. Non è l’impegno del piccolo, del convertito. Sono gli altri che si impegnano a farlo crescere con il loro amore e con la loro vicinanza e ogni volta che si radunano la domenica rinnovano il loro impegno che hanno assunto nel Battesimo nei confronti degli altri. Così è per il Sacramento della Riconciliazione. È proprio questa volontà di assorbire la potenza della vita che gli altri vogliono trasmettere. Solo che per fare questo occorre essere coinvolti interiormente e molte volte si riduce proprio solo ad un gesto esteriore che vale solo come tradizione o come stimolo a fare il bene. Un po’ di significato ce l’ha lo stesso, però viene ridotto notevolmente.