Dall’Eucaristia alla vita, dalla vita all’Eucaristia

Carlo Molari

Il problema, che avete indicato nel titolo è complesso, ma riducibile ad elementi semplici che io vorrei mettere subito in luce. Quando vi chiedete qual è il rapporto tra eucaristia e servizio volete esaminare quali sono le dinamiche che suscitate dall’eucaristia si riversano nella vita e quali invece dalla vita devono confluire nella celebrazione eucaristica. Per rispondere a questo interrogativo è necessario analizzare il rapporto esistente tra l’eucaristia e l’ultima cena di Gesù. Abbiamo ascoltato dal cap. 13 di Giovanni, il racconto della lavanda dei piedi: è uno dei simboli introdotti da Gesù nell’ultima cena. Dopo la lavanda dei piedi ha detto: vi ho dato l’esempio perché anche voi facciate la stessa cosa. Gesù ha introdotto altri due simboli che richiamiamo continuamente: il pane spezzato e il calice del vino consegnato ai discepoli. Anche in questo caso Gesù ha detto: fate questo in memoria di me. Noi non ripetiamo più il rito della lavanda dei piedi in ogni Eucaristia, mentre ripetiamo i gesti di Gesù del pane e del calice ridotti a forme simboliche molto più semplici. Ma dobbiamo chiederci: Quando Gesù ha detto: fate questo in memoria di me, a che cosa si riferiva? “Questo” non indica la semplice ripetizione delle parole e dei gesti simbolici, bensì il loro contenuto, ciò che Gesù intendeva esprimere con quei gesti. Dicendo “fate questo” Gesù si riferiva agli atteggiamenti interiori con cui si proponeva di affrontare la situazione drammatica che si prospettava all’orizzonte. La formula: fate questo, significa in concreto: assumete e fate fiorire la fiducia in Dio e il servizio ai fratelli nel dono della vita, che siete chiamati a rinnovare in nome di Dio. Questi sono gli elementi essenziali che Gesù esprimeva attraverso i simboli del pane dato e del sangue versato. Per chiarire bene questo messaggio permettete che faccia due brevi premesse, necessarie per capire l’abbandono fiducioso in Dio e l’offerta di vita agli altri che Gesù stava realizzando.

EUCARESTIA E SERVIZIO. L’ABBANDONO FIDUCIOSO IN DIO E L’OFFERTA DI VITA AGLI ALTRI

Prima premessa. Quando Gesù ha cominciato la sua attività pubblica non sapeva con esattezza, come sarebbe finita. Questo lo dico, perché fino a qualche decennio era opinione comune, diffusa anche nelle scuole, che Gesù avesse avuto, fin dall’inizio nella sua vita terrena, la visione di tutte le cose in Dio. Si affermava che Gesù godesse della visione beatifica, quella che hanno i santi in cielo. A questa poi si aggiungeva una scienza infusa in ordine alla sua missione. Queste due forme di conoscenza erano accompagnate anche dalla scienza sperimentale comune ad ogni uomo per cui Gesù “cresceva in sapienza età e grazia davanti a Dio e davanti agli uomini” (Lc 2, 52). Si negava quindi, che Gesù avesse percorso un cammino di fede, avesse riflettuto, deciso, pregato per capire cosa stava avvenendo e per decidere quale soluzione dare ai diversi problemi che si è trovato a vivere. Dalla Scrittura, invece, appare che Gesù ha percorso un cammino di fede, cosa del resto che corrisponde anche alla dottrina del Concilio di Calcedonia (il quarto Concilio ecumenico del 451), secondo cui l’unione tra la realtà divina del Verbo e la realtà umana di Gesù è avvenuta “senza mutazione e senza confusione”. La realtà umana di Gesù è interamente umana ed esclusivamente umana, senza mutazioni di sorta. Ora non entro nei particolari, ma credo che si debba attribuire a Gesù un reale cammino di fede.

Quando ha cominciato la sua attività pubblica annunciando il regno, sollecitando la gente alla conversione, insegnando la misericordia di Dio e chiedendo il perdono reciproco, Gesù era convinto di poter riuscire nella sua missione, di poter cioè cambiare lo stile di vita del suo popolo. La cosa, d’altra parte, era possibile, anche se non in un modo perfetto e compiuto. Neppure noi, dopo duemila anni, viviamo il vangelo in modo coerente e continuo. Il gruppo dei primi discepoli ha iniziato un cammino e l’ha proseguito con fedeltà. Il gruppo di coloro che accogliendo il Vangelo, avrebbero avviato una nuova tappa dell’Alleanza, poteva essere molto più numeroso. Poteva comprendere anche i sommi sacerdoti e gran parte del popolo ebraico. Questo era possibile, ma non è successo. Gesù si è trovato di fronte al rifiuto. In questa situazione ha cominciato a riflettere su quale scelta compiere, quale atteggiamento assumere, se continuare cioè il cammino oppure no. Ha deciso, dopo preghiere intense riflessioni e confronti, di salire a Gerusalemme per mostrare qual era il valore, l’efficacia del vangelo che egli proponeva, vivendolo fino in fondo. Questa è stata una decisione importante. Luca la riporta dopo la trasfigurazione (Lc 9,51 Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato tolto dal mondo decise risolutamente di salire a Gerusalemme.). Egli era salito sul monte a pregare con tre dei suoi discepoli per capire bene il volere di Dio. Si confrontò con la Scrittura (Elia e Mosè rappresentano la profezia e la legge) in particolare con i Carmi del servo (Isaia 42-53; Gesù amava molto il profeta Isaia) e anche con la tradizione sapienziale, quella, ad es., raccolta nel capitolo secondo del libro della Sapienza, che parla del giusto in un mondo ingiusto, rifiutato dagli uomini ma esaltato da Dio. (Può darsi che Gesù non conoscesse il libro della Sapienza, perché era stato scritto in greco, pochi decenni prima, ed era diffuso nell’ambito della diaspora, ma raccoglieva la tradizione sapienziale del popolo ebraico, che Gesù certamente conosceva).
Seconda premessa. Molte volte la morte violenta di Gesù è stata presentata, come una necessità divina, assoluta, mentre è stata una necessità storica, dipendente dal rifiuto che gli uomini hanno opposto alla sua proposta. Si è pensato che Gesù dovesse soffrire per offrire qualcosa al Padre in riparazione dei peccati umani. Diverse opinioni si sono succedute nei secoli per spiegare questa offerta riparatrice. Ora non le richiamo perché non riguardano direttamente il nostro tema, però è necessario ricordare che sono tutte spiegazioni antropomorfiche. Utilizzano cioè modelli relativi ai comportamenti umani, che non possiamo attribuire a Dio. In realtà la decisione di uccidere Gesù è stata presa dagli uomini ed era contraria al volere di Dio. La volontà di Dio riguardava l’annuncio del regno, la diffusione del Vangelo della misericordia, non la condanna e la morte del Messia. Gesù si è trovato a compiere la volontà di Dio in una situazione radicalmente contraria al volere divino, in una situazione cioè di estrema violenza, di odio e di rifiuto. Capita spesso anche nella nostra vita che siamo chiamati a compiere il volere di Dio in situazioni negative. Molte delle situazioni nelle quali viviamo, sono contrarie di per sé al progetto di Dio, ma lì siamo chiamati a compiere la sua volontà. Se una persona ci odia, non possiamo dire: Dio vuole che siamo odiati; no, l’odio è contro la volontà di Dio. Siamo però chiamati a vivere quella situazione rendendola salvifica. Questo è l’insegnamento fondamentale di Gesù, il messaggio della croce. Nessuna situazione è tale da impedirci di compiere il volere di Dio. Nessuna situazione è negativa al punto da non poter accogliere il suo dono di vita, quello per cui possiamo crescere come figli di Dio. Paolo esprimeva con forza questa convinzione: Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada?. In tutte queste cose siamo più che vincitori, per virtù di colui che ci ha amati. Io sono infatti persuaso che né morte, né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezze né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, in Cristo Gesù nostro Signore (Rom. 8,35. 37-39).
Questa è la certezza che ha guidato Gesù, nessuna situazione lo poteva staccare dal Padre, in tutte le circostanze egli era in grado di esprimere l’amore del Padre. Giovanni inizia il lungo racconto della passione e della risurrezione proprio con queste parole: Avendo amato i suoi che erano nel mondo li amò sino alla fine, (Gv 13,1) cioè fino alle estreme possibilità umane. Non vuol dire semplicemente “fino alla morte”, ma anche fino alle forme supreme dell’amore umano. Forse la lunga preghiera del Getsemani, l’angoscia di quella notte era centrata sul dubbio: sarà possibile continuare ad amare anche in questa situazione? Certamente la morte in croce contiene delle forme raffinate di sofferenze, Gesù non le aveva ancora mai vissute. Per la prima volta Egli si è trovato a vivere e a esprimere l’amore di Dio in una situazione così estrema di violenza e di odio. Il dubbio perciò era legittimo: sarà possibile amare in una situazione simile, continuare a perdonare, a rivelare la misericordia di Dio? Gesù si è abbandonato con fiducia al Padre: la tua volontà si compia.
Questo atteggiamento di fiducia in Dio ha reso possibile il dono totale della sua vita, l’espressione suprema cioè di quell’amore gratuito e oblativo che aveva insegnato. L’eucaristia è il ricordo dei gesti simbolici con cui Gesù ha espresso questi atteggiamenti. Quando ha detto: “fate questo in memoria di me”, con il pronome “questo” non si riferiva semplicemente alle parole e ai gesti bensì agli atteggiamenti vissuti nella passione e sulla croce e anticipati attraverso i simboli introdotti nell’ultima cena celebrata con i suoi.

LA CENA PASQUALE DI GESÙ

La cena pasquale celebrata con i suoi è stata per Gesù l’ultima palestra che Egli ha avuto per allenarsi a vivere l’amore sino alla fine. Noi ricordiamo e rinnoviamo quei gesti e quelle parole, non semplicemente per indicare che cosa Egli ha fatto, ma per rivivere i suoi atteggiamenti, che possono essere ricondotti a questi due: la fiducia piena in Dio e l’offerta di vita ai fratelli. Gesù ha saputo esercitare una fede nel Padre ed esprimere conseguentemente una potenza d’amore tali da introdurre nella storia una qualità nuova di vita e da far compiere un salto qualitativo alla nostra specie. Dobbiamo ricordare che la specie umana è ancora in processo, è in evoluzione, non tanto dal punto di vista biologico, quanto dal punto di vista psichico e spirituale. La nostra specie è da poco tempo sulla terra. Ci sono voluti miliardi di anni prima che si potesse creare una struttura così complessa come quella del nostro cervello. Sono passati quasi quattro miliardi di anni, da quando la vita è iniziata sulla terra mentre la nostra specie forse non ha molto più di centomila anni, quindi è recentissima. Prima ancora è stato necessario un tempo molto più lungo perché nel cuore delle grandi stelle si formassero tutti gli elementi che compongono la materia e il nostro corpo. La creazione non è ancora compiuta e la storia continua. Se l’umanità non perde la testa e non si auto distrugge molte altre perfezioni potranno fiorire all’interno dei nostri rapporti e attraverso la comunione tra i popoli. Questo è possibile, nessuno ci ha garantito di continuare sulla terra il cammino fino a raggiungere il compimento della creazione. Il regno è già, perché Gesù è risorto e i santi sono entrati nella forma definitiva di vita, ma sulla terra il cammino della specie umana è affidato alla nostra fedeltà.
Gesù rappresenta un salto qualitativo nello sviluppo della specie umana, ha introdotto una nuova qualità di vita attraverso quel tipo di amore che ha avuto forma eccelsa sulla croce. Per questo Giovanni dice: li amò sino alle estreme possibilità umane. Ora questo processo continua nel tempo e noi ne siamo attori. Per questo Gesù ha promesso lo Spirito: “quando verrà lo spirito di verità egli vi guiderà alla verità tutta intera” (Gv 16,13), che è la verità della vita, la pienezza della vita, dato che lui è venuto perché “abbiamo la vita e l’abbiamo in pienezza” (cfr Gv 10,10). Celebrare l’eucaristia perciò non è compiere un semplice dovere per ripetere ciò che Gesù ha fatto. No è continuare a sviluppare ciò che Gesù ha introdotto, per condurlo a compimento: farete cose più grandi di quelli che io ho fatto, diceva Gesù (Gv 14,12). Chiarito questo orizzonte, riflettiamo sui simboli che Gesù ha introdotto nell’ultima cena. Se leggete il racconto della cena pasquale non vi troverete nulla del rito pasquale ebraico, perché loro lo conoscevano, sapevano qual era il rito, quindi era inutile descriverlo. Introduce invece questi due simboli. Sono simboli molto concreti. Gesù aveva una profonda sensibilità simbolica: ha inventato molte parabole, legate alle esperienze della vita, con simboli molto immediati e intuitivi.
Il primo: spezzare il pane. Ha preso il pane, l’ha spezzato, lo ha dato a tutti i suoi e ha detto: prendete e mangiate: questo è il mio corpo dato, consegnato per voi. Noi diciamo: “dato in sacrificio”, cioè messo a disposizione perché l’amore di Dio si riveli. Questo è il senso del donarsi. Ricordate la lettera agli Ebrei 10,5-10, quando cita il Salmo 40 e lo attribuisce a Gesù che entra nel mondo. Non è che Gesù l’abbia detto, però l’utilizzazione simbolica di questo salmo è straordinaria: Tu non hai voluto né sacrifici, né offerta, un corpo invece mi hai preparato, non hai gradito né olocausti, né sacrifici per il peccato, allora ho detto: ecco io vengo. Di me sta scritto nel rotolo del libro: ecco io vengo, o Padre, per fare la tua volontà. Questo è il dedicarsi, il consacrarsi, il sacrificarsi, cioè il rendersi sacro, ambito dell’azione di Dio per la sua rivelazione, per la rivelazione del suo amore. Questo Gesù ha fatto, quando si è trovato lì. Ha detto: io continuo in questo atteggiamento di fiducia in Dio per rivelare il suo amore ai fratelli. Di per sé il rito dello spezzare il pane non apparteneva alla cena pasquale. Gesù lo ha introdotto per indicare la sua consegna o offerta di vita ai fratelli.

Secondo simbolo: Gesù ha preso il suo calice (ciascuno aveva il proprio calice nella cena), lo ha riempito e l’ha distribuito agli altri: Prendete e bevete: questo è l’alleanza nel mio sangue. Così riportano Paolo e Luca: l Cor l 1,25; Lc 22,29. Matteo e Marco dicono: Prendete e bevetene tutti, perché questo è il mio sangue dell’alleanza, versato per molti in remissione dei peccati. Il riferimento del simbolo è l’alleanza o il patto stabilito da Dio con gli uomini e in particolare con il popolo ebraico. Gesù era consapevole che iniziava una tappa nuova del rapporto con Dio, che nella Scrittura è chiamata appunto: la nuova alleanza.

EUCARESTIA E NUOVA ALLEANZA

Geremia quando annuncia la nuova alleanza 31,33-34 indica tre caratteristiche fondamentali.
La nuova alleanza presenta tre caratteristiche, ma non c’è nessun riferimento né al sangue, né al sacrificio, perché non era un dato essenziale. Dato essenziale era annunciare il regno, mostrare la forza dell’amore e della misericordia di Dio. Ecco le caratteristiche che Geremia indicava della nuova alleanza.

Prima caratteristica: l’interiorizzazione della legge: Concluderò un‘alleanza nuova, non come l‘alleanza che ho concluso con i vostri padri. Questa sarà l’alleanza che concluderò con la casa d’Israele dopo quei giorni. Porrò la mia legge nel loro animo, la scriverò nel loro cuore. Allora io sarò il loro Dio ed essi il mio popolo. E questo Gesù l’ha vissuto, l’ha indicato con chiarezza quando disse che Dio cerca i veri adoratori in spirito e verità (Gv 4,23). Dio metterà la legge nella coscienza, la presenza dello Spirito nel cuore, un cuore di carne, dirà Ezechiele (Ez 36, 26).
Seconda caratteristica: la conoscenza di Dio. Non dovranno più istruirsi gli uni gli altri dicendosi: riconoscete il Signore, perché tutti mi conosceranno dal più piccolo al più grande. Questo è un dato molto importante. La conoscenza di Dio non viene da persone che hanno conoscenze speciali, viene dall’esperienza di fede, dal più piccolo al più grande. Questo insegnamento sarà ripreso da Giovanni nella prima lettera 2,27: Avete l‘unzione dello Spirito, avete la conoscenza (la gnosi utilizza proprio questo termine greco). Il testo di Giovanni è stato poi ripreso dal Concilio Vaticano II nella Lumen Gentium al n. 12, quando parla della conoscenza di fede da parte di tutto il popolo di Dio, del sensus fidei. Questo per la Chiesa è decisivo, è importante. La funzione del magistero non è quella di insegnare una dottrina divina, ma di raccogliere ciò che è emerso dall’esperienza dei fedeli, da coloro che vivono la fede dal più piccolo al più grande, dal Papa a qualsiasi altro fedele. Quando si vive l’esperienza di fede, lì fiorisce la conoscenza. Ed è solo mettendo in comune (certo la conoscenza parziale, perché ciascuno è un piccolo frammento) tutto questo che il magistero è in grado, dopo aver ascoltato ciò che emerge dall’esperienza di fede, è in grado di confrontarlo con quello del passato, con quello delle altre forme delle comunità ecclesiali e di proporlo in modo autoritativo. Nasce dall’esperienza la conoscenza: allora tutti mi conosceranno dal più piccolo al più grande.
Terza caratteristica: il perdono dei peccati. Perdonerò la loro iniquità, non mi ricorderò più del loro peccato: l’offerta gratuita del perdono da parte di Dio. E questo Gesù l’ha vissuto in un modo esemplare. Gesù è un piccolo, non era un sacerdote, tanto meno un sommo sacerdote, non era uno scriba, non era uno dei farisei, non apparteneva agli anziani del sinedrio, era un artigiano, un piccolo. Ricordate Luca 10,2: Ti rendo lode Padre, perché hai nascosto queste cose ai sapienti, ai potenti e le hai rivelate ai piccoli. Loro erano i piccoli, Gesù e i suoi. Gesù ha manifestato sempre la misericordia del Padre, Gesù non ha condannato mai nessuno, né ha dato mai nessuna pena ai peccatori che ha incontrato. Gli apostoli lo faranno: Anania e Saffira (At 5, 1-11) oppure il mago Elimas (At 13,8-1 l ecc. Gesù mai, mai ha dato una pena per i peccati. Ha incontrato tanti peccatori e ha detto ad ognuno: Va e non peccare più, ti sto accanto, ti do la forza. E’ importante ricordarlo, perché è la caratteristica della nuova alleanza: Perdonerò la loro iniquità, non mi ricorderò più del loro peccato.

LA FEDELTÀ DI GESÙ E L’INCARNAZIONE

Gesù si è trovato a vivere, a rivelare le caratteristiche della nuova alleanza in una situazione di rifiuto, di condanna, di odio, di violenza. Questa è stata la difficoltà suprema in cui Gesù si è trovato per cui ha sudato sangue. Dobbiamo ricordare che quando i profeti parlavano della nuova alleanza, di per sé non si richiamavano ad un rito, ma ad un atteggiamento interiore, ad un nuovo rapporto con Dio. In questo caso restare fedeli a Dio, abbandonarsi con fiducia a lui implicava anche donare il sangue, donare la vita, perché gli uomini non consentivano altra rivelazione dell’amore di Dio se non attraverso quella violenza, quell’odio, che voleva la morte di Gesù. Certo era possibile un’altra soluzione e Gesù l’aveva indicata: il cambiare vita per vivere la fraternità, per mettere a disposizione gli uni degli altri la propria forza di vita, la propria capacità di amare. Non hanno accettato la sua proposta e Gesù si è trovato a vivere questa sua missione in una condizione di violenza estrema e di odio, ma è rimasto fedele. Questa è stata la ragione per cui Dio lo ha glorificato o meglio possiamo dire: questa è stata la ragione per cui è risorto. La lettera ai Filippesi riporta quell’inno splendido della Chiesa delle origini: Si è fatto obbediente fino alla morte e alla morte di croce. Per questo Dio l ‘ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome, che è il nome di Figlio, il nome di Messia, il nome di Signore. Gesù l’ha acquistato lì, sulla croce, l’ha acquistato lungo la sua vita fino a quella forma suprema. Come possiamo dire che Dio lo ha esaltato, possiamo anche dire che Gesù ha amato al punto da risorgere, cioè ha espresso una potenza tale di vita da far fiorire la vita nuova nella morte. Questo in fondo è la risurrezione. Possiamo sempre dire: Dio lo ha risuscitato, ma nel senso che l’azione di Dio passa attraverso l’azione di Gesù. È solo perché Gesù ha amato fino in fondo che è risorto.
Egli ha accolto l’azione di Dio in modo così profondo da risorgere: l’azione divina in lui è diventata potenza di vita.

In questo modo Gesù ha rivelato vivendola una legge assoluta della storia della salvezza: la legge dell’incarnazione. Non possiamo pretendere che l’azione di Dio doni vita se noi non diventiamo capaci di donare vita nel suo nome. È in noi che l’azione di Dio deve diventare dono per i fratelli. Non c’è altra soluzione, perché lo scambio di vita fra di noi deve essere a livello umano, creato, mentre l’azione di Dio non è a livello umano ma divino, non è a livello creato, ma increato. Allora perché lo scambio di vita fluisca, perché il dono di Dio passi da un fratello all’altro deve diventare gesto umano. La radice è l’azione di Dio in noi, che deve però diventare nostro gesto, nostra offerta, nostra qualità di vita. Se non diventa nostra azione l’amore di Dio sulla terra non esiste. Nella creazione non esiste l’amore di Dio se non diventa amore di uomini. Esiste nella Trinità santa, dove tutto viene donato e accolto, ma nella creazione e nella storia l’amore di Dio esiste solo quando diventa gesto di uomini, altrimenti resta potenzialità divina.

Questa è la legge dell’incarnazione. L’amore di Dio non può pervenire a nessun bambino se non diventa amore di padre, di madre, di nonna, di suora, di adulto. Questa è la ragione per cui siamo necessari nella storia della salvezza. Noi spesso diciamo che Dio è onnipotente. C’è un’ambiguità forte in questo termine, perché nella storia della salvezza Dio non è onnipotente, nella creazione Dio non è onnipotente. Dio in sé è onnipotente. Dio è onnipotente nel compimento, quando Dio sarà tutto in tutti (1 Cor 15, 28) e la sua potenza potrà esprimersi compiutamente. Ma ora, nella storia, l’azione di Dio assume i limiti della creatura attraverso cui si esprime.
Ci sarebbero gli odi tra gli uomini, se l’azione di Dio potesse esprimersi in loro? Morirebbero tante persone ingiustamente? Ci sarebbe la sofferenza che gli uomini causano ad altri uomini? Nella stessa creazione c’è il male, perché l’azione di Dio ancora non si esprime compiutamente, perché la creazione è in processo, non è giunta ancora al compimento, per cui il male ci accompagna sempre. II male che è nel mondo, nella creazione e nella storia, non dipende solo dal peccato degli uomini, ce n’è tanto, ce n’era tanto anche prima, anche la sofferenza. Certo che gli uomini producono un’altra grande quantità di male con la loro cattiva volontà, con il loro odio, con la loro violenza, però non tutto il male, perché il male deriva dall’incompiutezza della creazione. Per questo noi siamo necessari nella storia della salvezza, perché l’azione di Dio non può pervenire ad altre creature se non diventa la nostra azione, se non diventa nostro gesto di servizio, di amore. È un processo della nuova alleanza, cioè in cui l’azione di Dio si esprime, l’azione di Dio accolta nella fede, anche quella accolta da Gesù; l’azione di Dio accolta nella fede ed espressa attraverso gesti umani.

SENSO DELL’EUCARISTIA E CONDIZIONI PER CELEBRARLA

Questo è il senso della celebrazione eucaristica. Noi celebriamo l’eucaristia non semplicemente per ricordare ciò che Gesù ha fatto, bensì per inserirci nel processo che egli ha avviato nella storia e condurlo a compimento, per raccogliere anche noi quel flusso di vita che egli ha immesso nella storia umana e farla fiorire in forme nuove di fraternità, di misericordia, di compassione, di servizio, di pace e di giustizia. Celebriamo l’eucaristia per essere strumenti della storia della salvezza, per continuare la missione di Gesù. Se l’eucaristia non conduce a novità di vita e quindi non attua uno scambio di doni, non amplia quel flusso nel quale noi siamo inseriti, non è efficace. Tutti noi siamo dei gangli di una grande rete vitale, di un grande flusso di vita che ha come origine Dio, ma che si concretizza in decisioni umane, in gesti di creature. Dunque se l’eucaristia non conduce a novità di vita, non ha senso, cioè non è sacramento dell’azione di Dio, quindi non è sacramento della fede ecclesiale.
Da questa visione scaturiscono due condizioni fondamentali, perché l’eucaristia sia sacramento di vita.

La prima condizione è che essa traduca la fede della chiesa; i gesti che compiamo, le parole che pronunciamo, i canti che facciamo devono tradurre l’atteggiamento di abbandono fiducioso in Dio che abbiamo vissuto e stiamo vivendo. Se non c’è atteggiamento teologale, l’eucaristia non è un gesto sacramentale, non esprime nessuna potenza divina; può essere espressione della nostra buona volontà, ma la nostra buona volontà è limitata al presente, non può introdurre la vita, che viene da una forza più grande di noi e che ci investe.

La seconda condizione è che il gesto simbolico che compiamo, l’accoglienza dell’azione di Dio che realizziamo, ci trasformi al punto di essere in grado di donare vita ai fratelli, di consegnare novità di vita, di far fiorire attorno a noi qualità inedite. Qual è l’ostacolo che impedisce questo processo, che di per sé è molto chiaro, cioè una forza che ci investe, una forza caratteristica che ci alimenta? Noi attraverso i gesti che Gesù ha compiuto ci apriamo alla forza dello Spirito per poterla far fiorire in gesti nuovi di fraternità, di condivisione, di pace, di giustizia. Allora qual è l’ostacolo? E’ il nostro peccato. Il peccato è l’impedimento che poniamo al flusso della vita, è chiudere il flusso di vita impedendo così che il dono di Dio si concretizzi e passi ai fratelli. Per questo la celebrazione dell’eucaristia richiede sempre la confessione dei peccati. Comincia sempre così. Purtroppo spesso trascuriamo lo spazio della riconciliazione all’inizio dell’eucaristia, ma è un momento essenziale, sacramentale, è un vero sacramento di riconciliazione. Noi lo trascuriamo troppo, ma è essenziale, perché se noi non accogliamo quell’azione di Dio che ci libera dal peccato, che ci purifica dal male, noi non siamo in grado di celebrare l’eucaristia come sacramento di vita, cioè non consegniamo vita ai fratelli, perché noi consegniamo ciò che in noi fluisce, ma se noi abbiamo chiuso il flusso, cioè abbiamo bloccato il processo, che cosa consegniamo ai fratelli? Possiamo ripetere le parole di Gesù, possiamo compiere anche gesti buoni, ma esprimono solo la nostra buona volontà, non la potenza di Dio, non la forza salvifica del Padre. Nella celebrazione dell’eucaristia è necessario prendere coscienza del male della nostra vita per lasciarci investire della misericordia di Dio continuamente. L’Eucaristia non ci consente di evitare il peccato, restiamo ancora peccatori, ma siamo purificati continuamente dal sangue dell’altare. Questa è la ragione per cui si può dire che la chiesa è peccatrice, ma santa. Ci fu una discussione nel 2000, anzi due anni prima, quando il Papa chiese alla chiesa di prepararsi al giubileo: si può dire che la chiesa è peccatrice? Sempre è stato detto che la chiesa sulla terra (non in cielo, certo la chiesa celeste è già santificata) è peccatrice, solo che ogni giorno è purificata dal sangue di Cristo e può riprendere il cammino ogni giorno. “Di inizio in inizio” diceva Gregorio di Nissa proprio riguardo al cammino dei cristiani: di inizio in inizio arriveremo alla fine. Alla morte ci sarà chiesto un atto di fede così supremo da abbandonarci senza riserve per consegnare vita, dovremo consegnare tutto, non dovremo trattenere nulla, nulla. Certamente arriveremo anche a quel gesto, ma ogni giorno siamo chiamati a purificarci dal peccato e l’eucaristia è sacramento di purificazione del peccato. Dobbiamo vivere questo consapevolmente, con l’atteggiamento di abbandono fiducioso in Dio, che ci rende possibile esprimere la sua azione, di far fiorire in noi il suo amore misericordioso. Tutto il resto segue.

EUCARISTIA SACRIFICIO VIVENTE

Paolo nella lettera ai Romani, iniziando la parte parenetica invita ad offrire i corpi come sacrificio gradito. Non parla esplicitamente della Eucaristia,ma della vita di cui l’Eucaristia deve essere sacramento. Scriveva: Vi esorto fratelli per la misericordia di Dio ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio, questo è il vostro culto spirituale (Rom 12,1). Paolo riassume in poche parole tutta l’esistenza cristiana: offrire il proprio corpo vuol dire metterlo a disposizione di Dio, perché faccia fluire la vita ai fratelli. E noi in questo modo diventiamo figli, cioè diventiamo viventi, consentendo a Dio che la vita fluisca, che giunga agli altri. Paolo richiama la misericordia di Dio per invitare a questo: per la misericordia di Dio offrite i vostri corpi come sacrificio vivente. Che vuol dire sacrificio? Vuol dire una cosa riservata a Dio: “sacrum facere”, cioè rendere sacra una cosa, in questo caso il corpo, lo rendiamo sacro, cioè lo riserviamo a Dio, perché l’azione di Dio si esprima. Questo nella vita di ogni giorno: incontri un amico, incontri un sofferente, incontri un peccatore, incontri un depresso, il Signore ti chiede di diventare suo strumento per offrire vita con un gesto, con un sorriso, la vicinanza, la comprensione, la misericordia. Anche quando con capiamo nulla, possiamo essere strumenti di Dio.

Quando una madre mette al mondo un figlio, che cosa ha capito di ciò che ha vissuto? Ha vissuto, questo che è importante; ha amato, questo che è importante, ma che ha capito di tutto i meccanismi, di quel mistero profondo che si sta realizzando? Questo vale per tutti gli aspetti dell’esistenza. Non è necessario capire per essere strumenti di Dio; anche quando non capiamo nulla, possiamo comunicare vita ai fratelli. Allora offriamo i nostri corpi come sacrificio che rende vivi e fa fluire la vita. Tutti i sacrifici antichi erano di morte, provocavano la morte. Gesù ci ha insegnato che è possibile offrire i propri corpi, perché la vita fluisca. L’Eucaristia è l’allenamento a diventare sacrifici viventi. Santo e gradito a Dio: questo è il culto spirituale, cioè la nostra esistenza di cristiani. Quando noi siamo cristiani? Quando celebriamo la vita, consegnando ai fratelli il dono di Dio. L’eucaristia è l’allenamento a questo culto spirituale, cioè la palestra nella quale noi ci esercitiamo per diventare capaci di offrire vita ai fratelli, perché consegniamo il nostro corpo a Dio, consegniamo la nostra esistenza, perché la sua azione di esprima. È semplice essere cristiani. Noi abbiamo reso complicata la vita cristiana: abbiamo fatto un elenco di leggi, di regole, di condizioni. Al tempo di Gesù i farisei avevano elencato 613 precetti, 365 negativi e 248 positivi. Gesù ha ridotto tutto ad uno solo: Riconoscerai il tuo Dio come unico Dio, lo amerai con tutto il cuore e il prossimo tuo come te stesso. Tutto è ridotto a questo e Paolo lo riprenderà. Paolo era un rabbino, aveva studiato con Gamaliele, ma ha ridotto tutto all’amore insegnato da Gesù. Oggi noi abbiamo complicato troppo la vita cristiana con elementi esteriori, aggiunte, obblighi, doveri. In questo senso siamo caduti nello stesso errore. Dobbiamo ricondurre alla semplicità, all’unità la vita cristiana. Paolo l’ha riassunta in questo versetto: Per la misericordia di Dio offrite i vostri corpi come sacrificio vivente santo e gradito a Dio. Questo è il culto spirituale. Allora noi saremo eucaristie viventi, ostensori, potremmo dire, cioè epifania di Dio. Questo Gesù ci ha insegnato; diventare anche noi come lui è stato fin sulla croce: epifania dell’amore misericordioso del Padre.