SANTISSIMA TRINITÀ di Giuseppe Bellia

 

Parola e silenzio è il Verbo,

acqua viva è lo Spirito,

Amore effuso dal Padre,

Vita divina nella creatura.

O Dio, Triade ineffabile,

ti cerchiamo, amando;

a te, o Uno, aneliamo,

in nube lucente di gloria.

O Padre, fonte di grazia,

gioia e pace dei tuoi figli,

Principio senza inizio,

di te si sazia lo spirito.

O Figlio, Gesù, Signore,

Luce da Luce sorta,

Artefice di tutto il creato,

in noi vibra di gioia e letizia.

Spirito Santo, Amore ,

Principio di nuova creazione,

Soffio del Signore risorto,

da’ vita a chi è morto.

O Triade beata, unico Dio,

danza gioiosa del creato,

in cori di lodi inneggiamo,

inebriati dal tuo amore.

Amen

PRIMA LETTURA                                          Es 34,4b-6.8-9

Dal libro dell’Èsodo

In quei giorni, 4 Mosè si alzò di buon mattino e salì sul monte Sinai, come il Signore gli aveva comandato, con le due tavole di pietra in mano.

Il fatto che Dio ordini a Mosè di tagliarsi le due tavole indica che la sua preghiera è stata esaudita. Mosè vedrà la Gloria di Dio di spalle con le due tavole in mano per indicare il limite in lui raggiunto dall’antica economia nella visione di Dio. Le tavole non sono ancora scritte quando Dio appare perché tutta la Legge riflette il Nome in quegli appellativi che qui sono detti. È questa rivelazione a dare a Mosè la forza di chiedere perdono e di supplicare che il popolo sia eredità del Signore.

Mosè in tutto obbedisce al Signore. Gli ordini del Signore sono puntuali fin nei minimi particolari: tagliò come gli è comandato al v. 1; si alzò di buon mattino, precedendo il comando del Signore: Tieniti pronto per domani mattina (v. 2); salì sul monte Sinai, come il Signore gli aveva comandato: salirai sul monte Sinai (v. 2).

La Legge è data a chi è perfettamente obbediente al Signore. Colui che si piega al giogo dell’obbedienza entra nell’intimità divina.

5 Allora il Signore scese nella nube, si fermò là presso di lui e proclamò il nome del Signore.

Il Signore scese nella nube, è la nube che vela la sua gloria e la manifesta a noi nel grado della nostra comprensione. La nube non è la sua dimora perché Egli scende nella nube, come era sceso nel Roveto ardente. In quanto prefigurazione della sua divina Incarnazione, la nube diverrà la sua dimora tra noi. Infatti è in virtù della nube che il Signore si fermò là presso di lui. Poté fermarsi con Mosè nello stesso luogo in virtù della nube, come prima si era fermato davanti a lui nel Roveto. Nel momento, in cui il Signore incontra Mosè, proclama il suo Nome (lettura ebraica: e proclamò il Nome il Signore). La prima parola, che il Signore fa udire a Mosè, è il suo Nome, questo significa che gli fa grazia. Allo stesso modo nel giorno dell’espiazione il sommo sacerdote nel Santo dei Santi pronuncia il Nome e ottiene l’espiazione dei peccati suoi e del popolo.

6 Il Signore passò davanti a lui proclamando: «Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà,

Il Signore passò davanti a lui proclamando, il testo abbrevia quanto ha precedentemente annunciato (cfr. Es 33,19-23). Là il Signore aveva preannunciato a Mosè che lo avrebbe nascosto nella spaccatura della roccia e uscito dalla nube sarebbe passato davanti al suo volto, nascondendogli la sua presenza con la mano perché Mosè non poteva vedere il suo volto; una volta passato, avrebbe tolto la mano e Mosè avrebbe visto il Signore di spalle. Certamente nella semplicità della lettera sono nascosti grandi misteri, che è dato solo di conoscere a coloro che conoscono davvero Dio. Nel buio della grotta, nascosto dalla mano di Dio e non dal suo mantello, come lo sarà per Elia quando udrà la voce silente sottile (1Re 19,12), Mosè ode il Nome esplicato da quelle che la tradizione d’Israele chiama le tredici misure [della misericordia]. Mosè, come lo sarà per Elia, è sul monte quando il popolo è immerso nel peccato d’infedeltà espresso nel vitello d’oro ed è nel buio della grotta quando egli ode i tredici appellativi del Nome.

1.2. «Il Signore, il Signore, inizia proclamando per due volte il suo Nome. Esso significa: il Signore è il Signore, allo stesso modo: «Io sono Colui che sono» (Es 3,14). Questa ripetizione del Nome viene esplicata nella professione di fede di Dt 6,4: Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno.

  1. Dio è il nome designante la sua non partecipata divinità alle creature, come dice la professione del Deuteronomio.
  2. Misericordioso. Dal suo essere Dio, il Signore, ne consegue che è misericordioso verso le creature. Come Mosè, così chiunque accoglie il Signore come unico Dio esperimenta che Egli è misericordioso.
  3. E pietoso, la radice ebraica è quella di «grazia» quindi Dio è colui che fa grazia e presso il quale trovano grazia coloro che lo temono e ottengono da Lui la salvezza. Trovano pure grazia presso di Lui coloro, che Egli sceglie come strumento della sua salvezza.
  4. Lento all’ira. Benché provocato all’ira, il Signore non la riversa ma attende. Egli non vuole infatti la morte del peccatore ma che si converta e viva, infatti Dio non ha creato la morte e non gode per la rovina dei viventi (Sap 1,13).
  5. E ricco di grazia e di fedeltà. La grazia, come pura iniziativa divina è legata alla fedeltà. Dio è fedele alle sue promesse e alla sua alleanza. Infatti il salmista può appellarsi ad essa nel momento di crisi della monarchia davidica: Dove sono, Signore, le tue grazie di un tempo, che per la tua fedeltà hai giurato a Davide? (Sal 89,50).

[7 che conserva il suo amore per mille generazioni, che perdona la colpa, la trasgressione e il peccato, ma non lascia senza punizione, che castiga la colpa dei padri nei figli e nei figli dei figli fino alla terza e alla quarta generazione»].

  1. Che conserva il suo amore per mille generazioni. L’amore è nella lingua ebraica lo stesso di grazia, che ha ricordato in precedenza. Come il Signore è ricco di grazia, così la conserva per mille generazioni. Ogni generazione si può appellare ai suoi padri per ottenere grazia presso il Signore. Nella «comunione dei santi» è racchiusa l’inesauribile ricchezza della grazia del Signore che viene amministrata nell’amore vicendevole lungo tutte le generazioni.

che perdona

  1. la colpa, è la forma più leggera del peccato, è la disobbedienza alla legge del Signore in forma più lieve.
  2. la trasgressione è la disobbedienza unita alla ribellione. È il rifiuto del giogo del Signore e della sua Legge.
  3. e il peccato, è la forma più grave di trasgressione, quale appunto nel contesto il grave peccato del vitello d’oro (cfr. Es 32,21.30).
  4. ma non lascia senza punizione, in che modo questa affermazione fa parte della sua misericordia? Secondo la sua imperscrutabile sapienza il Signore punisce tutto il peccato con misericordia, trasformando in correzione la punizione. Così gli uomini passano per il crogiolo della tribolazione in modo da acquistare la sapienza del cuore (sal 89,12). Il peccato è cancellato, come ha detto in precedenza, tuttavia esso viene eliminato nei suoi effetti secondo la sua divina disposizione. Egli agisce anche perché non si prenda con leggerezza il suo perdono, come è detto: «Eppure protesti: Io sono innocente, la sua ira è già lontana da me. Eccomi pronto a entrare in giudizio con te, perché hai detto: Non ho peccato!» (Gr 2,35). Infatti se il peccato scomparisse subito nei suoi effetti molti penserebbero che è facile peccare dal momento che si è subito perdonati.
  5. che castiga la colpa dei padri nei figli e nei figli dei figli fino alla terza e alla quarta generazione», come interpretare quest’ultima misura come di misericordia? Essa parte da un presupposto che il peccato non è solo un fatto individuale bensì sociale. Esso non si consuma nel singolo ma coinvolge altri soprattutto nel rapporto generazionale. Infatti i figli imitano i genitori e sono indotti a compiere i loro stessi peccati. Ma la conversione può tutto su Dio.

Che il Signore ami fare misericordia e non punire lo si nota dal fatto che la sua misericordia si estende per mille generazioni su coloro, che cercano la sua grazia, il suo castigo invece si protrae solo fino alla quarta generazione per coloro che lo odiano. Ma la conversione ferma la mano punitrice di Dio.

I genitori, che non si convertono, trasmettono ai loro figli il loro modo di agire e quindi anche la loro ribellione e indifferenza nei confronti del Signore, ma il loro nefasto influsso termina alla quarta generazione, chi invece fa la volontà del Signore ne trasmette l’amore come preziosa eredità ai suoi figli.

8 Mosè si curvò in fretta fino a terra e si prostrò.

Il Signore pronunciò queste tredici misure della sua misericordia racchiuse nel suo Nome e ritrasse la mano dalla faccia di Mosè nascosto nella spaccatura della rupe; Mosè si affrettò a uscire e contemplò di spalle il Signore e perciò si affrettò a buttarsi a terra in adorazione e supplica.

9 Disse: «Se ho trovato grazia ai tuoi occhi, Signore, che il Signore cammini in mezzo a noi. Sì, è un popolo di dura cervìce, ma tu perdona la nostra colpa e il nostro peccato: fa’ di noi la tua eredità».

Se ho trovato grazia, dal momento che trovato grazia. Mio Signore, qui non è il Nome ma il termine indicante signoria, come dopo. Mosè è il servo che supplica il suo Signore, che lo ha ammesso alla sua presenza. Egli vuole che il Signore cammini in mezzo al suo popolo, perché solo con la sua presenza, tutti possono conoscere quanto è soave il Signore. La preghiera di Mosè diviene profezia; dal monte il Signore scende nella Tenda santa, preannuncio della sua Incarnazione.

Il popolo è di dura cervice perché rifiuta il giogo del Signore e contro di lui il Signore aveva detto: «Ma io non verrò in mezzo a te, per non doverti sterminare lungo il cammino, perché tu sei un popolo di dura cervice» (Es 33,3). Non solo Mosè chiede questo ma fondandosi sul perdono del Signore chiede ancora di più, di essere cioè l’eredità del Signore. Il Signore rivelandosi, si è legato. La nostra forza non è la nostra giustizia ma il rapporto indissolubile che lega il Signore a noi e noi a Lui; questa è la fede che trova nella preghiera la sua espressione fondamentale.

Note

Abbiamo riportato il versetto tralasciato perché parte integrante della rivelazione del Nome divino. Di fronte alle difficoltà di ordine psicologico non dobbiamo infatti ritirarci ma procedere perché, come insegna l’apostolo: Tutta la Scrittura infatti è ispirata da Dio e utile per insegnare, convincere, correggere e formare alla giustizia, perché l’uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona (2Tm 3,16). Il popolo del Signore non ha solo bisogno di latte ma anche di cibo solido e di conoscere quanta forza abbia il peccato e come esso coinvolga nel profondo il rapporto con Dio e il rapporto con gli altri. Solo così presentando, come fa la divina Scrittura, la misericordia unita alla correzione e il castigo temperato dalla grazia, noi potremo giungere alla sapienza fondata sul timore del Signore.

«Il Signore ci annuncia che non solo perdona sempre – certo, perdona sempre! – ma che però non lascia impunito il peccato! Cioè, toglie la colpa; quello che riguarda Lui lo toglie; l’offesa fatta a Lui la perdona; però vuole purificare il cuore dei suoi figli! Cioè non si accontenta di dire: Vi perdono, ma segue quelle creature, riconosce in quelle creature dei figli che vanno corretti, vanno purificati, vanno salvati! … L’uomo ha perduto quella immagine e il Signore gliela vuole ricostruire; per questo non dimentica la colpa commessa e purifica il cuore degli uomini! Senza per questo andare all’infinito: immediatamente, si direbbe, immediatamente il Signore interviene» (d. E. Cirlini, omelia registrata, s. Antonio, 28.5.1972).

SALMO RESPONSORIALE                              Dn 3, 52-56

R/.  A te la lode e la gloria nei secoli.

Benedetto sei tu, Signore, Dio dei padri nostri.  R/.

Benedetto il tuo nome glorioso e santo. R/.

Benedetto sei tu nel tuo tempio santo, glorioso. R/.

Benedetto sei tu sul trono del tuo regno.           R/.

Benedetto sei tu che penetri con lo sguardo gli abissi

e siedi sui cherubini.     R/.

Benedetto sei tu nel firmamento del cielo.         R/.

SECONDA LETTURA                                    2 Cor 13,11-13

Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi

Fratelli, 11 siate gioiosi, tendete alla perfezione, fatevi coraggio a vicenda, abbiate gli stessi sentimenti, vivete in pace e il Dio dell’amore e della pace sarà con voi.

12 Salutatevi a vicenda con il bacio santo. Tutti i santi vi salutano.

Siate lieti, stando in Cristo. La gioia è un intimo sentire che scaturisce da quello che segue.

Tendete alla perfezione (lett.: rafforzatevi) nella carità. Nell’aiuto vicendevole i membri della comunità si rafforzano e si educano a vicenda per crescere nell’unità dell’unico corpo di Cristo.

Fatevi coraggio a vicenda. State uniti gli uni agli altri per sostenervi a vicenda sentite vostre le situazioni degli altri.

Abbiate gli stessi sentimenti. Il sentire tocca l’intimo nostro che deve avere «orientamento unitario, sentimenti di concordia, unità di pensiero e volere» (Bertram, GLNT). Questa unità è data dal sentire che si ha quando si è in Cristo (cfr. Fil 2,5: Questo sentite in voi, quello che è in Cristo Gesù). Per cui in Fil 2,2 «l’Apostolo esorta con insistenza a tendere al medesimo fine con i medesimi sentimenti, a rivolgere lo spirito verso l’unità prestabilita e a conservare in tutto un sentimento cristiano» (ivi).

Vivete in pace. È la conseguenza dello stesso sentire e del tendere tutti all’unità.

Se così avverrà lo stesso Dio dell’amore e della pace sarà con voi. Allora sarà vero quel saluto che vi date nel bacio santo.

13 La grazia del Signore Gesù Cristo, l’amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi.

Conclude con questo stupendo saluto trinitario fondato sulla grazia, l’amore e la comunione manifestazione delle tre Persone divine: dove è la grazia ivi è Cristo, dov’è l’amore ivi è il Padre e dov’è la comunione ivi è lo Spirito.

La grazia è data dal Figlio, pieno di grazia e di verità (Gv 1,14) e dalla cui pienezza noi tutti abbiamo ricevuto e grazia su grazia (ivi,16).

L’amore è riversato nei nostri cuori dal Padre, come principio e fine del nostro itinerario, che inizia là dove noi ci gloriamo nelle nostre tribolazioni ben sapendo che la tribolazione produce pazienza, la pazienza una virtù provata e la virtù provata la speranza. La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato (Rm 5,3-5).

La comunione dello Spirito Santo (genitivo con valore oggettivo) significa partecipazione allo Spirito; lo stesso è in Fil 2,1: se c’è una certa comunione di Spirito; indica la partecipazione allo Spirito e non una comunanza operata dallo Spirito.

Questo è il saluto iniziale più abituale della celebrazione eucaristica. L’assemblea convocata, comunicando allo Spirito Santo, attinge all’amore del Padre e alla grazia del Cristo.

Il celebrante nell’atto in cui saluta non solo augura ma pronuncia parole efficaci che convocano l’assemblea in questa comunione ecclesiale.

CANTO AL VANGELO                                      Cf Ap 1, 8

R/.  Alleluia, alleluia.

Gloria al Padre e al Figlio e allo Spirito Santo,

a Dio, che è, che era e che viene.

R/.  Alleluia.

VANGELO                                                       Gv 3, 16-18

 Dal vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, disse Gesù a Nicodèmo:

16 «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio, unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna.

Gesù rivela che il Figlio dell’uomo è il Figlio unigenito di Dio. Questi è colui nel quale Iddio ha fatto il mondo e lo ha amato. Come per mezzo del suo Verbo Egli ha fatto il mondo così in Lui lo ha amato. Per l’intimo rapporto che esiste tra il Figlio e il mondo, il Padre ha amato il mondo e ha dato il suo Figlio Unigenito. Questi è, in rapporto al mondo, il Figlio dell’uomo come in rapporto al Padre è il Figlio Unigenito. Perché Egli divenga il Figlio dell’uomo, il Padre lo ha dato, lo ha consegnato perché fosse innalzato.

Dalla consegna fatta da Abramo del suo unico figlio Isacco all’innalzamento del serpente nel deserto e del Servo vi è un’unica parola che tutto unifica ed è la rivelazione del mistero di Dio, dell’ineffabile relazione del Padre e del Figlio. Gli eventi, che appaiono sconnessi tra loro, sono in realtà unificati nella rivelazione e nel dono del Figlio Unigenito. In Lui, rivelato e donato fino all’innalzamento sulla Croce, noi siamo amati al punto che, credendo in Lui, non periamo, distrutti dalla morte, ma abbiamo la vita eterna. La fede nel Figlio, dato a noi, c’immette nel flusso vitale di amore del Padre che ci strappa dal potere distruttore della morte e ci fa vivere la sua stessa vita, che è eterna. I molteplici episodi della Scrittura si aprono così allo sguardo del credente come molteplici aspetti di un’unica rivelazione del Padre che dona il Figlio suo a noi che siamo il mondo, cioè uomini immersi in una realtà di peccato e di morte. In una parola: tutto rivela il suo amore, come dice in Geremia: «Di un amore eterno ti ho amato, perciò ti ho attirato a me con misericordia» (31,3). Ora l’amore stesso esige che l’Eterno ci redima e ci collochi nella vita eterna. La redenzione non risponde alle nostre esigenze ma a quelle dell’amore eterno del Padre. Nel Figlio, eterno con il Padre, noi siamo redenti e collocati nella vita eterna. Questo perché Egli è buono e perché in eterno è la sua misericordia (Sal 136).

La fede illumina la nostra ragione perché vediamo l’assurdo di come all’eccesso dell’amore di Dio rispondiamo con un eccesso d’infedeltà. «Benché persuasi che Gesù Cristo ha donato la sua vita e ha sparso il suo sangue per riscattarci dalla morte, da una morte eterna, tuttavia rimaniamo freddi nei suoi confronti e guardiamo con indifferenza nella nudità e nell’estrema povertà colui che è morto per salvarci» (Sacy).

17 Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui.

Dicendo il Figlio lo distingue da Mosè e quindi dalla Legge. Il Figlio non appartiene all’economia della Legge come vi appartengono Mosè e i Profeti. Questi sono stati inviati per giudicare il mondo perché la Legge è stata data mediante Mosè (1,17). Ora compito della Legge è quello di giudicare e tale giudizio, in rapporto al peccato, che è nel mondo, non cessa. Il Figlio, che ha donato la Legge, ha pronunciato questo giudizio che non è finalizzato alla condanna ma alla salvezza. Dice infatti: ma perché il mondo sia salvato per mezzo di Lui. Il mondo si riconosce peccatore, crede in Lui, l’Innalzato, e sarà salvato. Chi accoglie il giudizio della Legge e crede nel Figlio è salvato.

Il giudizio, che la Parola pronuncia, è dato perché noi, accogliendolo, crediamo e siamo salvati.

Da quando risuona la Parola è pure pronunciato il giudizio. Per chi lo accoglie vi è la salvezza nel Figlio. Prima che Egli venisse, si era salvati in virtù della fede in Lui rivelato e promesso, ora siamo salvati in virtù del suo Evangelo. Quando Egli tornerà, il giudizio, da sempre pronunciato dalla Parola, sarà definitivo e renderà tale la scelta che ciascuno ha fatto.

Abbiamo così, con la sua venuta, questo meraviglioso fatto: la Parola da giudicante nella Legge e nella Profezia, diviene salvifica, nell’Evangelo.

La Parola dell’Evangelo raggiunge quella apostolica nella Lettera ai Romani. La Legge ha come compito di rivelare pienamente il peccato e la sua forza di morte dalla quale nessuno può sottrarsi perché tutti siamo schiavi del peccato. Il Figlio viene, come il Maestro e il Signore, per esercitare la misericordia verso gli uomini. «Egli viene a liberare lo schiavo, in quanto il Figlio è l’erede di Dio suo Padre, e a sostituire la grazia che giustifica alla legge che condannava; Egli viene a sciogliere dai legami del peccato coloro che esso teneva incatenati» (cfr. Sacy).

A che cosa sarebbe servito avere nella Legge la coscienza del peccato se non perché nell’Evangelo ci è donata la salvezza?

18 Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio».

Dal tutto (il mondo) passa al singolare (colui che crede). La salvezza si estende a tutti senza distinzioni o preferenze ma essa diviene efficace solo in chi crede in Lui.

Chi crede in Lui non è giudicato, cessa su di lui il giudizio pronunciato dalla Parola di Dio mediante la Legge e la Profezia. Cessa la prima parola di condanna: «Polvere tu sei e in polvere ritornerai» (Gn 3,19) perché nel credente è posto il pegno della risurrezione; la Legge desiste dal suo compito di rendere il peccato peccante all’eccesso (cfr. Rm 5,20-21) perché la grazia risana le ferite della colpa; la Profezia non risuona più con le parole della condanna ma apre allo sguardo l’orizzonte delle promesse; la mente si ristora nella Parola evangelica e lo Spirito rende presente il Cristo ai pensieri, alla volontà amante, alle parole e alle stesse azioni. L’uomo «sente» le sue passioni ma esse si acquietano sotto l’impulso della grazia. Esse ricordano all’uomo che è polvere e cenere e continuamente plasmato dall’artefice divino a sua immagine e somiglianza. L’uomo sa di essere nudo (cfr. Gn 3,7) ma la sua nudità è continuamente coperta dalle vesti bianche della misericordia divina (cfr. Ap 3, 4-5).

Chi invece non crede già è giudicato perché in lui il giudizio pronunciato dalla Parola resta efficace. Egli continua ad essere condannato alla polvere senza avere in sé la speranza di risorgere per la vita. Non ha in sé lo Spirito e, quando egli ode la Parola di Dio, questa risuona per lui di condanna. Egli cerca di spegnere in sé le accuse della coscienza giustificando il suo peccato e condannando la Legge e così rende più grave la sua stessa condanna perché entra nel vortice della disperazione. Invano egli cerca la pace: il martellio incessante dell’accusa lo tormenta anche quando egli esternamente cerca di placare il tormento interiore.

Egli è condannato perché non ha creduto nel nome dell’Unigenito Figlio di Dio. Egli non ha creduto nella rivelazione del Nome. Egli ha rifiutato in Gesù la rivelazione del Nome che gli è proprio: il Figlio unigenito di Dio.

È chiaro che la luce, che illumina ogni uomo, per operare il giudizio deve venire nel mondo e brillare agli occhi interiori di ogni uomo. Questo è avvenuto e sta avvenendo in forza dello Spirito Santo.

Poiché l’adesione alla luce avviene mediante la fede, ora tutto avviene per la libertà di scelta; quando tutto sarà evidente non ci sarà più libertà perché coloro che hanno creduto erediteranno quanto hanno sperato, coloro che invece hanno rifiutato di credere non potranno più scegliere la luce ma riterranno giusta la loro condanna. Da queste considerazioni si deduce che ogni uomo è posto da Dio di fronte alla luce in una capacità di scelta non condizionata dall’esterno.

In questa situazione, in cui egli è posto per grazia, l’uomo può scegliere o rifiutare Gesù come l’Unigenito Figlio di Dio.

PREGHIERA DEI FEDELI

  1. Comune sia la preghiera e la lode all’unico Dio, il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo.

Signore Dio nostro ascoltaci.

  • O Padre, che hai rivelato il tuo Nome ricco di misericordia verso i tuoi figli, infondi in noi il tuo Spirito perché scompaia da noi ogni ribellione e aderiamo con gioia e amore alla tua volontà, noi ti preghiamo.

  • Sia santificato il tuo Nome, o Dio grande nell’amore, in mezzo a tutti i popoli e la tua gloria risplenda nelle opere buone di tutti i credenti, noi ti preghiamo.

  • La luce evangelica risplenda in ogni nazione perché ogni uomo veda la tua salvezza e creda nel nome del tuo Unigenito Figlio, noi ti preghiamo.

  • Il tuo Spirito scenda nelle profonde ferite dell’umanità e le risani con il balsamo del tuo amore, noi ti preghiamo.

  • Ravviva in noi la grazia del battesimo perché in Te viviamo, di Te ci nutriamo e nella tua conoscenza diventiamo sempre più tuoi familiari a quest’unica mensa che nel tuo amore di Padre prepari ai tuoi figli, noi ti preghiamo.

  1. Padre, fedele e misericordioso, che ci hai rivelato il mistero della tua vita donandoci il Figlio unigenito e lo Spirito di amore, sostieni la nostra fede e ispiraci sentimenti di pace e di speranza, perché riuniti nella comunione della tua Chiesa benediciamo il tuo nome glorioso e santo.

Per Cristo nostro Signore.

Amen.