Né assente né mammo.

L’invenzione sociale di nuove paternità

Marco Deriu

Negli ultimi due decenni la figura del padre e il tema della paternità sono stati al centro nell’ambito delle scienze umane e sociali di un’ampia discussione. Il tono dominante è stato tuttavia quello della “crisi” della figura paterna. A questo proposito il dibattito recente, ha ripreso e reinterpretato una serie di categorie emerse fin dagli anni ’60 con le riflessioni di autori quali Alexander Mitscherlich o Jacques Lacan. Si è parlato dunque di “invisibilità” o “scomparsa” del padre (Zoja 2000; Infrasca 2011), di “rarefazione” e di “dimissioni” (Zoja 2000), di “assenza” (Risé 2003, Parenti 2016), di “eclisse” (Infrasca 2011), di “tramonto” ed “evaporazione” (Recalcati 2011) di “afonia” e “amnesia” (Recalcati 2013), di “dissolvenza” (Lizzola, 2013).
Le analisi hanno descritto una realtà incerta divisa in cui i padri sono “in tensione” (Zajczyk, Ruspini 2008), “in bilico” (Saraceno 2016) tra spinte contrastanti. Contemporaneamente alcuni autori e autrici hanno sottolineato le dimensioni di “sofferenza” (Argentieri 2013) dei nuovi padri o hanno messo a fuoco la dimensione della “fragilità” o della “vulnerabilità” dei nuovi padri come condizione ma anche come elemento generativo (Deriu 2004; Lizzola 2013). Talune ricerche hanno raccontato la situazione attuale nei termini di una dinamica di cambiamento, mutamento e trasformazione complessiva della figura paterna (Zajczyk, Ruspini 2008; Murgia, Poggio 2011), che lascia spazio a nuove fisionomie (Quilici 2010) ad intrecci complessi di tradizione e modernità ma anche alla compresenza nello stesso tempo di paternità “tradizionali”, “in trasformazione” o “post-trasformazione” (Ruspini in Zajczyk, Ruspini 2008). Ma si è anche sottolineato come attorno alla ridefinizione della paternità si giochino nuove forme di sapere, di normazione e di governo degli individui e dei modelli familiari (Petti, Stagi 2015).
Che qualcosa sia cambiato nella realtà della paternità in termini di maggiore presenza, di maggiore coinvolgimento, di nuove interpretazioni del proprio ruolo è un dato condiviso da quasi tutte le analisi e le ricerche, ma le rappresentazioni e le valutazioni di questo cambiamento lasciano spazio a letture molto differenti. Spesso, come ha notato Chiara Saraceno (2016) la prospettiva di un padre “accudente” viene messa in opposizione all’immagine di un padre “legiferante”. Così alcuni autori registrano mestamente lo spostamento verso l’intimità nel solco di una “secolarizzazione del padre” e di una perdita dell’“autorità” paterna (Risé 2003); altri temono che l’evaporazione del padre corrisponda alla dissoluzione della “funzione della Legge” e della capacità di “interdizione” e che lasci spazio a un godimento senza limiti, ovvero al trionfo dell’oggetto e dell’iperconsumismo capitalista (Recalcati 2011); in questa prospettiva la ricerca del padre viene proposta come una sorta di invocazione di una figura capace di testimoniare in qualche modo il senso della Legge in connessione col Desiderio (Recalcati 2013).

Viceversa altre analisi sembrano accogliere più empaticamente e positivamente il declino di modelli autoritari di paternità e l’inaugurazione di modelli più intimi e affettivi di paternità (Deriu, 2004, Quilici 2010; Argentieri, 2013; Zajczyk, Ruspini 2008; Saraceno, 2016). Ad un primo approccio sembrerebbe quasi che le analisi oscillino tra i poli di un’autorità senza intimità o di un’intimità senza autorità. Ma una simile polarizzazione è realmente adeguata a descrivere quello che sta avvenendo? Ovvero il cambiamento nelle forme della maschilità e della paternità che si sta realizzando sotto i nostri occhi? Davvero i padri che si investono nella cura, che imparano a cambiano pannolini, a fare da mangiare ad accompagnare a letto i bambini, ad ascoltarne e valutarne bisogni e richieste sarebbero destinati ad essere meno efficaci ed autorevoli dei padri autoritari e monolitici del passato?
Si può viceversa ipotizzare che la questione centrale del ruolo paterno e della generazione di un modello differente di autorevolezza sia piuttosto una partita del tutto aperta che si sta giocando in primo luogo nelle pieghe del quotidiano, nelle incursioni da parte di una generazione di nuovi padri in territori nuovi e sconosciuti generalmente negletti e in fondo temuti dai padri delle generazioni precedenti. Territori che hanno a che fare con la messa in gioco della corporeità, dell’affettività, dell’emotività, della testimonianza ma anche della cura, dell’educazione ma assieme della vulnerabilità e della fragilità. Molti padri stanno esplorando questi continenti, solitamente in mancanza di veri e propri modelli di riferimento (e cercando semmai di prendere le distanze dai modelli dei propri padri); orientandosi con poche certezze e imparando soprattutto nelle relazioni quotidiane in un confronto aperto con infanti, bambini e adolescenti, ma anche con mogli e compagne che sempre più richiedono una presenza in famiglia qualitativamente, e non solo quantitativamente, differente. In questo paesaggio non ci sono solo perdite, mancanze, assenze, ma anche – forse soprattutto – presenze, esperienze, conflitti, apprendimenti, ripensamenti, invenzioni che attendono di essere narrate e condivise.

Padri materni, padri esploratori, padri iniziatori

In generale gli studi e il confronto diretto con i nuovi padri evidenziano l’esistenza di un fatto sociale nuovo e rilevante: una quota crescente di padri si investe nelle cure primarie, mettendo in gioco dimensioni corporee, psichiche, emotive in passato rifiutate e inesplorate traendone in generale una certa soddisfazione sia in termini di costruzione di relazioni più complete e appaganti sia in termini di maturazione di un senso di sé più articolato.
Ma anche la complessità e l’ambivalenza di questo passaggio e di questi cambiamenti permettono agli studiosi di sottolineare o mettere l’accento su aspetti differenti. L’ingresso e il coinvolgimento dei padri nell’area delle cure primarie rappresenta un’evoluzione straordinaria e potenzialmente rivoluzionaria o un ripiego e una fuga dal conflitto e dal ruolo tradizionalmente regolativo in favore di una posizione più difensiva e narcisistica che produrrebbe addirittura una “caduta della libido” o un’“emarginazione del discorso amoroso”?  In questa discussione è stata ripresa e discussa in termini più o meno critici la definizione giornalistica di “mammo” (Quilici 2010; Argentieri, 1999), o quella di “padre materno” (Argentieri, 1999, 2014) mentre altri studiosi hanno insistito nel descrivere i nuovi padri come degli “esploratori” (Deriu 2004) o degli “iniziatori” Lizzola, 2013) sottolineandone la componente inventiva e generativa. In gioco fra l’altro in questa discussione è l’interrogativo se i nuovi padri stanno semplicemente replicando ruolo e attitudini apprese imitando le proprie madri o le proprie compagne o se stanno anche mettendo in campo e sperimentando modalità nuove capaci di pescare e mobilitare risorse e attitudini a partire dal proprio bagaglio di esperienze “maschili”.  Pochi fin ora in Italia gli studi che hanno tentato di osservare la nascita, l’evoluzione e la trasformazione di questi “nuovi padri” nel corso del tempo. C’è stato un tentativo di provare a confrontare l’immaginario dei padri nella fase precedente alla nascita e l’autorappresentazione degli stessi nelle prime fasi di cura successive alla nascita (Deriu, 2012). Se tendenzialmente i padri incontrati nel periodo prenatale si proiettavano nel futuro come padri presenti, affettuosi, comprensivi, incoraggianti e non castranti, già pochi mesi dopo la nascita molti dei neo-padri cominciano a riconoscere che le realizzazioni sono state spesso inferiori alle attese. Mentre una piccola percentuale è riuscita a costruire un proprio percorso originale e differente, molti hanno semplicemente diminuito le attese e si sono adeguati ad un’esperienza di paternità tutto sommato un po’ meno innovativa ed originale.  C’è stato anche chi ha condotto una vera e propria ricerca longitudinale con un gruppo di padri intervistati nei mesi appena precedenti o successivi alla nascita e poi incontrati e intervistati di nuovo a distanza di dieci anni (Ulivieri Stiozzi 2008). Da questo confronto è emerso come il timore di ripetere e riprodurre i comportamenti rigidi, la distanza emotiva e l’incapacità di cura registrati nei propri padri, non sia stato fortunatamente confermato. Questi nuovi padri sono senz’altro differenti da quelli delle generazioni precedenti. Sono più presenti e più attenti nella cura delle relazioni filiali. Ma d’altra parte emerge come il passare del tempo allontani questi padri da una fase eroica e li riporti a riavvicinarsi di più alle forme tradizionali di paternità, specialmente per quanto riguarda l’importanza dell’impegno professionale come elemento centrale nella propria vita. Essi sembrano ritagliarsi una forma di presenza di aiuto e di supporto ma comunque secondaria rispetto alla centralità della figura materna nell’assunzione del carico di cura. La difficoltà a “trovare tempo”, a far spazio al rapporto con i figli man mano che crescono pone evidentemente non solo una questione di tempo ma anche una difficoltà a passare da un coinvolgimento legato al gioco ad uno più oneroso legato all’accompagnamento nelle attività scolastiche: compiti, processi di apprendimento, delusioni ecc.  La possibilità di confrontare le autorappresentazioni dei padri prima della nascita con l’investimento reale immediatamente dopo la nascita e poi in fasi successive della crescita a distanza di anni introduce una riflessione importante legata alla tensione tra aspettative e autorappresentazioni e la reale capacità di modificare priorità, tempi e modelli organizzativi, per mettere in campo una presenza qualitativamente differente. Da questa divergenza tra nuovi immaginari ed aspettative e trasformazioni concrete, si possono desumere abbastanza chiaramente due tipi di problemi.
Il primo è che pur essendoci un maggiore desiderio di essere presenti ed attivi, si fatica comunque a modificare l’organizzazione personale e lavorativa per dedicare ai figli il tempo che si riterrebbe opportuno. Questo primo aspetto rende evidente che per divenire “nuovi padri” occorre non solamente immaginarlo e desiderarlo, ma anche azzardare scelte e cambiamenti complessi che riguardano priorità, tempi, organizzazioni, abitudini nella propria vita personale, professionale e relazionale.  Il secondo problema riguarda invece la disgiunzione tra aspettative culturali e sociali verso i nuovi padri e le risorse e gli strumenti reali che si è in grado di mettere in gioco nelle nuove dimensioni genitoriali. Al di là di un’attesa generalmente condivisa verso una paternità più presente, attiva e consapevole, resta il fatto che mentre le madri possono far conto su un expertise culturalmente e socialmente trasmesso verticalmente di madre in figlia e condiviso orizzontalmente tra amiche, viceversa i padri si presentano a questo nuovo appuntamento in gran parte poveri sul piano della trasmissione verticale da parte dei propri padri e dall’altra  Emerge inoltre come l’esperienza della paternità si rimette in gioco in modo nuovo, con richieste, bisogni, necessità di strumenti e competenze differenti, a seconda delle diverse fasi della crescita dei figli. Da questo punto di vista va considerato anche il rischio per i nuovi padri di gestire con slancio la fase delle cure primarie, ovvero i primi mesi e anni dopo la nascita nelle quali i neonati sono totalmente dipendenti dai genitori e quindi sono totalmente in balia delle loro cure e scelte; per poi vivere con più difficoltà e distacco le tappe degli anni successivi, quando la soggettività, l’alterità e la richiesta di confrontarsi da parte del bambino inizia a manifestarsi per poi affermarsi sempre più.  È importante comprendere come la presenza e la cura paterna nelle diverse fasi della crescita dei figli richieda la capacità di integrare insieme dimensioni differenti – dolcezza e risolutezza, tenerezza e capacità di conflitto – e presuppone quel livello di flessibilità che permette un’evoluzione e una trasformazione delle disposizioni e delle attitudini genitoriali. In altre parole non c’è un modello unico paterno da inaugurare e conquistare una volta per tutte con la nascita dei figli ma una sfida che cambia, evolve e si trasforma attraverso le stagioni della vita (propria e dei figli).  In prospettiva dunque la scommessa di una paternità responsabile andrà misurata sulla capacità di elaborare e sperimentare nuove forme di cura e accudimento paterni lungo l’intero arco della vita, dall’infanzia all’adolescenza, dalla fase dell’autonomia a quella della vecchiaia. 57

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(FONTE: Padri che cambiano. Primo rapporto sulla paternità in Italia, Università degli Studi Roma 3, 2017, pp. 53-58)