L’umorismo di Dio

GianPaolo Salvini

Il tema dell’umorismo nella letteratura religiosa, anche sulla nostra rivista, non è certamente nuovo [1]. Crediamo però che una breve Nota possa aiutare i lettori a tenere viva una dimensione fondamentale dell’esistenza umana che, tra l’altro, ci sembra messa a rischio in particolare nella nostra società occidentale, in cui i conflitti e le tensioni quotidiane corrono sempre il rischio di radicalizzarsi ed esasperarsi, perdendo di vista la moderazione offerta dall’umorismo o, si potrebbe dire con un termine quasi equivalente, dall’ironia [2].

Il tema speriamo sia gradevole, tenendo presente che di umorismo abbiamo bisogno tutti, anche i cultori di scienze laiche, come gli economisti.
La prestigiosa rivista inglese The Economist, ad esempio, ha scritto che il compito dell’economia è quello di dedicarsi a studiare come mai le sue previsioni non si avverano. Nel titolo si fa riferimento all’umorismo di Dio. In realtà, per parlare di Dio, partiamo sempre dalla nostra esperienza umana, nella quale si riflette anche l’azione di Dio. È indubbio che l’umorismo sia un mezzo regale per stabilirci nella serenità. Esso fa parte della saggezza, che è dono dello Spirito Santo; anzi, è il sale della vita – e della vita dei credenti in particolare –, che la preserva da ogni guasto.
La storia di tante eresie è in buona misura la storia della perdita del senso dell’umorismo. Si potrebbe aggiungere che anche la perdita di tante vocazioni racconta una storia di smarrimento del senso dell’umorismo. Chi ne è privo, prende tutto sul serio e, per ciò stesso, fa diventare ogni cosa molto drammatica; o, anche senza sfociare nel dramma, almeno si complica la vita. Uscendo dall’ambito delle esperienze religiose, uno psicologo racconta che due suoi colleghi, privi di umorismo, si incontrano per strada e, dopo un silenzio imbarazzante, si salutano; poi entrambi, per tutto il resto della giornata, si chiedono angosciati: «Che cosa avrà voluto dirmi?».

Alcuni elementi dell’umorismo

Evidentemente ci sono molti tipi di umorismo, che fiorisce in ogni campo. Possiamo dire che elementi propri dell’umorismo – o del sense of humour – sono la capacità di cogliere i lati buffi e contraddittori della vita, ridendone con benevola comprensione; uno sguardo superiore, che consente di vedere meglio e «oltre»; un’intelligenza nuova, che relativizza e ridimensiona quanto si vorrebbe prendere per assoluto ed eccelso. Alla base del meccanismo umoristico sembra esservi costantemente un rapporto tra sfondo e primo piano, che viene improvvisamente ribaltato. Si ha quindi un modo diverso di vedere la medesima realtà. Ciò che era secondario diventa visibile, e si mette in evidenza un non detto che, anche se velato, trasgredisce la logica e costituisce un elemento di sorpresa. Molti spunti di questo genere si possono trovare nel Vangelo di Luca, tipico nel rovesciare le situazioni, in cui il lettore si aspetta, ad esempio, che una parabola finisca in un certo modo, mentre Gesù conclude in un modo sorprendentemente diverso. Molto dipende evidentemente anche dallo stato d’animo che uno vive, e che non è sempre quello evangelico. Ne sono un esempio i due discepoli di Emmaus, che nello scoraggiamento dovuto al fallimento dei loro sogni, davanti allo sconosciuto viandante che sembra ignaro degli ultimi eventi svoltisi in città, gli citano esattamente il kerygma, cioè il messaggio della salvezza, ma lo fanno, con involontario umorismo, per dimostrare che tutto è andato male, non per attingerne una consolazione.
Questa capacità di vedere qualcosa che altri non vedono ha un’altra qualità, che è propria del divino, cioè la qualità dell’artista.
Per questo l’umorismo ha un legame forte con la creatività, l’arte e la genialità: quando cioè in poche battute si elabora una briciola di sapienza. Venendo all’aspetto più spirituale, diciamo che lo humour nasconde un giudizio implicito, fondato su una concezione dell’uomo e dell’esistenza umana [3]. Kierkegaard considera l’umorismo come l’estrema approssimazione dell’umano a ciò che è propriamente religiosocristiano. Anche se apparentemente è vero il contrario: com’è possibile conciliare l’assoluto di Dio e il sense of humour? Hugo Rahner, riprendendo un’idea del celebre storico olandese Johan Huizinga, vuole dimostrare che la perfezione dell’etica umana è una misteriosa riproduzione di quell’eterna Sapienza che gioca dal principio al cospetto di Dio. Alla domanda: «È umorista, Dio?», la risposta viene anzitutto dal mistero dell’Incarnazione. Che Dio, eterno e infinito, del quale nessuno può vedere il volto e rimanere vivo (cfr Es 33,20); che questo Dio assuma la natura umana e diventi uomo come noi, e come noi soffra la fame e la sete, il freddo e il caldo, subisca la passione e la morte, tutto ciò sconvolge la mente.
Ma se l’uomo si smarrisce, Dio «si diverte» di un divertimento che è espressione di amore infinito e che sfugge a ogni comprensione.
Dietro lo scandalo dell’Incarnazione c’è l’abisso inesplicabile della ricchezza dell’amore e della sapienza con cui Dio ha disposto la trama segreta dei fatti di cui la storia umana è intessuta.
Se la base dell’umorismo va ricercata nella legge del contrasto e nell’accostamento dei contrari, bisogna concludere che, in fatto di umorismo, Dio è maestro insuperabile. «Quello che è stolto per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i sapienti; quello che è debole per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i forti» (1 Cor 1,27). Tutta la storia della Chiesa è una sequela di scelte – di persone, di eventi, di strumenti – che Dio opera con immutato senso dell’umorismo e che le conferiscono un inconfondibile sapore di ottimismo e di gioiosa sorpresa. È vero che nel Vangelo Gesù non ride mai apertamente, anche se il Vangelo è pieno di benevoli sorrisi; probabilmente però non perché – come sosteneva un eccellente professore di religione, che forse aveva letto in merito il pensiero in san Francesco di Sales, che già ne parlava – in una barzelletta quello che conta sono la sorpresa e la battuta finale che capovolgono la situazione, e Gesù non poteva riderne, perché sapeva già sempre… come sarebbe andata a finire.

L’umorismo cristiano

Un gesuita ungherese, Ladislaus Boros, professore a Innsbruck, scriveva che l’intimo nucleo dell’umorismo cristiano risiede nella forza del religioso. L’umorismo vede il terreno e l’umano nella loro inadeguatezza davanti a Dio; vede come tutto ciò che è terreno sia imperfetto. Tuttavia questa stessa rassegnazione, a sua volta, è elevata nella certezza che tutto quello che è finito è circondato dalla grazia di Dio. L’uomo che ha umorismo ama il mondo, malgrado la sua imperfezione, anzi lo ama proprio in essa, come fa Dio [4]. Sa essere grato a Dio, perché vive in questo mondo imperfetto.
Tra gli effetti più importanti dell’umorismo cristiano c’è il fatto di demitizzare noi stessi e gli altri. Ci sono momenti in cui siamo tentati di vederci in prospettive eroiche, ci sentiamo padroni del mondo, capaci di sfidare e vincere tutte le debolezze. L’impatto con la realtà della nostra miseria allora potrebbe essere drammatico, e la valvola di sicurezza è appunto l’umorismo, che non nasconde le nostre debolezze, ma ce le fa vedere con lo sguardo del Signore. In genere, per far questo Egli si serve delle creature o di altri. Come avvenne con il canto del gallo per san Pietro.
Su queste prospettive eroiche crollate germinano l’umiltà e la fiducia.
La prima, come diceva san Giovanni XXIII, ricorda agli anziani che il mondo non è finito con loro, e ai giovani che il mondo non è cominciato con loro. La seconda ci proietta in avanti e ci rimette al nostro posto nel pezzetto di storia che dobbiamo percorrere, avvolgendoci in uno sguardo di tenerezza e di indulgenza.
Il card. Henry de Lubac riportava il consiglio di un anonimo cenobita, che diceva: «Se la tua anima è turbata, va’ in chiesa, prosternati e prega. Se la tua anima rimane ancora turbata, va’ dal padre spirituale, siediti ai suoi piedi e aprigli l’animo. E se la tua anima è sempre turbata, ritirati allora nella tua cella, stenditi sulla stuoia e dormi». Possiamo ricordare quanto dice il Salmo 2: «Ride colui che sta nei cieli» (v. 4), ma, come nota Karl Rahner, Dio ride con calma, quasi come se tutto questo non lo toccasse, e ridendo afferma che anche un semplice riso puro, che scaturisce da un cuore retto, dinanzi a una qualsiasi idiozia di questo mondo, riflette un’immagine e un raggio di Dio. Di quel Dio il cui riso sta a dimostrare che, in fondo, tutto è buono e tutto è grazia.
Se il sano umorismo si può definire come la capacità di ridere delle cose che si amano (compresi noi stessi e ciò che ci riguarda), il cammino dell’umorismo nella vita spirituale va di pari passo con l’umile amore per la croce e il Crocifisso, e in particolare nel dialogo del credente con se stesso e con Dio. La conversione, frutto dell’umorismo biblico, è «ricordare» (cioè, etimologicamente, «tenere nel cuore») che l’uomo non è l’educatore di Dio, ma semmai è il contrario, perché è da questa presunzione che nascono i guai e i problemi. L’umorismo costituisce un elemento prezioso per una vita sana ed equilibrata anche dal punto di vista spirituale, perché ha molto a che fare, come si diceva, con il gratuito, la creatività, l’intelligenza, tutti elementi indispensabili per il rapporto con Dio. Non per nulla la Bibbia ha molti legami con l’umorismo. Basti pensare ai libri sapienziali, a molti racconti, ai proverbi e alla curiosità di sapere, che rivela il modo di osservare il mondo con atteggiamento divertito. La capacità di essere al tempo stesso distaccati dalle proprie rappresentazioni della realtà e pienamente e appassionatamente coinvolti nelle cose di Dio non è soltanto l’espressione di un profondo e sano umorismo cristiano, ma è un sentimento della relatività di tutto ciò che non è Dio.
Nei santi – che sono gli innamorati di Dio – si nota che questa profonda libertà di spirito si abbina a un altrettanto profondo sense of humour. Non è semplicemente questione di buon carattere, di simpatia umana e di facilità alla battuta spiritosa, ma è anche conformità all’esperienza di quanto tutto sia tremendamente relativo all’infuori di quell’Unico che è ineffabile e dinanzi al quale tutto risulta piccolo e limitato.

L’umorismo come antidoto alla paura

Infine, l’umorismo è anche un forte antidoto contro la paura. C’è da chiedersi se uno dei nostri compiti fondamentali nella vita non sia quello di vincere le paure, alle volte incontrollabili, che ci assalgono.
L’umorismo è un modo per esorcizzare il male. Basti pensare a tutte le sacre rappresentazioni che dal XII secolo in poi – cioè in un Medioevo segnato da calamità, pesti, guerre e malattie – hanno messo in ridicolo il diavolo e ciò che esso rappresentava e la cui suggestione scompariva quando l’uomo di Dio sorrideva di lui. Questo era un modo di esorcizzarne la paura. Con l’umorismo molti santi hanno esorcizzato la morte, restituendole il suo senso umano, nella luce di Dio. Il nostro mondo attuale non è più capace di farlo se non in modo deformato e privo di umanità, facendo finta che la morte non ci sia. Di due eremiti della Tebaide si racconta che, invecchiando da buoni vicini in due grotte poco distanti, uno dicesse all’altro: «Caro fratello, stiamo invecchiando.
Quando uno di noi due sarà morto, io tornerò in città».
Ma persino davanti al fascinans et tremendum di Dio, che si può rendere presente nella nostra vita, l’umorismo può dare un aiuto, anche agli uomini di Chiesa. Senza riandare ai tempi antichi, ricordo un vescovo di una grande città dell’Italia del nord, che a un giornalista che gli chiedeva se credesse ai miracoli o alle apparizioni della Madonna nella nostra epoca, rispose: «Certamente Dio può aprire una pagina di soprannaturale anche in un mondo secolarizzato come il nostro, ad esempio operando dei miracoli o mandando la Madonna a portare un messaggio di speranza e di gioia agli uomini o a una Chiesa particolare. Ma, per favore, non alla mia diocesi. Io di guai ne ho già abbastanza».
Se questo capitasse anche a noi, dovremmo ricordarci delle pagine del Vangelo in cui l’irruzione di Dio spaventa, come nel caso di Maria nell’Annunciazione, o dei pastori nella notte di Natale, ma in cui l’angelo aggiunge sempre ai protagonisti, e speriamo anche a noi: «Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia» (Lc 2,10).

NOTE

  1. Cfr, solo per fare alcuni esempi, «Umorismo e vita cristiana» (editoriale), in Civ. Catt. 1986 III 3-14; L. Larivera, «Natura e necessità dell’umorismo», ivi 2004 III 130- 142; H. Zollner, «Considerazioni psicologiche sull’umorismo e il riso», ivi 2010 II 533- 545; G. Cucci, «Umorismo e qualità della vita», ivi 2013 I 246-257; Id., «Umorismo e vita spirituale», ivi 2013 I 463-474; F. Castelli, All’uscita del tunnel. Panoramiche religiose dell’odierna letteratura, Città del Vaticano, Libr. Ed. Vaticana, 2009, dai quali riprendiamo alcuni concetti ed espressioni.
    2. Occasione di queste note è stato l’intervento dell’autore (qui in buona parte riprodotto) in occasione dell’emeritato come Accademico della Pontificia Accademia di Teologia, conferito contemporaneamente ad altri due Accademici (il prof. Romano Penna, biblista, e la prof.ssa Ysabel de Andia, patrologa), durante una cerimonia svoltasi l’8 maggio 2017 alla Pontificia Università Lateranense.
    3. Cfr Dictionnaire de Spiritualité, VII/1, Paris, Beauchesne, 1969, 1189.
    4. Cfr L. Boros, Sperimentare Dio nella vita, Brescia, Queriniana, 1980, 34.

© La Civiltà Cattolica 2017 II 484-489 | 4007 (3/17 giugno 2017)