Riflessioni sul «sacrificio» della croce

Carlo Molari

Ho terminato l’ultimo articolo riassumendo con una breve formula la tensione dell’attuale teologia a proposito del sacrificio della croce e dell’altare. Molti cristiani oggi sostengono che non ha alcun senso attribuire a Dio una volontà di rivalsa sul Figlio per i peccati degli uomini. Nessuno, credo, oggi pronuncerebbe le parole (già citate) del Vescovo Jacques Bénigne Bossuet (1627-1704), secondo cui Dio «colpì il suo Figlio innocente mentre questi lottava con la collera di Dio» così che «quando un Dio vendicatore mosse guerra a suo Figlio, il mistero della nostra pace si compì» (citato da G. O’ Collins, Gesù, oggi, S. Paolo, Cinisello Balsamo 1993, p. 224).
Ci sono però ancora molti cristiani che non si sentono di rinunciare completamente al Dio che si offre come vittima per i peccati umani. Questa idea sembra conservare una funzione consolatrice.
In realtà le argomentazioni addotte per sostenerlo sono oggi improponibili per molte ragioni. Ne richiamo due che possono sembrare secondarie ma che credo molto incidenti nell’attuale contesto.

La prospettiva evolutiva

Nella visione evolutiva il modello della riparazione giuridica, sia personale che vicaria, in qualsiasi modo venga intesa, non ha più alcun significato. L’uomo infatti, inserito in un processo vitale, diventa il male (o il bene) che compie. Egli deve diventare, non può farne a meno. Il peccato può essere riparato solo dalla novità di vita del peccatore. L’azione creatrice di Dio offre sempre nuove possibilità e può sempre essere accolta, ma non si sostituisce mai alle creature né le completa dal di fuori. Il peccatore deve cambiare accogliendo l’azione rinnovatrice di Dio, deve realmente diventare nuovo. Il reale divenire del peccatore si realizza solamente accogliendo l’azione misericordiosa e gratuita di Dio, il quale non chiede nulla per offrire perdono. Papa Francesco richiamando «la continuazione dell’azione creatrice» (Tommaso d’Aquino, Summa theologiae I, q. 104, art 1 ad 4) scrive in modo chiaro: «lo Spirito di Dio ha riempito l’universo con le potenzialità che permettono che dal grembo stesso delle cose possa sempre germogliare qualcosa di nuovo» (Laudato si’, n. 80).
Roberto Mancini nel libro Il senso della misericordia (Romena, Pratovecchio 2016) osserva con molta coerenza: «La logica evangelica non è quella dello scambio, è quella della gratuità e del prendersi cura. È la logica della giustizia che guarisce e non colpisce perché la misura di riferimento è quella dell’amore che incondizionatamente vuole il bene di chi è amato» (ib., p. 49). Egli però aggiunge «il fatto di avere configurato la logica evangelica come logica dello scambio supremo – il ‘sacrificio’ di Cristo in cambio della salvezza – ha avuto e ha conseguenze di portata profondissima non solo per la cristianità ma per la società in generale» (ib.). Ne deriverebbe come conseguenza che «siamo fatti non per la felicità ma per la sofferenza; della felicità siamo indegni e la sofferenza è meritata; il primato dei valori supremi e delle autorità, a partire dal Sacro, implica la produzione di vittime non riconosciute come tali» (p. 51 riassume lo sviluppo del capitolo 4° alle pp. 5164 intitolato: Nel regime sacrificale).
Nella prospettiva evolutiva invece la creatura non viene punita perché è fatta per la felicità e tutta la storia della salvezza è la tensione profonda del reale verso una pienezza di vita alimentata dalla forza creatrice. Il male e il limite sono componenti necessari del processo perché la creatura non può accogliere in un solo istante tutta la perfezione che viene donata. Accettare i limiti e la fatica del vivere è necessario in modo assoluto per la creatura, non come punizione ma come condizione per allargare gli spazi della propria persona, accogliere l’azione di Dio e divenire suoi figli.
Anche in questa visione, tuttavia, è pienamente condivisibile ciò che scrive Mancini: «Tra sacrificio e dono c’è una profonda differenza che intercorre tra il dare la morte e il dare la vita. Far coincidere le due cose è indice quanto meno di grande confusione e di scarsa lucidità. Se l’operazione di identificazione tra i due termini viene fatta nel contesto della fede cristiana, intesa come religione, diventa ancora più forte la contraddizione tra ciò che gli uomini pensano di Dio e ciò che Dio rivela di sé e della sua volontà…» (p. 34).
Per giungere a questa conclusione Mancini non si richiama al modello evolutivo, ma preferisce negare che il cristianesimo sia una religione: «Contro l’evidenza dell’ovvietà acquisita nella nostra cultura, non è affatto detto che il cristianesimo sia una religione» (ib., p. 29). «Nel cristianesimo così inteso il sacrificio è il fondamento non solo concettuale, ma mitico e rituale di tutto il versante clericale, dualistico, autoritario e devozionistico della tradizione ecclesiale. Mentre la fedele tradizione della chiesa, spesso marginale e poco riconosciuta, si fonda sulla vita e sulla parola di Gesù, tale altro tipo di tradizione, quella della cristianità religiosa, ha nel sacrificio il nucleo del suo mito fondatore. Ma in realtà si tratta di un mito estraneo al Vangelo» (ib., p. 29).
Non credo sia possibile negare il carattere religioso del cristianesimo, se per religione si intende la struttura simbolica della fede vissuta. Si tratta di dare a «sacrificio» un possibile senso discendente.

Espiazione in senso biblico

Nella religione cristiana, infatti, non è l’uomo che offre qualcosa a Dio, ma è Dio che per mezzo di Cristo e del suo Spirito offre gratuitamente salvezza all’uomo. Per capire bene questo dinamismo, vissuto già nella liturgia ebraica al tempo di Gesù, occorre richiamare il senso della parola espiazione. Un errore frequente è l’uso del termine espiazione biblica nello stesso senso giuridico di soddisfazione. Mentre da decenni biblisti e anche giuristi hanno messo in luce la differenza tra espiazione e soddisfazione ed è strano che vi siano ancora resistenze a riconoscerlo.
Espiazione, infatti, è un termine biblico che ha valore salvifico discendente: indica cioè l’azione con cui Dio purifica o cancella i peccati dell’uomo attraverso il simbolo del sangue. Nel rituale del tempio non l’uomo opera salvezza ma Dio lo purifica di sua iniziativa e gratuitamente. Espiazione in questa prospettiva indica l’azione gratuita di Dio che perdona l’uomo. La morte di Gesù è stata interpretata attraverso la categoria del sacrificio, ma intesa nell’orizzonte dell’ebraismo dove Dio opera ed espia cioè purifica l’uomo: «è stato Dio infatti a riconciliare a sé il mondo in Cristo, non imputando agli uomini le loro colpe» (2 Cor 5,19). Questa non imputazione non dipende da alcuna offerta di Cristo a Dio bensì dalla dinamica gratuita di Dio che in Cristo appare e si dona.
Mentre nella storia delle religioni il sacrificio è l’azione con cui l’uomo offre qualcosa a Dio nella liturgia del tempio ebraico è sempre Dio che, senza chiedere nulla, purifica l’uomo dal peccato. La chiave di questo capovolgimento sta nell’uso del termine ebraico ‘espiazione’ inteso in senso discendente. I biblisti e anche alcuni giuristi si sono resi conto che il senso corrente di espiazione non corrisponde all’uso ebraico e al valore della radice kpr (verbo kipper e sostantivo kippur), che significa coprire, purificare, cancellare. Kippur indica perciò l’atto con cui Dio cancella o copre i peccati e purifica quindi i peccatori. Rinaldo Fabris osservava: «Nel rituale dell’espiazione il soggetto del verbo kipper, ‘espiare’, è Dio, per cui questo ‘espiare’ equivale a ‘perdonare’» (in D. Fiorensoli (ed.), Colpa e sacrificio. Il sacrificio vicario nella storia delle religioni, Il segno dei Gabrielli Ed., Verona 2002, p. 113). Ancora oggi gli ebrei di Roma nel giorno dello Yom Kippur (giorno dell’espiazione) per tre volte invocano Dio con queste parole: «chiediamo da Te salvezza, espiazione, purificazione, redenzione» (sono grato a Marco Cassuto Morselli per il testo in uso nella sinagoga di Roma).
Anche il Catechismo della Cei per gli adulti intitolato La Verità vi farà liberi accoglie questa prospettiva: «Espiazione è da intendere come purificazione, non come castigo sostitutivo (cfr. Eb 9,11-28; 10,5-8). Cristo non è stato condannato da Dio al posto nostro (cfr. 1 Pt 2,21)» (Città del Vaticano 1972 n. 256, p. 133). Purtroppo nello stesso catechismo si aggiunge che Cristo «ha sofferto al posto nostro e a vantaggio nostro (cfr. 2 Cor 5,14)» (ib.). Il che lascerebbe supporre che Dio in ogni caso richiede sofferenze come punizione del peccato e che accetterebbe la sofferenza di Cristo al posto nostro. Questa impostazione deve essere negata in modo assoluto. Certamente al peccato consegue sofferenza e imperfezione, perché l’uomo diventa il male che fa e si oppone allo sviluppo evolutivo. Ma la sofferenza è una conseguenza intrinseca e non corrisponde a una decisione di Dio il quale, secondo la formula del profeta Geremia nella Nuova Alleanza afferma: «perdonerò la loro iniquità non ricorderò più i loro peccati» (Ger 31, 34). Anche secondo S. Paolo siamo giustificati «gratuitamente, per sua grazia» (Rom. 3,24). Credo che il termine sacrificio abbia acquisito anche un senso laico che non implica un’offerta fatta a Dio. Non c’è quindi urgenza di cambiarlo.

(Rocca n. 11, 1 giugno 2017, pp. 50-51)