PENTECOSTE – A – di Giuseppe Bellia

Pentecoste! Vento forte,

soffio da labbra pure,

lo Spirito tutto scuote

e, come fuoco, su tutti

scende e ivi dimora.

Gioisci o anima mia

ed esulta, mio spirito,

viene lo Spirito Santo

per mutarmi in tempio

santo del Dio vivente.

Scendi, o santo Spirito,

fuoco a Dio sostanziale,

cambia ogni mia parola,

che da geenna sale

e mi sporca la vita.

Nel silenzio della mente

si fa pura ogni parola

e dagli occhi lucenti

scendono le lacrime.

limpide e ristoratrici.

O Spirito, fonte d’amore

che infondi i sette doni,

e tutto penetri di vita,

accogli la nostra lode

con il Padre e il Figlio.

Amen.

PRIMA LETTURA                                             At 2, 1-11

Dagli Atti degli Apostoli.

1 Mentre il giorno di Pentecoste stava per finire, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo.

Stava per finire (lett: compiersi). l’espressione è esattamente parallela a Lc 9,51: «Mentre stavano compiendosi i giorni della sua assunzione, egli indurì il suo volto per andare verso Gerusalemme». La pienezza del giorno della Pentecoste è in rapporto alla pienezza dei giorni dell’assunzione di Gesù: la Pentecoste giunge al suo compimento solo dopo che è giunta al suo compimento l’assunzione di Gesù: e di questo avvenimento come compiuto, gli Atti parlano 3 volte nel c. 1: 2.11.22.

La parola «assunzione» (Lc 9,51) è usata per Gesù e inizia con la sua salita a Gerusalemme e si chiude con la salita al cielo, è un unico evento che assorbe e adempie in sé la Pasqua dell’Antica Alleanza; come la venuta dello Spirito è unico evento che assorbe e adempie in sé la Pentecoste.

Pentecoste, se ne parla in Lv 23,15-22. Successivamente è vista come la festa dell’alleanza (Qumran 1 Q S). Nel libro dei Giubilei è considerata la festa più grande perché è la festa del rinnovo dell’Alleanza (6,20).

nello stesso luogo, è sottolineata fortemente la totalità e unità della Chiesa.

2 Venne all’improvviso dal cielo un rombo, come di vento che si abbatte gagliardo, e riempì tutta la casa dove si trovavano.

All’improvviso: parola usata solo negli Atti 3 volte: qui, in 16,26 quando Paolo è messo in prigione a Tiatira, in 28,6 quando gli abitanti di Creta si aspettano che egli cada all’improvviso morto; l’avverbio indica un avvenimento inatteso o che si attende succeda da un momento all’altro;

dal cielo donde è stato assunto Cristo come dice in 1,11: dal luogo dove si è compiuta l’assunzione parte questo evento.

un rombo: termine proprio della teofania del Sinai (cfr. Es 19,16); la voce della tromba suonava forte, (cfr. Eb 12,19). Nota in Es 19-20 ricorre 7 volte la parola voce; questa è la base, nella tradizione giudaica, della manifestazione di Dio a 70 nazioni. Filone dice (De Specialibus legibus 2, 489): «la tromba del Sinai giunge fino ai confini del mondo». Nel tempo di Lc c’è un’interpretazione giudaica del Sinai come appello alle nazioni.

come di vento che si abbatte gagliardo [lett.: violento portante via] – (il termine greco vuol dire anche respiro vitale: At 17,25). Questo vento impetuoso è lo stesso che sull’Oreb precede la manifestazione di Dio ad Elia (cfr. 1Re 19,11).

e riempì tutta la casa dove si trovavano. Questa pienezza può essere riferita alla promessa del Padre. La promessa ad Abramo giunge al suo compimento; ricorda pure la gloria di Dio che riempie il Tabernacolo (cfr. Es 40,34.35) e la nube che riempie la Casa di Dio (cfr. 1Re 8,10): così la casa dove abitavano diviene il luogo della Presenza di Dio. Cosa singolare in tutta la Scrittura è che non la nube, ma il vento impetuoso riempie tutta la casa.

«Lc 8,23: venivano riempiti ed erano in grande pericolo. Ci sono due modi di riempimento diversi: da una parte il mondo è riempito dall’onda impetuosa – dall’altra la casa è riempita dallo Spirito» (d. G. Dossetti, appunti di omelia, S. Antonio, 14.4.72).

3 Apparvero loro lingue come di fuoco che si dividevano e si posarono su ciascuno di loro;

che si dividevano «vuol dire che le lingue non si erano scisse, ma che erano distinte» (G. Schneider, o.c.., p 354). «Lc 22,17: come lo Spirito così il Calice viene diviso: l’Eucarestia è l’unità perfetta di tutta la creazione ed è anche la personalizzazione di ogni creatura» (d. G. Dossetti, appunti di omelia, S. Antonio, 14.4.72).

le lingue, per comunicare loro il dono della Parola,

come, dice il mistero,

di fuoco, questo è il fuoco del Roveto e del Sinai;

e si posarono [lett.: si sedette], s’intende ogni lingua, su ciascuno di loro. In tale modo si realizza il battesimo del Messia nello Spirito Santo e nel fuoco (Lc 3,16). «il cambiamento dal plurale (apparvero) al singolare (si sedette): lo Spirito è l’universalità e a un tempo realizza le singole persone: Egli unifica delle persone che sono da Lui ricreate» (d. G. Dossetti, appunti di omelia, S. Antonio, 14.4.72).

4 ed essi furono tutti pieni di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue come lo Spirito dava loro il potere d’esprimersi.

Ed essi furono tutti pieni di Spirito Santofurono pieni, ciascuno secondo la sua capacità; questa pienezza deve essere inebriante perché ad agire non è più l’uomo ma lo Spirito. Lo Spirito Santo, reso visibile dal suono come di vento impetuoso che riempie tutta la casa e dalle lingue come di fuoco, appare ora come il protagonista di tutto l’evento – e cominciarono a parlare in altre lingue, non solo nella lingua d’Israele ma anche in quelle delle Genti. Le lingue delle Genti vengono purificate nella Pentecoste da ogni idolatria e divengono idonee a esprimere le meraviglie di Dio. La Chiesa infatti è formata da ogni popolo, lingua e nazione. Negli Atti il parlare in lingue è interpretato come «magnificare Dio» (cfr. 2,11 con At 10,46) e «profetare (cfr. 2,18 con 19,6)». (G. Schneider, o.c., n. 59 p. 347) – come lo Spirito dava loro il potere d’esprimersi [lett.: secondo che lo Spirito dava loro di esprimersi]. Esprimersi, il verbo greco significa un parlare solenne ed entusiasta, ma non estatico (G. Schneider, o.c., n. 60 p. 347). Il verbo è volutamente ripreso in 2,14 all’inizio del discorso di Pietro perché quanto l’apostolo dice viene dallo Spirito; è usato da Paolo di fronte a Festo.

5 Si trovavano allora in Gerusalemme Giudei osservanti di ogni nazione che è sotto il cielo.

Dal piccolo gruppo dei discepoli lo sguardo si allarga a tutta Gerusalemme, città cosmopolita del giudaismo. Infatti da sempre ogni ebreo desidera abitare in Gerusalemme, o per lo meno passarvi un periodo. «Non si tratta di pellegrini venuti dalla diaspora per la festa di Pentecoste, ma di giudei della diaspora che spesso, per motivi religiosi, rimpatriavano per vivere nella città del tempio» (G. Schneider, o.c., p. 348).

La motivazione religiosa del loro rimpatrio è data dal libro che li definisce Giudei osservanti.

Più che darci una notizia storica il racconto vuole prepararci alla missione universale che passa attraverso Israele presente in tutte le nazioni che sono sotto il cielo.

6 Venuto quel fragore, la folla si radunò e rimase sbigottita perché ciascuno li sentiva parlare la propria lingua.

Il fragore, di cui si parla al v. 2, si ode in Gerusalemme e provoca il radunarsi della folla. Lo stupore aumenta perché i discepoli, che hanno ricevuto lo Spirito, parlano nelle varie lingue native dei presenti.

7Erano stupefatti e fuori di sé per lo stupore dicevano: «Costoro che parlano non sono forse tutti Galilei?

Erano stupefatti e fuori di sé per lo stupore. Quello che sta accadendo porta gli ascoltatori ad andare fuori di sé per lo stupore perché non riescono a spiegarsi il fatto che uomini provenienti dalla Galilea possano parlare in diverse lingue. Essi li riconoscono infatti come quelli che avevano seguito Gesù.

8 E com’è che li sentiamo ciascuno parlare la nostra lingua nativa? 9 Siamo Parti, Medi, Elamìti e abitanti della Mesopotamia, della Giudea, della Cappadòcia, del Ponto e dell’Asia, 10 della Frigia e della Panfilia, dell’Egitto e delle parti della Libia vicino a Cirène, stranieri di Roma, 11 Ebrei e prosèliti, Cretesi e Arabi e li udiamo annunziare nelle nostre lingue le grandi opere di Dio».

Inizia l’elenco dei popoli presenti.

Sono nominati dapprima tre popoli: Parti, Medi, Elamìti; poi nove nomi di paesi: Mesopotamia, Giudea, Cappadòcia, Ponto, Asia, Frigia, Panfilia, Egitto, le parti della Libia vicino a Cirène; poi di nuovo si elencano tre popoli: stranieri Romani, Cretesi e Arabi.

Giudei e prosèliti «non sono nomi di nazioni, ma si riferiscono alla religione» (G: Schneider, o.c., p. 352).

Molto si discute sull’origine di questa lista. Guardandola solamente in modo geografico, essa ricorda la Mesopotamia (la terra da dove Abramo ha iniziato il suo cammino), tocca Roma (dove termina il libro degli Atti) e termina con i Cretesi e gi Arabi.

Lo Spirito, che li riempie e dà loro di parlare nelle varie lingue, fa loro proclamare le grandi opere di Dio, cioè le opere meravigliose che Dio ha fatto nella storia della salvezza e che sono culminate in Gesù.

SALMO RESPONSORIALE                                 Sal 103

Manda il tuo Spirito, Signore, a rinnovare la terra.

Benedici il Signore, anima mia:

Signore, mio Dio, quanto sei grande!

Quanto sono grandi, Signore, le tue opere!

Tutto hai fatto con saggezza,

la terra è piena delle tue creature.

Tutti da te aspettano

che tu dia loro il cibo in tempo opportuno.

Tu lo provvedi, essi lo raccolgono,

tu apri la mano, si saziano di beni.

Mandi il tuo spirito, sono creati,

e rinnovi la faccia della terra.

La gloria del Signore sia per sempre;

gioisca il Signore delle sue opere.

Voglio cantare al Signore finché ho vita,

cantare al mio Dio finché esisto.

A lui sia gradito il mio canto;

la mia gioia è nel Signore.

SECONDA LETTURA                               1 Cor 12, 3b-7. 12-13

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi

Fratelli, 3b nessuno può dire « Gesù è Signore » se non sotto l’azione dello Spirito Santo.

La professione di fede può essere compiuta solo nello Spirito santo perché Lui solo può rivelarci in Gesù il Signore. Questa è operazione che compie in tutti lo Spirito e da questo riconosciamo pure di parlare nello Spirito.

4Vi sono poi diversità di carismi, ma uno solo è lo Spirito; 5 vi sono diversità di ministeri, ma uno solo è il Signore; 6 vi sono diversità di operazioni, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti.

L’Unico Dio, nell’ineffabile mistero delle tre divine Persone, esprime nell’unità della Chiesa la varietà dei suoi doni: carismi, ministeri, operazioni attribuiti rispettivamente allo Spirito, al Signore e a Dio (il Padre).

Nella sua attività la comunità dei credenti è iscritta dentro al mistero stesso di Dio e nella circolarità perfetta e inesauribile della vita divina, che si esprime nella relazione personale del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.

Diversità di carismi, Il termine greco, tradotto con diversità, indica probabilmente distribuzioni. «L’unico e medesimo Spirito si manifesta nelle distribuzioni (o attribuzioni) dei suoi doni, attraverso i quali i carismatici della comunità cristiana sperimentano l’unica grazia) di Dio» (GLNT, M. Schlier)

Operazione, è il lavoro compiuto, l’opera o l’azione.

7 E a ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per l’utilità comune:

Lo Spirito si manifesta quando le singole attività della Chiesa e in esse delle singole comunità è finalizzata all’utilità comune. Se invece l’agire di ciascuno ha come fine se stesso non esiste più manifestazione dello Spirito e nella comunità non vi è la diversità dei doni ma la divisione dei membri.

[8 a uno viene concesso dallo Spirito il linguaggio della sapienza; a un altro invece, per mezzo dello stesso Spirito, il linguaggio di scienza; 9 a uno la fede per mezzo dello stesso Spirito; a un altro il dono di far guarigioni per mezzo dell’unico Spirito; 10 a uno il potere dei miracoli; a un altro il dono della profezia; a un altro il dono di distinguere gli spiriti; a un altro le varietà delle lingue; a un altro infine l’interpretazione delle lingue.

Elenco dei doni scanditi dal termine Spirito: secondo il medesimo Spirito (8),: nello stesso Spirito, nell’unico Spirito (9).

Non vi può essere contrapposizione tra i vari doni ma solo armonia perché il principio agente è lo Spirito. La Chiesa è di sua natura una, quando esistono divisioni è perché lo Spirito è scacciato dall’impeto delle nostre passioni.

Come dirà subito dopo, l’espressione più alta dello Spirito è l’amore. È proprio perché vi è l’amore che esiste l’armonia dei carismi senza cadere in un possesso esclusivo di essi. Chi ama dona con semplicità i doni che Dio gli ha dato riconoscendo incessantemente che tutto viene da Dio. Un solo pensiero che si fermi su di noi, come principio del nostro agire nella Chiesa è come una mosca che guasta l’intera opera del profumiere (cfr. Qo 10,1).

11 Ma tutte queste cose è l’unico e il medesimo Spirito che le opera, distribuendole a ciascuno come vuole. ]

L’unico e lo stesso Spirito è colui che opera tutte queste cose. Il modo come Egli distribuisce i suoi doni è inesplorabile alla nostra mente, scaturisce infatti dal suo volere.

Per questo si richiede un’incessante attenzione allo Spirito.

La pericope 4-11 è dominata dallo Spirito, il medesimo e l’unico. I termini carismi, divisioni, operazioni sono espressi nei verbi: dare (7.8), dividere (11), operare (11). I carismi, i servizi e le energie sono doni, che non sono conferiti una volta per sempre a ciascuno, ma incessantemente in rapporto all’utilità e come vuole lo Spirito. La sorgente è lo Spirito che si manifesta con questo o quel dono ora in questo ora in quello come vuole e in rapporto all’utilità. I carismi non sono da cercare come segno di perfezione. perché nessuno è privo di doni, ma ciascuno ha quanto gli occorre per edificare il Corpo di Cristo, che è la Chiesa.

12 Come infatti il corpo, pur essendo uno, ha molte membra e tutte le membra, pur essendo molte, sono un corpo solo, così anche Cristo.

Il corpo è uno così è Cristo. Dall’uno al molteplice, dal molteplice all’uno. Questo movimento è proprio del Cristo.

13 E in realtà noi tutti siamo stati battezzati in un solo Spirito per formare un solo corpo, Giudei o Greci, schiavi o liberi; e tutti ci siamo abbeverati a un solo Spirito.

Siamo stati battezzati

Siamo stati abbeverati. Sono i sacramenti dell’iniziazione: battesimo nell’unico Spirito per un solo corpo, Eucaristia è bere lo Spirito.

Espressioni concise molto dense che si riferiscono alle operazioni che l’unico Spirito compie attraverso il Battesimo e l’Eucaristia per renderci un solo corpo.

Queste operazioni toccano in modo uguale tutti sia le due grandi categorie religiose (Giudei e Greci) sia le due sociali (schiavi e liberi).

Nell’unico Spirito siamo stati battezzati, l’acqua spirituale, in cui siamo immersi, è lo Spirito, per formare un solo corpo. L’energia unificante è lo Spirito che mediante il Battesimo ci fa un solo corpo togliendo ogni divisione. Bere lo Spirito, significa che nell’Eucaristia, mentre comunichiamo al Corpo e al Sangue di Cristo, attingiamo alla roccia spirituale, l’acqua viva dello Spirito.

Da Cristo glorificato, nella sua presenza sacramentale, beviamo lo Spirito.

SEQUENZA

Vieni, Santo Spirito,

manda a noi dal cielo

un raggio della tua luce.

Vieni, padre dei poveri,

vieni, datore dei doni,

vieni, luce dei cuori.

Consolatore perfetto;

ospite dolce dell’anima,

dolcissimo sollievo.

Nella fatica, riposo,

nella calura, riparo,

nel pianto, conforto.

O luce beatissima,

invadi nell’intimo

il cuore dei tuoi fedeli.

Senza la tua forza,

nulla è nell’uomo,

nulla senza colpa.

Lava ciò che è sordido,

bagna ciò che è arido,

sana ciò che sanguina.

Piega ciò che è rigido,

scalda ciò che è gelido,

drizza ciò ch’è sviato.

Dona ai tuoi fedeli

che solo in te confidano

i tuoi santi doni.

Dona virtù e premio,

dona morte santa,

dona gioia eterna.

ACCLAMAZIONE AL VANGELO

Alleluia, alleluia, alleluia.

Vieni, Santo Spirito,

riempi i cuori dei tuoi fedeli

e accendi in essi il fuoco del tuo amore.

Alleluia.

VANGELO                                                      Gv 20, 19-23

 Dal vangelo secondo Giovanni.

19La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: “Pace a voi!”.

Ora l’evangelista ci narra quanto accadde la sera di quel giorno, il primo della settimana.

Perché mai Gesù fu con i suoi solo alla sera?

Forse perché di sera Egli fece la cena, nella quale con la lavanda dei piedi e con i discorsi che ne seguirono Gesù iniziò i discepoli ai divini misteri.

Ora Egli porta a compimento sia le parole che loro ha detto tre sere prima sia i segni dell’iniziazione (cfr. 14,20; 16,23.26).

Le porte erano chiuse per il timore dei giudei. Nonostante le assicurazioni di Gesù e l’annuncio dato dal discepolo da Lui amato e da Maria di Magdala, i discepoli se ne stanno a porte chiuse perché hanno timore dei giudei.

Il timore, che i giudei incutono, è più nell’ordine spirituale; infatti l’evangelista ha già riferito della scomunica data a chi riconosce Gesù (cfr. 9,22; 12,42).

L’incredulità dei giudei e il loro rifiuto di Gesù è una forza che blocca i discepoli tenendoli chiusi in casa. In essi manca la franchezza dell’annuncio perché sono paralizzati da questa paura.

Anche noi possiamo avere timore dei giudei in quello che ci differenzia radicalmente da loro ed è il fatto che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio.

Anche la confessione può essere paradossalmente fatta per timore, quasi per un moto di orgoglio che vuole esorcizzare la paura; in questo modo essa diventa una professione di fede che non nasce dall’intimo del rapporto con il Signore e dalla gioia dell’incontro con Lui ma sgorga dalla differenziazione che ci fa sentire diversi e addirittura superiori. La fede si mescola quindi con il fanatismo e il fondamentalismo e la gloria di professare il Nome con il dominio sull’altro.

In questo luogo chiuso dalla paura, espressione del loro sentire, prigione della loro incredulità, venne Gesù senza aprire le porte e stette in mezzo e dice loro: «Pace a voi!».

Egli si fa presente in questo spazio segnato dalla paura e dalla chiusura.

Egli viene portando la pace.

La pace, come se stesso, in cui è pienezza di ogni benedizione divina, riempie questo spazio, comincia a dissipare la paura e apre i discepoli.

Come il sepolcro si presentò agli occhi dei discepoli con la pietra ribaltata, così la presenza di Gesù tra noi ribalta la pietra, che ci tiene sigillati nelle nostre paure, rendendoci capaci di testimoniare che il Signore è risorto.

20 Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore.

Con il primo saluto di pace Gesù mostra il suo corpo glorioso e risorto, corpo non immateriale ma fisico sebbene non soggetto alle leggi dello spazio e del tempo, entra infatti a porte chiuse. Dalla pace e dalla sua presenza scaturisce la gioia.

Dopo aver dato loro la pace, Gesù mostrò le mani e il fianco. Egli fa loro vedere il foro dei chiodi e la ferita del costato.

Agostino commenta: «I chiodi avevano trafitto le sue mani, e la lancia aveva aperto il suo costato; ed erano conservati i segni delle ferite per guarire dalla piaga del dubbio i cuori degli increduli. E le porte chiuse non avevano potuto opporsi al suo corpo, dove abitava la divinità. Colui, la cui nascita aveva lasciato inviolata la verginità della madre, poté entrare in quel luogo, senza che le porte venissero aperte» (CXXI,4).

Gesù è per sempre il Crocifisso; per sempre la sua croce è impressa nella sua carne e per sempre rimane impressa nella mente e nel cuore dei discepoli.

Quanto i discepoli ora vedono – e anche Tommaso vorrà vedere – costituisce l’essenza dell’annuncio evangelico: Gesù Cristo e questi crocifisso (1 Cor 2,2).

Essi contemplano il Crocifisso nella gloria della sua risurrezione per cui i discepoli gioirono al vedere il Signore (cfr. 16,22-23: Anche voi, ora, siete nella tristezza; ma vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno vi potrà togliere la vostra gioia. In quel giorno non mi domanderete più nulla).

La pace, che il Signore ha loro dato, ha sanato le ferite della colpa di essere fuggiti lasciandolo solo e ora vedono quelle ferite nel loro Signore che, anziché dar loro amarezza, infondono gioia nello loro spirito.

I discepoli non avvertono nel loro Maestro nessun rimprovero ma solo il grande amore con cui li ama e questo li fa gioire.

Sulle labbra di Colui, che è mite e umile di cuore, non c’è nessuna parola amara ma solo la piena realizzazione delle sue stesse promesse.

Questa è la redenzione, che Egli opera in noi, portarci all’oblio delle nostre colpe e ristabilirci nell’innocenza pura del nostro essere in Lui portato negli abissi della divinità.

I discepoli gioiscono perché sono da Lui attratti e strappati con forza dal loro sepolcro di paura e di tristezza.

Gesù li attrae a sé e li fa uscire dalla voragine della morte, che tende a riassorbire la nostra esistenza attraverso la forza seduttiva del peccato.

Essi, il gregge, che il satana aveva disperso quando il pastore era stato colpito, vengono ora attratti da Gesù per costituire quell’uno che è il contenuto della sua preghiera al Padre.

Usciti dal loro sepolcro, in cui si erano rinchiusi, ora i discepoli gioiscono al vedere il Signore perché in forza di Lui, che ha vinto la morte e che porta in sé i segni della vittoria, essi stessi vengono alla vita.

E dovunque vi è la vita vi è la gioia.

21 Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi».

Gesù dona loro per la seconda volta la pace.

Agostino commenta: «La ripetizione ha valore di conferma; cioè Egli dà ciò che era stato promesso per bocca del profeta, pace aggiunta a pace (cfr. Is 26,3)» (CXXI,3).

Prima Egli aveva dato loro la pace per sanare le loro ferite, ora Gesù la dona loro perché i discepoli a loro volta la donino agli uomini.

Essi possono donarla perché da Lui inviati.

Unica è la missione dei discepoli e quella del Cristo. Questa consiste nella presenza del Signore attraverso i suoi discepoli (cfr. Mt 25, 40: «In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me»).

Stabilendo un’esatta uguaglianza tra il suo invio dal Padre e quello dei discepoli da parte sua, Gesù esprime l’unità inscindibile tra il Padre, se stesso e i suoi discepoli.

Sorgente della missione di Gesù è il Padre, sorgente della missione dei discepoli è il Figlio. Il rapporto con il Padre da parte dei discepoli è sempre mediato da Gesù (cfr. 1 Tm 2,5).

L’unico che il Padre manda è il Figlio e in Lui Egli invia sia lo Spirito che i discepoli. Infatti Gesù dona lo Spirito Santo ai discepoli perché in loro sia la forza stessa, che è in Lui.

L’unica missione, iniziata in Gesù, continua ora nei suoi discepoli.

Più i discepoli sono uno con Gesù più appare l’unica missione. La continuità non è successione perché Gesù è presente nei suoi e in loro Egli continua a compiere le opere del Padre suo.

I suoi discepoli faranno opere maggiori di Lui perché è Gesù che attraverso loro porta a compimento la sua opera (cfr. 14,22: In verità, in verità vi dico: anche chi crede in me, compirà le opere che io compio e ne farà di più grandi, perché io vado al Padre).

La pace, che Egli comunica, ha pertanto un duplice effetto: li risana e li rende capaci di annunciare l’evangelo della pace.

Questa è l’opera che Gesù compie nei suoi discepoli anche oggi e sempre: li risana dalle tristi conseguenze del peccato che generano chiusura e tristezza e li rende capaci di essere annunciatori dell’evangelo. Vi è quindi questa duplice operazione che la pace di Gesù opera in noi.

Egli vuole che l’annuncio sia effetto della salvezza e che scaturisca come sorgente pura dello Spirito Santo da persone risanate.

Ma nessuno può annunciare se non riceve per la seconda volta il dono della pace. Nessuno può infatti andare se Gesù non lo manda.

22Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo;

Soffiò, è il verbo usato nella creazione dell’uomo. Nei LXX è scritto: e soffiò verso il suo volto un soffio di vita (Gn 2,7). Qui il testo non precisa che il Signore abbia soffiato verso di loro, ma usa il verbo in modo assoluto.

Dopo aver collegato con quanto precede con l’espressione: e dopo aver detto questo, il testo aggiunge soffiò e dice loro.

Questo soffio del Signore investe sì i discepoli ma non solo. Come morendo Egli ha dato lo Spirito effondendolo in tutta la creazione (cfr. 19,30), così ora, risorto, Gesù soffia e il suo soffio si effonde su tutta l’umanità e su tutta la creazione.

Notiamo come nei LXX questo verbo è sempre usato in rapporto a un termine cui è diretto il soffio, solo in Gv vi è un uso assoluto.

Per il fatto che l’evangelo non precisi il soggetto indica l’universalità del dono, che, pur passando per i discepoli, tuttavia non si ferma a loro, come ci dimostrano gli scritti neotestamentari.

In loro il soffio dello Spirito Santo, che proviene dalle labbra di Gesù, ha il suo luogo di effusione.

Come in Gesù lo Spirito Santo ha la sua sorgente, per cui non si dà presenza dello Spirito Santo se non attraverso Gesù solo, così lo Spirito è effuso in ogni uomo tramite i discepoli.

L’unica missione del Cristo consiste nell’essere portatori dello Spirito Santo, che dal capo si diffonde in tutto il corpo e da qui, come olio buono (cfr. Sal 133,2), si diffonde in tutta la casa. Essa si riempie così del profumo del miron (cfr. 12,3).

L’unica vite vera (cfr. Gv 15,1) manda profumo (cfr. Ct 2,13: le viti fiorite spandono fragranza).

Origene commenta: «Il Padre, agricoltore celeste, pota i tralci di questa vite perché portino molto frutto. Ma prima questa vite allieta l’odorato con la dolcezza del profumo che emana dal fiore, secondo colui che diceva: Poiché siamo buon odore di Cristo in ogni luogo (2 Cor 2,15)» (com. al Cant., op. cit., p. 254).

Questo soffio quindi si effonde benefico su tutta la creazione eliminando il soffio della morte e il principio di essa, che è il peccato.

23A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».

Il dono dello Spirito Santo è l’inizio della nuova creazione. Questa si manifesta con la remissione dei peccati, nei quali si esprime il potere della morte. Le parole del Signore, che sono Spirito e vita (cfr. 6,63), distruggono il potere della morte e del peccato.

Anche in Lc, quando il Signore fa una sintesi del messaggio della Scrittura a suo riguardo, presenta la conversione per la remissione dei peccati (24,47) come il frutto della sua risurrezione.

Tra lo Spirito Santo e i discepoli si crea un vincolo così forte che la remissione dei peccati passa attraverso di loro.

Questa quindi si manifesta attraverso la comunità dei discepoli e dona a chi la riceve la pace del Cristo.

La realtà del peccato è quindi incessantemente distrutta nella comunione ecclesiale.

Gesù dà pure il potere opposto, quello di ritenere i peccati. Essi quindi restano in colui che li ha compiuti. L’Evangelo non precisa quando questo avvenga. Stando alla prima lettera di Giovanni uno degli ostacoli maggiori è l’odio verso il fratello che rende omicidi come Caino.

Il peccato quindi non è racchiuso solo nella sfera personale, ma implica sempre un rapporto e come tale è solo attraverso un rapporto che può essere rimesso.

Il luogo pertanto dove lo Spirito rimette o trattiene i peccati è la comunità dei discepoli di Gesù.

Tutto questo avviene credendo in Gesù e attraverso la rigenerazione battesimale.

Rimane invece trattenuto nel potere della morte chi rifiuta di credere in Cristo e non vuole essere rigenerato dall’acqua e dallo Spirito

  1. Neri così commenta: «È una realtà in cui tutti siamo privi della gloria di Dio, una realtà di ira (Chi crede nel Figlio ha la vita eterna; chi non obbedisce al Figlio non vedrà la vita, ma l’ira di Dio rimane su di lui ‑ Gv 3,36), di condanna (Chi non crede è già giudicato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio ‑ Gv 3,18), di peccato (Il vostro peccato rimane ‑ Gv 9,41), e nella quale si rimane, se non si passa sacramentalmente dalla morte alla vita (Chi ascolta la mia parola e crede in Colui che mi ha mandato ha la vita eterna e non viene al giudizio, ma è già passato dalla morte alla vita ‑ Gv 5,24)» (L’ora della glorificazione di Gesù … p. 191-192).

Tuttavia l’atto rigenerativo è continuamente rinnovato dall’annuncio, che accolto, opera un incessante giudizio.

La comunità dei discepoli, infatti, con il suo annuncio di Gesù, resta il luogo dove il Maestro continua il rapporto con il mondo perché è attraverso i discepoli che lo Spirito convince il mondo riguardo al peccato, alla giustizia e al giudizio (cfr. 15,26 s.).

Agostino commenta: «A chi rimetterete i peccati, saranno rimessi; a chi li riterrete, saranno ritenuti. La carità della Chiesa che per mezzo dello Spirito Santo scende nei nostri cuori, rimette i peccati di coloro che partecipano di essa; ritiene invece i peccati di quanti non sono parte di essa. È per questo che parlò del potere di rimettere o di ritenere i peccati, dopo aver annunziato: “Ricevete lo Spirito Santo”» (CXXI,4).

PREGHIERA DEI FEDELI

  1. Preghiamo il Padre perché effonda su di noi lo Spirito Santo e nel suo soffio rinnovatore possiamo esperimentare la remissione dei peccati.

Manda, o Signore il tuo Santo Spirito.

  • Per la santa Chiesa di Dio, popolo messianico, che ha come legge la carità e come caratteristica la libertà dei figli, perché annunci con forza e senza timori il santo Evangelo, preghiamo.

  • Perché il papa e tutto il collegio episcopale, animati dalla sapienza e infuocati dallo Spirito Santo, annunzino in ogni lingua le meravigliose opere della redenzione, preghiamo.

  • Perché i discepoli di Gesù, secondo i doni di ciascuno, cooperino all’edificazione dell’unico Corpo del Cristo, mossi dallo Spirito del Signore, preghiamo.

  • Perché ogni uomo, che ricerca la verità, soffre per la giustizia e lotta per la libertà e la pace, s’illumini di speranza e nello Spirito Santo sia partecipe dei nuovi cieli e della nuova terra, preghiamo.

O Padre, sorgente inesauribile dell’amore, effuso nei nostri cuori mediante lo Spirito Santo, ascolta queste nostre preghiere, che a te salgono da ogni lingua e popolo nel gioioso annuncio apostolico, che il Consolatore effonde su tutta la terra.

Per Cristo nostro Signore.

Amen.