Adulti come si deve!

Cinque semplici pennellate per un ritratto di qualità

Rossano Sala

Il Convegno Nazionale di Pastorale Giovanile è per noi un punto fermo. NPG è onorata di dare spazio agli Atti e di fare così da megafono e da amplificatore a questo momento biennale in cui coloro che si occupano di pastorale giovanile si fermano per qualche giorno a fare il punto della situazione, mettendo a fuoco sempre qualcosa di importante. E quest’anno si è parlato della qualità degli educatori e del loro essere parte di una comunità educativo-pastorale. Quindi, in sintesi: né adulti adulterati, né battitori liberi!

Effettivamente il fulcro della pratica educativa rimane una relazione di qualità tra colui che sta crescendo e colui che lo sta sostenendo nel suo cammino, entro l’alveo di una comunità di buone pratiche condivise: lì dentro, nella comunità, vi è la possibilità di instaurare una corretta e feconda relazione educativa, che è fatta insieme di “accompagnamento” e di “trasmissione”.

Il primo termine – accompagnamento – dice bene la femminilità della gestazione e del nutrimento, il desiderio di camminare e crescere insieme, la gioia della vicinanza che custodisce sempre e non abbandona mai, segno di quell’alleanza “unilaterale” e irrevocabile di Dio verso le sue creature: «Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se costoro si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai. Ecco, sulle palme delle mie mani ti ho disegnato, le tue mura sono sempre davanti a me» (Is 49,15-16). Dinamica quindi del dono gratuito, gioioso e sempre generoso.

Il secondo termine – trasmissione – sottolinea invece la dinamica educativa della forma maschile della consegna, dell’autorità, della tradizione, della parola chiara che fa la differenza, di quello sguardo severo che chiede impegno, responsabilità e sacrificio. Capace di dire anche, quando è necessario, quel “no” che aiuta a crescere. Segno di quell’alleanza “bilaterale” e feconda tra Dio e la sua creatura, che consegna talenti e che chiede conto della laboriosità con inaspettato rigore: «Dalle tue stesse parole ti giudico, servo malvagio! Sapevi che sono un uomo severo, che prendo quello che non ho messo in deposito e mieto quello che non ho seminato» (Lc 19,22). Dinamica quindi del compito necessario, laborioso e anche faticoso.
Entrambe le istanze sono ineccepibili, e vivono nella forma di una comunione arricchente. Sappiamo che di autoritarismo paterno si muore, allo stesso modo in cui si muore di soffocamento materno: in entrambi i casi non si cresce, non si matura, non si diventa adulti. Sappiamo invece che la logica di una “reciprocità asimmetrica” tra le giovani generazioni e gli adulti garantisce un buon esito educativo.
Ecco il punto: per aiutare le giovani generazioni a diventare adulte abbiamo bisogno di adulti: il compito per noi tutti è quello di essere “adulti come si deve”. Ma come deve essere un adulto per non essere adulterato? Quali sono le caratteristiche di un buon adulto, perché non sia un adultescente? Come possiamo immaginarne la fisionomia propria? Quale potrebbe essere il suo fedele ritratto?

Il Documento Preparatorio per il prossimo Sinodo ci viene incontro. E sembra essere quanto mai pertinente su questo punto, evidenziando le caratteristiche di un “adulto come si deve” con una certa precisione. È anche interessante, tra l’altro, la scelta strategica di anteporre alle singole figure specifiche di riferimento (genitori e famiglia, pastori e consacrati, insegnanti e altre figure educative) alcune pennellate che dovrebbero essere comuni agli adulti in quanto tali, a cui queste diverse categorie di persone appartengono. Conviene risentire la pregnanza dell’inciso:

Il ruolo di adulti degni di fede, con cui entrare in positiva alleanza, è fondamentale in ogni percorso di maturazione umana e di discernimento vocazionale. Servono credenti autorevoli, con una chiara identità umana, una solida appartenenza ecclesiale, una visibile qualità spirituale, una vigorosa passione educativa e una profonda capacità di discernimento. A volte, invece, adulti impreparati e immaturi tendono ad agire in modo possessivo e manipolatorio, creando dipendenze negative, forti disagi e gravi controtestimonianze, che possono arrivare fino all’abuso. [1]

Ognuno di noi ha incontrato certamente degli “adulti come si deve” nel cammino della propria vita. È perfino facile selezionare con precisione e ripensare con gratitudine ad alcuni adulti che hanno veramente lasciato il segno nella nostra vita: quella maestra elementare amorevole e precisa che si distingueva tra tutte le altre; quel professore universitario esigente e accogliente, capace di aiutarmi a sviluppare adeguatamente le mie intuizioni; quel sacerdote misericordioso e lungimirante, che con sguardo materno e paterno mi ha orientato nelle scelte; oppure quella consacrata gioiosa e dedita, sempre presente e mai invadente. Senza entrare nello spazio intimo e familiare dei nostri genitori…

Leggendo quelle poche righe ci attraversano la mente purtroppo anche alcune figure reali di persone davvero impreparate e immature, che lavoravano per se stesse; oppure perfino possessive e manipolatorie, in grado purtroppo di bloccare i cammini, capaci di mettersi di traverso nei percorsi con il loro soffocante e insopportabile narcisismo sistemico.

Possiamo capire bene che la posta in gioco della nostra qualità non è semplicemente nostra. Ne va dei ragazzi, degli adolescenti e dei giovani: lavoriamo su noi stessi per onorare il compito nobile e insostituibile dell’educazione che ci è stato affidato.
Il Documento Preparatorio ci chiede di confrontarci seriamente su che cosa significhi essere dei “credenti autorevoli”, evidenziando, in cinque semplici pennellate, un ritratto di alta qualità:

– Chiara identità umana: accettare se stessi con gioia, vivendo una feconda e pacifica unità tra dimensione affettiva, razionale e pratica, accogliendo la propria storia come una benedizione e le proprie fragilità come motivo di crescita, percependo tutta la propria finitezza come un dono;

– Solida appartenenza ecclesiale: essere coscienti di far parte di un popolo che accoglie con fede la salvezza che viene da Gesù e che si impegna nella logica della condivisione dei doni ricevuti, mettendosi alle spalle le dinamiche della concorrenza e dell’invidia;

– Visibile qualità spirituale: coltivare e approfondire con gusto la vita secondo lo Spirito, attraverso la cura della relazione con Dio, attraverso la meditazione della sua Parola, il dialogo della preghiera, il silenzio della contemplazione e la ricerca del Regno di Dio;

– Vigorosa passione educativa: nutrire amore per le giovani generazioni, la cui povertà propria risiede nel fatto che le loro libertà sono in via di costituzione, dando di più a chi ha ricevuto di meno, attraverso un impegno di dedizione che sa giocare in perdita quando si tratta del bene del più giovane;

– Profonda capacità di discernimento: chiedere il dono di un cuore profondo, di una sapienza pratica che sa vagliare le vicende della vita con prudenza e diligenza, valutandole alla luce di Dio e del suo disegno di amore che chiede partecipazione generosa, collaborazione attiva e coraggio di rischiare.

Le cinque caratteristiche che vengono qui enunciate possono certamente essere una minuscola ma significativa summa, un piccolo ma importante diapason per leggere con attenzione e approfondire con convinzione gli Atti dell’intero Convegno di PG pubblicati in questo numero.

NOTE

1 Cfr. SINODO DEI VESCOVI – XV ASSEMBLEA GENERALE ORDINARIA (presentazione di R. Sala – Riflessioni di E. Castellucci e N. Dal Molin), I giovani, la fede e il discernimento vocazionale. Documento preparatorio e questionario, LDC, Torino 2017, 58.