Discernimento Vocazionale in un Mondo Interculturale

Mark Weber, SVD

  1. Introduzione:

Il documento preparatorio per il prossimo Sinodo sui Giovani, la Fede e il Discernimento Vocazionale, nel descrivere la situazione dei “giovani nel mondo di oggi” rileva:

Non va trascurato il fatto che molte società sono sempre più multiculturali e multireligiose … può crescere il disorientamento e la tentazione del relativismo, ma insieme aumentano le possibilità di confronto fecondo e arricchimento reciproco. Agli occhi della fede questo appare come un segno del nostro tempo, che richiede una crescita nella cultura dell’ascolto, del rispetto e del dialogo … se da un certo punto di vista è vero che con la globalizzazione i giovani tendono ad essere sempre più omogenei in ogni parte del mondo, rimangono però, nei contesti locali, peculiarità culturali e istituzionali che hanno ricadute nel processo di socializzazione e di costruzione dell’identità … La sfida del muticulturalismo è presente in maniera straordinaria nel mondo dei giovani… 1

Chiaramente, viviamo in un mondo multiculturale a causa della migrazione e della globalizzazione, e i nostri giovani ne sono stati plasmati; ma sono in grado di discernere la volontà di Dio in quel mondo? Come? Sono preparati e in grado sia di vivere sia di impegnarsi in quel mondo?

Esploreremo la differenza tra “multiculturale” e “interculturale”, anche se spesso questi termini vengono usati in maniera intercambiabile. Concentrando la nostra riflessione sulle vocazioni alla vita religiosa, vi sono due aspetti che prenderemo in considerazione. Il primo riguarda le qualità, i doni, e le capacità necessarie per una vocazione religiosa in un mondo interculturale, e come potremmo discernere tali qualità. Il secondo aspetto riguarda gli elementi che sono coinvolti in una comunità di formazione interculturale, come contesto in cui distinguiamo e aiutiamo a preparare i candidati a una tale vocazione interculturale.

  1. Cultura / Interculturalità – Definizione dei Termini

2.1 Definizione di Cultura

La cultura, sappiamo, è il modo in cui un certo gruppo di persone ha imparato a soddisfare le proprie necessità nel suo ambiente particolare: necessità fisiche (strutture economiche), necessità sociali (strutture sociali), necessità decisionali (strutture di potere/politiche), necessità di significato (sistemi religiosi), ecc. Gli studiosi delineano varie dimensioni della cultura (e.g. le sei dimensioni culturali di Geert Hofstede – e.g. l’individualismo e il collettivismo, la distanza dal potere, ecc.).2 Tali modelli possono essere utili nell’analizzare e nel comprendere sia la propria cultura che le altre. Mentre le culture trasmettono queste dimensioni da una generazione all’altra, è importante ricordare che la cultura è dinamica, mai statica – le culture si evolvono e mutano in risposta a un ambiente che cambia (compresa l’interazione con altre culture, le forze economiche e sociali, ecc.)

Un’immagine alla moda spesso usata per descrivere le culture usa l’analogia con un iceberg. La punta visibile dell’iceberg è solo una piccola parte di esso, mentre la gran parte è nascosta sotto la superficie dell’oceano. Allo stesso modo, ciò che possiamo vedere, udire, toccare, assaporare o odorare di una cultura (cibo, musica, festività, abbigliamento, lingua, ecc.) rappresenta solo l’“esterno” o la parte superficiale di una cultura. Essa è costituita da elementi che vengono chiaramente appresi, di cui si è consapevoli, e che si possono facilmente cambiare. La parte più grande dell’iceberg, sotto la superficie, rappresenta gli aspetti più profondi o “interni” della cultura: le credenze, i valori, i miti, i modelli, i simboli, i concetti di processo decisionale, di autorità, ecc. Questi vengono acquisiti implicitamente, sono inconsci, difficili da cambiare, e costituiscono la conoscenza soggettiva.

2.2 Intersezioni culturali:

Esistono vari modi per descrivere e dare un nome ai modi in cui culture diverse si intersecano l’una con l’altra. Per i nostri scopi, useremo quelle che seguono come definizioni di base:

MulticulturaleSebbene a volte venga usato in maniera intercambiabile con “interculturale”, qui ci riferiamo al semplice fatto di più culture che stanno insieme in un luogo. Spesso una situazione multiculturale può essere semplicemente composta da diversi gruppi culturali che “vivono insieme separatamente” con poca interazione tra loro. L’obiettivo essenziale è la coesistenza pacifica.

Trans-culturale Questa la si può vedere come la tipica esperienza “missionaria”: radicata originariamente in una cultura particolare, la persona trans-culturale sceglie di andare oltre i propri confini per risiedere in un altro ambiente. Nel far ciò, la persona non è più ‘a casa’, ma ha ‘attraversato’ un confine, visibile o invisibile, con un’altra cultura. L’obiettivo è l’adattamento.

Interculturale Esiste una situazione interculturale quando c’è una sostenuta interazione tra persone cresciute in vari contesti culturali. Qui è implicato un senso di reciprocità, non solo di semplice coesistenza, in quanto persone appartenenti a diversi gruppi culturali interagiscono l’una con l’altra, imparano e crescono insieme, creano relazioni e vengono trasformate, plasmate, e formate dalle esperienze reciproche. L’obiettivo è lo scambio e l’arricchimento reciproco.

2.3 Movimento verso l’interculturalità

Se vogliamo impegnarci in uno scambio veramente interculturale, quali sono gli atteggiamenti, le capacità, e gli assetti mentali che ci occorrono? Abbiamo scoperto che il Modello di Sviluppo della Sensibilità Interculturale di Milton Bennett è un’utile delineazione degli stadi di crescita che spingono verso una vita e un’opera interculturale maggiore.3 Bennett descrive sei stadi di crescita, che passano da un atteggiamento etnocentrico ad uno etnorelativo.

I primi due stadi si possono descrivere come aventi una mentalità monoculturale, in cui sentiamo la differenza. Nello stadio del Diniego, una persona è ignara della propria cultura, ed essenzialmente ignora le realtà culturali. In seguito ad una crescente presa di coscienza della differenza esistente tra le culture, quello della Difesa è uno stadio di polarizzazione, che contrappone “noi” a “loro,” e generalmente fa una valutazione negativa dell’altra cultura.

Liberandosi da una visione polarizzata della cultura, si passa ad una mentalità transizionale che accetta forme di cultura diverse nello stadio della Minimizzazione. Profonde differenze culturali vengono minimizzate con un atteggiamento che siamo tutti essenzialmente gli stessi, che non esistono vere differenze tra le persone data la nostra comune umanità. Tuttavia, questa mentalità in genere non riesce a riconoscere i propri modelli culturali; “loro” sono come noi – la propria cultura è la norma, e gli altri in realtà vogliono essere come noi.

Trascendendo la minimizzazione, possiamo iniziare ad acquistare una mentalità interculturale, che in effetti cambia la nostra identità dell’io. Nello stadio dell’Accettazione, si è in grado di accettare che tutti i comportamenti e i valori, compresi quelli personali, esistono in particolari contesti culturali. C’è una tendenza al relativismo comportamentale, in cui si accettano semplicemente tutti gli aspetti culturali come ugualmente validi. Entrando nello stadio dell’Adattamento si cambierà più consapevolmente il proprio punto di vista e si modificherà intenzionalmente il proprio comportamento. L’adattamento è in realtà l’applicazione dell’Accettazione nel proprio comportamento. C’è un senso di empatia interculturale che consente di vedere e comprendere veramente le cose da un punto di vista del mondo diverso dal proprio. Infine, raggiungendo lo stadio dell’Integrazione, la propria identità dell’io non è più definita nei termini di una cultura. Si compie intenzionalmente uno sforzo significativo, sostenuto, per diventare pienamente competenti di nuove culture … e in tale processo si cambia.

Come ogni modello, quello di Bennett ha i suoi difetti e può essere adoperato male per etichettare o circoscrivere un essere umano. Ma come tutti noi sappiamo, ogni essere umano è un mistero! Comunque, può essere uno strumento utile per aiutarci a riflettere sul nostro viaggio verso l’interculturalità.

2.4 Personalità e Cultura

Proprio come esseri umani, ognuno con la propria unicità e mistero, dobbiamo riconoscere il ruolo importante della personalità. Questo è tutto un altro argomento! Ma nell’esplorare la dinamica della cultura e dello scambio intercultuale, dobbiamo ricordare semplicemente il ruolo della personalità. Tutti noi partecipiamo a una cultura, tutti noi abbiamo una cultura; ma io sono un individuo, non sono la cultura. Sono una persona – sono influenzato dai miei geni, dai caratteri ereditari, dall’ambiente e dalla cultura. Quindi, non dobbiamo partire dal presupposto che tutte le persone appartenenti ad una particolare cultura sono esattamente uguali. Ciascuno ha anche la propria personalità. E’ importante ricordare questo quando trattiamo la delicata questione del discernimento vocazionale.

  1. Discernimento/Formazione alla Missione Interculturale

Conoscendo qualche elemento dell’interculturalità, possiamo passare a come può incidere sul discernimento vocazionale dei candidati alla vita religiosa in un mondo interculturale. Come percepiamo se un candidato ha la capacità di vivere e lavorare interculturalmente, e come li aiutiamo ad accrescere la competenza interculturale? Esaminiamo la conoscenza, le attitudini e le capacità necessarie in tutte le aree o “pilastri” di quella che spesso chiamiamo “formazione integrale.”4

3.1 Formazione Intellettuale / studi accademici:

Antropologia, etnologia, e sociologia sono discipline importanti per conoscere la cultura e per conoscere se stessi come esseri umani. Una struttura intellettuale, dando a una persona il linguaggio e i concetti per conoscere e analizzare la cultura stessa, la aiutano a rendere possibile un ulteriore sviluppo della sua competenza interculturale. Un aspetto essenziale è conoscere la propria cultura e come essa plasma la propria visione del mondo e il proprio comportamento. Solo quando afferro il ruolo che ha la cultura nella mia vita, posso andare oltre un etnocentrismo che mi limita alla visione della vita umana, della moralità e della fede propria della mia cultura. Ovviamente, questa capacità è essenziale per chiunque intraprenda il lavoro interculturale. Data la realtà che tanti contesti sono multiculturali e subiscono l’impatto delle migrazioni dei popoli, c’è anche la necessità di avere gli strumenti intellettuali per analizzare la dinamica di qualunque gruppo culturale e di tenere incontri interculturali tra gruppi.

Il documento preparatorio del Sinodo, seguendo l’Evangelii gaudium 51, descrive tre momenti di discernimento come riconoscimento, interpretazione, e scelta. Dopo il riconoscimento di come la vita (compresa l’esperienza fatta in un’altra cultura o con persone di diverse culture) incide su di noi, dobbiamo interpretarea che cosa lo Spirito sta chiamando attraverso ciò che suscita in ciascuno Bisogna essere capaci di rendersi conto degli effetti dei condizionamenti sociali e psicologici … Ciò richiede di mettere in campo anche le proprie facoltà intellettuali, senza tuttavia cadere nel rischio di costruire teorie astratte su ciò che sarebbe bene o bello fare.”5 Bisogna sapere in che modo si è condizionati dalla propria cultura, e per tale discernimento è necessaria la conoscenza intellettuale di come opera la cultura.

3.2 Formazione Umana / Crescita Personale / Maturità Affettiva

Oltre alla conoscenza concettuale, occorre un atteggiamento di apertura per sentire una conversione non solo della mente ma anche del cuore. Affrontare i propri pregiudizi, il razzismo, o l’etnocentrismo può essere un’esperienza traumatica ed emotiva. La crescita dell’autoconsapevolezza di come si possa reagire negativamente nei confronti di altri valori culturali e visioni del mondo può essere un processo di cambiamento doloroso. La capacità di un candidato di affrontare queste questioni intensamente personali è un elemento di discernimento chiave per la vita e il lavoro interculturale. Come tratto quelli che sono “diversi”?

Quelli che discernono o seguono un programma di formazione debbono essere invitati con fermezza ma gentilmente ad esaminare i pregiudizi e le insensibilità personali nello sviluppare la consapevolezza di sé come esseri umani. Forse proveranno ansia nell’impegnarsi veramente in altre culture, perché questo può minacciare il loro modo di identificare il proprio io. Può essere difficile superare questo timore, uscire dalle zone di conforto personali. I direttori e i formatori vocazionali possono incoraggiarli gentilmente e gradualmente a riflettere sulla cultura e invitarli ad avviare un dialogo. I candidati debbono trovare un’atmosfera di apertura e di fiducia nella loro comunità per poter avere lo “spazio sicuro” in cui sono invitati a sentire tale conversione.

La crescita della maturità umana ed emotiva favorisce atteggiamenti più profondi di pazienza, apertura, dialogo, rispetto, umiltภe tolleranza – proprio quelle qualità necessarie per la competenza interculturale. Fernando Ortiz e Gerard McGlone, studiando la dinamica della competenza interculturale necessaria per il ministero della chiesa negli Stati Uniti, osservano: “Poiché la cultura dà forma concreta alle differenze, chi è in formazione si sente a proprio agio con l’ambiguità e la capacità di essere aperti e rispettosi delle opinioni altrui. Con questa apertura arriva l’opportunità di essere immersi in altre culture, restando allo stesso tempo flessibili e adattabili rispetto alla propria identità.”6 Occorre la maturità emotiva per liberarsi da una rigida visione monocentrica o etnocentrica del mondo, e poter vivere interculturalmente. Ortiz e McGlone proseguono fino a concludere che la competenza interculturale è “correlata positivamente all’intelligenza emotiva e alla maturità affettiva… Lo sviluppo delle competenze è correlato positivamente anche alla curiosità intellettuale¸ alla flessibilità cognitiva e alla tolleranza verso l’ambiguità.”7 La mancanza di queste qualità, o l’incapacità di accrescerle, sarebbe un’importante componente nel discernere la chiamata vocazionale di una persona ad impegnarsi in un mondo interculturale.

Papa Francesco sostiene che la flessibilità e la tolleranza verso l’ambiguità sono essenziali per uno spirito di discernimento. Egli afferma, “Il discernimento è l’elemento chiave: la capacità di discernimento. Io noto l’assenza di discernimento nella formazione dei sacerdoti. Corriamo il rischio di abituarci al bianco o nero, a quello che è legale. Siamo piuttosto chiusi, in generale, al discernimento.”8 E solo lo scorso anno parlando all’USG, egli rilevava che “nella formazione siamo abituati alle formule, al bianco e nero, ma non alle zone grigie della vita. E quel che conta è la vita, non le formule. Dobbiamo crescere nel discernimento. La logica del bianco e nero può portare all’astrazione casuistica. Invece, discernimento significa andare oltre il grigio della vita secondo la volontà di Dio…”9

Le nostre congregazioni hanno tutte enfatizzato l’importanza del comprendere la sessualità nella formazione, come parte essenziale di un approccio integrale alla maturità psicologica ed emotiva. Nel contesto dell’interculturalità, sapere in che modo la cultura plasma la visione della sessualità e del comportamento sessuale di una persona è importante. Devo sapere e voler esplorare in che modo la cultura plasma il mio approccio affettivo e attitudinale alle definizioni della sessualità tra generi e al comportamento.

Sebbene la formazione e la guida dei direttori e dei formatori vocazionali del religioso interculturale siano elementi essenziali, il discernimento e la formazione potrebbero aver bisogno del contributo di altro personale per individuare e alimentare queste qualità nei candidati – attraverso consigli, workshop, lavoro di gruppo, e istruzione spirituale.

3.3 Formazione Spirituale

Chi discernere una vocazione religiosa interculturale dovrà sviluppare una spiritualità che farà da base e sarà fonte di vero impegno con chi appartiene ad altre culture. Roger Schroeder afferma che “dobbiamo sviluppare una spiritualità dell’umiltà e dell’apertura in modo da poter fare missione con un atteggiamento e un approccio di umile ascolto.”10 Questo comporta essere aperti al crescente processo di conversione dall’etnocentrismo; Schroeder usa la conversione di San Pietro verso i Gentili con Cornelio, e lo stesso Concilio di Gerusalemme come esempi. Dobbiamo essere aperti alla presenza del divino nell’“altro.” Come afferma Anthony Gittins “Gli incontri con altre persone sono incontri con altri volti di Dio, precedentemente non riconosciuti, il cui scopo è glorificare Dio proprio continuando la missione di Gesù.”11

Occorrono gli stessi atteggiamenti di apertura, dialogo, rispetto, umiltà, e tolleranza per poter imparare ad apprezzare la spiritualità di chi appartiene a un’altra cultura. Oltre a studiare semplicemente la spiritualità degli altri (sia nella parrocchia nazionale di un candidato, sia in una comunità di formazione, sia nel vicinato o mentre si è impegnati in un tirocinio in un altro contesto), partecipare agli esercizi spirituali, alla preghiera, e ai riti di altre culture ci dà la capacità di accrescere la nostra spiritualità ampliando gli orizzonti del nostro modo di sentire il sacro.

Una vocazione a una vita e a una missione interculturale oggi richiede una maggiore flessibilità, senza essere ambigui; apertura, senza essere privi di radici; fedeltà, ma non intolleranza; a proprio agio con l’ambiguità, ma senza abbracciare un relativismo totale. E’ essenziale una profonda spiritualità per poter vivere un tale “tentativo di giungere a un compromesso” in pace e con gioia!

3.4 Formazione Comunitaria – Vivere l’Interculturalità

La nostra realtà è che abbiamo sempre più comunità di aspirandato e di formazione che sono multiculturali – o per le esigenze pratiche di consolidare i programmi di formazione a livello mondiale, o per scelta intenzionale. Una comunità multiculturale può essere un laboratorio per la crescita della competenza interculturale. Tuttavia, abbiamo notato che il semplice fatto di essere multiculturale non garantisce automaticamente lo sviluppo di una comunità veramente interculturale, né infonde automaticamente nei suoi membri la conoscenza, gli atteggiamenti, i comportamenti e le capacità necessarie per l’interculturalità. Occorre prestare un’esplicita attenzione a sfruttare le ricchezze di una comunità multiculturale perché essa sia una scuola di apprendimento interculturale.

Sebbene invitare ogni gruppo rappresentato in una comunità di formazione ad organizzare celebrazioni comunitarie per particolari festività culturali sia un modo importante di affermare e tenere in gran conto le culture rappresentate, questo da solo non basta. Troppo spesso, le comunità multiculturali restano al livello superficiale del cibo, del costume, e di qualche parola della lingua – la punta dell’iceberg. Gli elementi più profondi della cultura – specialmente quelli che creano tensione e conflitto nella comunità – non vengono mai trattati. Approfondire la conversazione serve da terreno di allenamento per l’impegno dei membri con le altre culture. Lo scambio dei bagagli culturali, avviene certamente durante le conversazioni informali in sala da pranzo o di ricreazione, ma far sì che ogni membro della comunità di formazione condivida la propria cultura in un modo più sistematizzato è utile. Uno non può diventare un esperto di tutte le culture che potrebbero essere rappresentate in una comunità, ma può comprendere di più la dinamica che influisce sulla comunicazione, sul processo decisionale, sull’esercizio della leadership, ecc.

Nel condividere un carisma comune, i membri di una congregazione internazionale portano varie esperienze di chiesa e di vita religiosa plasmate dai molti bagagli culturali che rappresentano. Il presupposto che tutti abbiano esattamente la stessa visione della chiesa, del ministero, della vita religiosa, e della spiritualità può portare a malintesi, risentimenti e conflittualità. E’ importante riconoscere la diversità delle ecclesiologie e dell’esperienza di vita religiosa vissuta, e non presupporre che il modo in cui è vissuta nel paese ospite è l’unico modo in cui il carisma della congregazione dovrebbe essere incarnato.

Ogni comunità è incarnata in un particolare paese e contesto culturale (o multiculturale). Lavorando verso l’interculturalità, la comunità rispetta e celebra allo stesso tempo le culture rappresentate, aiutando così tutti i membri ad avere una più profonda inculturazione nella cultura ospite in cui si trova la comunità. Certamente, la pratica comune di una comunità internazionale sarebbe quella di usare la lingua del paese o della regione ospitante come lingua comune. Inoltre, lo stile di leadership e di autorità, i processi decisionali, e la comunicazione interpersonale saranno fortemente influenzati dai modi dominanti della cultura ospitante. Trovare l’equilibrio tra rispettare il bagaglio singolare di ciascuno, e il bisogno di ognuno di inserirsi completamente nella realtà in cui è presente fisicamente, è una sfida. Una comunità di formazione interculturale non può essere un luogo di rifugio dal “mondo” che la circonda, ma piuttosto dovrebbe permettere ai formandi di conoscere meglio le differenze culturali che ci sono tra loro e le persone con cui potrebbero interagire nelle loro attività apostoliche. Per molte congregazioni religiose, questo comprenderebbe impegnarsi nelle singolari culture dei poveri, degli emarginati, e degli immigrati. Il modo in cui procedono in questa interazione è un’importante consapevolezza per il discernimento.

Date le sfide che comporta impegnarsi nell’interazione interculturale, i candidati e i formandi (o qualunque membro della comunità!) potrebbero avere la tendenza a frequentare soprattutto quelli che hanno il loro stesso bagaglio culturale o uno simile. I membri di diversi gruppi culturali possono realmente isolarsi l’uno dall’altro, piuttosto che assumersi il difficile processo dell’impegno interculturale. L’isolamento esclusivo può indicare un etnocentrismo che deve essere affrontato, o potrebbe portare ad un eccessivo isolamento nelle future destinazioni. D’altro canto, ci può essere un’affermazione positiva necessaria di ogni gruppo culturale quando si riuniscono per celebrare il loro retaggio singolare. Bisogna cercare un buono ed utile equilibrio nell’ordine della comunità. Il comportamento del candidato a questo riguardo sarà utile nel discernimento.

3.5 Formazione Apostolica / Pratica

Forse l’esperienza di far parte di una comunità interculturale è il migliore addestramento pratico per l’impegno in un mondo interculturale, come indica il paragrafo precedente. Tuttavia, vi sono altre esperienze specifiche che possono aiutare sia il discernimento sia la formazione per tale impegno interculturale. Vita Consacrata di Papa Giovanni Paolo II specifica:

“ … durante il periodo della formazione iniziale, negli Istituti di vita consacrata sarà utile procedere ad esperienze concrete e prudentemente accompagnate dal formatore o dalla formatrice, per esercitare, in dialogo con la cultura circostante, le attitudini apostoliche, le capacità di adattamento, lo spirito di iniziativa. Se, da un lato, è importante che la persona consacrata si formi progressivamente una coscienza evangelicamente critica verso i valori e i disvalori della propria cultura e di quella che incontrerà nel futuro campo di lavoro, dall’altro deve esercitarsi nella difficile arte dell’unità di vita, della mutua compenetrazione della carità verso Dio e verso i fratelli e le sorelle, sperimentando che la preghiera è l’anima dell’apostolato, ma anche che l’apostolato vivifica e stimola la preghiera.”12

Molte delle nostre congregazioni comprendono un periodo di ministero pastorale o altri tipi di tirocinio nel periodo di formazione iniziale, in linea con le opere apostoliche del loro carisma particolare. Se desideriamo dedicarci al nostro mondo interculturale, tale tirocinio dovrebbe essere in un contesto interculturale. Un programma del genere dà alla persona l’opportunità di applicare la conoscenza intellettuale della cultura a una situazione di vita reale, e approfondisce ulteriormente la forza psicologica/emotiva necessaria alla vita e al lavoro interculturale.

Il ruolo di guida è principale perché la persona si integri e assimili l’esperienza interculturale. Non soltanto di un’esperienza di convivenza con un’altra cultura ha bisogno il programma, ma di una struttura che comprenda la riflessione guidata sull’esperienza del partecipante, come pure di valutazioni sia da parte dello studente che del mentore. Nessuno studio accademico o crescita di maturità emotiva può prendere il posto dell’apprendimento, della crescita, e del cambiamento attraverso la vera e propria esperienza dell’interculturalità, sia essa mediante un tale internato, o attraverso il ministero pastorale interculturale a tempo parziale durante il corso di formazione.

La conoscenza della cultura e della dinamica interculturale, la maturità emotiva, e la forza psicologica sono tutti elementi necessari per la competenza interculturale. Tuttavia, debbono essere posti al servizio della creazione delle capacità specifiche che sono necessarie per impegnarsi con successo nella missione interculturale. Una volta che acquisiamo la conoscenza interculturale e che abbiamo la maturità emotiva per ottenere una conversione che ci consenta di essere aperti e rispettosi verso chi appartiene ad altre culture, possiamo lavorare allo sviluppo delle capacità interpersonali necessarie per interagire, impegnarci reciprocamente, e lavorare insieme a chi appartiene ad altre culture.

Le capacità di cui abbiamo bisogno per crescere per la missione interculturale sono molte e varie: la capacità di simpatizzare con qualcuno di un’altra cultura; la capacità di tollerare l’ambiguità; la capacità di comunicare appropriatamente ed efficacemente con persone e gruppi di altre culture; la capacità di adattare il proprio comportamento efficacemente quando si interagisce con chi appartiene ad un’altra cultura; la capacità di riconoscere la fonte di contrasto interculturale e come affrontarla; ecc. L’obiettivo nello sviluppare le capacità è che tale comportamento diventi naturale, e che ci si senta a proprio agio adattando il proprio comportamento per impegnarsi bene con gli altri.

Oltre alle capacità individuali necessarie per interagire efficacemente con chi appartiene ad un’altra cultura, il nostro mondo (e la chiesa) sempre più multiculturale richiede che sviluppiamo anche le capacità necessarie per aiutare gruppi di diverse culture a imparare ad interagire, a lavorare, e a creare insieme la comunità.13 Naturalmente, il singolo religioso deve essere competente e a proprio agio con l’interculturalità per essere in grado di guidare una comunità multiculturale verso l’interculturalità o per aiutare a risolvere un conflitto tra gruppi culturali.

  1. Qualche Questione di Formazione Interculturale

Nel considerare il discernimento e la formazione vocazionale in un contesto interculturale, dobbiamo prendere in considerazione una decisione importante: a quale stadio del discernimento/formazione un candidato dovrebbe entrare in una comunità di formazione al di fuori della sua cultura? La Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica (CIVCSVA), nelle Direttive sulla Formazione negli Istituti Religiosi, afferma:

È sconsigliabile che il noviziato sia trascorso in un luogo estraneo alla cultura e alla lingua di origine dei novizi: sono preferibili infatti dei piccoli noviziati, purché siano radicati in questa cultura. Il motivo essenziale è quello di non moltipIicare i problemi nel corso di una tappa di formazione in cui gli equilibri fondamentali della persona si devono mettere a posto, in cui le relazioni tra i novizi e il maestro dei novizi devono essere facili e permettere di esplicarsi mutuamente con tutte le sfumature richieste da un cammino spirituale iniziale e intenso. Inoltre, il trasferimento in un’altra cultura, in quel momento, comporta il rischio di accogliere false vocazioni e di non percepire eventuali false motivazioni.”14

Esistono certamente delle sfide nel discernimento quando si ha a che fare con candidati di varie culture. Tuttavia, molte delle nostre congregazioni hanno ragioni molto pratiche per concentrare noviziati ed altri gruppi di programmi di formazione, a causa del calo nel numero dei candidati in alcune zone del mondo. Inoltre, dato il nostro impegno a dedicarci a un mondo interculturale, possiamo scegliere intenzionalmente di avere la formazione interculturale ad uno stadio abbastanza precoce della formazione. La nostra esperienza nella SVD è che con un’adeguata preparazione ad immergersi in un altro contesto, le abilità linguistiche, e la sensibilità da parte dei formatori, può funzionare e ha perfino dei vantaggi nel discernere e preparare per una vita di missione interculturale.

La questione della personalità e della cultura è stata già menzionata, ed è un elemento di discernimento importante. Se pare che un candidato usi il proprio bagaglio culturale come giustificazione per ignorare o piegare le norme della comunità locale, bisogna considerare attentamente la cosa. Ma usare la cultura come scusa per un comportamento chiaramente inappropriato non si può tollerare. In questi casi, è particolarmente utile che altri della stessa cultura del candidato o qualcuno esperto di quella cultura aiutino a discernere cos’è una valida differenza e cos’è la personalità di un individuo.

Man mano che le nostre congregazioni e le loro comunità locali diventano più multiculturali, occorre occuparsi onestamente di un’altra questione, quella degli obblighi familiari. Sebbene non siano limitate alle comunità di formazione, le norme della congregazione che riguardano i legami familiari debbono fare i conti con le aspettative culturali che cambiano. Queste questioni si manifestano in termini di richiesta (o di sollecitazione da altre parti) alla comunità di aiuti finanziari per necessità familiari, di viaggi frequenti per far visita ai parenti, di tempo trascorso per comunicare (attraverso Skype, WhatsApp, ecc.) con la famiglia, ecc. Tutte hanno il potenziale di provocare rancore, e debbono essere trattate apertamente nelle comunità locali, nelle assemblee provinciali e forse perfino al livello generalizio. Abbiamo trovato difficili queste discussioni, e cercare di formulare delle linee di condotta è perfino più difficile!

  1. Discernimento / Valutazione

5.1 Formatori di Interculturalità

Sappiamo che i direttori e i formatori vocazionali hanno un ruolo fondamentale nel processo di discernimento. Di fronte alle sfide di acquisire la capacità di una vita interculturale, i formandi hanno bisogno di guide e mentori validi che li aiutino a discernere se tale vita è veramente la loro vocazione. I formatori in qualunque contesto hanno un compito difficile. Oltre ad assicurarsi che i molti elementi già menzionati vengano integrati nel processo di formazione, il formatore ha il compito di guidare personalmente i candidati per raggiungere la formazione integrale e olistica necessaria per la vita interculturale. I formatori per la vita e l’opera interculturale debbono avere il carattere, la personalità, e l’esperienza di vita necessaria per soddisfare questo ruolo difficile.

I direttori e i formatori vocazionali devono essere persone che incarnano la capacità di ascoltare, di impegnarsi, e di cercare la comprensione dell’altro. Sono i modelli dell’atteggiamento gentile e dialogico necessario per impegnarsi in contesti interculturali. Sono persone in grado di imparare dalle proprie esperienze e da quelle altrui. Si rivolgono ai candidati con atteggiamenti di apertura, rispetto, e amore che consente il dialogo. Papa Francesco, rivolgendosi in maniera informale all’Unione dei Superiori Generali nel 2013, sottolineò che oggi la formazione religiosa “richiede un atteggiamento diverso. Ad esempio: non si risolvono i problemi proibendo semplicemente questo o quello. Ci vogliono il dialogo e il confronto … Il dialogo deve essere serio, senza paura, sincero … La formazione è un’opera d’arte, non un’azione di polizia. Dobbiamo dar forma ai loro cuori. Altrimenti creiamo piccoli mostri. E poi questi piccoli mostri modellano il Popolo di Dio. Questo mi fa davvero venire la pelle d’oca.”15

Il documento Preparatorio del prossimo Sinodo conferma che queste stesse qualità di apertura, rispetto e amore sono necessarie in tutti quelli che accompagnano i giovani:

Varie ricerche mostrano come i giovani sentano il bisogno di figure di riferimento vicine, credibili, coerenti e oneste, oltre che di luoghi e occasioni in cui mettere alla prova la capacità di relazione con gli altri (sia adulti, sia coetanei) e affrontare le dinamiche affettive. Cercano figure in grado di esprimere sintonia e offrire sostegno, incoraggiamento e aiuto a riconoscere i limiti, senza far pesare il giudizio.16

Quindi, formatori e direttori vocazionali devono avere a loro volta una buona formazione, che dia loro un’adeguata coscienza di sé, capacità di accompagnare i giovani, e competenza interculturale. I formatori per la vita e il lavoro interculturale dovrebbero aver avuto esperienza di vita e di lavoro in un contesto diverso, che hanno integrato con successo nella loro vita e identità. Tale esperienza non solo consentirà loro di condividere le esperienze di interculturalità con i formandi, ma li renderà sensibili alle difficoltà che potrebbero incontrare nel loro viaggio verso la competenza interculturale.

Una comunità di formazione interculturale sarebbe servita meglio da una equipe di formatori interculturali. Una equipe del genere serve da modello di impegno interculturale per i formandi, dimostrando la reale possibilità di una collaborazione interculturale. Un ulteriore vantaggio di avere una equipe di formazione composta da persone di diverse culture è quella di offrire al formando l’alternativa di parlare ad un formatore che potrebbe conoscere meglio la sua cultura rispetto ad altri. Una equipe è importante anche per la continuità del processo di formazione (attraverso varie fasi) e per le reazioni degli stessi formatori. Una equipe può comprendere anche consulenti con due culture, che conoscono sia la cultura della persona in formazione sia quella del formatore. Se i candidati e i formandi provengono da più background culturali, un solo formatore non può diventare veramente “esperto” in ciascuna delle culture rappresentate, e un assistente bene informato può essere prezioso nel processo di discernimento.

5.2 Strumenti per Misurare / Valutare la Crescita Interculturale

Nel processo di selezione dei candidati e nella formazione, comunemente usiamo vari test psicologici o scale per capire i tratti della personalità: l’Enneagramma, il Myers-Briggs, il Genogramma, ecc. Esistono anche scale, tecniche, e strumenti per misurare la competenza interculturale che abbiamo trovato utili:

  • L’ Inventario dello Sviluppo Interculturale (Intercultural Development Inventory, IDI) di Mitchell R. Hammer, basato sul Modello di Sviluppo della Sensibilità Interculturale di Bennet. Il sito web di Hammer afferma: “Rispetto agli strumenti per le caratteristiche personali, l’IDI è una misura della competenza interculturale trans-culturalmente valida, affidabile e generalizzabile lungo il continuum dello sviluppo interculturale convalidato (adattato, sulla base della ricerca IDI, dal Modello di Sviluppo della Sensibilità Interculturale originariamente proposto da Milton Bennett).”17 Noi l’abbiamo trovato piuttosto utile, e facile da usare – anche se limitato a causa del costo e del linguaggio delle domande.

  • L’Inventario degli Stili di Conflitto Interculturale (Intercultural Conflict Style Inventory, ICSI) di Hammer, per aiutare a capire come viene affrontato il conflitto in situazioni culturali diverse.18 Hammer ha tracciato un modello per lo stile di conflitto suddiviso in quattro quadranti: ogni stile è una combinazione di diretto o indiretto, con e senza espressione visibile di emozione. Si tratta di un facile esercizio da usare, e di un buono ed efficace modo di cominciare a parlare di conflitto e cultura.

  • La Scala di Competenza Interculturale (Intercultural Competency Scale, ICS) di Muriel I. Elmer, che delinea un insieme di dodici capacità/attitudini che sono correlate alla competenza interculturale (accessibilità, ricettività interculturale, orientamento positivo, inflessibilità, apertura sociale, intraprendenza, deferenza, perseveranza, flessibilità, capacità di prospettiva interculturale, temerarietà, fiducia sociale). Ognuna di queste può essere seguita con moduli volti allo sviluppo di capacità.19

  • Il “Culture-drama” di Jon Kirby SVD usa metodi d’azione presi dallo psicodramma e dal sociodramma.20 All’inizio Jon sviluppò questo metodo nel Ghana, nel tentativo di contribuire a risolvere conflitti etnici a lungo termine tra due importanti gruppi tribali, e ha continuato a svilupparlo sin dal suo ritorno negli Stati Uniti.

  • Il “Map-Bridge-Integrate” (MBI)21 di Joseph DiStefano e Martha Maznevski fa un quadro per riconoscere che le differenze culturali esistono e traccia diverse prospettive, aumenta la comunicazione efficace per creare un ponte tra le differenze, e integrare la differenza per ottenere una migliore collaborazione creando una nuova sinergia.

Esistono esempi di strumenti disponibili. C’è da sottolineare che alcuni di questi hanno certi pregiudizi culturali (e.g. l’ICS originariamente fu sviluppato per nordamericani che entravano in contesti trans-culturali), e alcuni hanno un orientamento commerciale (per migliorare la produttività dei gruppi di gestione commerciale interculturali). Comunque, ognuno di questi può essere utile come punto di partenza per la riflessione, la discussione e il discernimento.

5.3 Valutazioni

Una delle più grandi responsabilità dei direttori e dei formatori vocazionali è la valutazione dei candidati, discernere le forze e le zone di crescita necessarie. Fondamentalmente, danno consigli sull’accettazione della persona nella formazione o sul proseguimento nella congregazione. Nel fare queste valutazioni, il formatore di membri provenienti da background culturali diversi dal suo deve giudicare il comportamento della persona con sensibilità verso il particolare background di quest’ultima (come pure il background della famiglia, le esperienze di vita, ecc.). La valutazione stessa è un’opportunità per conoscere meglio sia le persone che le loro culture, e per aiutarle a capire l’impatto della loro cultura sul loro comportamento e la sua appropriatezza nel contesto particolare della comunità di formazione. Il formatore deve possedere buon senso e sensibilità per distinguere tra la fase di crescita della persona in competenza interculturale e l’uso da parte della medesima delle differenze culturali come scusa per non cambiare un comportamento che potrebbe essere preoccupante. Quindi, i formatori sono invitati a contribuire a discernere se una persona ha le attitudini, la capacità intellettuale, la spiritualità, o le capacità necessarie per la vita e la missione interculturale. A volte siamo tentati di lasciare che altre buone qualità di un candidato (e.g. grande capacità intellettuale) prevalgano sulle sue incapacità di vivere e operare interculturalmente. Allora in seguito avremo dei problemi nella comunità o nella sua capacità di lavorare in un altro contesto. Infine, i direttori e i formatori vocazionali debbono stabilire come e quando discernere che qualcuno non ha semplicemente l’attitudine necessaria per la vita e il lavoro interculturale.

I formatori hanno bisogno di sensibilità nell’interpretare gli aspetti culturali della comunicazione. Ad esempio, quando ero un formatore a Chicago, il nostro processo di valutazione per il rinnovo dei voti comprendeva il parlare faccia a faccia all’interno di un gruppo. Nel contesto culturale egocentrico nordamericano dominante, il parere onesto di un individuo viene apprezzato più della continua armonia di gruppo – in verità, il confronto e una forte discussione sono considerati come un passo necessario che porta a prendere decisioni. Tuttavia, la maggioranza dei formandi veniva da background culturali più socio-centrici o collettivistici. Nel leggere le valutazioni dei compagni di molti formandi, la mia prima impressione fu che in realtà non dicevano nulla ed erano assolutamente inutili. Dovetti imparare a leggere “tra le righe,” notando quello che veniva detto e quello che non veniva detto. Dovetti imparare a capire il linguaggio in codice – che “il suo lavoro nella comunità è pulire la cucina” non afferma semplicemente un fatto, ma forse implica che in realtà non lo fa. Dovetti arrivare a capire che lo scontro diretto con uno studente potrebbe essere accettabile se avvenisse con un formatore, un superiore, o qualcuno più anziano, ma non era appropriato se era con un proprio pari. Dovetti imparare ad essere più sensibile verso il bisogno di parlare in modi che preservassero un senso di armonia nel gruppo. Qualunque necessità di cambiamento del comportamento di una persona doveva essere dichiarato gentilmente in modo che potesse “salvare la faccia” – ad esempio riconoscendo che il lavoro sodo che stava facendo negli studi doveva rendergli difficile trovare il tempo per pulire la cucina. Dovetti fare attenzione ai commenti sottili fatti dai suoi pari, e non aspettarmi la comunicazione diretta che a volte avevo pensato fosse necessaria. Nel processo e con gli anni, i formandi svilupparono anche maggiori capacità di comunicazione interculturale, imparando a riconoscere che comunicare in modi più diretti, che poteva essere offensivo nell’ambito della loro cultura, a volte era appropriato e necessario in un ambiente interculturale.

5.4 Ostacoli al Vero Discernimento

Date le complessità di discernere una vocazione ad impegnarsi effettivamente in un mondo interculturale, non c’è da sorprendersi se strada facendo incontriamo molte difficoltà. Fattori culturali, sociali, economici, ed altri della vita di un candidato incidono tutti su un naturale discernimento.

È qui in causa il discernimento delle vocazioni. Soprattutto in certi paesi alcuni candidati e candidate si presenteranno per cercare più o meno coscientemente una promozione sociale ed una sicurezza per l’avvenire; altri vedranno la vita religiosa come il luogo ideale di un impegno ideologico per la giustizia; altri, infine, di spirito più conservatore, si aspetteranno che la vita religiosa sia il luogo di salvaguardia della loro fede in questo mondo considerato soprattutto come ostile e corrotto. Queste motivazioni rappresentano il risvolto di un certo numero di valori, ma richiedono di essere purificate e raddrizzate. Nei paesi cosiddetti sviluppati, bisognerà promuovere soprattutto l’equilibrio umano e spirituale, a base di rinuncia, di fedeltà duratura, di generosità serena e costante, di gioia autentica e di amore …22

A volte le culture che sono gerarchiche possono dare un’immagine distorta della vita religiosa, vedendola come mezzo per raggiungere uno stato elevato, potere e importanza.

Oltre ai fattori precedenti, la pressione familiare a diventare un religioso può essere molto forte in alcune culture. L’influenza dei genitori sull’aspirazione vocazionale di un candidato può essere particolarmente problematica in candidati di culture tradizionali in cui la devozione e il riguardo filiale verso le aspettative dei genitori sono particolarmente forti e perfino deterministici per l’identità vocazionale di una persona. Questi candidati potrebbero cercare di entrare nella congregazione per ubbidire ai genitori, limitando la loro libertà di un vero discernimento.

Collegato a quel che precede, a volte un candidato viene realmente scelto o dedicato dai genitori alla vita religiosa – perfino prima della nascita. Il documento Preparatorio del Sinodo, in riferimento alla fase della scelta del discernimento, attesta:

Una volta riconosciuto e interpretato il mondo dei desideri e delle passioni, l’atto di decidere diventa esercizio di autentica libertà umana e di responsabilità personale, sempre ovviamente situate e quindi limitate … per lungo tempo nella storia le decisioni fondamentali della vita non sono state prese dai diretti interessati; in alcune parti del mondo è ancora così … promuovere scelte davvero libere e responsabili, spogliandosi da ogni connivenza con retaggi di altri tempi, resta l’obiettivo di ogni seria pastorale vocazionale …23

Un altro ostacolo al discernimento riguarda le aspettative della famiglia di un candidato, della parrocchia domestica, o della comunità domestica locale. In alcuni contesti, una volta che un candidato viene accettato ed entra nella formazione, il discernimento si ferma. Sarebbe vergognoso perfino considerare di abbandonare, perché la famiglia o la comunità si aspetta che lui “perseveri.” La CIVSCVA nota che nessun programma di pre-noviziato “dovrebbe dare l’impressione che quelli che sono interessati sono già diventati membri del’istituto.”24 Tuttavia, in alcuni contesti culturali la libertà della persona di scegliere di lasciare la formazione – o di essere destituita – è limitata da tali aspettative. Ricordo com’ero confuso in Ghana, quando la nostra comunità locale non approvò che un Fratello che aveva pronunciato i voti temporanei rinnovasse i voti quando questi era chiaramente infelice tentando di vivere la vita religiosa come un uando egli era quando questi SVD. I membri della sua famiglia vennero a perorare il suo caso e a pregarci di riconsiderare; dovetti imparare la forza di tali aspettative della famiglia. La nostra zona del Madagascar in Africa, ad esempio, ha sviluppato delle politiche per i suoi programmi di formazione comuni che comprendono una visita personale dei superiori alle famiglie di ogni soggetto in formazione che ha scelto di lasciare o che è stato respinto.

Perfino tra i formatori e i superiori, a volte vi è la sensazione che una volta che uno è entrato nel processo di formazione, “ha una vocazione” che deve essere “salvata” o “protetta” – a volte nonostante importanti informazioni riguardo al suo atteggiamento e comportamento che indicano che in effetti potrebbe non avere una vocazione per la nostra vita religiosa interculturale. In questi casi il pericolo è che il desiderio di tenere qualcuno nella congregazione possa in effetti impedire il discernimento continuo per tutta la durata della formazione.

Una questione contemporanea, collegata ad alcuni degli ostacoli summenzionati per un genuino discernimento, è quella del rapporto dei giovani con internet. Il documento preparatorio del Sinodo rileva il potenziale e i pericoli del “mondo virtuale”:

Le giovani generazioni sono oggi caratterizzate dal rapporto con le moderne tecnologie della comunicazione e con quello che viene normalmente chiamato “mondo virtuale”, ma che ha anche effetti molto reali. Esso offre possibilità di accesso a una serie di opportunità che le generazioni precedenti non avevano, e al tempo stesso presenta rischi. È tuttavia di grande importanza mettere a fuoco come l’esperienza di relazioni tecnologicamente mediate strutturi la concezione del mondo, della realtà e dei rapporti interpersonali.25

Un candidato può essere così collegato alla famiglia e alla sua cultura domestica e nazionale da essere incapace di interagire profondamente con quelli della sua comunità o con la cultura che lo circonda, rendendo difficile un vero discernimento di una vocazione interculturale. Nonostante sia fisicamente presente in un’altra cultura o comunità multiculturale, può rimanere isolato nel suo mondo culturale attraverso il ciberspazio, senza affrontare mai la difficile esperienza della conversione all’interculturalità.

  1. Conclusione: Buona Volontà e Lavoro Sodo!

Nonostante tutti i potenziali ostacoli nel discernere una vocazione religiosa alla vita e alla missione interculturale, nonostante le complessità dell’interculturalità, esiste ancora la possibilità di crescita nella nostra capacità di impegnarci veramente con l’“altro.” Anthony Gittens chiede:

Esistono delle comunità veramente interculturali? Sì, certamente in pratica esistono, ovunque le persone sono intenzionate a vivere come una comunità unita nelle loro differenze e veramente rispettose dell’ ‘altro.’ Ma potrebbero essercene molte di più se le persone credessero che vivere culturalmente non fosse solo desiderabile ma anche veramente possibile, e se sentissero che è qualcosa che si potrebbe imparare e praticare sistematicamente ed efficacemente. Anche se la buona volontà da sola non è sufficiente, è un requisito indispensabile importante.26

Se abbiamo il desiderio, se abbiamo l’impegno a lavorare in tal senso, e se abbiamo la buona volontà di credere che l’interculturalità merita lo sforzo, possiamo andare avanti. Siamo ancora tutti “in cammino” attraverso questo mondo interculturale. Impegniamoci a camminare con i nostri candidati che stanno discernendo cos’è che Dio sta chiedendo loro, così come tutti noi continuiamo a discernere quello che Dio ci chiede – individualmente e come comunità – mentre percorriamo la nostra vita comunitaria interculturale e ci impegniamo nella missione interculturale.

1 Documento Preparatorio per la XV Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi sui Giovani, la Fede, e il Discernimento Vocazionale, I.1-2

2 Le dimensioni culturali di Geert Hofstede sono ampiamente utilizzate nei seminari e nei corsi sulla vita interculturale, e si possono trovare spiegazioni in molti libri e articoli. Si veda http:// www.geert-hofstede.com/ per una panoramica della sua opera.

3Milton J. Bennett, “Towards Ethnorelativism: A Developmental Model of Intercultural Sensitivity”, Education for the Intercultural Experience, R. Michael Paige, ed., Intercultural Press, Inc., 1993.

4Gli elementi chiave o “pilastri” della “formazione integrale” vengono descritti in vari modi. Le Direttive sulla Formazione negli Istituti Religiosi della CIVCSVA affermano che “La formazione integrale di una persona ha una dimensione fisica, morale, intellettuale e spirituale” (#33). L’esortazione Apostolica di Papa Giovanni Paolo II Vita Consacrata afferma che “La formazione, per essere completa, deve comprendere tutti gli aspetti della vita cristiana. Deve quindi fornire una preparazione umana, culturale, spirituale e pastorale che presti speciale attenzione all’integrazione armoniosa di tutti i suoi vari aspetti. Bisognerebbe riservare tempo sufficiente alla formazione iniziale, intesa come processo di sviluppo che passa attraverso tutti gli stadi della maturità personale — da quella psicologica e spirituale a quella teologica e pastorale” (#65). L’esortazione di Papa Giovanni Paolo II Pastores Dabo Vobis elenca quattro pilastri della formazione sacerdotale come umano, spirituale, intellettuale e pastorale. Papa Francesco, parlando all’Unione dei Superiori Generali nel 2013, elencò quattro pilastri della formazione religiosa come uattro pilastri spirituale, intellettuale, comunitario, e apostolico. Forse, per i nostri fini, potremmo indicare cinque pilastri della formazione religiosa: umano, spirituale, intellettuale, comunitario e apostolico – tutti collegati all’interculturalità.

5Documento Preparatorio del Sinodo, II.2

6Fernando A. Ortiz e Gerard J. McGlone S.J., “Model for Intercultural Competencies in Formation and Ministry: Awareness, Knowledge, Skills and Sensitivity”, Seminary Journal, edizione dell’autunno del 2012 (National Catholic Education Association Seminary Department, USA), p. 29

7 Ibid, p. 29

8 Congregazione Generale SJ, 24 Ott. 2016 come riportato in La Civiltà Cattolica

9USG, 26 Novembre 2016 come riportato da Antonio Spadaro, SJ

10Roger P. Schroeder SVD, What is the Mission of the Church? A Guide for Catholics, Orbis Books, 2008, pag. 129

11Anthony J. Gittins CSSp, Living Mission Interculturally: Faith, Culture, and the Renewal of Praxis, Liturgical Press,2015, Editione Kindle, pag.76.

12Vita Consecrata, Esortazione apostolica di Papa Giovanni Paolo II, 1996, #67

13 Si veda, per esempio, l’opera di Eric H. F. Law che fornisce esercizi e strumenti concreti per aiutare più culture in una parrocchia a comunicare e lavorare efficacemente come una comunità interculturale unita.

14Direttive sulla Formazione negli Istituti Religiosi, Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e Società di Vita Apostolica, 1990, #47

15Antonio Spadaro S.J., “Svegliate il Mondo: Conversazione con Papa Francesco sulla Vita Religiosa”, La Civiltà Cattolica 2014 I 3-17, pag. 8-9

16Documento Preparatorio del Sinodo, I.2

17 Si veda https://idiinventory.com/ per i dettagli. IDI non comprende l’ultimo stadio di Integrazione di Bennett, che finisce invece con Adattamento.

18 Si veda http://www.icsinventory.com/ per l’ Inventario degli Stili di Conflitto Interculturale.

19Si veda http://icsprofile.org/ics/about riguardo la Scala della Competenza Interculturale creata da Muriel I. Elmer.

20Si veda http://spiritualityandculture.com/Culture-drama.html per risorse sulle tecniche di “culture-drama” di Kirby.

21Si veda www.imd.org/research/publications/upload/PFM108-LR_Maznevski-DiStefano.pdf per un riassunto dell’approccio MBI creato da Maznevski e DiStefano.

22CIVCSVA 1990, #89

23 Documento Preparatorio del Sinodo, II.2

24CIVCSVA 1990, #44

25 Documento Preparatorio del Sinodo, I.2

26Gittins, op. cit., Introduzione