Interculturalità, Cattolicità e Vita Consacrata

Arturo Sosa, S.I.

Quando ci si avvicina ad un tema di questa complessità e densità storica si corre il rischio di cadere nella superficialità, di ripetere luoghi comuni o di presentare impostazioni inutili. Per non distrarre l’attenzione dallo scopo prefisso da questo incontro è bene non soffermarsi sui problemi interculturali legati all’evangelizzazione di tanti secoli di storia, e specialmente quelli associati al rapporto tra la missione evangelizzatrice e i processi colonizzatori che si estendono dal XV secolo in poi nei diversi continenti1. Siamo invitati a guardare le enormi sfide interculturali del futuro dell’umanità, della Chiesa e della Vita Consacrata dall’approccio proposto dal Concilio Ecumenico Vaticano II.

Queste riflessioni hanno la sola pretesa di iniziare lo scambio tra noi su una tematica che sperimentiamo nella nostra vita quotidiana e che intuiamo essere un’opportunità ed una sfida per la Vita Consacrata. Sono riflessioni incomplete, scritte senza una logica, con la libertà del saggio, genere letterario che permette di esprimere le proprie idee senza un “apparato critico”, cioè che permette di esprimersi non solo partendo dalla testa, ma anche dall’esperienza e dal cuore.

  1. Cultura, inculturazione e intercultualità

Solo per onestà intellettuale si rende necessario iniziare esplicitando il concetto di cultura cui si fa riferimento in questo testo. Cultura è una parola usata colloquialmente e scientificamente in modi assai diversi. Per considerare il Concilio Ecumenico Vaticano II un terreno comune2, traggo il concetto di cultura dalla Costituzione Apostolica Gaudium et spes (scusandomi per l’estensione della citazione):

Con il termine generico di « cultura » si vogliono indicare tutti quei mezzi con i quali l’uomo affina e sviluppa le molteplici capacità della sua anima e del suo corpo; procura di ridurre in suo potere il cosmo stesso con la conoscenza e il lavoro; rende più umana la vita sociale, sia nella famiglia che in tutta la società civile, mediante il progresso del costume e delle istituzioni; infine, con l’andar del tempo, esprime, comunica e conserva nelle sue opere le grandi esperienze e aspirazioni spirituali, affinché possano servire al progresso di molti, anzi di tutto il genere umano.

Di conseguenza la cultura presenta necessariamente un aspetto storico e sociale e la voce «cultura» assume spesso un significato sociologico ed etnologico. In questo senso si parla di pluralità delle culture. Infatti dal diverso modo di far uso delle cose, di lavorare, di esprimersi, di praticare la religione e di formare i costumi, di fare le leggi e creare gli istituti giuridici, di sviluppare le scienze e le arti e di coltivare il bello, hanno origine i diversi stili di vita e le diverse scale di valori. Cosi dalle usanze tradizionali si forma il patrimonio proprio di ciascun gruppo umano. Così pure si costituisce l’ambiente storicamente definito in cui ogni uomo, di qualsiasi stirpe ed epoca, si inserisce, e da cui attinge i beni che gli consentono di promuovere la civiltà.3

Ai fini di questa riflessione, vorrei sottolineare il carattere relazionale del concetto di cultura. La cultura è frutto dell’esercizio della libertà umana. Gli esseri umani stabiliscono liberamente relazioni mediante le quali si cerca e si dà significato all’esistenza, alla vita quotidiana personale e sociale. Le relazioni culturali nascono dalla necessità umana di dare un significato condiviso alla vita in comune (ideali, valori, atteggiamenti,), stabilire il modo di produrre, di distribuire e di consumare i beni materiali necessari per la vita (relazioni economiche), e prendere decisioni sul destino e il governo della società civile (relazioni politiche)4. Le religioni sono una parte importante del senso, dei simboli e dei significati che un gruppo umano dà alla vita attraverso la cultura5.

Le relazioni umane sono storiche, e quindi dinamiche e mutevoli. Di conseguenza, la cultura si muove e non esiste di per sé e nemmeno forma una specie di genetica sociale che si trasmette invariata da una generazione all’altra. Allo stesso tempo è personale e condivisa. Ciascuna persona, unica ed irrepetibile, identifica se stessa attraverso la cultura. Al contempo, si tratta di un’identità socialmente condivisa con altri esseri umani, ognuno di loro unico ed irripetibile.

L’inculturazione 6copre due versanti complementari. Il primo è il processo di inculturarsi nella propria cultura, cioè rendersene criticamente coscienti. Senza inculturazione nella propria cultura non è possibile essere personalmente maturi, e nemmeno partecipare alla vita sociale. La coscienza critica della propria cultura è la condizione per relazionarsi positivamente con la diversità culturale. L’inculturazione nella propria cultura suppone la conoscenza e il superamento delle barriere sociali e intergenerazionali del gruppo sociale al quale si appartiene. Si tratta di un processo mediante il quale si s-copre la realtà di cui si è parte e si riesce a ri-conoscere le sue ricchezze e i suoi limiti. Oltrepassare le barriere sociali e le differenze di età è un processo che libera e che arricchisce la persona che riesce a farlo.

Il secondo versante è l’interculturazione in un’altra cultura. E’ come cambiare casa ed entrare in un’altra famiglia dove si arriva con ciò che si è e dove si impara un altro universo di relazioni sociali con cui si dà senso alla vita, si organizza la comunità, si producono e si distribuiscono i beni necessari. E’ sempre un dialogo tra la cultura da cui si viene e quella nella quale si arriva. Si arriva a casa dell’altro con il proprio bagaglio culturale con cui si entra in dialogo con la nuova realtà culturale in cui ci si vuole stabilire. Per questo mi servo dell’immagine del “cambio di casa, andare a casa di un’altra persona”, non solo quella di una “visita” da cui poi si ritorna alla propria casa. L’arrivo in casa dell’altro con l’intenzione di trasferirsi in essa, provoca una vera e propria fecondazione della propria cultura, il cui frutto è l’identificarsi nella cultura incontrata fino a divenirne parte naturale. Sono sicuro che molti dei qui presenti hanno vissuto questa esperienza.

Alcuni riferimenti biblici possono confermare questa riflessione. Tracciare il cammino camminando, è il modo in cui il Signore umanizza coloro che sceglie. Abramo, per esempio, visse nella sua casa, in un buon equilibrio con l’ambiente che lo circondava, con la sua famiglia e con se stesso. Ascolta il Signore che gli dice: Lascia il tuo paese, la tua patria, e la casa di tuo padre e vai verso paese che io ti indicherò.7Abramo lo fa e diventa Abraamo, padre della fede e origine di una discendenza immensa e diversa. Non si aggrappò alla sua tranquillità personale e nemmeno alla stabilità che la sua cultura gli dava. Seppe relativizzarla riconoscendo Dio solo come Assoluto e seppe dirigersi verso ciò che gli era culturalmente sconosciuto, sostenuto dalla sua piena fiducia in Dio, portando con sé la sua identità culturale e aperto alla novità che un nuovo cammino avrebbe potuto offrirgli.

Il Signore ascolta il grido del popolo di Israele reso schiavo in Egitto8. Per liberarlo, gli chiede di mettersi in cammino, di uscire da sé e di far rotta verso una terra promessa, diversa da ciò che è noto. Nel deserto si incontra con la novità e sente nostalgia dei suoi costumi, della sicurezza offerta dalla schiavitù. Il processo per giungere alla Terra Promessa, a una nuova situazione culturale, è lungo e faticoso. Tanto da richiedere più di una sola generazione.

Anche il mistero dell’incarnazione può essere letto come un processo di inculturazione. La contemplazione proposta da Ignazio di Loyola negli esercizi spirituali9 invita ad immaginare la Trinità, comunità di persone diverse che condividono la stessa natura e sono un solo Dio, che decide la salvezza del genere umano. Per questo, fa uscire il Figlio verso il mondo umano facendo di lui uno dei tanti. Salvare l’altro comincia con riconoscerlo, e vuol dire uscire dalla propria posizione per incarnarsi nella realtà dell’altro assumendo tutte le conseguenze.

Con questo sguardo, vediamo ora il noto testo della lettera di San Paolo ai Filippesi 2,6-810. Gesù, senza perdere la sua natura divina, la sua “cultura”, si trasferisce all’umanità e si identifica fino alla morte con la condizione umana.

In effetti, i vangeli ci descrivono Gesù, che riconosciamo come l’uomo universale, inculturato in una realtà umana concreta a partire dalla quale deve imparare ad aprirsi ad altre realtà. L’episodio dell’incontro con la donna siro-fenicia11ci mostra un Gesù che reagisce spontaneamente d’accordo con la cultura nella quale è cresciuto. In un secondo momento, esce per andare incontro alle necessità della donna e supera le frontiere della sua cultura per incontrarsi con l’umanità bisognosa di salvezza. Gesù Cristo ci libera anche degli schemi culturali partendo dalla sua esperienza umana.

Per i religiosi e le religiose della mia generazione l’inculturazione in Venezuela è stata un’avventura stupenda. Un movimento a cui parteciparono la maggior parte delle congregazioni, maschili e femminili, presenti nel paese. Il proposito era “far accadere la vita consacrata in Venezuela”. E accadde… in coloro che vennero dall’Europa o dagli Stati Uniti, nelle venezuelane e venezuelani che seguirono la chiamata ai diversi carismi, in una Chiesa giovane, balbettante, alla ricerca del suo ruolo in un processo economico, politico e sociale, complesso.

Alla fine del Vaticano II, la vita consacrata in Venezuela era multiculturale, con il predominio di religiosi e religiose venuti dall’Europa, e soprattutto dalla Spagna. Un’esperienza di avvicinamento sincero al mondo dei poveri, delle città e delle campagne, per lasciarsi evangelizzare dalla loro fede e condividere la loro storia. Si partecipò ai tentativi di migliorare la vita della gente per mezzo delle scuole cattoliche popolari, la promozione di organizzazioni di base, movimenti giovanili, operai, campesinos, indigeni… La società venezuelana, nel contesto mondiale della guerra fredda, cercava di lasciare dietro di sé decenni di dittature militari per camminare verso lo sviluppo moderno in democrazia seminando il petrolio, come si esprimeva allora questo sogno ampiamente condiviso. L’inculturazione da consacrati e consacrate in questa realtà dette densità all’esperienza di Dio che ci chiamava ad essere testimoni della Speranza in mezzo alla gente.

L’inculturazione è un processo sempre incompleto. I contesti sociali cambiano molto e rapidamente. Le culture si muovono anche secondo la dinamica dei contesti locali ed internazionali. Per questo, l’inculturazione, dalla prospettiva della vita consacrata, esige un discernimento comune, fondato su un’autentica vita nello Spirito dei religiosi e delle religiose che vivono il processo. L’inculturazione così compresa è la compagna della missione evangelizzatrice della vita consacrata al servizio della missione di Cristo, cercando di essere il più possibile simile a Lui.

L’inculturazione ha portato la vita consacrata a sperimentare la multiculturalità quale condizione normale delle congregazioni e delle loro comunità ovunque nel mondo. Il vissuto pacifico della multiculturalità è stato frutto dell’inculturazione sincera e significa un passo in avanti assai importante nella nostra esperienza di consacrati.

Essere cristiani, membri della Chiesa Cattolica, e condividere il carisma di una Congregazione Generale determinata, aiuta a vivere la multiculturalità in pace e come fonte di arricchimento personale e comunitario. Seguire Cristo nella Chiesa, con una spiritualità formata, crea spazi condivisi dove possiamo vivere le differenze culturali come parte della fraternità, secondo i valori del Regno di Dio.

E’ bene, allo stesso tempo, avvisare sulla tentazione di creare una cultura o sottocultura cattolica carmelitana, gesuita, francescana o domenicana che si sovrapponga o svuoti le culture dei membri della Chiesa o delle congregazioni. Il Vangelo di Gesù è talmente universale che può incarnarsi in qualsiasi cultura e umanizzarla. Detto in modo diverso, per essere cristiano non è necessario spogliarsi della propria cultura per adottare una cultura cristiana inesistente. Per essere cristiano è necessario aprirsi alla conversione che suppone l’esperienza della misericordia e il perdono dei peccati che porta alla riconciliazione con Dio, attraverso l’incontro con l’altro e con la propria realtà. Qualunque cultura ha bisogno di questa esperienza sanante per crescere in umanità.

Bisogna anche riconoscere che la vita consacrata genera spazi “culturali”12 e lo fa condividendo un carisma e una spiritualità che offrono significato alla nostra vita e che ci offrono un’identità condivisa. E infatti riconosciamo “un’aria di famiglia” tra i membri di ciascuna congregazione e anche tra religiosi e religiose di varie congregazioni. Ci sentiamo subito a casa quando andiamo in altre comunità. Fin dal tempo del P. Arrupe, noi gesuiti siamo soliti usare con frequenza l’espressione il nostro modo di procedere per riferirci ad alcuni elementi essenziali che potremmo considerare la “cultura” propria della Compagnia di Gesù con cui ci identifichiamo. Nella formula dei voti, alla fine del noviziato, si promette di “entrare in essa, capendo tutte le cose secondo le Costituzioni della Compagnia di Gesù”.

Anche le “culture” proprie delle congregazioni religiose sono dinamiche e si muovono al ritmo della storia. Non possiamo cedere alla tentazione di considerare intangibile ed immutabile il carisma, come qualcosa di esterno e di diverso dalle culture delle persone che lo vivono. La chiamata del Vaticano II a ritornare alle nostri fonti non è un tentativo di congelare il carisma come se fosse “cultura” intangibile che si trasmette immutabile da una generazione all’altra. Al contrario, è una chiamata alla fedeltà creativa, alla dinamica di incarnazione mostrata da Gesù e all’apertura alle sfide che il cambio epocale rappresenta per la missione della Vita Consacrata, come parte della Chiesa che nell’evangelizzazione della storia trova la sua ragion d’essere.

  1. L’ interculturalità, cammino verso la cattolicità.

Il Concilio Vaticano II avvertì con chiarezza i cambiamenti importanti cui l’umanità si avvicinava. Intuì il processo che oggi descriviamo come cambio epocale, dall’era industriale all’era della conoscenza. I rapidi progressi tecnologici, soprattutto nel campo delle comunicazioni, l’accesso all’informazione, la crescente mobilità umana e la globalizzazione in tutti gli ambiti della vita, sono caratteristiche emblematiche del cambio epocale. Sperimentiamo l’impatto epocale in molti dettagli della vita quotidiana e, forse, siamo poco consapevoli dei molti cambiamenti, profondi ed importanti, che si verificano nelle culture e nelle relazioni intergenerazionali.

La globalizzazione genera processi ambigui. Alcuni studiosi di questo fenomeno distinguono la globalizzazione dalla mondializzazione13 per indicare la tendenza dominante del processo. Si chiama globalizzazione la tendenza a uniformare i comportamenti e le culture umane come conseguenza del cambio epocale, una delle conseguenze dovuta alla diminuzione della differenza culturale. Si tratta, quindi, della tendenza a creare uno spazio globale monoculturale. Si pretende di imporre ovunque quelle forme di organizzazione economica e di interazione sociopolitica che risultano, in ultima analisi, favorevoli al capitale trans-nazionalizzato.

La mondializzazione indica la tendenza a riconoscere la creatività che si esprime nella diversità culturale, come principale ricchezza del processo di crescita esponenziale dello scambio umano in tutto il pianeta. Da questo punto di vista l’universalizzazione è intesa come crescita dell’interazione tra gruppi umani culturalmente diversi capaci di condividere una visione comune degli interessi di tutta l’umanità. Ciò che interessa che sia chiaro qui è il bisogno di discernere le tendenze e i possibili risultati delle correnti globalizzatrici.

La globalizzazione-mondializzazione ha moltiplicato le correnti migratorie nel mondo intero. Se la mobilità umana, in crescita, fosse dominata dalla tendenza uniformatrice delle culture, la conseguenza sarebbe una restrizione progressiva dello scambio culturale che metterebbe a rischio perfino la multiculturalità. Sarebbe un fenomeno simile all’impatto che l’ambiente ha nella diminuzione della biodiversità nel pianeta. Mentre la tendenza mondializzatrice moltiplicherebbe le opportunità di spazi multiculturali e aprirebbe molte possibilità all’interculturalità. Renderebbe, inoltre possibile il contributo del vissuto spirituale delle religioni, quali dimensioni delle cultura, favorendo il superamento dei fondamentalismi. Nel 2008, la Congregazione Generale della Compagnia di Gesù lo espresse nel modo seguente:

Viviamo in un mondo dalle molte religioni e culture. L’erosione delle credenze religiose tradizionali e la tendenza a omogeneizzare le culture ha rinvigorito una grande varietà di forme di fondamentalismo religioso. Sempre più la fede in Dio viene utilizzata da alcuni per dividere persone e comunità, per creare polarità e tensioni che lacerano il tessuto della nostra vita sociale. Tutti questi cambiamenti ci invitano ad andare alle frontiere della cultura e della religione.14

Forse risulta più chiaro utilizzare il termine cattolicità per indicare il concetto di universalità cui aspiriamo come risultato dei processi di globalizzazione-mondializzazione. Possiamo, allora, interrogarci sulla relazione tra cattolicità e interculturalità.

Cattolico sarebbe l’essere umano capace di sentirsi membro dell’umanità perché è cosciente della sua propria (inculturazione), è capace di riconoscere con gioia quella degli altri esseri umani (multiculturalità) e di relazionarsi con altri, arricchendosi con la varietà di cui la sua cultura è parte (interculturalità). L’universalità così vissuta può diventare impulso verso la giustizia sociale, la fraternità e la pace.

La cattolicità è la dimensione che ci permette di capire l’universalità dalla prospettiva dell’esperienza spirituale del Dio di Gesù di Nazaret. Come già indicato, l’incarnazione è una componente essenziale della fede della Chiesa. Gesù nacque nella periferia dell’Impero, in una piccola nazione colonizzata, divenne parte attiva del suo popolo; dette la sua vita per annunciare la liberazione come dono di Dio, con parole e con opere; crocifisso e risorto, mandò i suoi seguaci a diffondere il messaggio di salvezza tra tutte le culture. La comunità dei seguaci di Gesù – la Chiesa – dovette superare, con non poche tensioni, il suo orizzonte locale per varcare le sue frontiere culturali e sperimentare la cattolicità come universalità, con radici locali. Per questo il Concilio Vaticano II può affermare:

Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla Vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore. La loro comunità, infatti, è composta di uomini i quali, riuniti insieme nel Cristo, sono guidati dallo Spirito Santo nel loro pellegrinaggio verso il regno del Padre, ed hanno ricevuto un messaggio di salvezza da proporre a tutti. Perciò la comunità dei cristiani si sente realmente e intimamente solidale con il genere umano e con la sua storia.15

L’interculturalità16 sarebbe, allora, il cammino di accesso alla cattolicità, perché riconosce le differenze culturali come rivelazione del volto dell’umanità creata ad immagine e somiglianza di Dio, arricchita dallo scambio sempre più profondo tra di esse. L’interculturalità non è, quindi, fine a se stessa, ma il mezzo per il quale creiamo le condizioni per vivere in pieno l’umanità. L’interculturalità contribuisce ad umanizzare le persone, le culture e i popoli.

La riflessione sull’interculturalità ci conduce oltre il fatto di riconoscere che sono esistite ed esistono molte, moltissime, culture nel mondo (multiculturalità) per centrarsi sul tentativo di costruire ponti tra di esse e di stabilire una comunicazione fluida. L’interculturalità è un processo complesso, non privo di conflitti.

L’interculturalità non è un “incontro tra culture” inteso come movimento alternativo all’inculturazione. Con l’interculturalità, non si tratta di produrre una sfera sopra, meta o transculturale17.

Riconoscere le culture diverse e la capacità di vivere in contesti multiculturali, rispettando la diversità, e perfino godendone, è un passo importante. Una tentazione della Vita Consacrata è conformarsi con la multiculturalità come un’espressione della sua universalità. Conformarsi con il buon convivere tra persone di diverse culture sarebbe perdere l’occasione di sperimentare la cattolicità all’interno delle proprie comunità religiose. La multiculturalità, considerata come l’occasione per accettare la sfida dello scambio arricchente tra le culture, porta a sperimentare l’interculturalità quale contributo all’universalità pienamente umana che abbiamo chiamato cattolicità.

Una descrizione semplice di interculturalità è “lo scambio reciproco tra culture che può condurre alla trasformazione e all’arricchimento di tutti i soggetti coinvolti.”18. E’ bene, comunque, ricordare che l’interculturalità non sostituisce e nemmeno si oppone all’inculturazione. Si tratta, al contrario, di un approfondimento del processo. Senza inculturazione non è possibile l’interculturalità perché nessuno dà ciò che non ha.

L’interculturalità è un processo che partecipa e interagisce con il contesto storico, sociale, economico e politico in cui si svolge. E’ un processo che, come già detto, rende più dinamico lo sviluppo delle culture perché favorisce cambiamenti che permettono alle culture di crescere nella dimensione universale dell’umanità.

  1. Incarnazione, Chiesa cattolica e Vaticano II

Il Vaticano II considera seriamente la cattolicità della Chiesa. La definisce Popolo di Dio universale, per questo mondo, in dialogo con tutti, a cui tutti possono partecipare. La Chiesa non è per sé, ma per il mondo, per proclamare l’amicizia offerta da Dio ad ogni essere umano.

Per il suo amore che libera, Dio vuole che tutti gli uomini si salvino19.La Chiesa è segno o sacramento di questo desiderio di liberazione universale. E’ una Chiesa inviata a tutte le culture e da tutte le culture a contribuire alla liberazione di tutti gli uomini e di tutti i popoli. Perché è una “Chiesa in uscita” – come l’ha descritta Papa Francesco – impegnata a promuovere una vita degna per tutti gli esseri umani. Una Chiesa che esce per andare incontro a tutti, cioè, che intraprende il cammino dell’interculturalità.

Il Concilio Vaticano ricorda che la Chiesa Cattolica non è “la luce”20. La Chiesa illumina perché rispecchia Cristo, luce del mondo, come diciamo nella liturgia pasquale. La Chiesa non porta nessuna “verità” ad altri, ma promuove l’incontro con Cristo, cammino verso l’umanità piena: amore, giustizia e pace. E’ cattolica perché è “aperta alla diversità e alla pienezza della vita umana”21.

Seguendo il ragionamento che stiamo facendo, la cattolicità si realizza solo nella comunicazione interculturale. Interculturazione e interculturalità sono processi che arricchiscono coloro che in essi si avventurano. La Chiesa e la Vita Consacrata si sono arricchite della diversità culturale, dell’inculturazione nelle dimensioni menzionate. Possiamo arricchirci sempre di più se approfondiamo l’interculturalità. Sono processi che partono dal dare il benvenuto alla diversità, considerata come un dono di Dio. Riconoscere la diversità permette l’esperienza del Dio diverso, Uno e Trino, comunità d’amore che comunica il suo amore in molti modi. La sconvolgente diversità e complessità della creazione porta a conoscere la ricchezza dell’amore di Dio.

L’interculturalità segue il modello ‘kenotico’ dell’incarnazione di Gesù. Come spiega Gesù a Natanaele, esige nascere di nuovo. Non ti meravigliare se t’ho detto: dovete rinascere dall’alto. Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va: così è di chiunque è nato dallo Spirito22.Nessuno nasce interculturale. L’inculturazione e il suo passo all’interculturalità esigono un processo di formazione interiore analogo a quello dell’incarnazione, un nascere di nuovo. In questo momento della storia umana, la Vita Consacrata e la Chiesa ricevono questa chiamata con forza.

Riuscire a comprendere più profondamente il Vangelo è un processo di interculturazione23.Di conseguenza, l’opportunità di approfondire l’interculturalità come caratteristica della Vita Consacrata è il modo che abbiamo a portata di mano per conoscere meglio la Lieta Novella che siamo chiamati a vivere e annunciare in tutti gli angoli del pianeta e in tutte le manifestazioni della vita umana.

  1. Interculturalità, Fede, Giustizia, dialogo e riconciliazione

Il cammino dell’interculturalità offre nuove occasioni alla missione della Chiesa nel mondo attuale. Qualsiasi sguardo sulla situazione attuale dell’umanità pone in risalto le divisioni profonde che la feriscono. Viviamo in società ferite soprattutto dalla povertà, dalla mancanza di condizioni per una vita degna24 per la maggior parte della popolazione mondiale. Società ferite dalle disuguaglianze diventate relazioni strutturali che le preservano e cercano di moltiplicarle. Società ferite dalle ideologie che diventano fonte di discriminazione tra gli esseri umani, tra le razze, le caste e perfino tra i popoli. Società ferite dai fondamentalismi religiosi che appoggiano strutture inumane. Società ferite dalla violenza diventata moneta corrente in tutte i contesti e specialmente dalle guerre che allontanano qualsiasi possibilità di vivere nella normalità. Papa Francesco segnala che non si tratta di diverse crisi in cerca di soluzioni, ma di una sola crisi, la crisi di un modello di relazioni umane creato fino ad oggi. Invita a non cessare di contribuire allo sforzo di inventare e porre in pratica un modello alternativo, connesso meglio con le aspirazioni umane che il Vangelo sintetizza nelle dimensioni del Regno di Dio: giustizia, pace e amore.

Noi cristiani abbiamo ricevuto il dono della fede. Crediamo che un altro mondo è possibile perché Gesù si è incarnato tra di noi e, risorto, partecipa alla vita del Dio che ci ha promesso il suo regno. Al servizio di questa fede, e in essa fondati, ci impegniamo nel ministero della riconciliazione degli esseri umani tra di loro, degli esseri umani con la natura creata e di tutti con Dio. Tre dimensioni simultanee della chiamata del crocifisso-risorto per liberare il genere umano.

L’interculturalità, come è stata descritta in queste linee, è un’opportunità per svolgere meglio il ministero della riconciliazione cui siamo mandati. L’interculturalità ci pone sul cammino dell’autentica cittadinanza universale che parte dal riconoscimento di tutti e di ciascun essere umano, i popoli e le loro culture, ciascuno come è, senza differenze e senza distinzioni. Un cammino che porta alla Giustizia Sociale mediante la riconciliazione. La giustizia sociale cui si aspira non si raggiunge con rammendi al modello attuale di relazioni sociali con le sue strutture di potere. Suppone nuove strutture di potere in un nuovo modello da disegnare e da rendere realtà, compito cui siamo, ripeto, chiamati a contribuire.

Addentrarsi nell’interculturalità suppone aumentare ed affinare la capacità di dialogo, dimensione necessaria in questo processo. Un dialogo che è inter-religioso e interculturale e, allo stesso tempo, intra-religioso e intra-culturale, come si è cercato di spiegare prima. Le resistenze e gli ostacoli sono sotto gli occhi di tutti.

Può servirci da esempio la crescita delle migrazioni in tutto il mondo. La mobilità è stata una caratteristica dell’umanità, fin dalle sue origini. Attualmente assistiamo ad una crescita esponenziale della mobilità umana grazie allo sviluppo tecnologico e alla tendenza mondializzatrice della nuova epoca storica in cui viviamo. Pur essendo vero che è cresciuta la mobilità umana volontaria, scelta liberamente, la maggior parte dei flussi migratori attuali sono obbligati dalle condizioni di povertà, dalla violazione dei diritti umani e dal traffico di persone. Tra le cause dell’aumento dei flussi migratori involontari troviamo resistenze e ostacoli al dialogo interculturale. Come già notato, i radicalismi ideologici, i fondamentalismi religiosi e la lotta per il potere sono alla radice della povertà, della violenza e delle guerre che obbligano a lasciare la propria famiglia, la casa, la regione o il paese alla ricerca di condizioni di vita migliori.

Si moltiplicano anche le resistenze ai flussi migratori nelle società riceventi. La manipolazione dell’identità nazionale per farne un nazionalismo intollerante, e i personalismi politici, mascherati da “populismi”, alla ricerca di costituire autocrazie, sono due di queste resistenze all’interculturalità accogliente, che sono presenti in molte parti, e chiaramente in Europa e negli Stati Uniti dell’America del Nord.

Quali sono le conseguenze di accettare l’invio al ministero della riconciliazione, avendo come dimensione della nuova evangelizzazione l’interculturalità?

La prima conseguenza è approfondire con visione critica le origini di ciascuna famiglia religiosa e il loro sviluppo storico. L’interculturalità suppone la contestualità di ciascuna cultura e le sue espressioni, incluso quella religiosa. I fondatori di congregazioni religiose, partendo dalla loro esperienza di fede, risposero a situazione precise nei loro rispettivi contesti. Ciascuna congregazione ha cercato di discernere lungo la sua storia come vivere il carisma in contesti diversi e mutevoli. Ignazio di Loyola sembra essere stato cosciente della necessità di tener conto dei contesti nel realizzare la missione. Nello scrivere le Costituzioni della Compagnia di Gesù ripete, quasi come un ritornello, che le norme bisogna capirle sempre secondo le persone, i tempi, e i luoghi. Ma è necessaria una visione critica della storia in cui la Vita Consacrata nasce e si sviluppa.

Attualmente la Chiesa Cattolica vive i tempi del Vaticano II nel mezzo di un processo di cambio epocale dell’umanità che può definirsi storico. Ed è per questo che approfondire nella visione critica della propria tradizione carismatica è una esigenza chiara di ciascuna congregazione religiosa e necessaria per il futuro della Vita Consacrata.

Una seconda conseguenza cui vorrei accennare, è la necessità di fare del discernimento spirituale comunitario il modo normale per prendere decisioni sulla missione in ogni contesto dove la Vita Consacrata è inculturata. Partiamo della costatazione dell’esistenza sempre più grande di comunità religiose internazionali e multiculturali. Inoltre, con maggiore o minore coscienza strategica, si promuove questo tipo di comunità. Il tema di questo incontro indica che vogliamo anche comunità interculturali.

Le comunità interculturali sono situate in un luogo, in un contesto culturale determinato da cui non si può e non si deve prescindere. Si tratta di una interculturalità inculturata, cioè in relazione ad un contesto locale che esige di imparare una lingua, adottare uno stile di vita, cibo, alloggio, trasporto… Allo stesso tempo aprirsi alla interculturalità…

La sfida delle lingue riveste la sua importanza. La tensione tra condividere una stessa lingua nella comunità, anche nella congregazione, e dominare la lingua locale del luogo dove si vive la missione, fa parte della vita normale dei religiosi e delle religiose. Questa tensione non deve scomparire. Imparare la(le) lingua(le) locale(i) è una delle migliori tradizioni missionarie della vita consacrata. Poter comunicare nella comunità e con tutta la congregazione esige l’avere una o più lingue in comune. Da un lato, le vocazioni che provengono da culture diverse e da culture religiose multiculturali portano con sé la molteplicità delle lingue nei gruppi. Dall’altro le esigenze della formazione e della comunicazione nella propria congregazione portano ad adottare una o più lingue di uso comune. Questa è una delle tensioni tipiche dell’interculturalità che vale la pena affrontare con larghezza di spirito.

Ciò che entusiasma e porta alla interculturalità è condividere la missione, farne oggetto di discernimento in comune, pianificarla con sensatezza e valutarla con realismo. Ciò richiede religiosi e religiose con un’autentica vita nello Spirito, nutriti dall’Eucaristia, capaci di pensare liberamente e criticamente e dedicati alla missione con generosità. Dare vita alla comunità e curare la salute spirituale dei suoi membri è una dimensione permanente della missione.

La terza conseguenza ha a che vedere con la formazione iniziale e permanente. L’esperienza ci conferma la difficoltà della formazione permanente nella Vita Consacrata. Le condizioni dei tempi in cui viviamo la rendono necessità comunque improrogabile, senza la quale è impensabile sia l’efficacia nella missione come pure la continuità del carisma di ciascuna congregazione. L’esperienza di inculturazione presuppone disponibilità spirituale e formazione per essere portata avanti. Anche l’interculturalità le esige, con la novità che questo comporta per tutte le età e culture dei religiosi e religiose. Una delle sfide maggiori della formazione per l’interculturalità è conoscere e prendere in considerazione le culture giovanili nei vari contesti sociali attuali25.

Come tematizzare nei piani di formazione, iniziale e permanente, la pluralità dell’esperienza religiosa e culturale contemporanea in vista di una visione spiritualmente integrata della diversità?

La risposta a questa domanda ci deve spingere ad esaminare26 le pratiche della vita religiosa. Alcune potranno essere confermate in modo nuovo, per esempio l’austerità comunitaria in chiave più ecologica, la condivisione dei beni o la vita di preghiera quale condizione per il discernimento spirituale.

Altre, per esempio l’obbedienza e la castità, dovranno essere oggetto di una riflessione più profonda, e sottomesse al vaglio della diversità. L’obbedienza ci pone dinanzi a strutture e modi di esercitare l’autorità religiosa, indicandoli come strumenti per facilitare come cercare e trovare la volontà di Dio sulle persone, le comunità e le opere apostoliche. La diversità obbliga anche ad un approfondimento etico, filosofico e teologico dell’affettività umana, le sue manifestazioni nei modi di vivere la sessualità e il senso del celibato religioso27.

Il processo formativo consiste nel passaggio da un modo cosciente ed accompagnato dell’inculturazione (formazione contestualizzata), all’internazionalizzazione per tappe che porta all’esperienza della multiculturalità e apre le porte dell’interculturalità.

La formazione iniziale e permanente è anche chiamata ad accompagnare i processi di ristrutturazione della Vita Consacrata28 in cui è sempre più presente la questione culturale nelle sue molteplici dimensioni. Tra di esse l’inserimento dei giovani religiosi29 e le loro culture30 in comunità internazionali, multiculturali che si propongono integrare l’interculturalità come dimensione normale della vita consacrata.

Nel discernimento vocazionale diventa anche necessario introdurre la dimensione culturale. Sappiamo che non tutti sono in condizione di vivere ciò che la vita consacrata propone, secondo il carisma fondazionale. Il discernimento vocazionale cerca di esaminare se la persona inquieta ascolta una chiamata dello Spirito e se possiede le condizioni per vivere la consacrazione religiosa. Introdurre la dimensione culturale in questo discernimento significa valutare l’apertura del(della) candidato(a) alla diversità che inizia con il rispetto dell’altro e con una visione critica della sua cultura. Sarebbe poi importante esaminare la sua capacità di convivere con altre culture (multiculturalità) e la sua disposizione alla interculturalità.

L’incontro con altri richiede un processo formativo dialogante in molte dimensioni allo stesso tempo: il contesto, le culture, il carisma, la storia, i processi personali, la preparazione intellettuale… Solo con l’aiuto della grazia di chi ci invita a questa vita è possibile aprirsi all’esperienza dell’interculturalità, considerandola una dimensione della nostra vita cristiana, religiosa e missionaria.

1L’approfondimento o coscienza critica di questi processi storici è di somma importanza e non si deve mai trascurare lo studio costante della storia. Ma queste linee hanno la pretesa di guardare avanti, e questa tematica sarebbe quindi una “distrazione” rispetto agli obiettivi dell’incontro.

2 Il Concilio Ecumenico Vaticano II è anche il riferimento per delimitare il periodo storico in cui si inquadrano queste riflessioni. Coincide, inoltre, con il tempo da me vissuto nella Compagnia di Gesù dove entrai a settembre del 1966. Mi propongo, quindi, di condividere con voi alcune riflessioni sull’interculturalità, sfida per la vita consacrata e, specialmente, per la Compagnia di Gesù, nel periodo postconciliare e a partire dalla mia esperienza personale. Si tratta di riflessioni iniziali che vanno approfondite sia dal punto di vista accademico che spirituale. Questo incontro è un’occasione eccellente per farlo.

3Gaudium et Spes, 53

4Affermare il carattere relazionale della cultura, come pure il riconoscimento dell’uguaglianza tra le culture (non ci sono culture superiori o inferiori) non significa proporre il relativismo culturale che dà spazio al relativismo morale. Non si assume il falso principio secondo cui tutto è valido e che porta ad una tolleranza ingenua.

5Cfr. 18-22 sintesi interessante degli elementi della cultura.

6L’inculturazione è un concetto che supera quello di desculturazione (abbandono doloroso della propria cultura) e quello di acculturazione (assunzione passiva o involontaria di un’altra cultura). Cfr. MELLA, Pablo, ¿Qué significa formar interculturalmente a un jesuita en América Latina? Mimeo, Centro Bonó, República Dominicana, 2016

7Gen 12,1

8Es. 3,7. Il libro dell’Esodo narra dettagliatamente questo processo.

9N. 101-109

10Il quale, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce.

11Mc 7,24-30.

12In questo paragrafo utilizzo la parola “cultura” o “culturale” tra virgolette perché non è possibile parlare propriamente di una “cultura” nel riferirci a ciò che ci unisce e ci identifica nella Vita Consacrata. Comunque questo elemento identificativo aiuta a capire la sfida che l’interculturalità lancia alla Vita Consacrata.

13Non in tutte le lingue è possibile fare con chiarezza questa distinzione.

14CG 35. Decreto 3, n. 22

15Gaudium et Spes, n. 1

16Le caratteristiche del fenomeno cui ci riferiamo con la parola interculturalità e la relativa novità della riflessione su di esso, consigliano di evitare la formulazione di un concetto normativo che possa occultare la realtà più che illuminarla.

17Cfr. STANISLAUS, L. – UEFFING, M. (eds.), Interculturalidad, Estella (España), Ed. Verbo Divino, 2017, p. 586.

18STANISLAUS, L. – UEFFING, M., op. cit., p. 23.

191Tm 2, 4; cfr. Gv 3, 17.

20Gv 1, 9.

21STANISLAUS, L. – UEFFING, M., op. cit., p. 396.

22Gv 3, 7-8.

23STANISLAUS, L. – UEFFING, M., op. cit., p. 405.

24Una vita degna o una vita buona, esige non solo soddisfare le necessità primarie di cibo, cura della salute, alloggio, educazione di qualità, lavoro che permetta di sostenersi…, ma essere anche soggetto attivo della vita cittadina e poter prendere decisioni libere per realizzare i propri sogni (desideri).

25Le culture giovanili ci sfidano in tutti i sensi. Lo indico come compito non svolto che va oltre il proposito di questo incontro.

26 Ignazio di Loyola raccomanda l’esame permanente di ciò che si fa. Invita ad incontrare Dio che passa nella nostra vita. L’esame inizia con un ringraziamento per i doni ricevuti e ciò che facciamo della Volontà di Dio nella nostra vita.

27Cfr. MELLA, P., loc. cit.

28Per diversi motivi, e a velocità diverse, tutte le congregazioni religiose hanno intrapreso un processo di ristrutturazione della loro organizzazione e forme di governo. Accompagnare questo processo in modo formativo è cruciale per giungere ad una transizione con senso di missione, aperta all’inserimento di persone e di forme di nuova collaborazione.

29Una delle grandi sfide dell’evangelizzazione è quella di conoscere le culture giovanili e dialogare con esse. Nel convocare il Sinodo del 2018 Papa Francesco ha invitato la Chiesa ad ascoltare i giovani. Anche la Vita Consacrata può cogliere quest’occasione per ascoltare ed esaminare la sua percezione delle culture giovanili e la loro incidenza su di essa.

30Il rapporto con lo spazio digitale o cibernetico è uno degli aspetti da considerare con senso critico quando si esaminano le culture giovanili e i programmi di formazione nella vita consacrata.