Verso il XV Sinodo dei Vescovi

Giovani, fede e discernimento vocazionale

Giovanni Cucci

Il 13 gennaio 2017 è stato reso pubblico il documento preparatorio dell’Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei vescovi, che si terrà nell’ottobre 2018. L’assemblea sinodale sarà chiamata a riflettere su un tema difficile e complesso, ma estremamente importante, del nostro tempo: la vita di fede delle giovani generazioni (con il termine «giovani» si intende la fascia di età compresa tra i 16 e i 29 anni) in ordine a un più efficace accompagnamento vocazionale [1].

Il documento si compone di tre parti e di un questionario finale, differenziato per aree geografiche. Esso riconosce anzitutto la difficoltà di parlare della situazione giovanile in maniera generale: troppe sono le diversità a livello planetario in una fascia di età già di per sé estremamente plastica e variegata.

«Che cosa cercate?»

Il documento ricorda che alla base dell’itinerario di fede c’è una domanda, che precisa la ricerca. È la domanda che Gesù pone ai due discepoli di Giovanni che si presentano a lui, una domanda molto generale – «Che cosa cercate?» (Gv 1,38) –, che andrà purificata, integrata, educata, ma che rimane presente come filo conduttore della ricerca. Tale richiesta, non a caso, si colloca all’inizio dell’incontro con Gesù. L’apostolo Giovanni è uno dei personaggi coinvolti in quella vicenda, e rievoca quel primo incontro con il Signore con immutata freschezza. A distanza di anni, ricorda con precisione il dialogo che ha cambiato la sua vita, al punto da riportarne l’ora esatta: «Erano circa le quattro del pomeriggio» (Gv 1,39). Il contesto di quell’episodio mette in evidenza altri punti rilevanti. Anzitutto, che l’iniziativa è di Gesù: lui si ferma, si volta e interpella coloro che lo stanno seguendo, invitandoli a fare chiarezza. La loro risposta, anche se molto puntuale e concreta – «Rabbì, dove dimori?» (Gv 1,38) –, mostra un desiderio da approfondire. Quella domanda tornerà, in forma più precisa, al termine del Vangelo. Gesù risorto chiederà alla Maddalena: «Donna, chi cerchi? » (Gv 20,15). La domanda sul cosa diventa la domanda sul chi, su una persona. Le due domande scandiscono un cammino di conoscenza di sé e della persona di Gesù. In entrambe le situazioni non emergono certezze evidenti, anzi si notano piuttosto oscurità, timore e confusione. Tutto ciò non costituisce un impedimento, ma è parte dell’itinerario di conoscenza del

Un’incertezza a più livelli

La prima parte del documento cerca di attualizzare la domanda di Gesù, proponendo un’analisi a grandi linee della condizione giovanile. Si rileva, specie in Occidente, la drammatica incertezza che la caratterizza e nello stesso tempo la differenzia dalle precedenti generazioni. Un’incertezza anzitutto occupazionale: anche dopo che si è conseguito con fatica un titolo accademico, non si ha la garanzia di una professione rispettosa delle qualifiche raggiunte, e talvolta neppure di un’occupazione qualsiasi [2]. Inoltre, alcune ricerche mostrano – in Italia, ma anche in altri Paesi d’Europa – un aumento preoccupante di giovani/adulti che stazionano in una sorta di «limbo», senza scelte e senza prospettive [3]. Questa situazione riguarda una fascia di età sempre più ampia ed estesa, al punto da essere ormai classificata come una categoria sociologica, «la generazione né-né», che il documento indica con la sigla comprensiva «Neet» [4] (cfr Documento preparatorio, I, 2). In aggiunta, si nota il diffondersi di un clima culturale di generale insicurezza, che rende più difficile collocarsi nel «per sempre», proprio della relazione con Dio. A ciò si accompagna una mentalità ripiegata sull’istante, sempre più ostile alla dimensione religiosa: un’ostilità non tematizzata, ma che si avverte «a pelle», in termini di fastidio e allergia al sacro, considerato come reliquia di un tempo ormai trascorso. Nello stesso tempo, ci si confronta con una forte multiculturalità e varietà di proposte che accrescono il clima di generale confusione, rendendo obiettivamente più difficile rispondere alla domanda di Gesù: «Che cosa cercate?». Di qui la nostalgia di un bisogno di appartenenza «forte», capace di offrire stabilità, garanzia di senso e sostegno comunitario.
All’incertezza economica, occupazionale e culturale si aggiungono le altrettanto rilevanti incertezze familiari. Sono quelle della crisi del nucleo familiare che, pur rimanendo un riferimento indispensabile per la vita e la crescita personale e sociale, porta i segni delle medesime fragilità e frammentazioni sopra rilevate. In tal modo, la solitudine e lo smarrimento avvertiti dai giovani sono accentuati dalla crisi di identità degli adulti, non di rado tali solo dal punto di vista anagrafico, ma alle prese con i medesimi problemi e difficoltà di coloro di cui dovrebbero occuparsi. «Da questo punto di vista, il ruolo di genitori e famiglie resta cruciale e talvolta problematico. Le generazioni più mature tendono spesso a sottovalutare le potenzialità, enfatizzano le fragilità e hanno difficoltà a capire le esigenze dei più giovani. Genitori ed educatori adulti possono anche aver presenti i propri sbagli e che cosa non vorrebbero che i giovani facessero, ma spesso non hanno altrettanto chiaro come aiutarli a orientare il loro sguardo verso il futuro. Le due reazioni più comuni sono la rinuncia a farsi sentire e l’imposizione delle proprie scelte. Genitori assenti o iperprotettivi rendono i figli più fragili e tendono a sottovalutare i rischi o a essere ossessionati dalla paura di sbagliare» (ivi).
Questa situazione si traduce in un senso di sfiducia verso il mondo degli adulti e verso la costellazione simbolica cui questo mondo dovrebbe rimandare: maturità, stabilità nelle scelte, autorità, appartenenza istituzionale. Tutto ciò accresce nel giovane la sensazione di essere abbandonato a se stesso e, soprattutto, di non avere alcun contributo di rilievo da offrire, con conseguenze preoccupanti in ordine alla stima di sé e al valore della propria vita. Pertanto l’incertezza, unita al timore di fallire, suggerisce di non mettersi in gioco mai, sciupando così possibilità e risorse che non torneranno più.

È significativo che questi punti vengano ulteriormente ribaditi nella parte finale del documento, nel questionario dedicato alla situazione specifica dell’Europa. In un contesto sociale che esaspera la ricerca di sicurezza e di assicurazioni per ogni possibile situazione di rischio, appare obiettivamente ardua la proposta di una donazione piena che, proprio perché fa appello alla libertà e alla responsabilità di ciascuno, non intende porre al riparo da dubbi e obiezioni, e neppure offre garanzie di pianificazione. Papa Francesco, nella Lettera di presentazione del documento, ricorda quanto la dimensione del rischio e del mettersi in gioco sia indispensabile per la vita cristiana. Egli riprende a tale proposito le prime parole che Dio rivolge ad Abramo: «“Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti indicherò” (Gen 12,1). Queste parole sono oggi indirizzate anche a voi: sono parole di un Padre che vi invita a “uscire” per lanciarvi verso un futuro non conosciuto, ma portatore di sicure realizzazioni, incontro al quale Egli stesso vi accompagna. Vi invito ad ascoltare la voce di Dio che risuona nei vostri cuori attraverso il soffio dello Spirito Santo» [5]. Già in un’altra occasione il Papa era entrato in merito alla necessità di rischiare, per poter fare quel salto di qualità indispensabile a vivere in pienezza. Evitare il rischio può portare, infatti, a conseguenze molto più gravi dei possibili timori: «“Come possiamo ridestare la grandezza e il coraggio di scelte di ampio respiro, di slanci del cuore per affrontare sfide educative e affettive?”. La parola l’ho detta tante volte: rischia! Rischia. Chi non rischia non cammina. “Ma se sbaglio?”. Benedetto il Signore! Sbaglierai di più se tu rimani fermo» [6].

Vocazione e discernimento

La seconda parte del Documento delinea possibili percorsi pastorali che aiutino i giovani a ravvivare l’esperienza di fede e la propria scelta vocazionale. Si tratta di una priorità assoluta e di un preciso dovere per la Chiesa, il cui compito è quello di accompagnare ogni uomo e donna di questa terra, perché possano prendere consapevolezza della grandezza e del valore della loro dignità di persone, create a immagine e somiglianza del loro Creatore e Salvatore.
Vengono precisati in particolare alcuni presupposti fondamentali.
Innanzitutto, l’esperienza di fede deve essere compresa come una chiamata alla gioia, un aspetto che purtroppo non è affatto assodato nella pastorale. Non di rado questa è succube del volontarismo e di una predicazione che spesso, nel passato, si è mostrata più preoccupata della colpa e di instillare la paura del castigo, a scapito della bellezza che caratterizza la vita con il Signore. Come confidava un giovane al card. Martini nel corso di una visita pastorale: «Manca in noi cristiani di un Occidente per tanti aspetti sazio, fiacco e disilluso, la follia dell’innamorato, la gioia del giusto […]; si moltiplicano parole e convegni, mentre calano passione e impegno» [7]. Il primo segno compiuto da Gesù nel Vangelo di Giovanni, non a caso, è la mutazione dell’acqua in vino (cfr Gv 2,1-11). Il vino, nella Bibbia, ha una ricca valenza simbolica e una molteplicità di significati, tutti legati alla vita: la festa, la condivisione, la comunione, l’attenzione agli altri, le nozze come espressione piena dell’amore e della relazione con Dio. La presenza dello Sposo è strettamente legata all’ingresso della gioia nella vita di chi lo riconosce presente: «Il vino è il simbolo della gioia di Dio, dell’entusiasmo, di una vitalità esuberante. Il vino è dunque ciò che si oppone alla tristezza, al tran tran quotidiano, alla ripetitività, alla noia» [8]. Il Documento propone inoltre, di fronte alla difficoltà a riconoscere la propria strada (confusione, attaccamenti disordinati, paure), un aiuto concreto per fare chiarezza: il discernimento [9]. Riprendendo l’Evangelii gaudium (nn. 51-52), mette in evidenza tre verbi guida che lo caratterizzano: riconoscere, interpretare, scegliere.

1) Riconoscere. Il riconoscimento riguarda soprattutto l’attenzione al proprio mondo interiore, in particolare a quello degli affetti, che è il luogo delle valutazioni e delle decisioni. Nel nostro tempo le persone conoscono grandi difficoltà nel fare discernimento, non solo per una carente formazione religiosa, ma anche perché sono sostanzialmente incapaci di riconoscere e dare un nome a ciò che provano di fronte a eventi significativi della propria vita. Non è raro incontrare persone con alle spalle un raffinato background culturale e accademico, unito tuttavia a un desolante analfabetismo affettivo, come mostrano, sempre più numerosi, i casi riportati dai centri di ricerca di terapia familiare [10]. Pensando a queste situazioni, non si possono non sottoscrivere le seguenti considerazioni sul rapporto tra valori, formazione e capacità di attuare cambiamenti nella vita: «Nessun grado di istruzione, esperienza di vita o perfino proclamazione di valori servirà a costruire il senso di identità della persona se non c’è lotta quotidiana per vivere secondo il proprio sistema di valori e se non si fanno scelte che concordino con la propria opzione fondamentale di vita. Nel mondo d’oggi la credibilità viene dalla realtà vissuta di una data persona» [11]. L’educazione ai sentimenti è un passo indispensabile per un buon discernimento, un aspetto che il documento raccomanda con insistenza. Sul piano delle idee e dei ragionamenti si danno tante possibilità che a prima vista appaiono tra loro equidistanti, ma che presentano ricadute molto diverse a livello affettivo e di offerta di senso: «Riconoscere richiede di far affiorare questa ricchezza emotiva e nominare queste passioni senza giudicarle. Richiede anche di cogliere il “gusto” che lasciano, cioè la consonanza o dissonanza fra ciò che sperimento e ciò che c’è di più profondo in me […]. La fase del riconoscere mette al centro la capacità di ascolto e l’affettività della persona, senza sottrarsi per paura alla fatica del silenzio» (Documento preparatorio, II, 2).

Tutto questo ha delle profonde ricadute nell’esperienza di fede. Un autore classico di riferimento in proposito è Ignazio di Loyola. Egli compie la prima fondamentale esperienza di Dio notando l’influsso che i vari movimenti interiori e i pensieri hanno sulla sua mente e sul suo cuore. Ascolta le risonanze affettive che sorgono da questa lettura, cogliendo una strana dissimmetria: i pensieri del mondo vengono assimilati facilmente, ma non hanno durata e alla fine lasciano l’amaro in bocca; i pensieri di Dio, invece, presentano una certa difficoltà, richiedono una lotta interiore per poterli accogliere, eppure, una volta entrati, pur riguardando cose ardue e non appaganti (digiuni, penitenze, austerità), recano una pace profonda e duratura, che mette in movimento [12].

2) Interpretare. Una seconda importante caratteristica del discernimento è la capacità di leggere quanto capita. L’uomo è un essere che interpreta; la stessa attenzione e la stessa intelligenza sono selettive: quanto si presenta a noi non è mai posto sul medesimo piano, ma dà luogo piuttosto a una gerarchia di valori. Una gerarchia, come si notava, affettivamente connotata, in cui emergono interessi, condizionamenti, pregiudizi di cui è importante prendere consapevolezza, per non trovarsi alla fine dove non si vorrebbe. È indispensabile esplicitare i criteri di valutazione, per poter leggere in maniera critica quanto si presenta. Criteri da conoscere e anche da correggere, essendo consapevoli che la profondità e verità delle cose non coincide con la loro apparenza.

3) Scegliere. C’è infine l’ambito della scelta. Qui entra in gioco la volontà, la capacità di mettere in atto e anche di contrastare tendenze e pensieri che, pur suggestivi e allettanti, possono non essere di aiuto per la persona. L’apparenza, come si notava, può ingannare. Il Documento precisa che la bontà di una decisione, punto di arrivo del discernimento, trova una sua conferma nel tempo successivo: «Il tempo è fondamentale per verificare l’orientamento effettivo della decisione presa. Come insegna ogni pagina del testo biblico, non vi è vocazione che non sia ordinata a una missione accolta con timore o con entusiasmo» (Documento preparatorio, II, 3). Solo Dio è Signore del tempo, lui solo può dare una pace duratura, più grande di ogni difficoltà. Per questo è fondamentale affidare con fiducia la nostra vita al Signore, sapendo che lui non ci può ingannare, anzi è l’unico capace di dare pienezza alla nostra ricerca di senso: «Dio non è un essere lontano e anonimo: è il nostro rifugio, la sorgente della nostra serenità e della nostra pace. È la roccia della nostra salvezza, a cui possiamo aggrapparci nella certezza di non cadere; chi si aggrappa a Dio non cade mai! È la nostra difesa dal male sempre in agguato. Dio è per noi il grande amico, l’alleato, il padre, ma non sempre ce ne rendiamo conto […]. Si tratta di realizzare il progetto che Gesù ha annunciato nel Discorso della montagna, fidandosi di Dio che non delude – tanti amici o tanti che noi credevamo amici, ci hanno deluso; Dio mai delude!» [13].
Il Vangelo ricorda il paradosso fondamentale dell’esistenza: trova la vita solo chi è disposto a perderla per il Signore (cfr Mt 16,25). Siamo agli antipodi della visione dell’esistenza e della persona umana all’insegna della realizzazione di sé.

Alcune indicazioni pastorali

La terza parte del documento si sofferma sulle possibilità concrete, a livello pastorale, di aiutare i giovani nel loro cammino e nella loro ricerca di fede.
Anche in questa sezione vengono proposti tre verbi di riferimento: uscire, vedere, chiamare. Essi vogliono esprimere una modalità di conversione e di docilità all’opera dello Spirito, che sa parlare in maniera sempre nuova e attuale agli uomini e alle donne di ogni tempo, età e condizione. Questi verbi sono rivolti a persone concrete, ai giovani, ma soprattutto a formatori ed educatori, figure sempre preziose e indispensabili, in particolare nel nostro tempo.
Come si è visto, la chiamata nasce da un incontro che irrompe nella vita ordinaria: la semplice condivisione di questi episodi è già un passo prezioso per comprendere l’azione dello Spirito. Il documento ricorda un passaggio significativo del discorso che papa Francesco ha rivolto agli operatori pastorali: «Voi siete i principali responsabili delle vocazioni cristiane e sacerdotali, e questo compito non si può relegare a un ufficio burocratico. Anche voi avete vissuto un incontro che ha cambiato la vostra vita, quando un altro prete – il parroco, il confessore, il direttore spirituale – vi ha fatto sperimentare la bellezza dell’amore di Dio. E così anche voi, uscendo, ascoltando i giovani – ci vuole pazienza! –, potete aiutarli a discernere i movimenti del loro cuore e a orientare i loro passi» [14].

In ascolto della base

Il Documento si conclude, in maniera analoga a quanto compiuto in occasione del Sinodo mondiale sulla famiglia, con un questionario, differenziato a seconda dei contesti geografici cui è rivolto. Le risposte offriranno in tal modo il materiale di partenza per la redazione dell’Instrumentum laboris. Condividere la ricchezza di iniziative già messe a frutto nelle varie parti del mondo è, oltre che uno stimolo alla creatività, un invito a continuare sulla strada tracciata dalla tradizione.
Bonum est diffusivum sui, dicevano i medievali: la caratteristica propria del bene è di farsi conoscere, di comunicarsi ad altri, gratuitamente, come sua ragion d’essere, senza altro scopo che questo. La cooperazione stimola la creatività e arricchisce vicendevolmente, rivelando possibilità inattese. Come ricorda l’episodio della moltiplicazione dei pani, il vero miracolo è la condivisione. Questo è un altro degli aspetti indispensabili e preziosi della dimensione comunitaria dell’esperienza di fede. La domanda iniziale del Signore («Che cosa cercate?») può nascere da motivazioni differenti – un desiderio, un’inquietudine, un’insoddisfazione generale, una ricerca di senso –, ma diventa il punto di partenza di un cammino di conoscenza di sé e del Signore, comunque presente in quella domanda. Papa Francesco, nella Lettera di accompagnamento al Documento, rivolgendosi direttamente ai giovani, li invita ad ascoltare il proprio cuore come il luogo primo e ultimo in cui risuona l’invito di Dio a vivere una vita piena e bella, per sé e per altri: «Sono sicuro che, sebbene il frastuono e lo stordimento sembrino regnare nel mondo, questa chiamata continua a risuonare nel vostro animo per aprirlo alla gioia piena. Ciò sarà possibile nella misura in cui, anche attraverso l’accompagnamento di guide esperte, saprete intraprendere un itinerario di discernimento per scoprire il progetto di Dio sulla vostra vita. Pure quando il vostro cammino è segnato dalla precarietà e dalla caduta, Dio ricco di misericordia tende la sua mano per rialzarvi» [15].

NOTE

  1. Il card. Lorenzo Baldisseri, presentando il documento, ha precisato che il termine vocazione «deve essere inteso in senso ampio e riguarda tutta la vasta gamma di possibilità di realizzazione concreta della propria vita nella gioia dell’amore e nella pienezza derivante dal dono di sé a Dio e agli altri» (Conferenza stampa di presentazione del Documento preparatorio della XV Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei vescovi sui giovani, 13 gennaio 2017).
    2. Cfr F. Occhetta, «Italia sfiduciata, ma laboriosa», in Civ. Catt. 2017 I 150 s.
    3. Cfr G. Cucci, La crisi dell’adulto. La sindrome di Peter Pan, Assisi (Pg), Cittadella, 2012, 15-21.
  2. Not in Education, Employment or Training, cioè giovani non impegnati in un’attività di studio né di lavoro né di formazione professionale.
    5. Francesco, Lettera ai giovani in occasione della presentazione del Documento preparatorio della XV Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei vescovi sui giovani, 13 gennaio 2017.
  3. Id., Parole del Santo Padre Francesco, Visita a «Villa Nazareth», 18 giugno 2016.
  4. C. M. Martini, La gioia del Vangelo, Casale Monferrato (Al), Piemme, 1988, 58. A livello storico, si possono ricordare le analisi di J. Delumeau, Il peccato e la paura. L’ idea di colpa in Occidente dal XIII al XVIII secolo, Bologna, il Mulino, 1987; e di B. Sesboüé, Gesù Cristo l’unico mediatore. Saggio sulla redenzione e la salvezza, vol. 1: Problematica e rilettura attuale, Cinisello Balsamo (Mi), San Paolo, 1991.
  5. C. M. Martini, La gioia del Vangelo, cit., 35.
  6. Per un approfondimento, cfr P. Schiavone, Il discernimento. Teoria e prassi, Milano, Paoline, 2009; D. Fares, «Aiuti per crescere nella capacità di discernere», in Civ. Catt. 2017 I 377-389.
  7. Cfr i casi discussi in F. M. Dattilio (ed.), Case Studies in Couple and Family Therapy. Systemic and Cognitive Perspectives, New York – London, The Guilford Press, 1998; A. S. Gurman (ed.), Clinical Handbook of Couple Therapy, New York, The Guilford Press, 2008; S. Minuchin – M. P. Nichols – W. Lee, Famiglia: un’avventura da condividere. Valutazione familiare e terapia sistemica, Torino, Bollati Boringhieri, 2009.
  8. B. Dolphin – M. P. Garvin – C. O’Dwyer, «La leadership nella vita religiosa oggi», in A. Manenti – S. Guarinelli – H. Zollner (eds), Persona e formazione. Riflessioni per la pratica educativa e psicoterapeutica, Bologna, Edb , 2007, 392.
    12. «C’era però una differenza: pensando alle cose del mondo provava molto piacere, ma quando, per stanchezza, le abbandonava si sentiva vuoto e deluso. Invece, andare a Gerusalemme a piedi nudi, non cibarsi che di erbe, praticare tutte le austerità che aveva conosciute abituali ai santi, erano pensieri che non solo lo consolavano mentre vi si soffermava, ma anche dopo averli abbandonati lo lasciavano soddisfatto e pieno di gioia» (Ignazio di Loyola, s., Autobiografia, Milano, Tea, 1992, n. 8).
  9. Francesco, Angelus, 26 febbraio 2017.
  10. Id., Discorso ai partecipanti al Convegno internazionale di pastorale vocazionale, promosso dalla Congregazione per il Clero, 21 ottobre 2016.
    15. Francesco, Lettera ai giovani…, cit.

© La Civiltà Cattolica 2017 II 380-389 | 4006 (20 mag/3 giu 2017)