Per una filosofia della cura

Nell’essenziale della vita

Luigina Mortari

Quella sera ero in reparto ed è successo un incidente. I poliziotti, conoscendomi, mi hanno chi per fare da interprete. Nell’incidente era coinvolta una giovane famiglia con un bambino di cinque mesi, che fortunatamente era rimasto illeso. A un certo punto un poliziotto, sapendo che la mia era una famiglia affidataria, mi chiede cosa si poteva fare con il bambino, per non tenerlo in ospedale. Stavo per spiegargli come fare, ma in quel momento ho incrociato lo sguardo del bambino, che sembrava perso e insieme cercare qualcuno, e allora ho detto: «Lo prendo a casa mia». E così è rimasto lì tutto il tempo della degenza dei suoi genitori. Non potevo fare altro.

Un’esperienza essenziale, irrinunciabile

Nel campo dell’esperienza umana ci sono cose essenziali, irrinunciabili. Tuttavia può accadere che questa essenzialità, pur evidente nella quotidianità, sfugga al lavoro del pensiero. Spesso ciò che è essenziale è ciò che ci è più vicino, parte strutturale e inevitabile dell’esperienza; ma proprio ciò che ci è più vicino nell’esistenza, può rimanere sconosciuto nel suo significato più profondo e filosofico. Quando si pensa alla nascita, al venire al mondo, si pensa alla luce che si apre sull’essere; per questo si può dire che il venire a essere è un entrare nella luce, un essere illuminato. Secondo Heidegger (1927, p. 420), ciò che illumina nella sua essenza quell’ente che è l’essere umano, è la cura; in quanto tale la cura è tratto ontologico essenziale dell’esserci, dell’uomo: ogni uomo infatti assume la propria esistenza avendone cura. Questo rapportarsi all’esistere avendone cura è un esistenziale che ha il tratto della necessità, perché da subito e per tutto il tempo della vita l’essere umano si trova a doversi occupare di sé, degli altri e delle cose. Dal momento che l’essere umano si trova consegnato all’esistenza secondo la modalità della cura, si può dire che «ognuno è quello che fa e di cui si cura» (ibidem, p. 152). Dire che noi diventiamo quello di cui abbiamo cura e che i modi della cura danno forma al nostro essere significa che se abbiamo cura di certe relazioni il nostro essere sarà costruito dalle cose che prenderanno forma in queste relazioni, in ciò che fa bene e in ciò che è sbagliato. Se abbiamo cura di certe idee, la nostra struttura di pensiero sarà modellata da questo lavoro, nel senso che la nostra esperienza mentale poggerà su quelle che abbiamo coltivato e risentirà della mancanza di quelle che abbiamo trascurato; se ci prendiamo cura di certe cose, sarà l’esperienza di quelle cose e del modo di stare in relazione a esse a strutturare la nostra esistenza. Se ci prendiamo cura di certe persone quello che accade nello scambio relazionale con l’altro diverrà parte di noi. Della cura si può pertanto parlare nei termini di una fabbrica dell’essere.

La cura: il lavoro del vivere

La cura può essere definita il lavoro del vivere e dell’esistere, perché quel mancare d’essere che rende necessaria la cura mai trova una soluzione. Mai è dato un momento in cui guadagniamo una condizione di sovranità sull’essere, mai giungiamo a possedere veramente la nostra condizione. Proprio perché la debolezza dell’esserci, in quanto mancante d’essere, è costitutiva della condizione umana, il lavoro di cura non può non accompagnare la vita intera. Il lavoro di cura riempie ogni attimo del tempo.

Anche nel più perfetto dei mondi, dove fossero eliminati gli orrori della guerra, dove nessuno si trovasse a soffrire la fame e tutti disponessero delle risorse materiali necessarie alla vita, sempre ci sarebbe bisogno di cura: in certe fasi della vita perché lo stato di fragilità e vulnerabilità rende fortemente dipendenti da altri, come nell’infanzia o nella condizione di malattia; in altre, come l’adultità, perché, pur disponendo di una certa autonomia e autosufficienza, tuttavia senza l’aiuto premuroso di altre persone non si riesce a far fiorire le proprie possibilità d’essere né si trova riparo dalla sofferenza. La cura è essenziale: protegge la vita e coltiva le possibilità di esistere. Una buona cura tiene immerso nel buono. Fare pratica di cura è dunque mettersi in contatto con il cuore della vita. Una definizione semplice ed essenziale della cura, che emergeda una fenomenologia che metodicamente cerca il semplice e l’essenziale dell’esperienza quotidiana, è la seguente: aver cura è prendersi a cuore, preoccuparsi, avere premura, dedicarsi a qualcosa.

Dentro il limite dell’essere dell’uomo

L’essere umano non è forma pienamente data: come ogni ente finito è una presenza d’essere limitato; è sostanza senza forma che diviene nel tempo, e il suo divenire è mosso dalla tensione di cercare una forma. Noi siamo esseri mancanti, in continuo stato di bisogno; non siamo esseri finiti, interi, autonomi e autosufficienti. La nostra mancanza è evidente nel dato che nasciamo senza una forma del nostro esserci e con il compito di modellarla nel tempo senza che ci sia chiaro cosa si debba fare per dare una buona forma al nostro divenire nelle sue impreviste possibilità. In questo senso siamo un problema a noi stessi. Proprio perché siamo mancanti di essere ed esposti alla possibilità di non realizzare il nostro essere possibile, in ogni attimo può aprirsi sotto di noi la voragine del nulla. Dal momento in cui veniamo nella vita cominciamo a perdere la vita, poiché vivendo consumiamo la materia della vita che è il tempo. C’è la morte che nientifica la vita definitivamente, ma anche la perdita delle cose di valore che dà il senso della debolezza del nostro vivere. Ma se da una parte ci troviamo di fronte all’innegabile realtà della fragilità, dall’altra esperiamo l’altro lato della condizione umana, altrettanto inconfutabile: che, pur in tutta la nostra fragilità, istante dopo istante siamo conservati nell’essere (Stein, 1950). È questo il paradosso dell’esistenza: sentire il proprio essere fragile, tenuto nel tempo di momento in momento, senza disporre di alcuna sovranità sul proprio divenire, e insieme trovarsi vincolati alla responsabilità di rispondere alla chiamata di dare forma al proprio essere.

Le direzioni che la cura può intraprendere

Il termine cura è carico di differenti significati, è polisemantico: c’è una cura necessaria per continuare a vivere, una cura necessaria all’esistere per dare corpo alla tensione alla trascendenza e nutrire l’esserci di senso, e una cura che ripara l’essere sia materiale sia spirituale quando il corpo o l’anima si ammalano. La prima è la cura come lavoro del vivere per preservare l’ente che noi siamo, la seconda è la cura come arte dell’esistere per far fiorire l’esserci, e la terza è la cura come tecnica del rammendo per guarire le ferite dell’esserci. La cura nella sua essenza risponde a una necessità ontologica, la quale include una necessità vitale, quella di continuare a essere, una necessità etica, quella di esserci con senso, e una necessità terapeutica per riparare l’esserci.

La cura che conserva la forza vitale

L’inconsistenza ontologica, la fragilità della vita rendono bisognosi d’altro. La vita ha continuamente bisogno di qualcosa e senza questo qualcosa la vita viene meno. A nominare la cura come il preoccuparsi di procurare ciò che consente di conservare la vita, nel greco antico troviamo il termine merimna: è la cura delle cose, del necessario per vivere. Ma se la cura per conservare la vita mettendola al riparo dalla sua debolezza è inevitabile, tuttavia può assumere dimensioni smisurate a causa dell’ansia che prende l’anima di fronte alla nostra fragilità. Il sapersi bisognosi e nell’impossibilità di trovare un riparo definitivo alla propria bisognosità si traduce in un sentimento di impotenza che, se lasciato dilagare nell’anima, può spingere ad agire compulsivamente per tacitare il proprio sentirsi mancanti, riempiendo il vivere di un eccesso di cose cui sentirsi ancorato. Per questo è necessario trovare la giusta misura della cura, senza l’angoscia, senza esserne occupati e invasi.

La cura che fa fiorire l’essere

Ma il prendersi a cuore la vita non si risolve solo nel procurare cose per conservare la vita così come essa è. Proprio perché l’essere umano viene al mondo mancante di una forma dell’esserci, il suo compito è quello di cercare la forma del proprio esserci, precisamente la migliore forma possibile. L’essere umano non è un punto fermo, non è qualcosa di compiuto e completo, ma è un nucleo d’essere in continuo divenire, mosso da un’energia che lo spinge continuamente ad andare oltre il modo in cui viene a essere. C’è dunque bisogno di una cura che «risveglia gli animi e li rende più grandi» non tanto perché essi possano «compiere grandi imprese», (Cicerone, De officiis, I, 12) ma per realizzare al meglio quell’impresa che è la propria vita.
Una buona cura materna, per esempio, non consiste solo nel soddisfare i bisogni che vede esternalizzati nei modi d’essere del bambino, ma anche nell’offrire quelle esperienze che sollecitano il suo essere a crescere e fiorire in tutte le sue dimensioni. Ma la cura degli altri non basta: in quanto nasce senza forma e con il compito di darsi una forma, l’essere umano è dunque chiamato ad aver cura di sé, per cercare la forma migliore del proprio essere, per cercare un orizzonte irradiante di senso, per disegnare una vita buona. Sempre infatti si corre il rischio di una vita frammentata, divisa in tempi senza centro, tempi incomunicanti. L’anima sente il bisogno di cercare un centro, un centro vivente, da cui attingere l’energia necessaria per camminare con gioia nel tempo. Aver cura dell’esistenza è fare della vita un’unità viva. Aver cura di sé è dunque aver cura dell’anima: quella che i greci chiamavano epimeleia è l’aver cura che coltiva l’essere per farlo fiorire.

Aver cura delle ferite dell’esserci

A essere necessario, però, risulta anche un altro tipo di cura, che ripara l’essere nei momenti di massima vulnerabilità e fragilità, quando il corpo o l’anima si ammala: è la cura come terapia. La terapia è la cura chiamata a lenire la sofferenza. Il corpo che noi siamo è cosa massimamente vulnerabile, perché il suo funzionamento può incepparsi e quando questo accade si ha esperienza della sofferenza nella carne: «Proprio perché il corpo è difettoso è stata scoperta l’arte medica» (Platone, Repubblica, I, 241e). Ma anche l’anima soffre, con una specificità: nel dolore del corpo ci troviamo immersi, mentre il dolore dell’anima sale dal profondo della vita interiore. Come suggerisce Edith Stein però è necessario superare il dualismo tra corpo e anima: non sono due sostanze distinte che convivrebbero l’una accanto all’altra, ma l’esserci è un tutt’uno composto di un corpo che vive di un respiro spirituale e di un’anima incarnata. Dunque qualsiasi intervento di cura, qualsiasi intervento sull’altro non è “solo” sulla carne del corpo, ma va nel profondo della carne dell’anima.

Al cuore della cura: il nocciolo etico

L’intenzione che orienta l’agire con cura è la ricerca di ciò che fa bene alla vita. Essere alla ricerca di ciò che fa bene significa dare un orientamento etico all’esistenza. La cura nella sua essenza è etica perché è informata dalla ricerca di ciò che è bene, ossia di ciò che rende possibile dare forma a una vita buona. Se l’etica è un prodotto del pensare generato dall’interrogarsi sulla qualità della vita buona, la cura è una pratica orientata dal desiderio di promuovere una vita buona. Questa passione per il bene orienta la persona che pratica cura a delle precise “posture” nelle quali si condensa l’essenza etica della cura: sentirsi responsabili, condividere con l’altro l’essenziale, avere una considerazione reverenziale per l’altro, avere coraggio.

Sentirsi responsabile per l’altro

Responsabilità viene dal latino respondere, che nel suo significato originario significa rispondere a una chiamata. Essere responsabile significa rispondere attivamente al bisogno dell’altro, con premura e sollecitudine, essere disponibile a fare quanto necessario e quanto è possibile per il ben-essere dell’altro; questa disponibilità non va solo agita ma anche dichiarata, affinché l’altro sappia che su di noi può contare.
Alla radice del senso di responsabilità c’è la capacità di cogliere l’esserci dell’altro che, come me, ha bisogno di relazione e ha bisogno di trovare il senso della propria vita (Lévinas, 1972). C’è pure la sensibilità del sentirsi toccati dall’altro, tanto nella forma dell’empatia quanto nella compassione: è la riscoperta di una ragione “altra”, “materna”, della capacità di “pensare con il cuore” (cfr. Murdoch, 1970; Zambrano 1973; Nussbaum, 2001).

Agire con generosità

Ci sono persone per le quali il lavoro di cura costituisce l’architrave di senso dell’esperienza; è quel modo di stare con gli altri che procura significato al proprio essere nel mondo. Fare lavoro di cura fa stare là dove ne va del necessario. Sapere di fare quanto va fatto, e va fatto perché l’altro ha di questo una necessità vitale, restituisce un guadagno di senso che si colloca oltre qualsiasi logica di scambio. Per questo si può dire che nel lavoro di cura c’è intrinseco un elemento di gratuità. La cura che si prende a cuore l’altro esce dal perimetro del calcolo, del misurabile, del negoziabile. Si ha cura per l’altro perché di questo agire si sente la necessità. Qui sta la qualità donativa della cura. L’elemento di gratuità è costitutivo della cura perché l’aver cura per l’altro si concretizza nel produrre una forma di beneficio, e il beneficium è dare qualcosa a un altro senza cercare dall’altro nulla per sé. Dare senza chiedere nulla non vuol dire perdere qualcosa, perché la cura per essere buona non deve procurare danno a nessuno. «Bisogna che dal rapporto non derivi alcun danno – spiega Fedro a Socrate – ma un vantaggio per entrambi» (Platone, Fedro, 234c). Solo che per chi-ha-cura il vantaggio non è qualcosa che si chiede a chi-riceve-cura, ma sta in quello che si fa. Chi agisce in modo donativo ragiona secondo una grammatica etica che disordina il modo ordinario di pensare, proprio perché nel donare non sente di fare qualcosa di eccezionale, ma semplicemente ciò che è necessario. In loro c’è il senso di un certo modo di agire che definisco straordinarietà ordinaria.

Avvicinare l’altro con reverenza

Una maestra di scuola dell’infanzia così racconta: «Quando il mattino arrivano in sezione [i bambini] io li saluto uno a uno, li aspetto sulla porta e stringo la mano inchinandomi alla loro altezza. È un segno per dire che ho considerazione per ognuno di loro. Loro sono contenti, sorridono. Ogni bambino è un valore, ma non è che tutti sanno il loro valore. Tocca a noi grandi… e possiamo farglielo capire se siamo capaci di reverenza, che è rispetto, ma qualcosa di più…». Chi ha cura si trova in una condizione di potere rispetto a chi non è autonomo. Proprio perché chi è dipendente è anche massimamente vulnerabile, l’asimmetria di potere è propria della relazione di cura. Assumere su di sé la responsabilità di avere cura per l’altro e sentirsi in grado di agire in senso donativo senza avere bisogno di alcuna restituzione può, se non si vigila, trasformare il potere-fare in una forma di violenza sull’altro. Responsabilità e gratuità, pur qualificandosi come dimensioni essenziali dell’eticità propria della pratica di cura, non bastano a garantire una buona cura. Responsabilità e generosità strutturano una buona cura se sono intimamente connesse alla capacità di avere rispetto per l’altro; quel rispetto che è reverenza. Avere rispetto significa consentire all’altro di esserci a partire da sé e secondo il suo modo di essere. In altre parole: tenere l’altro trascendente rispetto a me, conservare l’altro irriducibile rispetto al mio modo di essere e di pensare.

Avere coraggio

Di cura si fa fatica a parlare, perché ai più sembra un’etica debole, fuori luogo in un mondo che segue altre logiche. La cura sembrerebbe una pratica atopica nel nostro tempo per quell’individualismo che fortemente lo caratterizza. È per questo che agire con cura è un’azione che richiede coraggio. In certi casi addirittura l’azione di cura assume una valenza politica, perché si esprime come denuncia delle situazioni che provocano inutili sofferenze o ingiustizie. La cura spesso richiede atti di parresia, cioè del dire come stanno veramente le cose trovandosi a parlare in una posizione di svantaggio rispetto al proprio interlocutore. La parresia è una presa di parola pubblica mossa dall’esigenza di denunciare ciò che non va e riportare lo sguardo dell’altro sulla verità delle cose a partire da una situazione di asimmetria di potere: comporta dunque un rischio elevato per il parlante. In questo caso il gesto della parresia è un gesto di cura perché nasce dall’attenzione alla situazione dell’altro ed è mosso dall’intenzione di innescare un processo di trasformazione delle cose. Si è capaci di parresia perché si è optato per una postura responsabile nei confronti dell’altro e coraggiosa verso chi ha il potere di decidere la qualità della vita.
Si agisce con coraggio “semplicemente”, non in risposta a imperativi etici categorici: si agisce con coraggio perché si sente che non c’è altra opzione compatibile con il bisogno di cura dell’altro.

Come la cura si fa concreta?

La cura è una pratica mossa dall’intenzione di procurare beneficio all’altro. L’orientamento a cercare ciò che fa bene si attualizza in quelle “posture” che abbiamo prima descritto. Nei suoi modi concreti la cura si rende visibile attraverso degli «indicatori comportamentali» (Noddings 1992) che rendono evidente l’intenzione di chi la agisce. In estrema sintesi, e come congedo pratico di questa nostra riflessione, li elenchiamo, semplicemente: prestare attenzione, ascoltare, esserci con la parola (e con i dovuti silenzi), comprendere, sentire con l’altro, esserci in una distante prossimità, con delicatezza e con fermezza, capaci di sostenerne la fatica.
La cura è un agire concreto, la cura guarda negli occhi perché è cura di un’altra persona precisa. Il bene è quello di cui l’altro ha bisogno per stare bene in quel preciso momento. La vita non è un sistema, non ha bisogno di saperi architettonici generali. Ha necessità di attenzione e di dedizione in quel preciso istante per quel preciso sguardo. Noi viviamo nel tempo e l’anima si nutre di istanti di bene.

Bibliografia minima

HEIDEGGER M. (1927), Essere e tempo. Tr. it. Longanesi, Milano 1976.
LÉVINAS, E. (1972), Umanesimo dell’altro uomo. Tr. it II melangolo, Genova 1985.
MORTARI, L. (2015), Filosofia della cura, Raffaello Cortina, Milano.
MURDOCH, I. (1970), The Sovereignity of Good. Routledge, London.
NODDINGS, N. (1992), The Challenge to Care in School: An Alternative Approach to Education. Teachers College Press, Columbia University, New York.
NUSSBAUM, M. (2001), L’intelligenza delle emozioni. Tr. it. il Mulino, Bologna 2004.
STEIN, E. (1950), Essere finito e essere eterno. Tr. it. Città Nuova, Roma 1999.

(Notiziario della Banca Popolare di Sondrio, 128/2015, pp. 148-152)