PREGHIERA: UN INCONTRO A TU PER TU

 

Nella mia vita ho sempre viaggiato moltissimo. Ricordo un giorno di tanti anni fa: ero in macchina, in auto­strada, in viaggio da alcune ore. All’improvviso un nubifragio, uno di quelli che ti sorprende, uno di quelli che sembrano non finire mai. Sono dietro ad un tir, decido di superarlo: metto la freccia, mi sposto sulla destra, ma devo fare i conti con un imprevisto. Sull’asfalto, c’è una grande pozzanghera, l’acqua travolge completa‑ mente il parabrezza: non vedo più niente, solo ombre, proprio quello che non ci voleva in una manovra di sorpasso. Ho vissu­to un momento interminabile, uno dei peggiori della mia vita: a destra, l’ombra del tir, a sinis­tra il guardrail che quasi mi as­pettava. Ho capito in un attimo che se mi spaventavo morivo, se frenavo morivo, se spostavo solo di un millimetro il volante mi schiantavo. Eppure, poco prima, quando avevo deciso di supera­re il camion, avevo visto davanti a me la strada libera. Ecco, mi sono detto con estrema lucidità, “se non ti fai prendere dalla paura, tra qualche secondo vedrai di nuovo la luce, ritroverai di nuovo la strada”. Così ho fatto e così è stato.

Per me è questa la fede: riuscire a vedere anche quando non vedi niente, riuscire a vivere anche nei mo­menti in cui ti sembra di non farcela. La fede è ciò che ti fa superare le tempeste e la nebbia senza perdere mai la direzione. $ il viaggio della vita che ti fa entrare nella Vita. A volte possiamo fare fatica, la nostra de­bolezza può farci fare delle deviazioni, ma l’importante è puntare alla meta, avere sempre presente la bussola della nostra coscienza. Con saggezza, preghiera, carità.

Solo la fede vissuta così ti fa incontrare il vero volto di Dio, un incontro che può avvenire solo quando è desid­erato, atteso con tutte le forze, con il cuore e con la ragione. Nella mia esperienza ho capito che l’uomo può incontrare Dio, solo se accetta questo appuntamento, se lo ricerca nella sua libertà. Perché Dio non è morto, non si nasconde: esiste, è vivo, è vero, da sempre e per sempre. Chi accetta questo incontro entra in una dimensione molto particolare, a tu per tu, mente a mente, cuore a cuore, mano a mano con Dio. Non è un incontro scientifico, matematico, frutto di un ragionamento. Parte dall’intimo, dall’assurdo; il ragionamento viene dopo. $ un salto nel buio per trovare la luce: una luce grande e non spiegabile.

Avvenuto l’incontro tutto può concorrere a vivificarlo, anche le cose minime e insignificanti: una foglia verde

 

o secca, un vetro rotto, la polvere, un volo di gabbiani, oppure i fatti imponenti e tragici che facciamo fatica a comprendere.

Il silenzio è il linguaggio di questo incontro d’amore. È una Presenza che raggiunge l’uomo, lo avvolge, gli pen­etra dentro, gli insegna ad amare con il cuore di Dio. Un amore che si alimenta di preghiera, di gratuità, senza pretendere, felice di amare e di essere amato. La presenza di Dio accompagna l’uomo e la donna in ogni mo­mento della giornata. Li illumina, li consola, li redarguisce, li frena, li rivela a se stessi. Un cammino di miseri­cordia, sempre. Per questo incontro con Dio, l’uomo è disponibile a percorrere il lungo viaggio dall’umano al divino, dal peccato alla misericordia, alla purezza, dall’individualismo alla fraternità. Un percorso non facile, non lineare, carico di rischi e di cadute; un percorso che chiede la fede e l’invocazione alla fede.

L’incontro, il vero e intimo incontro con Dio, cambia la vita: lo stesso volto di prima, le stesse mani, lo stesso sguardo si trasformano, e il prossimo che si incontra sembra avvertire che in Dio noi lo abbiamo già conosciuto, abbiamo già capito tutto di lui. La preghiera diventa vita, diventa concretezza.

Io l’ho imparato dai miei genitori. Ricordo mia madre che pregava ed era capace di spartirsi con chi­unque, nell’ascolto degli affanni altrui. Eravamo negli anni del dopo guerra e lei si toglieva il pane di bocca per me e per i miei fratelli: senza prediche, ho subito capito che chi pregava era un per­sona attendibile che si donava agli altri, che sapeva affrontare ogni sacrificio senza farlo pesare. Mio padre non era un credente come mia madre, ma era un uomo giusto, di buona volontà, non andava a messa tutte le domeniche, ma viveva la giustizia. Avrebbe potuto prendere bustarelle, approfittare del suo lavoro per avere favori, invece applicava la legge anche nelle minime cose, nella vita di tutti i giorni e con noi figli. Mia madre mi fece respirare la fede concreta, mio padre la giustizia. Da loro imparai da subito che certi miei no, certi miei piccoli egoismi, indebolivano l’incontro con Dio. Crescendo, ho capito che il desiderio di amare, il desiderio di capire il senso della vita trovano un approdo solo se si chinano sui miseri, sugli ultimi della propria famiglia, del proprio paese, della propria città, del proprio mondo.

Loro mi hanno fatto capire che la vita ha senso solo quando asciughiamo una lacrima, consoliamo chi è nel dubbio, facciamo pensare qualcuno troppo sicuro di sé. Un giorno, l’ho spiegato anche a Giacomo, un raga­zzo di diciassette anni che non pensava minimamente a certe cose e che da un momento all’altro mi ha fatto la domanda della vita: “Ma Dio esiste?”. Sì! Dio esiste e il mio cuore me lo conferma. Dio esiste perché vedo che quando provo rancore contro una persona e prego, riesco a trasformare quel sentimento in pazienza. Il giudizio scompare, mi acquieto, ritrovo la pace. Dio esiste perché quando ho dei soldi, che potrei usare per me, donandoli mi sento più felice. Ecco, in quella felicità, Dio esiste. E se Dio esiste, allora mi dono. Se Dio esiste veramente, ho pazienza. Se Dio esiste veramente, allora ricomincio da capo. Se Dio esiste veramente, il mio peccato non mi ferma. Dio esiste e non ha bisogno né di me né di nessuno per di­mostrare se stesso, ma ha bisogno di me, di noi per dimostrare il suo amore.

Se accettiamo questo metodo, la nostra fede e la nostra preghiera saranno contagiose, sarà un segno di speranza per chi ci incontra, un esempio che non avrà bisogno di parole. Non siamo chiamati a fare altro che sentirci amati senza riserve da Dio e poi, per amore, senza retorica, vivere il nostro cristianesimo da convertiti all’amore, là dove siamo. Con la preghiera che diventa il nostro respiro, 24 ore su 24. Siamo bancari, dottori, casalinghe, insegnanti, operai? Svolgiamo il nostro lavoro da cristiani! Il cristiano non ruba, paga le tasse, ama la giustizia, non lascia solo nessuno, non diventa uomo di potere, ma è a servizio del bene. Il cristiano che vive secondo la legge dell’amore non lascia morire il proprio vicino di casa da solo, disperato, ma fa di quella situazione di solitudine una grande occasione di bene per tanti. Dovremmo fare di tutti i condomini dei condomini di solidarietà, dove nessuno è abbandonato, dove ognuno è curato.

Ogni volta che qualcuno ha un problema dovrebbe dire: vado a casa mia. Una casa dove incontra cristiani accoglienti come un fuoco che scalda e illumina, che sono occhi per il cieco, piedi per lo zoppo, padri e madri per i poveri, consolazione per gli afflitti, compagnia per l’abbandonato, speranza per il disperato, maestri buoni per i giovani, difensori dei bambini.

Chi ci incontra dovrebbe poter dire: “Oggi, sono stato avvicinato da qualcuno che mi vuole bene, che mi ha guardato senza giudicarmi”. È uno sguardo di fede che non esclude nessuno, che alimenta la speranza, che fa dire: “Coraggio, c’è posto anche per te, anche tu puoi cambiare, io sono stato perdonato, puoi essere per­donato anche tu; io sto facendo qualcosa di buono, tu puoi fare qualcosa di ancora meglio”. Tutto questo è possibile solo con la preghiera, solo chiedendo ogni giorno al Signore: “Fammi guardare con i tuoi occhi, fammi ascoltare con le tue orecchie, fammi parlare o tacere come faresti Tu”. Allora, l’altro, qua­lunque cosa abbia fatto, potrà pensare: “Anche per me c’è spazio, anch’io mi posso alzare e camminare. Anche io posso pregare. Anche io ho incontrato la fede”.

 

Ernesto Olivero Fondatore Sermig

(Servizio missionario giovani)