Ponti che abbattono muri – Testimonianza

 

MARIA ELISABETTA COFFARI*

Il cantiere e le stelle, la cura e l’attesa. Quello che mi porto a casa dai due ultimi Convegni Nazionali di Pastorale Giovanile è una consapevolezza in più della bellezza del lavoro che il Signore mi ha dato l’occasione di poter vivere ogni giorno. Due convegni, ma due mie collocazioni diverse, in due prospettive diverse: quello di Brindisi per me è stato la prima esperienza, il primo contatto con il Servizio Nazionale di Pastorale Giovanile, mentre quello di Bologna è una preziosa tappa nel percorso di formazione, legata al lavoro che svolgo in Pastorale Giovanile, nella mia Diocesi. “Si lavora per ciò che si ama e si ama ciò per cui si lavora” (E. Fromm). Entrambe le occasioni provocano in me una sfida: quella di stare accanto ai giovani sul sentiero che la vita mi mette di fronte, con le prove e le opportunità di ogni giorno, accettandone anche la precarietà.

È una sfida che colgo e riesco ad elaborare così.

Educare è generare alla vita: l’educatore è colui che può accompagnare, nonostante le sue fragilità, quei giovani che la comunità gli affida. Egli li può guidare alla ricerca delle stelle, i sogni, curando quelle ferite, che la storia, da cui non si può scappare, costringe a vivere.

Il senso è il cammino, l’andare avanti facendo tesoro delle esperienze, potendo davvero essere testimone per i giovani che le ferite sono una ricchezza, che quel¬la volta che sei caduto hai visto le stelle e che quelle stelle che prima credevi grandi perché vicine, in realtà ne nascondono dietro altre più luminose e grandi, ma lontane; quindi ancora da raggiungere.

E ti accorgi che la relazione è ciò che conta, “quanto tempo hai dedicato alla tua rosa”, per riprendere le parole del Piccolo Principe, e mi tornano alla mente anche le parole del prof. Vittorino Andreoli: bisogna essere educatori fragili, perché prima di tutto educare è relazione, nel senso di essere interessato all’altro, di avere bisogno dell’altro, di avere cura dell’altro e proprio se uno è fragile ha bisogno dell’altro. Due fragilità insieme danno forza: sono l’amore e la cura che fanno la differenza. Quell’amore con cui desideriamo parlare al cuore dei nostri giovani non mettendo delle maschere, ma essendo autentici, prima con se stessi e poi con gli altri. Così si risponde alla vocazione dell’educatore, partendo dal significato della parola stessa ‘condurre’, ‘portare fuori’, ma fuori dove? se non “a rivedere le stelle”?

Nei giorni di Bologna ho ritrovato un interessante collegamento con i contenuti del Convegno di Brindisi: la cura come progettazione educativa pastorale, dove ovviamente i soggetti educanti sono gli educatori, ma innanzitutto è la comunità che educa; perciò alla base del patto educativo è necessario il mandato, che riceviamo come operatori. Un mandato di fiducia, consapevole e condiviso, che non può essere richiesto o preteso, ma deve essere donato; infatti l’educazione non può essere lasciata all’improvvisazione, ma è un’azione che deve essere accompagnata sia dall’esperienza che dal pensiero. Dunque è la creatività che si mette in questo pensiero e che è parte di quell’Amore, con il quale il Signore stesso ci ha creato e ci ha donato la vita, che ci spinge a ripartire, a scoprire, a reinventare. Allora quali spunti pastorali oggi per la mia Diocesi, partendo dal Convegno? Credo che l’opportunità che ci attende si trovi nelle parole di Marco Moschini: “l’oratorio non è un problema, è la risposta”. È iniziato, infatti, nella nostra Diocesi un progetto di ‘Coordinamento degli oratori’ ed è possibile cogliere la sfida nel nostro territorio attraverso questo strumento di evangelizzazione antico e nuovo, che chiede il coinvolgimento in primo luogo di tutta la comunità parrocchiale e che, come un ponte, mette in relazione la strada, o la piazza, e la Chiesa: una missione aperta nel continente giovanile. Pensando all’esperienza di questi mesi, credo che una grossa urgenza sia trovare un modo per comunicare ai giovani la speranza e soprattutto la presenza. Per una generazione di giovani che sperimenta una società che non crede in loro e attraverso la quale non vede un futuro, penso che l’oratorio sia proprio un mezzo pastorale ed educativo importante per andare ad incontrare quei giovani, anche quelli più in difficoltà: per stare, per esserci, per riscoprire la semplicità e la bellezza di un clima famigliare: la comunità appunto che si fa presente. Mi piace anche pensarlo come uno spazio per i giovani che possa essere occasione di scambio, di conoscenza, di crescita di relazione e magari un luogo dove poter far germogliare i propri sogni attraverso le persone, che la Vita ci mette accanto, perché come ha detto don Erio Castellucci “attraverso i giovani si costruiscono quei ponti che abbattono i muri”.

Il convegno di Bologna si è concluso con un pellegrinaggio, che vedo come una metafora del lavoro che, tornati in Diocesi, ci attende: da studentessa universitaria a Bologna, conosco bene il significato che per i Bolognesi ha quel sentiero, quanto è cara la Madonna di San Luca alla città di Bologna, tanto che il vescovo Zuppi in occasione della messa conclusiva al Santuario l’ha definita ‘la Santiago dei Bolognesi’. È bello pensare che da questo pellegrinaggio si apre un nuovo cammino per i giovani e le diocesi: il sinodo.