La mia sintesi – testimonianza

Massimiliano Fasciano *

Partecipare ad un convegno di Pastorale Giovanile ti fa respirare a pieni polmoni un’aria diversa e speciale. Diversa perché guardi con ammirazione e curiosità il lavoro che, a livello nazionale e poi diocesano, viene condotto. Speciale perché, essendo un’occasione straordinaria, hai l’opportunità di conoscere e confrontarti anche con gli altri partecipanti. “Il progetto è le stelle” ci veniva ricordato nel 2015 a Brindisi, quando, spronati a non arrenderci, eravamo invitati a costruire squadre con cui lavorare, e a sognare… Poi c’è stata

la GMG col suo carico di giovani e giovanissimi che al rientro sono diventati domanda per un’intera comunità diocesana. In continuità, l’ultimo convegno a Bologna ci ha messo di fronte la dura e affascinante realtà della fragilità mentre si “cura e attende”. Porto nella pratica di ogni giorno, soprattutto in quella scolastica di un liceo, la definizione che in maniera velata la dott. ssa Scardicchio ha offerto a tutti: “La vita dell’educatore è in costante equilibrio tra il fare materno (la cura) e quello paterno (l’attesa).”

Il richiamo costante alla fragilità si è respirato sin dall’apertura dei lavori. Il prof. Andreoli ricordava quanto proprio la fragilità vada sempre più accettata come condizione umana, poiché in essa l’uomo si interroga e trova risposte divenendo più adulto. Ci ha messi anche di fronte alla dinamicità dell’essere educatore, che non è uno status, ma è relazione mentre educa. I laboratori sulle prassi educative in ambiente parrocchiale hanno dato senso a quest’affermazione. I partecipanti al convegno si sono confrontati su una pluralità di reazioni a due casi specifici nel contesto di un campo di calcio o di un pomeriggio di spazio-compiti. L’aver accompagnato un laboratorio mi ha fatto notare come chi mi manda e ciò che mi abilita sono due co-stanti/domande che ogni educatore dovrebbe portare nel proprio bagaglio, quando sul terreno dell’esperienza si accorge di essere un uomo in fieri.

Interessante e sistematica la lettura di Mons. Castellucci sulla comunità cristiana nei suoi tre aspetti più belli e riflessivi. Senza trascurare l’indagine Ipsos o le parole di don Michele, tanto di quello che si è ricevuto ha delle ricadute nella mia diocesi. Chi ha partecipato al convegno traduce nella propria vita e realtà associativa le provocazioni scaturite. L’équipe diocesana sta già mettendosi all’opera per organizzare le attività che ci porteranno a vivere il 2018 come l’anno del Sinodo e di verifica per il 25° anniversario della PG. Leggere le pratiche pastorali, per scoprirsi fragili – quindi in continuo divenire – segna lentamente il passo della PG diocesana. In questo leggersi è necessario preoccuparsi della comunione con le associazioni, i movimenti e gli uffici pastorali, proponendosi come trait d’union per una pastorale che sappia sempre più curare mentre attende, e viceversa.

Una naturale conseguenza sarà continuare ad avere stimoli sull’idea di adultità e genitorialità che oggi viviamo e vediamo nelle nostre realtà parrocchiali e scolastiche. Il suo carico di controsensi e potenzialità potrebbe aiutarci a leggere il continuo evolversi del mondo giovanile.

* Sacerdote da 8 anni, da 4 (ma anche prima) si occupa di PG, insegna religione in un liceo a Ruvo di Puglia, è padre spirituale nel seminario vescovile e collabora in una parrocchia di Molfetta.