QUALE ADULTO PER UNA EDUCAZIONE POSSIBILE?

VITTORINO ANDREOLI

Sono molto emozionato e spero che si veda, anche perché così involontariamente sottolineo che le emozioni e i sentimenti sono una parte importante delle cose che diremo ed è fondamentale poterli mostrare. Sono già una comunicazione, un segno di partecipazione, qualsiasi sia ciò che noi facciamo.

Io mi occupo di matti, qui lo sapevano, ma mi hanno detto che potevo lasciare a casa il camice bianco perché siete persone “illuminate” e quindi non siete toccati da sintomi mentali.

Ci tengo a sottolineare che sono uno psichiatra perché voglio che voi sappiate qual è il punto di vista da cui io affronto il tema importante che vi ha riunito qui e a cui dedicherete più giorni.

Uno psichiatra si occupa di un tipo particolare di sofferenza, non lontana nemmeno da quella di cui si occupa un educatore.

La follia è proprio una sofferenza che si esprime con modalità del tutto diverse, è provare dolore che però è un dolore dell’esistere, dell’esistenza, non sensoriale. Non interessa qualche parte del corpo umano.

Io parlerò di quei giovani, di quegli adolescenti, di quegli educatori che conosco. Non sono tutti i giovani, si tratta di quegli adolescenti e di quel mondo che hanno la febbre alta, e studiare le febbri altissime serve poi anche per capire le febbricole. I miei riferimenti attingono a casi estremi, casi che forse voi nella vostra attività trovate raramente. Ebbene, tenete conto che sono quantitativamente più elevati delle febbricole, e lasciano intravvedere aspetti che possono diventare nel tempo anch’essi di particolare significato, molto forti.

Cura e attesa, appunto

Quando ho visto il bellissimo titolo che avete dato a questo convegno La cura e l’attesa ho detto: “qui c’è spazio anche per chi fa il medico, seppure il medico dei matti” perché anch’io mi occupo di cura, che vuol dire “occuparsi dell’altro” La cura in fondo è diversa dalla terapia, anche dal punto di vista etimologico. La terapia è proprio occuparsi di un sintomo: un organo che non funziona presenta dei segni che richiamano qualcosa in quell’organo che non funziona; la cura è invece anche preoccupazione (occuparsi prima), e poi si riferisce all’uomo, all’uomo tutto intero, non ad un organo. La medicina si è fortemente frammentata per cui ormai ognuno, ogni medico ha un frammento d’uomo di cui occuparsi e ci si dimentica che l’uomo è tutto intero.

Io – voglio che lo sappiate – amo l’uomo e lo amo anche nelle condizioni che sembrano estreme, amo quegli adolescenti che fanno persino cose inaccettabili perché so che potrebbero non averle commesse e che aiutandoli potrebbero non ripeterle.

Ecco, è l’uomo tutto intero di cui dobbiamo avere cura, fare cura, dare la nostra cura. E l’uomo tutto intero è fatto di corpo, di mente che in qualche modo è collegata all’attività del cervello, è fatto di relazioni sociali (perché vedremo che il punto su cui insisterò molto è la relazione, che è esclusivamente interumana e particolare nel caso che si ponga tra educatore e educando.

È in questa relazione che noi dobbiamo tenere conto dell’uomo intero e dobbiamo preoccuparci quindi di un uomo intero.

È bellissimo anche l’altro termine che avete posto nel tema del Convegno: attesa. Non dovete mai perdere la speranza che un adolescente, che vi sembra sia su una strada sbagliata, possa tornare indietro… l’attesa. Che bella è l’attesa in un mondo come quello di oggi in cui tutto deve essere ‘qui e subito’ all’insegna di un sms.

Se vi arriva un sms e non rispondete entro 4 secondi ricevete una telefonata: “ti ho mandato un sms!”. Ecco invece l’attesa. Se non c’è l’attesa, non c’è luogo per la speranza. E l’attesa non è il ritardo, ma è la possibilità di immaginare che quel ragazzo che sembrava non trovare una strada, rientra nella dimensione umana che deve avere questo strano animale, tutti gli uomini, le donne, i bambini. Aspettate e lo rivedrete e forse è cambiato.

Io non so se questa società cambierà, ma ciò di cui sono sicuro è che un uomo può cambiare, su questo non c’è dubbio, e potrei raccontarvi di casi che sembravano impossibili, persi, e non lo sono stati. Non dite mai che un adolescente è perduto. L’attesa è necessaria. E per questo il titolo scelto è straordinario perché se siete educatori dovete amare l’attesa, più di quei salti che rimandano alle metamorfosi delle favole. Non ci credo, ma all’attesa sì. E bisogna anche trasmetterla: “aspetta, aspetta”.

L’attesa su questa terra, l’attesa di un incontro con un educatore che capisca, con un medico che non sia guidato dal profit-to, ma dall’interesse per il prossimo. L’attesa anche tra gli uomini è importante. Certo, credo che ci sia un’attesa molto più grande che è quella dei doni del Cielo, però già dentro l’umano l’attesa è importante. Pensate e ripensate a queste due parole: la cura e l’attesa.

Vi ho detto che sono attratto in modo particolare dalle febbri alte, dai casi di quegli adolescenti che appunto qualche volta fanno cose inaccettabili, e dobbiamo dirlo che sono inaccettabili (non per esprimere un giudizio ma semplicemente per riconoscere che “insieme” dobbiamo compiere un lavoro profondo).

Ebbene, proprio da questa mia visione, da questo mio punto di osservazione del mondo e del mondo giovanile, voi cogliete che per me educare vuol dire insegnare a vivere.

Insegnare a vivere

Oggi l’educazione non può più essere considerata una decorazione, un ornamento fatto di belle maniere e di un sapere raffinato. Oggi bisogna insegnare a vivere. Non è più come nel passato quando appunto era una modalità per mostrarsi persone “eleganti”. Oggi ci sono ragazzi che non sanno vivere.

E allora in questa mia definizione – che ovviamente era necessario che rapportassi alla mia visione e alla mia esperienza – se educare vuol dire insegnare a vivere, ricordatevi che prima di trasmettere qualsiasi cosa, qualsiasi principio, di attivare qualsiasi programma, dovete trasmettere che cos’è la vita.

Ci sono ragazzi che non sanno che cos’è la morte ed è difficile capire la vita, senza considerare che ha un tempo limitato e che si apre nel mistero, una vita in cui c’è anche il mistero, e tutto ciò che è misterioso è anche sacro. Per questo bisogna che insegniate che la vita è qualche cosa di sacro e non si può né ammazzarsi né uccidere per togliere degli ostacoli come se la morte fosse banale.

Ci sono giovani che non sanno che cos’è la vita, non sanno che cosa hanno ottenuto da quel padre e da quella madre verso i quali avvertono un grande conflitto.

Dobbiamo riportare il senso della sacralità. Uso il termine nel senso di Rudolf Otto, antropologo che scrisse nel 1917 quel meraviglioso saggio, Il sacro.

Il sacro – diceva – è una categoria della mente, nel significato di Kant, di quelle categorie che permettono di vedere il mondo non com’è ma come ci appare. Ma Otto aggiunge che esistono anche categorie per percepire il mistero.

La sacralità quindi è una caratteristica della nostra mente per capire il senso del limite, ciò che è misterioso, ciò che non si spiega con la sola ragione.

E allora bisogna ritornare a far scoprire la vita attraverso la ragione, ma anche mediante la percezione del sacro.

Se l’educazione, vista da uno psichiatra dei casi estremi, è appunto insegnare a vivere, capisco al contempo che questo è il luogo in cui le persone di fede, accompagnate da una competenza comunicativa e relazionale, possono fortemente contribuire a insegnare la vita. E tutti dobbiamo mostrare che la vita è qualche cosa di straordinario perché è ammantata di mistero.

Ogni volta che si raggiunge una conoscenza, pensiamo a quante sono le leggi ancora da scoprire e che rimandano a qualcosa di più grande. E proprio voi, che avete la certezza che qualcosa di più grande esiste, dovete far amare la vita. Da qui parte l’educazione altrimenti ridurremo l’educazione ad un manuale di regolette. Se non si ama la vita è difficile vivere o è difficile vivere nel modo in cui un educatore, un padre, un nonno vorrebbero vivessero i propri figli, i propri nipoti.

Ecco la cornice entro cui io vi parlerò, non so se vi sarà utile. Se non vi servirò sappiate però che vi voglio bene: è poco ma anche questo è un grande valore.

Adesso arrivo alla domanda che mi è stata fatta con l’invito a venire tra voi, ma permettetemi ancora una piccola premessa: se educare vuol dire insegnare a vivere, allora parleremo della vita. E parleremo del dolore non-evitabile, che è parte del mistero e del senso dell’uomo. Del dolore a una generazione che non tollera.

Avendo definito il tema della educazione oggi, affrontiamo ora quello dell’educatore. Un educatore che insegna a vivere.

L’educatore insegna a vivere

Permettetemi di dirvi come vedo io l’educatore: quello dell’educatore non è uno status, non è una caratteristica che presa singolarmente fa di ciascuno di voi un educatore nel senso dell’identità e della qualità. L’educatore lo si vede solo nelle relazioni che ha con coloro che devono essere allevati (mi piace molto allievo perché contiene il senso di allevare che è più legato ad insegnare a vivere). L’educatore si realizza, dimostra di esserlo, nella relazione, cioè mentre educa. È la relazione che definisce questa funzione. Non è uno status, ma è nell’azione che si educa.

È questo il contesto: in questo rapporto tra educatore e educando o allievo e maestro di vita, in questa relazione, emerge questa abilità.

Nel dialogo non ci può essere uno senza l’altro, ma un insieme che si inter-relaziona, ed è da qui che nasce l’importanza di ciò che emerge che non è il monologo ma appunto un dialogo. E l’e-ducazione è prima di tutto relazione.

Relazione vuol dire essere interessato all’altro, vuol dire avere bisogno dell’altro, e da questo deriva che l’altro sentirà verso di voi l’attrazione. L’educazione è legata al bisogno dell’altro, non al fatto che per mestiere “io devo fare”. Nessun educatore può godere di questa definizione se non sa relazionarsi, e la relazione non è solo competenza.

Credo che ormai non esista più l’interpretazione dell’educatore come colui che “passa” delle competenze, perché se fosse vera questa figura, ormai lo potremmo sostituire con uno dei piccoli robot o una delle tante comunicazioni che si chiamano oggi virtuali: parla uno che non c’è o uno che può denominarsi in un modo, ma essere tutt’altro.

Non temete che internet o il mondo digitale possano sostituire la relazione. Creerà emozioni, che sono risposte a stimoli, ma non legami. Non abbiate paura che internet sconvolga. Internet sa dare tante cose, spesso crea problemi ma non è certo in grado di sostituire le relazioni interumane: per questo c’è bisogno dell’uomo tutto intero.

Forse questa espressione vi sembrerà grossolana, non l’ho in-ventata io, l’ha usata un grande psicologo, Jean Piaget, nel 1955, quando nella grande discussione se la psicoanalisi o la psichiatria fossero scienze, lui rispose che erano certamente scienze ma “sciences de l’homme”, scienze dell’uomo tutto intero. Diverse dalla fisica che si occupa di una particella o di un pianeta o di un buco nero, l’oggetto di queste scienze è proprio l’uomo tutto intero. La relazione è tra un uomo e un altro uomo, tra un educatore e un allievo. Così l’educatore, come del resto l’allievo, si inverano, si rappresentano, esistono: soltanto nel momento della relazione. Inutile cercare l’elemento che distingue un insegnante, la cifra che lo definisce e lo caratterizza… tutto si pone dentro la dinamicità, nel mettersi in gioco, nel sentire che la propria posizione è in continuo movimento e che deve anche continuamente crescere. E nella relazione persino quell’allievo, persino quell’educando contribuisce a farmi educatore, una invenzione continua. Significa avvertire il profondo dell’altro e quindi, in quel momento, devo saper tirare fuori da me – quindi vedete non solo educere da lui ma educere dall’educatore – quegli elementi che mi permettono, attraverso la relazione, di agire dando le risposte che in quel momento si pongono e che diventano educative.

Una visione dinamica dell’educatore vuol dire che egli è continuamente in fieri, in formazione. Del resto, permettetemi di fare un breve riferimento al concetto di personalità: un tempo noi indicavamo quali fossero gli elementi strutturali di una personalità, quali gli strumenti per valutare se c’erano e in quale dimensione o modo c’erano. Oggi sappiamo che la personalità in gran parte è regolata dalle esperienze e quindi è qualcosa che si forma, si modifica, si rimodella in funzione delle esperienze. Non è dunque un dato che poi non cambia, ma qualche cosa – certo c’è un fondamento, ci sono degli elementi di massima – che si modifica in funzione dell’esperienza. Mi pare che sia meraviglioso, perché non permette all’educatore di non sentire il bisogno di essere educato.

Dopo queste premesse, adesso dirò quali sono le condizioni in cui vive un adulto oggi. Mi sembra che sia veramente straordinario parlare degli adulti, perché significa prima di tutto che l’educatore debba essere un adulto. Del resto, il giovane allievo è di una generazione o comunque di un’età differente.

La condizione dell’adulto oggi

Allora partiamo dall’adulto. L’adulto oggi è in una profonda crisi. Crisi è un termine abusato e avevo pensato di non tirarlo fuori in questo incontro. Crisi nasce dalla psichiatria e dalle psicologie e indica un conflitto tra essere e voler essere, tra come si è – quello che noi chiamiamo l’io attuale – è quello che vorremmo essere, il nostro io ideale. E da queste precisazioni risalta che è in crisi profonda.

In crisi perché è parte di una società che sta regredendo. Una società che per certi versi – non tutti – va verso l’uomo pulsionale, e questo riferimento sarà molto importante perché ci dirà anche che cosa vuol dire insegnare a vivere.

Il termine pulsione sostituisce quello che un tempo chiamavamo istinto, sostituito poiché l’istinto ha qualche cosa che ricorda più la meccanicità di un comportamento, mentre pulsione esprime la tendenza a comportarsi in quel modo, una forte spinta. Il passaggio dall’uomo pulsionale all’uomo cosiddetto civile (come diceva Giambattista Vico) sta nell’acquisizione della capacità di frenare le pulsioni, di attivare quelli che si possono chiamare “freni inibitori”: “Io vorrei agire in questo modo ma non lo faccio perché ho rispetto per gli altri, per le leggi, per la morale”. In questa società abbiamo perduto o stiamo perdendo il riferimento ai principi primi (come li chiamava Platone) che sono diversi dalle leggi, le quali sono storiche e possono venire modi-ficate. Noi stiamo perdendo i freni inibitori, cioè tutti quei riferimenti che in qualche modo caratterizzano una civiltà, una cultura, la religione che è prima di tutto parte di una cultura. E quindi perdendo i freni inibitori arriviamo ad essere dominati dalle pulsioni e perdiamo tutto ciò che ci ha dato una civiltà.

La nostra nasce nell’antica Grecia, passa poi a quello che è il contributo di Roma, poi vi si inserisce il cristianesimo. E quindi è una costruzione che dura da secoli. Pensate, si può perdere questo patrimonio di civiltà in una generazione. Perché la civiltà non è legata ai geni, al DNA, non è stampata, ma è qualche cosa di appreso, di insegnato e se noi non sappiamo passare quei principi o quei fondamenti della civiltà, in una generazione la perdiamo.

È una visione tragica e vi devo confessare che è proprio questa la mia percezione. Sono fondamentalmente un tragico perché mi occupo di situazioni su cui certo non è possibile fare il gaudente, però sono un tragico che ha capito che adesso il momento è quello della gioia.

Bisogna che trasferiamo, che scopriamo, che è possibile la gioia: il gaudium è il termine di cui parla il Vangelo, mentre tutti voi usate la parola felicità: non se ne può più, è un termine errato. Io sono un infelice gioioso. La felicità riguarda l’io ed è una risposta, certo gradevole e gratificante, che ciascuno dà a certi stimoli: la buona notizia, una sensazione di successo. Ma finito lo stimolo, passa. La gioia riguarda il noi, non l’io. È qualche cosa che ci accomuna, che io ricevo da voi e voi ricevete in piccola parte da me, e questa gioia può allargarsi. Nel Vangelo, per quello che ho contato, 27 volte si parla di gaudium, mai di felicità.

Io spero che siate gaudiosi e infelici anche voi, perché allora sentirete il bisogno dell’altro, sentirete che il sentimento dell’altro è qualcosa che riguarda voi.

Anche l’invidia è fondata sull’io.

La psicologia ha una sua responsabilità da quando con Freud è nata la psicologia dell’Io. Da allora abbiamo esagerato ed è tempo di passare alla psicologia del noi, cioè alla dimensione che ci mette insieme.

Allora, bisogna insegnare a vivere perché i nostri ragazzi non diventino degli adulti pulsionali.

C’è un adulto in crisi perché si sente insicuro, perché vive in una società – penso agli insegnanti – stolta, perché non sa vedere l’importanza dell’insegnamento. E ciò provoca frustrazione sociale. C’è la sensazione di “precarietà”: una condizione difficile da vivere. Come fa l’uomo precario, l’adulto precario che teme di non farcela, a garantire un futuro ai propri figli?

C’è una visione del mondo che è fatta di empirismo radicale, evidente nei giovani in particolare, che seguono il principio: fai e poi vedremo. E quindi caso mai ci si pensa dopo. È stata invertita la sequenza propria della razionalità, cioè “pensa e poi fai”. Oggi bisogna fare tutto subito perché altrimenti si perde qualcosa.

In questo scenario, finisce per dominare la confusione, l’improvvisazione educativa: molteplicità di agenzie, di luoghi, di persone che fanno la stessa cosa, che forse sono degli educatori ma danno messaggi che sono tra loro in conflitto. E poi internet, guidato dal principio della idiozia perché manca nella sua “logica” il dubbio e tutto nel sistema binario è “yes or not”. Come diceva Platone – la civiltà nasce dal dubbio, che porta a fare delle ipotesi e poi a discuterle. È anche il cammino della scienza. Mentre per internet il dubbio non c’è: o sì o no.

Cambia il percorso della nostra civiltà. E non affermo che sia una società perfetta, ma io vi sono attaccato e ricordatevi che in questa civiltà c’è anche il cristianesimo che è stato un salutare elemento che ha contribuito a farne una grande civiltà. E anche la scienza va difesa perché cerca di aiutare l’uomo.

Tutti questi elementi mettono in crisi l’adulto. E bisogna accettare che la definizione di adulto sia quella convenzionale e ana-grafica, perché non ci sono gli strumenti per misurare sul piano oggettivo quando si è raggiunta la maturità. A me piace ancora richiamare il principio della dinamicità.

Educazione alla e della fragilità

Se l’adulto è questo, ne deriva che l’educatore di oggi è un uomo in crisi. E voi avete chiaro adesso il significato che do a questo termine. Non è certo una crisi soltanto economica, ma una crisi esistenziale, rispetto a generazioni in cui c’erano delle certezze. E non parlo solo delle certezze morali, verso i principi primi, della pratica religiosa, ma di incertezza anche della scienza: nella fisica sono nate le equazioni di indeterminazione di Heisenberg (non puoi conoscere contemporaneamente la massa e l’accelerazione di una particella sub atomica). Anche la scienza lascia spazio al mistero. E il mistero ha una propria dignità. Il mistero è addirittura una modalità di conoscenza. E quello che voi fate nelle scuole, negli oratori è un’attività che tiene (deve tenere) conto del mistero.

Io amo l’educatore in crisi e credo che questa crisi possa dare agli educatori una forza particolare. Quale?

Partiamo da una parola: fragilità.

Io cercherò ora di sostenere la grandezza di una educazione alla e della fragilità. La fragilità non ha niente a che fare con la debolezza, non è un sintomo, la fragilità è un termine che definisce la condizione umana che – ripeto – è una condizione esistenziale in cui molte cose sono chiare e si possono chiarire, a molte invece non siamo in grado di dare una risposta.

È bellissimo: la condizione umana è quella di un uomo che si pone domande e che non trova dentro le sue forze la possibilità di rispondere.

Io sento che è straordinario aver dedicato la mia vita ad una disciplina e che ancora adesso senta quanto di misterioso c’è dentro. Il mistero… Bisogna amare il mistero, è l’unica maniera per amare l’uomo, anche il mistero delle espressioni del male. Perché il male esiste.

Mi viene in mente La notte di Elie Wiesel. Ad Auschwitz quella sera avevano preso tre bambini, anziché degli adulti, perché il comportamento di una baracca era stato considerato particolarmente grave. Una punizione ancora più disumana. Le persone uscivano dalle baracche, guardavano dalle inferriate. Li hanno impiccati. Due di quei cappi sono già fermi, due bambini sono morti. Ma ce n’è uno che ancora dondola e quindi resiste alla morte. E si sente una voce – è il racconto di Wiesel – che dice: “Dio dove sei?”, e poi si ode una voce che risponde: “Io sono quel bambino”.

Il mistero forse di un Dio che si identifica, che anzi è quel bambino che ancora dondola. Il mistero del dolore, il mistero dell’uomo che annulla la vita.

Di fronte al mistero, ciascun uomo – in modo particolare un educatore – deve sentire i propri limiti, deve avvertire di essere un uomo, parte di quell’umanesimo che non potrebbe esprimersi senza i limiti che l’uomo ha. Quell’educatore è un uomo adulto che sente i limiti.

Cosa vuol dire? Che se una persona è fragile, ha bisogno dell’altro. La fragilità è l’opposto del potere: il potere ha bisogno di voi perché vi deve in qualche modo dominare, la persona fragile ha bisogno dell’altro perché la propria fragilità ha bisogno della fragilità di un altro e due fragilità insieme danno forza. Questa è un’altra caratteristica straordinaria.

Io sono “gioioso” che non ci sia più l’immagine dell’educatore squadrato. Non mi piace l’educatore che è educatore per de-finizione. Mi piace l’educatore con il senso del limite, che quindi si rivolge al suo allievo avendo bisogno anche di lui, è il primo a capire il bisogno dell’altro. È questo il segreto del noi, dei legami, delle relazioni.

Solo se sentiamo il mistero, il limite, allora abbiamo bisogno dei nostri allievi. Voi avete bisogno dei vostri allievi, come io ho bisogno dei miei matti: cosa sarei senza i miei matti?

 Io non so se li ho aiutati – bisogna chiederlo a loro – ma se l’ho fatto, è stato per la mia fragilità. Quando viene qualcuno da me per gli attacchi di panico, gli prendo la mano e gli dico: sai quanta paura ho avuto io? Ecco il senso del limite… Il senso del limite è il bisogno dell’altro. Io ho bisogno di mia moglie e ho bisogno dei miei figli, ma poi ho bisogno dei miei vicini. E così questo senso del bisogno dell’altro si amplifica e diventa il senso della comunità. E si arriva anche al bisogno di qualche altra cosa, e si alza allora gli occhi al cielo. Questa è la fragilità.

Quindi, il messaggio è: siamo degli adulti fragili, degli educatori fragili e dobbiamo costruire un’educazione sulla fragilità. Allora quel ragazzo che ha fatto una sciocchezza non la nasconde, come avviene perché ha il padre perfetto.

La fragilità è una forza che nasce dall’umanesimo e che ci per-mette di legarci, di sentire il bisogno dell’altro e – se mi permettete – l’amore è un insieme di due fragilità. Una volta lei diceva a lui: “cosa farei io senza di te” e l’altro rispondeva: “io cosa farei senza di te” . Questo era il legame di coppia, uno ha bisogno dell’altro. E poi c’è l’amore del padre per il figlio che lo cerca per il bisogno che ha di stare con lui.

L’educatore non deve amare tutti, ma deve amare il proprio lavoro perché deve farlo per una visione della vita.

Bisogna che sentiate il bisogno di coloro che vengono da voi o che avete davanti. E che li pensiate anche quando non ci sono. Il legame si diversifica da un’emozione, perché il sentimento per-mette di avvertire la presenza dell’assente. Ciò vuol dire che voi li avete presenti e in quella presenza sentirete anche il desiderio di rivederli e di essere pronti a dare tutto quello che voi volete e che potete.

Io non parlo delle competenze, parlo della disposizione, di questa educazione che parte dalla fragilità.

Concludo con un esempio di un uomo fragile che anch’io amo molto. È un uomo con la U maiuscola, ma è un uomo. Si chiama Gesù e ha vissuto dalle parti di Nazareth. È un grandissimo uomo, ma è al contempo l’esempio più straordinario di fragilità. Quest’uomo nella passione dice “Ho sete”. Ditemi voi se c’è qualcosa di più umano che avvertire la sete attaccati ad una croce. È di una fragilità incredibile e di una grandezza stupenda.