Il buon educatore e la comunità cristiana

Michele Falabretti

Si può pensare legittimamente che il futuro dell’umanità sia riposto nelle mani di coloro che sono capaci di trasmettere alle generazioni di domani ragioni di vita e di speranza.
Gaudium et Spes, 31

Incipit profano

Dicono che c’è un tempo per seminare
e uno più lungo per aspettare
io dico che c’era un tempo sognato
che bisognava sognare.
Ivano Fossati, C’è tempo

Per cominciare

Dovremmo essere abituati a pensare il tempo come a un’opportunità continua che è dono dal cielo. La grazia, insomma, ci raggiunge: nel placido scorrere dei giorni; nel cuore, dove conserviamo i sogni e le idee; in ciò che accade attorno a noi. Ma ci sono tempi più opportuni di altri: sono quelli dove si ha la percezione che il dono dal cielo si faccia più vicino, persino più tangibile. Magari proprio mentre avremmo mille ragioni per maledire i tempi in cui viviamo. Per chi ha lo sguardo costantemente filtrato da una scura cortina (i “profeti di sventura” citati fin dall’apertura del Concilio), questi tempi sono i meno opportuni a una vita cristiana bella e intensa. Quando le gradazioni di grigio sfumano verso il nero, persino dentro la Chiesa si intravede il disastro: le cassandre sentono l’odore (addirittura) dell’eresia che avanza. Ma se lo sguardo non perde la speranza, Dio continua a parlare al cuore degli uomini nel cuore della storia e vede l’uomo con gli occhi di Gesù: la misericordia torna a far scorrere la vita. È questo sguardo che abbiamo cercato di invocare nei giorni del convegno: sì! invocare, perché la speranza è virtù di Dio, è dono della fede, è capacità di praticare l’umanità come ha fatto Gesù che non ha smesso di cercare negli occhi di ogni persona che ha incontrato la più piccola ragione per riprendere il filo della vita. Chiudendo il Convegno, non possiamo non riconoscere le opportunità di questi giorni e di questo tempo: il fatto di essere tornati a incontrarci e riflettere (le relazioni sono un regalo che ci si scambia a vicenda, dove ognuno porta sempre a casa molto più di ciò che ha potuto offrire); l’aver condiviso racconti ed esperienze; l’aver goduto della saggezza di vescovi pastori e di testimoni esperti di umanità prima che di ogni altra materia. È questo il tempo venuto dopo un cammino intenso come quello del Giubileo dei ragazzi a Roma e della Giornata mondiale della gioventù vissuta a Cracovia l’estate scorsa, è questo – ancora – il decennio in cui la Chiesa italiana riprende le fila dell’educare; è questo, finalmente, il tempo di un Sinodo ormai aperto che si carica per noi di attese perché al centro ha messo “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale”. Dunque un grande tempo di semina: com’è naturale, non si può sperare in nessuna fioritura se non passando attraverso una azione di cura e di attesa.

Perché l’educatore

Ogni tanto mi chiedo: cosa significa una Chiesa nazionale? Non credo voglia dire omologazione, né tantomeno rinuncia a cammini storici costruiti nel tempo e con fatica nelle Chiese particolari. Ma i meccanismi di fondo (se così si possono chiamare) dell’educazione e della cura per le nuove generazioni chiedono sempre più condivisione tanto nelle motivazioni quanto nelle pratiche, dei punti di riferimento. Il contesto che la contemporaneità ci offre è così frammentato e complesso, che mette in discussione il nostro “comodo abitare”, che ci chiede di riscoprirci nomadi, erranti, precari per trovare la “giusta misura” dello starci. Un convegno serve ad attivare dei processi, può generare speranza (quanto è faticoso e logorante il lavoro educativo!), può consegnare alcune chiavi di lettura che si trasformano in strumenti preziosi per lavorare a casa. Un convegno è consegnato all’intelligenza e alle mani di ciascuno. Le conclusioni che proviamo a indicare, vogliono solo offrire piste di lavoro percorribile. Ripercorriamo, allora, la ragione di una scelta – anche se l’abbiamo più volte ricordata in questi giorni. Siamo passati da discorsi più fondativi (la passione educativa) oppure operativi (la progettazione educativa), a delineare i soggetti della pastorale giovanile. Scegliendo di partire dalla figura dell’educatore: quante volte mi è capitato (prima da responsabile diocesano, poi nazionale) di sentire in giro un ritornello: “se avessi gli educatori, potrei fare molto di più”. Ebbene, possiamo ammettere di avere una struttura, una tradizione e anche dei beni che ci precedono e che sono già dati (penso alle chiese parrocchiali, agli ambienti e alle strutture) ma le persone e le competenze non sono tra questi: anche se già appartengono a un percorso, esse richiedono cura e accompagnamento, proprio come un seme piantato nella terra. Gli educatori sono persone che vanno ingaggiate, provocate e sostenute. Se c’è una verità in quel ritornello, sta nel fatto di aver individuato nella figura dell’educatore un riferimento pastorale strategico.

Diciamocelo, ci sono almeno un paio di problemi. Il primo nasce dal fatto che ieri era più facile: si apriva un libro, si leggeva qualche riga e la si commentava (era davvero educativo e formativo un fare di questo tipo?); impossibile, oggi: i linguaggi sono molteplici e talvolta ingarbugliati. Il secondo problema nasce dalla frenesia in cui viviamo: si è mai pensato che – ancora oggi – si immagina l’incontro con i ragazzi (almeno fino all’adolescenza inoltrata) nell’arco della classica “ora”? Oggi l’accompagnamento educativo chiede linguaggi, azioni e tempi diversi, spesso diluiti nel tempo: come fare, quando gli educatori dichiarano che devono ritagliarsi il tempo del volontariato in mezzo a mille altri impegni? Partiamo dagli educatori anzitutto perché le due grandi esperienze del 2016 (il Giubileo dei ragazzi e la Gmg di Cracovia) ci hanno rivelato l’importanza di costruire percorsi di accompagnamento. Molti hanno osservato che nella misura in cui i percorsi sono stati preparati e sostenuti, il clima che si è creato, le relazioni tra le persone e soprattutto il ricominciare a settembre dopo l’estate è stato qualcosa di diverso.

Dal fare all’essere (e dal saper fare al saper essere)

Tutti sappiamo quanto possa essere debole l’ingaggio per un educatore di ragazzi, adolescenti e giovani. Le battute si sprecano: quando viene settembre i discorsi tra parroci toccano spesso una attività comune tra loro; quella, appunto, di tentare di “riempire le caselle”. Portare a casa l’organigramma parrocchiale con un nome corrispondente a ogni gruppo di ragazzi è una questione che fa sognare: sistemata la faccenda, mezzo anno pastorale se n’è andato. Tutti possiamo dire, in questa sede, quanto possa essere deprecabile la debolezza di un ingaggio che tenda semplicemente a tappare i buchi. Ma è questa l’urgenza con cui spesso fare i conti, la sfida che vissuta solo così, può non essere condivisa, ma va compresa. Cerchiamo di affrontare le questioni che ne derivano. Anzitutto dobbiamo constatare che spesso si assume il ruolo dell’educatore senza avere competenze specifiche. Questo non ci deve scandalizzare: l’educazione è in effetti un compito diffuso, per il quale spesso non ci si sente pronti. Pensiamo ai genitori: in genere è “dopo” (quando arrivano i nodi da sciogliere con i figli) che nasce il bisogno di pensare, ascoltare consigli, cercare sostegno per dare all’agire educativo uno stile adeguato. Ma prima no: si mette su famiglia (oggi anche no…) e di fronte alle sfide della vita (la nascita dei figli) ci si attrezza. Questo significa che educatori non si nasce, si diventa. E lo si fa aprendo uno spazio di riflessione perché gli educatori siano più competenti e consapevoli: la pedagogia, prima di essere una scienza, è un’educazione pensata. Ed è per questo che l’istanza di “insufficienza di personale” non è corretta: gli educatori non si trovano mai già pronti, ma si formano attraverso un’esperienza riflessa che richiede di investire tempo e risorse. L’educazione stessa non è un’attività facile da delimitare: essa è profondamente intrecciata con l’agire quotidiano. L’osservazione sembrerà paradossale, ma l’esperienza originaria di educazione, avviene facendo altro; pensiamo alla famiglia: è nella routine quotidiana della gestione di tempi, spazi e relazioni che gli interventi dei genitori assumono un carattere educativo. Non certo perché una mamma dice al figlio: “vieni qui che adesso ti educo…”. Tutto passa attraverso parole, gesti, stili di vita, cose che si fanno insieme in casa e fuori. Aggiungiamo un’altra considerazione: in oratorio/parrocchia i ruoli e le competenze educative sono diversi. Ci sono i catechisti, gli animatori delle attività aggregative e dell’estate-ragazzi, gli educatori dei percorsi per preadolescenti e adolescenti, i volontari che gestiscono la manutenzione delle strutture, gli allenatori sportivi, gli animatori culturali per musica e teatro… Capita talvolta che qualcuno venga ingaggiato per un ruolo e finisca per farne un altro; in alcuni casi (penso agli adolescenti animatori dell’estate-ragazzi) un ruolo “prelude e prepara” a un altro magari più impegnativo oppure che richiede una maturità e una tenuta più alta. È importante, però, riconoscere che tutti questi ruoli nella comunità hanno una valenza educativa, perché è la dimensione comunitaria (il famoso villaggio) che genera alla vita umana e una visione complessiva che mette in connessione in modo integrato (la famosa sussidiarietà), le diverse figure, è oggi sempre più necessaria per una buona azione pastorale.

Questo potrebbe portarci a una prima conclusione rassicurante e impegnativa allo stesso tempo: non importa se l’ingaggio dell’educatore è stato debole; ciò che conta è aprire uno spazio di riflessione perché gli educatori possano crescere in consapevolezza e svolgano il loro compito in modo più competente. Facendo maturare il proprio ruolo e il proprio stile mentre educano, mentre sostengono il peso dell’incarico scoprendone, però, anche la bellezza e la ricchezza (offerta e ricevuta).

Lo specifico dell’educare

Per educare bisogna decidere di educare. L’accudimento è un fatto istintivo: anche gli animali lo esercitano, ma l’educare no; chiede intenzionalità, bisogna deciderlo. Educare è un compito diffuso anche se nasce in famiglia ed è parte sostanziosa del cammino di Chiesa. Ovvio (con diversi soggetti e diverse azioni in gioco) che la domanda su come si possa decidere di educare e cosa significa dare valenza educativa alle azioni con i ragazzi, sia questione sempre aperta. E magari poco indagata: per questo c’è bisogno di stabilire le differenze che ci sono tra un mandato, un incarico e una delega. L’incarico e la delega dovrebbero essere dati con prudenza: essi offrono a chi agisce in comunità una certa libertà e area di manovra. Il mandato, invece, chiede anche un ritorno, chiede – cioè – la possibilità di restituire il racconto e il senso di ciò che si sta facendo tenendo aperta la possibilità di ricontrattare il mandato stesso secondo i bisogni e le strategie che la comunità intravede strada facendo. Ma quando capita che la comunità chieda conto ai suoi educatori a proposito di ciò che stanno facendo con i figli di tutti? Il rischio più alto per un educatore è proprio quello della solitudine, soprattutto nelle situazioni più critiche ed è la fonte di errori che potrebbero, nel tempo, risultare fatali.
Il mandato educativo è una coscienza che matura nel tempo e può essere oggetto di discussione. Può essere ripreso e rilanciato, perché non diventi un piccolo centro di potere. In particolare penso a un tavolo di confronto in parrocchia tra persone che già frequentano gli organismi di partecipazione: le faccende educative devono arrivare sul tavolo dei consigli pastorali parrocchiali e diocesani. Momenti dove anche gli educatori stessi vengono coinvolti per dire quello che stanno facendo e condividerlo con il resto della comunità.

Seconda conclusione: riaprire gli spazi di contrattazione. Alzare la capacità di lettura e discernimento degli organismi di partecipazione di una comunità. Quando si istituisce un tavolo di rappresentanza, subito tendiamo a considerarlo una specie di “stanza dei bottoni”. In realtà, dovrebbe ricuperare la sua vocazione ad essere un luogo di pensiero e discernimento.

Educatore, educatori, comunità

Abbiamo ricordato con chiarezza, in questi giorni, il tema della comunità. Anzitutto perché i vescovi italiani hanno sempre sostenuto la possibilità che sia la comunità cristiana a generare non solo la fede, ma anche e soprattutto una “vita di fede”. Tutti sappiamo dei cambiamenti in atto e dell’evoluzione dell’idea di parrocchia, ma il Papa ricorda che

  1. La parrocchia non è una struttura caduca; proprio perché ha una grande plasticità, può assumere forme molto diverse che richiedono la docilità e la creatività missionaria del pastore e della comunità. Sebbene certamente non sia l’unica istituzione evangelizzatrice, se è capace di riformarsi e adattarsi costantemente, continuerà ad essere «la Chiesa stessa che vive in mezzo alle case dei suoi figli e delle sue figlie». Questo suppone che realmente stia in contatto con le famiglie e con la vita del popolo e non diventi una struttura prolissa separata dalla gente o un gruppo di eletti che guardano a se stessi. La parrocchia è presenza ecclesiale nel territorio, ambito dell’ascolto della Parola, della crescita della vita cristiana, del dialogo, dell’annuncio, della carità generosa, dell’adorazione e della celebrazione. Attraverso tutte le sue attività, la parrocchia incoraggia e forma i suoi membri perché siano agenti dell’evangelizzazione. È comunità di comunità, santuario dove gli assetati vanno a bere per continuare a camminare, e centro di costante invio missionario. Però dobbiamo riconoscere che l’appello alla revisione e al rinnovamento delle parrocchie non ha ancora dato sufficienti frutti perché siano ancora più vicine alla gente, e siano ambiti di comunione viva e di partecipazione, e si orientino completamente verso la missione.
  2. Le altre istituzioni ecclesiali, comunità di base e piccole comunità, movimenti e altre forme di associazione, sono una ricchezza della Chiesa che lo Spirito suscita per evangelizzare tutti gli ambienti e settori. Molte volte apportano un nuovo fervore evangelizzatore e una capacità di dialogo con il mondo che rinnovano la Chiesa. Ma è molto salutare che non perdano il contatto con questa realtà tanto ricca della parrocchia del luogo, e che si integrino con piacere nella pastorale organica della Chiesa particolare. Questa integrazione eviterà che rimangano solo con una parte del Vangelo e della Chiesa, o che si trasformino in nomadi senza radici. (Evangelii Gaudium)

L’appello alla revisione e al rinnovamento credo sia forte se riferito anche al tema dell’alleanza educativa che tocca il mandato di ogni educatore. Di alleanza si parla da anni, ma quanta fatica!  Diceva Sergio Lanza al Convegno nazionale di pastorale giovanile di Lignano (2006):

La concezione cristiana di comunità non è comunitarista. Non ha carattere esclusivo né inclusivo, ma vorrebbe generare rapporti di comunione. Il comunitarismo, non meno del liberalismo si allontana dalla visione cristiana, per contrapposta ragione: guadagna la comunità a scapito del soggetto. I cristiani si trovano oggi nella opportunità storica di dare ispirazione nuova alle attese ribadendo la possibilità di una società in cui individuo e comunità si corrispondono. Tutto ciò esige stili rinnovati e convinti di comunione ecclesiale. Urge una pastorale nuova e d’insieme una pastorale voluta e fatta da tutti. Si tratta di creare convergenze, di predisporre progetti comuni, di maggior coordinamento. È necessario comprendere quanta forza spirituale scaturisca dal camminare tutti insieme verso un obiettivo comune. I giovani amano la molteplicità variegata, ma non comprendono i campanilismi.

Sfida è non fermarsi alle buone intenzioni, continuando a sostenere progetti concreti di azione comune dove i servizi pastorali sono percepiti come una grazia (ricevuta e offerta) e non come una giustapposizione di appartenenze e potere. Dobbiamo darci gli strumenti e il tempo per non improvvisare e per lasciare che lo Spirito fecondi le nostre buone azioni. Essere educatori è un compito a cui si accede non solo per slancio emotivo (non c’è educazione senza passione per l’umano), ma per mandato (siamo scelti e mandati, vocati a educare) sostenuto da un discernimento condiviso; che comporta requisiti di idoneità non solo personali, ma anche nell’appartenere a una comunità che sostiene e comprende. L’educazione è un compito di tutti, anche se qualcuno riceve una particolare investitura per esserne segno particolare. Educare significa mostrare il volto amorevole del Padre nella comunità che segue il suo Signore e si pone in atteggiamento di servizio: è qui che i percorsi di formazione diventano un cammino condiviso di alleanza concreta e fraterna.
Un capitolo importante che negli ultimi tempi abbiamo iniziato ad aprire con maggiore sincerità e chiarezza, riguarda il tema della figura e presenza dell’educatore professionale in oratorio/parrocchia. Senza entrare nello specifico di questo discorso (piuttosto articolato e complesso), mi limito qui a dire che le competenze professionali riconosciute vanno integrate con il generoso e indispensabile mondo del volontariato. Superando, però, barriere anche mentali che non riescono nemmeno a immaginare presenze fra loro complementari e ormai irrinunciabili.

Terza conclusione: urge non ritardare ulteriormente la tessitura di legami e alleanze. Anzitutto fra gli educatori che appartengono alla comunità in riferimento alle attività “interne” alla comunità stessa: catechisti e allenatori sportivi, animatori ed educatori devono sentirsi sulla stessa barca. Ma non solo: la comunità cristiana non può considerarsi l’unico riferimento dei ragazzi stessi che frequentano molti altri luoghi e agenzie educative del territorio. Con le quali serve un’apertura di credito che inizi scambi fecondi e dialoghi sinceri.

Basta uno sguardo

Nel 1929 René Magritte dipinge l’immagine di una pipa e sotto scrive: “Questa non è una pipa”. Vuole sottolineare la differenza fra un’immagine e la sua rappresentazione. “Chi potrebbe fumare la pipa del mio quadro? Nessuno. Quindi, non è una pipa”: così commentava lui stesso. Oggi, ancora, soffriamo della fatica di guardare ai ragazzi e ai giovani con la capacità di andare oltre la prima impressione. La letteratura sociologica li ha ridotti a una costellazione di acronimi: neet generation, millenials… La realtà è sempre molto più ricca delle sigle, pur necessarie. Dovessimo limitarci alle (comunque) serie ricerche, il quadro che avremmo davanti agli occhi risulterebbe poco incoraggiante. Eppure accade sempre che stare con loro aiuta a ridimensionare letture e interpretazioni ingenerose e a incoraggiare prospettive convincenti.
Difficile dire oggi quanta consapevolezza abbiano i giovani del vangelo e del compito che la testimonianza credente chiede. A noi però interessa un corpo di singolarità eterogenee e differenti che nell’esperienza delle nostre comunità sta silenziosamente regalando la netta percezione di voler essere una fraternità. Bisogna avere occhi buoni per vedere che c’è un popolo di adolescenti e giovani desideroso di tener viva la speranza che una fraternità umana non solo è possibile, ma necessaria per non lasciarsi trascinare nel mulinello insidioso della violenza che sembra oggi il pensiero vincente: dal confronto quotidiano sulla più piccola questione, alla soluzione dei problemi più urgenti e difficili intorno al modello di sviluppo e di promozione umana che stiamo immaginando. La Parola ci chiama a quel grande progetto di convivialità umana che ha respinto con tutte le sue forze l’idea che il Male (assoluto) fosse l’ultima Parola dell’uomo; rifiutandosi di assecondare la tentazione dell’ognuno pensi per sé o del si salvi chi può. Tenere aperte azioni di pastorale educativa giovanile significa riaprire ogni giorno un laboratorio di umanesimo, dove l’esperienza dello stare insieme, della condivisione delle parole, dei pasti condivisi e dell’ascolto reciproco, diventa tesoro prezioso: non per ostentare successi quantitativi ma perché questa – l’ospitalità e la condivisione – è l’unica maniera che abbiamo per salvaguardare l’umano che c’è in noi e che vogliamo onorare, con tutte le forze e la voce in gola.
Il corpo di questa fraternità giovanile sembra avere tutte le condizioni per essere quel grande manto della misericordia che è il cuore stesso del vangelo. La misericordia annunciata da Papa Francesco non è buonismo riparatore, ma la condizione perché gli uomini si ospitino l’un altro nella fraternità. Di questa fraternità i giovani portano la freschezza del sogno e la schiettezza della profezia.

Quindi uno sguardo nuovo si declina in un appello per gli educatori a fare delle cose con i giovani. E siamo alle conclusioni finali del nostro percorso. Anzitutto dobbiamo dichiarare che abbiamo bisogno di educatori liberi e liberanti e non prigionieri dei propri pregiudizi. Quello che gli adulti sono chiamati a fare nei confronti delle nuove generazioni è un cambiamento di sguardo: è necessario esercitarsi a sospendere il giudizio e ogni forma di generalizzazione indiscriminata. Non si può avere la pretesa di conoscerli a prescindere: le persone (lo abbiamo già detto) sono davvero uniche e irripetibili. Soprattutto abbiamo bisogno di non inquadrare i giovani attraverso uno specchietto retrovisore, applicando a loro le categorie che andavano (forse) bene per noi adulti.  Facciamo un esempio molto semplice: tutti noi siamo cresciuti secondo certe logiche di apprendimento di tipo sequenziale, graduale. Oggi è sempre più diffuso un apprendimento simultaneo, intuitivo, rapido: negli apparecchi elettronici non ci sono più i libretti delle istruzioni; si fa da soli, si apprende attraverso l’esperienza. Questo ci deve insegnare a cercare nuovi linguaggi per parlare di valori: sarà decisivo abitare il contesto della complessità, armarsi di pazienza e pensare di offrire senso e valori attraverso la condivisione e la rilettura di esperienze.

Costruire esperienze di senso

I giovani, quando coinvolti, sanno sorprendere. Per esempio, quando li si coinvolge in processi di trasformazione reali, si rimane stupiti dal pragmatismo e dalla consapevolezza che anima la loro partecipazione. È come se sapessero che il loro immediato non ha il carattere della definitività, ma sanno appassionarsi anche a imprese temporanee. Che però, se sono intelligenti, sanno rivelare loro il senso profondo delle cose. Ma questo richiede che si costruiscano contesti di senso, tirandoli fuori dai banali criteri della fiction e del talent, che sono il format nel quale la cultura di massa li vorrebbe schiacciare.
Cosa imparano i ragazzi che attraversano esperienze di spessore? E se lo fanno partecipando a imprese collettive? E se facessimo loro scoprire il valore della solidarietà e della gratuità? Ecco: abbiamo bisogno di smettere di essere sfiduciati rispetto alla possibilità di poterli mettere alla prova e di farli crescere. Di sicuro dobbiamo accettare di spenderci nello stare accanto a loro.

Riprendere la staffetta

Se continuiamo a immaginare l’educazione come un meccanismo di trasmissione di valori o modelli di condotta, effettivamente continueremo a respirare un clima di emergenza. Al massimo finiremo per chiederci quali ingranaggi dobbiamo riparare o sostituire. In gioco non c’è semplicemente la “trasmissione” di qualcosa: non è nell’immagine di avere di fronte un recipiente vuoto da riempire il senso di educare all’umano e a un umano secondo la fede in Cristo. I nostri giovani non sono vuoti e non sono da riempire, ma sono da accogliere come fratelli, sono da ascoltare e da interrogare, prima che da giudicare e intruppare in qualche percorso che riteniamo indispensabile per la loro vita. Ciò non significa che non abbiano domande, desideri, sogni da condividere per comporre un proprio senso della vita che li aiuti a diventare uomini e donne del loro tempo, protagonisti delle loro biografie. E dunque è urgente che accanto a loro ci siano educatori capaci di offrire loro uno sguardo in grado di vedere “oltre” la precarietà, per rielaborare le esperienze e coglierne con spirito critico limiti e possibilità.

Questo chiede adulti in umanità e nella fede che non si ritraggano, abdicando al dovere di non presentarsi come degli eterni adolescenti, imprigionati dal mito di una giovinezza che passa per tutti. Se è vero da un lato che i giovani cercano contesti reali dove crescere fra pari (chi non ricorda con una certa nostalgia il valore del gruppo degli amici nell’età della giovinezza?), dall’altro gli adulti devono accettare di essere l’elemento “dispari” fra questi pari: l’educatore è chiamato a consegnare il testimone, portando un’esperienza degna di essere raccontata e vissuta non come (buon) esempio da clonare, ma come esemplarità capace di attivare altre esperienze, altrettanto buone. Dunque un adulto che passa il testimone trasmettendo un’eredità autenticamente animata dal desiderio di Senso.

Per chiudere

“Perché parlo della cultura della fragilità? Perché voglio che voi consideriate che le persone fragili possono essere non solo straordinariamente umane, ma – come diceva un grande Papa – una volta diventate umane possono anche diventare divine.  Non voglio che, di fronte alla fragilità degli adolescenti, si risponda cercando di curarli, mandandoli dallo psicologo. Se necessario mandateli, ma non abbiate troppi psicologi, o – peggio ancora – psichiatri, dentro le vostre realtà: fate piuttosto in modo che la loro fragilità non sia qualche cosa che li faccia sentire in colpa rispetto ad un progetto che voi proponete loro. Fate progetti che siano prima di tutto compatibili con la fragilità. Cominciate a guardare la fragilità non come difetto, ma come cultura.
Altrimenti, c’è il rischio che voi tutti vi riteniate troppo forti; in tal caso sarebbero allora da invertire i ruoli tra educatori ed educandi”.