Testimonianze: partecipanti al Convegno P.G. di Bologna – febbraio 2017

IL mio Convegno

EMMANUEL GIUNTA*

 

A Bologna ho avuto occasione di partecipare al mio primo convegno di Pastorale Giovanile Nazionale. Ogni cosa ha influito a lasciarmi dentro l’importanza della responsabilità che si ha nell’aver “cura” dei giovani, dalla più semplice alla più importante.

Nella mia giovane vita ho partecipato a tantissimi convegni con numeri altissimi di partecipanti, ma a Bologna, anche se eravamo in settecento, mi sentivo in mezzo a colonne più alte di me. La mia prima impressione, già prima di arrivare, è stata quella di pensare di non essere all’altezza di tutti quei partecipanti: erano perlopiù sacerdoti, ma erano presenti anche vescovi ed educatori laureati; io invece solo uno studente di ventidue anni, che si sforza di occuparsi dei giovani.

I relatori, sorprendenti testimoni, con parole dotte e con le proprie testimonianze sono riusciti ad invertire e stravolgere l’idea della figura dell’educatore. La nostra visione dell’educatore, l’uomo che riesce in ogni sua azione, forte, capace di risolvere ogni problema, il superman che non si lascia intimorire da niente perché già sa che riuscirà in ogni sua impresa. No. L’educatore e la sua fragilità, l’educatore

è la sua fragilità. Colui che nell’insuccesso riesce ad “attendere” il successo. Colui che semina in ogni circostanza, prendendosi “cura” di ogni seme in ogni terreno, attendendo che esso germini, gioendo anche se non sarà lui a cogliere il frutto. Il suo non fallire sta nell’accettare il fallimento.

Pensare ai giovani è pensare di dare una chance a chi attende un’occasione di salvezza, a chi non riceve la cura necessaria per divenire un solido albero da frutto.

L’educazione sta nel mostrarsi fragile a tal punto da far capire che anche nelle fragilità altrui sta una forza, e che se si riesce ad uscire dalla propria visione di superuomo si scopre un vero uomo.

Un’esperienza, questa, che non si esaurisce solo in quei ultimi giorni dei febbraio, ma che trova il suo pieno svolgimento nei propri ambienti diocesani e parrocchiali, dove tanti sono i giovani che attendono cure, tante le fragilità che desiderano emergere, tanti i dubbi che devono sorgere anche senza ricevere una risposta.

Il nostro modello pedagogico resta sempre quel Vangelo che narra di un “Uomo” che riesce ad attirare tramite la sua fragilità: dalla sua nascita in uno scenario precario, al compimento della sua missione nella sofferenza del Getsemani, finendo con il fallimento della morte sulla Croce, la potenza di Dio si svela nella fragilità dell’uomo.

Questo mi ha dato coscienza del mio lavoro, della mia missione all’interno della pastorale giovanile. Il mio sforzo costante, l’attendere, la cura, verso un cammino che va nell’orizzonte dell’eternità ma resta sempre giovane. Che cambia i suoi attori ma non il protagonista.

Ancora guardo e riguardo quelle relazioni, e colgo nuovi aspetti ogni volta, nuove prospettive, nuove vie. Certo di avere ricevuto molto, ringrazio Dio per questa opportunità e tutti coloro che materialmente si sono impegnati a realizzare questo convegno. Sforzandomi ancora e sempre di più, investendo questo talento, cercando di trasmettere a chi incontro questa responsabilità, questa vocazione alla cura dei giovani, chiedo a Dio sempre di inondare di Spirito Santo la Chiesa tutta, affinché ringiovanisca sempre il suo volto, rinvigorisca le sue membra e attiri a se tutti i suoi figli che attendono.

* 22 anni, nato a Palermo nel 1994, frequenta il III anno del corso istituzionale di Teologia presso la Pontificia Facoltà Teologica di Sicilia. Fa parte del Rinnovamento nello Spirito. È segretario diocesano della pastorale giovanile di Monreale e Delegato Regionale Laico per la pastorale giovanile in Sicilia.

Ponti che abbattono muri

MARIA ELISABETTA COFFARI*

Il cantiere e le stelle, la cura e l’attesa. Quello che mi porto a casa dai due ultimi Convegni Nazionali di Pastorale Giovanile è una consapevolezza in più della bellezza del lavoro che il Signore mi ha dato l’occasione di poter vivere ogni giorno. Due convegni, ma due mie collocazioni diverse, in due prospettive diverse: quello di Brindisi per me è stato la prima esperienza, il primo contatto con il Servizio Nazionale di Pastorale Giovanile, mentre quello di Bologna è una preziosa tappa nel percorso di formazione, legata al lavoro che svolgo in Pastorale Giovanile, nella mia Diocesi. “Si lavora per ciò che si ama e si ama ciò per cui si lavora” (E. Fromm). Entrambe le occasioni provocano in me una sfida: quella di stare accanto ai giovani sul sentiero che la vita mi mette di fronte, con le prove e le opportunità di ogni giorno, accettandone anche la precarietà.

È una sfida che colgo e riesco ad elaborare così.

Educare è generare alla vita: l’educatore è colui che può accompagnare, nonostante le sue fragilità, quei giovani che la comunità gli affida. Egli li può guidare alla ricerca delle stelle, i sogni, curando quelle ferite, che la storia, da cui non si può scappare, costringe a vivere.

Il senso è il cammino, l’andare avanti facendo tesoro delle esperienze, potendo davvero essere testimone per i giovani che le ferite sono una ricchezza, che quella volta che sei caduto hai visto le stelle e che quelle stelle che prima credevi grandi perché vicine, in realtà ne nascondono dietro altre più luminose e grandi, ma lontane; quindi ancora da raggiungere.

E ti accorgi che la relazione è ciò che conta, “quanto tempo hai dedicato alla tua rosa”, per riprendere le parole del Piccolo Principe, e mi tornano alla mente anche le parole del prof. Vittorino Andreoli: bisogna essere educatori fragili, perché prima di tutto educare è relazione, nel senso di essere interessato all’altro, di avere bisogno dell’altro, di avere cura dell’altro e proprio se uno è fragile ha bisogno dell’altro. Due fragilità insieme danno forza: sono l’amore e la cura che fanno la differenza. Quell’amore con cui desideriamo parlare al cuore dei nostri giovani non mettendo delle maschere, ma essendo autentici, prima con se stessi e poi con gli altri. Così si risponde alla vocazione dell’educatore, partendo dal significato della parola stessa ‘condurre’, ‘portare fuori’, ma fuori dove? se non “a rivedere le stelle”?

Nei giorni di Bologna ho ritrovato un interessante collegamento con i contenuti del Convegno di Brindisi: la cura come progettazione educativa pastorale, dove ovviamente i soggetti educanti sono gli educatori, ma innanzitutto è la comunità che educa; perciò alla base del patto educativo è necessario il mandato, che riceviamo come operatori. Un mandato di fiducia, consapevole e condiviso, che non può essere richiesto o preteso, ma deve essere donato; infatti l’educazione non può essere lasciata all’improvvisazione, ma è un’azione che deve essere accompagnata sia dall’esperienza che dal pensiero. Dunque è la creatività che si mette in questo pensiero e che è parte di quell’Amore, con il quale il Signore stesso ci ha creato e ci ha donato la vita, che ci spinge a ripartire, a scoprire, a reinventare. Allora quali spunti pastorali oggi per la mia Diocesi, partendo dal Convegno? Credo che l’opportunità che ci attende si trovi nelle parole di Marco Moschini: “l’oratorio non è un problema, è la risposta”. È iniziato, infatti, nella nostra Diocesi un progetto di ‘Coordinamento degli oratori’ ed è possibile cogliere la sfida nel nostro territorio attraverso questo strumento di evangelizzazione antico e nuovo, che chiede il coinvolgimento in primo luogo di tutta la comunità parrocchiale e che, come un ponte, mette in relazione la strada, o la piazza, e la Chiesa: una missione aperta nel continente giovanile. Pensando all’esperienza di questi mesi, credo che una grossa urgenza sia trovare un modo per comunicare ai giovani la speranza e soprattutto la presenza. Per una generazione di giovani che sperimenta una società che non crede in loro e attraverso la quale non vede un futuro, penso che l’oratorio sia proprio un mezzo pastorale ed educativo importante per andare ad incontrare quei giovani, anche quelli più in difficoltà: per stare, per esserci, per riscoprire la semplicità e la bellezza di un clima famigliare: la comunità appunto che si fa presente. Mi piace anche pensarlo come uno spazio per i giovani che possa essere occasione di scambio, di conoscenza, di crescita di relazione e magari un luogo dove poter far germogliare i propri sogni attraverso le persone, che la Vita ci mette accanto, perché come ha detto don Erio Castellucci “attraverso i giovani si costruiscono quei ponti che abbattono i muri”.

Il convegno di Bologna si è concluso con un pellegrinaggio, che vedo come una metafora del lavoro che, tornati in Diocesi, ci attende: da studentessa universitaria a Bologna, conosco bene il significato che per i Bolognesi ha quel sentiero, quanto è cara la Madonna di San Luca alla città di Bologna, tanto che il vescovo Zuppi in occasione della messa conclusiva al Santuario l’ha definita ‘la Santiago dei Bolognesi’. È bello pensare che da questo pellegrinaggio si apre un nuovo cammino per i giovani e le diocesi: il sinodo.

La mia sintesi

MassimilianO Fasciano *

Partecipare ad un convegno di Pastorale Giovanile ti fa respirare a pieni polmoni un’aria diversa e speciale. Diversa perché guardi con ammirazione e curiosità il lavoro che, a livello nazionale e poi diocesano, viene condotto. Speciale perché, essendo un’occasione straordinaria, hai l’opportunità di conoscere e confrontarti anche con gli altri partecipanti. “Il progetto è le stelle” ci veniva ricordato nel 2015 a Brindisi, quando, spronati a non arrenderci, eravamo invitati a costruire squadre con cui lavorare, e a sognare… Poi c’è stata

la GMG col suo carico di giovani e giovanissimi che al rientro sono diventati domanda per un’intera comunità diocesana. In continuità, l’ultimo convegno a Bologna ci ha messo di fronte la dura e affascinante realtà della fragilità mentre si “cura e attende”. Porto nella pratica di ogni giorno, soprattutto in quella scolastica di un liceo, la definizione che in maniera velata la dott. ssa Scardicchio ha offerto a tutti: “La vita dell’educatore è in costante equilibrio tra il fare materno (la cura) e quello paterno (l’attesa).”

Il richiamo costante alla fragilità si è respirato sin dall’apertura dei lavori. Il prof. Andreoli ricordava quanto proprio la fragilità vada sempre più accettata come condizione umana, poiché in essa l’uomo si interroga e trova risposte divenendo più adulto. Ci ha messi anche di fronte alla dinamicità dell’essere educatore, che non è uno status, ma è relazione mentre educa. I laboratori sulle prassi educative in ambiente parrocchiale hanno dato senso a quest’affermazione. I partecipanti al convegno si sono confrontati su una pluralità di reazioni a due casi specifici nel contesto di un campo di calcio o di un pomeriggio di spazio-compiti. L’aver accompagnato un laboratorio mi ha fatto notare come chi mi manda e ciò che mi abilita sono due co-stanti/domande che ogni educatore dovrebbe portare nel proprio bagaglio, quando sul terreno dell’esperienza si accorge di essere un uomo in fieri.

Interessante e sistematica la lettura di Mons. Castellucci sulla comunità cristiana nei suoi tre aspetti più belli e riflessivi. Senza trascurare l’indagine Ipsos o le parole di don Michele, tanto di quello che si è ricevuto ha delle ricadute nella mia diocesi. Chi ha partecipato al convegno traduce nella propria vita e realtà associativa le provocazioni scaturite. L’équipe diocesana sta già mettendosi all’opera per organizzare le attività che ci porteranno a vivere il 2018 come l’anno del Sinodo e di verifica per il 25° anniversario della PG. Leggere le pratiche pastorali, per scoprirsi fragili – quindi in continuo divenire – segna lentamente il passo della PG diocesana. In questo leggersi è necessario preoccuparsi della comunione con le associazioni, i movimenti e gli uffici pastorali, proponendosi come trait d’union per una pastorale che sappia sempre più curare mentre attende, e viceversa.

Una naturale conseguenza sarà continuare ad avere stimoli sull’idea di adultità e genitorialità che oggi viviamo e vediamo nelle nostre realtà parrocchiali e scolastiche. Il suo carico di controsensi e potenzialità potrebbe aiutarci a leggere il continuo evolversi del mondo giovanile.

* Sacerdote da 8 anni, da 4 (ma anche prima) si occupa di PG, insegna religione in un liceo a Ruvo di Puglia, è padre spirituale nel seminario vescovile e collabora in una parrocchia di Molfetta.

 

COSA MI PORTO A CASA

Rosaria Carpentieri *

Il Convegno nazionale di Pastorale giovanile “La cura e l’attesa. Il buon educatore e la comunità cristiana” che si è da poco concluso a Bologna è stato un momento davvero bello e forte: un bel respiro ecclesiale per i tanti sacerdoti incaricati della pastorale giovanile delle diverse diocesi d’Italia, suore e religiosi appartenenti alle varie congregazioni che svolgono compiti educativi, rappresentanti dei movimenti e delle associazioni cattoliche. Siamo stati chiamati a confrontarci su un argomento importante in questo tempo, in piena continuità con quanto trattato al convegno svoltosi nel febbraio 2015 che aveva come tema: “Il cantiere e le stelle. Pensiero e pratiche della progettazione educativa” e in fedeltà con la riflessione della Chiesa italiana, in quanto i vescovi italiani hanno dedicato grande attenzione all’urgenza educativa in questo decennio col volume degli orientamenti pastorali del decennio 2010-2020: “Educare alla vita buona del Vangelo”. 
Il tema dell’educazione oggi costituisce un impegno urgente e soprattutto una scelta di speranza per la libertà della persona. L’impegno per l’educazione rappresenta un’attenzione costante per la Chiesa perché da sempre al centro della sua vita vi è la cura nei confronti della persona, quella cura che costituisce la sostanza stessa dell’impegno educativo. Punto focale del convegno è stato maturare e far maturare sempre più la consapevolezza che “educatori non si nasce, ma si diventa”. Ogni educatore è un accompagnatore dei giovani in un cammino personale, ma nello stesso tempo è parte di una comunità che educa. Ogni educatore non si “auto-genera”, ma si costruisce attraverso un sistema educativo integrato a più voci. 
Sicuramente viviamo un tempo di conversione pastorale, le prassi educative vissute fino ad ora sembrano essere sempre meno funzionali all’educazione dei giovani. Ma la Chiesa per i giovani riunita a Bologna in questi giorni, ha dimostrato un grande desiderio e una grande passione educativa! Come Chiesa Italiana non dobbiamo perdere l’opportunità che il Papa ci sta offrendo con il Sinodo: vivere questo tempo di Sinodo perché tutta la comunità ecclesiale si metta in ascolto, si faccia vicina e si faccia istruire dai giovani. 

Sia davvero un tempo di ascolto dello Spirito Santo, cercando con i giovani la strada dell’incontro reciproco, un incontro che probabilmente avverrà nell’informalità e nella cura della relazione, nel “tempo perso” insieme, ma che ci mostrerà sempre di più quanto i giovani hanno bisogno di testimoni e maestri che sappiano scorgere in loro la scintilla di Dio.Come tutti i convegni anche questa è stata l’occasione per raccogliere idee, confrontare esperienze, stringere legami. Al convegno si è tanto respirata una passione condivisa che trova sempre più spazio in tutti, nella formulazione di uno stile e un metodo che hanno sempre più punti in comune. A fine convegno rimangono come pista di riflessione l’invito a dare importanza al mandato ecclesiale nello svolgere un servizio educativo, a dare pensiero alle prassi con i giovani perché emerga una chiara intenzionalità educativa, a partire da un atteggiamento di prossimità e di accompagnamento. Lo stimolo più grande ricevuto per il lavoro in diocesi è stato quello di recuperare la cura per gli educatori nella consapevolezza rinnovata che chi ama educa, e che l’aver cura chiede fedeltà. Quello stesso amore e quella stessa fedeltà che Dio Padre grande educatore ha usato con ciascuno di noi. Forte anche l’invito ricevuto ad educare alla convivialità e alla fraternità in una società che crea sempre più individualismo e isolamento. Gli stimoli ricevuti sono davvero tanti e implicano un compito serio e concreto: curare il lavoro che dovrà essere svolto nelle varie diocesi e gruppi giovanili per preparare il Sinodo ormai imminente, che ci vedrà da subito impegnati nella fase preparatoria e continuerà con un’attenzione ricca di attesa per tutto il periodo sinodale.