Migranti: i rappresentanti delle Ong, “ben disposti a scomparire se non ci fosse bisogno salvare vite umane”

 

 “Noi siamo in mare solo perché c’è bisogno di salvare vite umane e la società civile ha deciso di dare una mano alle istituzioni: ma saremmo ben disposti a scomparire se non ci fosse più questo bisogno”. A chiarire la posizione della Ong spagnola Proactiva open arms è stato oggi uno dei suoi rappresentanti e comandante Riccardo Gatti, durante la conferenza stampa in Senato sul tema “La grande bugia della navi-taxi. Le Ong e il soccorso in mare dei migranti”. Al momento la loro nave sta soccorrendo 11 gommoni, con circa 1300 persone a bordo. “Non mi sarei meravigliato se fossero stati posti quesiti leciti ma è come se fossero state presentate invece delle conclusioni – ha detto -. Nonostante le accuse non venissero formalizzate ho capito che, con le dichiarazioni giornaliere, volevano ledere la nostra immagine per far sparire le Ong dalla zona: si sta mettendo in discussione la scelta della società civile di aiutare le persone in mare”. “Mi sono anche chiesto: perché diamo fastidio? Forse perché facciamo vedere la parte oscura della società di cui tutti siamo responsabili”, ha concluso Gatti. Raffaella Milano, di Save the children Italia, ha ricordato che dall’inizio del 2016 almeno 1.000 persone sono morte in mare e “questo è un dato incontestabile”: “In ogni Paese si pensa in modo diverso rispetto alle politiche migratorie ma è strano che il dibattito si sia spostato sul soccorso – ha osservato -. Quanto sta accadendo è davvero molto preoccupante, ma non per le Ong, per la cultura sociale del nostro Paese”. Loris De Filippi, presidente di Medici senza frontiere, ha fatto notare che in politica “sono pochissimi quelli che si espongono in difesa della solidarietà, perché significa perdere consensi”. E ha chiesto di nuovo all’Europa “un’azione dedicata di ricerca e soccorso in mare: se paghiamo 150 milioni l’anno per Frontex, come è possibile che non si riesca a mettere in campo un’attività di quel tipo? Noi torneremmo volentieri a fare quello che già facciamo in Africa e altrove”.