DIECI IPOTESI PER LAVORARE ANCORA CON I GIOVANI

«Cose da fare» con il desiderio delle nuove generazioni
di altri modi di stare al mondo

Andrea Marchesi *

 


Molti sono gli adulti che osservano come con i giovani servano nuove parole e linguaggi per declinare la vita.
Come rivista abbiamo assunto questa esigenza, a contatto con le «cose» che si stanno già facendo, prendendo le distanze dai luoghi comuni di molti discorsi sui giovani.

Abbiamo sostato nella rilettura di azioni realizzate in cantieri sociali, incubatori di intraprendenze, progetti che rigenerano spazi. Abbiamo esplorato nuove modalità di stare e fare insieme per poi interrogare le forme del cooperare nelle organizzazioni che lavorano con i giovani.

Siamo così giunti a enunciare «dieci ipotesi di lavoro», provvisorie, da discutere.

Chi ancora opera nei territori insieme ai giovani si trova, sempre più spesso, di fronte alla sproporzione tra l’intensità e la drammaticità delle domande da una parte e la crescente scarsità di risorse per rispondervi dall’altra. Che cosa possiamo fare per accompagnare i giovani che sono alle prese con il loro impatto sulla terra, che sono alla ricerca di strumenti e opportunità per non mancare il proprio «appuntamento con il mondo»? Che cosa si può fare per sostenere in modo credibile chi si trova alla fine di una lunga traiettoria di apprendistato esistenziale e sta cercando l’«angolatura giusta» per toccare terra, senza sfracellarsi e senza essere respinto in una condizione dí attesa a tempo indeterminato all’interno dell’ennesimo simulatore dí volo?
È evidente che di fronte a questi interrogativi emerga la debolezza e, per certi aspetti, l’inconsistenza di ciò che resta dei progetti e dei servizi territoriali per i giovani, rendendo comprensibile la posizione di chi, tra gli operatori, è sempre più tentato da una ritirata strategica, magari proprio all’interno dei servizi impegnati a trattare – a volte in modo assistenziale – le tante fragilità prodotte dalla crisi prolungata.
Eppure c’è un errore di fondo nella formulazione di quelle domande che, se riconosciuto, forse potrebbe permettere un autentico cambio di paradigma del lavoro sociale con i giovani. E l’errore di chi ritiene necessario avere una soluzione da offrire, una risposta da fornire e che, in assenza di riferimenti certi, preferisce passare la mano. È l’errore di chi sta smarrendo il senso delle parole di Paulo Freire a proposito dell’educazione come processo di ricerca condivisa tra uomini e donne che si educano reciprocamente in relazione con il mondo che stanno vivendo. È l’errore di chi, arrestandosi di fronte alla drammaticità della crisi, rischia di non prestare più attenzione alla quotidianità nella quale si sta facendo esperienza di questa crisi, cercando qui e ora altri modi per stare nel mondo, insieme e in assenza di soluzioni definitive.
A ben guardare, ci sono tante cose da fare, tante cose che si stanno già facendo quotidianamente nei territori, fuori e dentro le agenzie formative, le istituzioni, i servizi, i progetti, in tutti gli interstizi di questa società in frantumi, dove possiamo ancora trovare chi è ostinatamente impegnato a promuovere forme di scambio inter-generazionale orientate alla ricerca di altri modi per fare esperienza dentro questa crisi.
Ed è proprio rileggendo queste quotidianità che hanno preso forma alcune ipotesi metodologiche che sostengono un cambiamento radicale di sguardo, di atteggiamento culturale, di approccio organizzativo, come condizione per lavorare, ancora, insieme ai giovani. Si tratta di ipotesi caratterizzate da un’urgenza e da un desiderio. L’urgenza di affrancarci da un atteggiamento che si limita a enunciare retoricamente la condizione drammatica che sta investendo un’intera generazione. Il desiderio di stare, innanzitutto, in ascolto e in ricerca insieme a chi sta attraversando in termini evolutivi l’esperienza della crisi, provando a smarcarsi dai luoghi comuni e a cogliere quelle traiettorie impercettibili che possono prefigurare una via d’uscita.

Il congedo dalla pretesa di conoscere

Prima ipotesi. Essere disposti a cambiare sguardo per incontrare i giovani fuori da luoghi comuni.
Chi opera quotidianamente insieme ai giovani è spesso convinto di godere di una sorta di immunità nei confronti del discorso pubblico che, forse mai come negli ultimi anni, ha investito le nuove generazioni. Questo atteggiamento sottovaluta gli effetti di verità di una colonizzazione dell’immaginario che ci conduce tutti, senza esclusione, a frequentare i luoghi comuni e a nutrire il proprio sguardo attraverso le icone generate dalla riproduzione mediatica.
Per evitare i simulacri e incontrare persone in carne ossa diventa necessario un esercizio di sospensione di ogni forma di designazione, di categorizzazione, di generalizzazione indiscriminata e di diagnosi che, oggi, rischiano di consegnarci un discorso irrimediabilmente chiuso. Cambiare sguardo significa, per esempio, congedare ogni pretesa di conoscere la condizione dei giovani e i loro bisogni, per mettersi in una posizione curiosa di ascolto nei confronti di chi è un soggetto in formazione, in ricerca, spesso portatore sano di desideri.
È un mutamento sorprendente: quando si mette tra parentesi l’analisi dei bisogni dei giovani è possibile cogliere gli interessi, le passioni, le forme di attivazione che proprio in una stagione caratterizzata da incertezze e assenze possono trovare spazio. Smettere di chiederci (e magari risponderci in termini autoreferenziali) quali siano i bisogni dei giovani può consentirci dí intercettare il movimento dei loro desideri che si esprimono proprio in quel margine nel quale la domanda si strappa dal bisogno. Il desiderio di vivere, di conoscere, di comprendere, di agire per trovare un altro modo di abitare í1 proprio contesto dí riferimento: forse è lì che si colloca la ricerca di quell’appuntamento tra sé e il mondo che caratterizza la condizione giovanile e, forse, è in questi margini che si disegnano, anche in forma di bozza, nuovi orizzonti di senso.
In questa prospettiva può cambiare il panorama, permettendoci di incontrare un desiderio che viene coltivato e riconosciuto proprio quando si agisce, qui e ora, per generare cambiamento nella propria realtà: restituendo a una biblioteca rionale la sua funzione comunitaria, partecipando a un’impresa che rivitalizza un’area dismessa, prendendosi cura di un campo sottratto alla mafia, organizzando eventi capaci di produrre socialità in un quartiere dormitorio.

La logica del bricolage

Seconda ipotesi. Cambiare sguardo significa smetterla di inquadrare i giovani attraverso uno specchietto retrovisore. Si tratta, allora, di congedare un approccio che guarda i giovani attraverso uno specchietto retrovisore, finendo inevitabilmente a consumare definizioni al negativo di tutto ciò che non corrisponde alle proprie aspettative: ciò che i giovani non sanno, non fanno e non sono.
La presa di distanza da questo atteggiamento «postumo» è sempre di più una condizione preliminare, sul piano metodologico, per aprire uno spazio di autentico ascolto e confronto con i giovani.
Se continuiamo a valutare i processi partecipativi giovanili con scale novecentesche, non riusciremo mai a scorgere le nuove forme che assume oggi la gruppalità intesa e praticata sempre di più in una dimensione reticolare, plurale, aperta, capace di mettere in comunicazione mondi, campi di esperienza e interessi apparentemente molto lontani. Se poi ci ostiniamo a cercare forme di identificazione definite o di appartenenza esclusiva, non saremo mai in grado di seguire le tracce di percorsi che si nutrono di sconfinamenti continui, di accostamenti che ci sembrano improbabili, di contaminazioni impreviste, eleggendo la logica del bricolage ad autentica prospettiva di ricerca.
Se infine persistiamo, anche inconsapevolmente, nel valutare le traiettorie in forma lineare e progressiva, non potremo comprendere quelle domande che rivendicano scelte e investimenti in forme necessariamente aperte e plurali: formazione continua, acquisizione costante di qualifiche e specializzazioni, attraversamento di contesti, pluri-appartenenze, partecipazione a imprese temporanee, in una dinamica di attraversamenti e contaminazioni continua. Se persistiamo nel giudicare in termini moralistici i comportamenti in base a schemi rigidamente disgiuntivi, non saremo mai in grado di stare in contatto con chi è abituato a combinare in una logica inclusiva campi di esperienza differenti: impegno e piacere, appartenenze corte ma forti, leggerezza e intensità, pragmatismo e sogno, rivendicazione della centralità dei pari e contestuale ricerca di condivisione con i dispari. È un problema di sguardo e di valutazione: ciò che non vediamo, che evidenziamo come mancanza, come assenza, è probabilmente un problema di inquadratura sbagliata.
Pensiamo a cosa accade quando sí tratta di misurare gli apprendimenti: i principali strumenti e criteri di valutazione utilizzati nelle agenzie formative si basano su una concezione dell’apprendimento di tipo sequenziale, graduale e accumulativo, mentre oggi è sempre più diffuso un apprendimento simultaneo, intuitivo, rapido che sfugge alle misurazioni tradizionali. Si apprende sempre di più attraverso esperienze articolate, connettendo l’informalità al formale, gli scambi sociali a distanza con i legami affettivi in presenza e tutto questo liquida definitivamente una concezione depositaria della formazione. Ora, se non si fanno i conti con questi cambiamenti di natura antropologica che investono i modi di apprendere e conoscere, di socializzare e partecipare, di fronteggiare le difficoltà, di esprimersi e riflettere, di affrontare i compiti e le relazioni, noi continueremo solo a vedere una massa indistinta di sdraiati, di fragili narcisisti o dí inquieti nichilisti.

La cifra di una pluralità diseguale

Terza ipotesi. Riconoscere che le nuove generazioni si declinano in forme plurali e diseguali.
Sempre sul piano dello sguardo si tratta di resistere a ogni forma di generalizzazione indiscriminata, a quel riflesso condizionato che ci porta a pensare ai giovani come presenza omogenea e indistinta. È un’avvertenza che riguarda anche queste ipotesi, che non sono immuni da questa logica indifferenziata.
La pluralità e la diversificazione sono una delle cifre per comprendere il modo di stare nel mondo da parte di chi non è solo un nativo digitale, ma sta crescendo dentro quella liquidità che tanto spesso abbiamo evocato per interpretare i mutamenti sociali.
Se osserviamo, ad esempio, le modalità di essere e sentirsi parte, di appartenere, di farsi coinvolgere nelle esperienze, guardando alla componente più attiva della popolazione giovanile, possiamo rintracciare una sorta di poligamia. Incontriamo una parte delle nuove generazioni che si predispone all’attraversamento e alla pluri-appartenenza a gruppi e contesti esperienziali differenti, dove potersi giocare una parte di sé, scegliendo di mettere in primo piano, di volta in volta, una componente identitaria: la dimensione affettiva nel gruppo amicale, il saper fare nel gruppo di compito, l’idealità nel gruppo più impegnato.
La diversificazione sembra, pertanto, una strategia per fronteggiare la complessità, così come l’accumulazione e la costruzione del capitale sociale sembra che sia compresa come questione cruciale per la propria progettualità: avere molti contatti, stare dentro a contesti differenti, collaborare con logiche di compito e di scopo all’interno di progetti temporanei, valorizzare i legami deboli come strumento di arricchimento conoscitivo e fronteggiamento delle difficoltà.
Ma questa strategia, allo stesso tempo, sembra demarcare una soglia di inclusione ed esclusione. Da una parte c’è chi accresce il proprio capitale sociale e si orienta ad affrontare il futuro assumendosi un rischio, gettandosi con generosità dentro forme di avventura e di intrapresa (dalla start up al viaggio all’estero per accumulare formazione). D’altra parte proprio chi si trova più sprovvisto di capitale sociale sembra più esposto a logiche di affiliazione, trovandosi costretto a cercare un approdo sicuro all’interno di sistemi che riproducono forme di dipendenza e appartenenza forte: pensiamo ai fenomeni delle bande, come nel caso dei giovani latinoamericani che sempre più coinvolgono adolescenti italiani provenienti da ambiti di deprivazione relazionale, ma pensiamo, ovviamente, al reclutamento sempre attivo da parte delle organizzazioni criminali.
In termini analoghi possiamo osservare le differenze che riguardano l’uso del web e delle nuove tecnologie: da una parte si aprono mondi, si dilatano gli orizzonti, si apprendono forme di cittadinanza attiva, dall’altra si rimane intrappolati, assumendo la rete come distanza di sicurezza dal mondo minaccioso. Ogni visione uniforme tende ad appiattire le differenze in gioco, come la diseguale distribuzione delle capacità di navigazione nella crisi che investe i mondi giovanili, rimuovendo, ancora una volta, le diseguaglianze. Pensiamo alla categoria dei NEET – ancora una volta una definizione al negativo – che invece di riconoscere un problema conoscitivo, una sorta di non classificabilità, pretende di ricondurre storie di vita molto diverse entro un medesimo contenitore definitorio.
Ha davvero senso collocare nella stessa categoria chi si trova autenticamente disorientato e paralizzato dalla crisi, provenendo magari da un contesto familiare a sua volta frantumato, insieme a chi è alle prese con la costruzione del proprio percorso formativo e del proprio progetto esistenziale navigando in modo originale al di fuori delle traiettorie formative-lavorative più tradizionali? O ancora, che senso può avere, se non quello di alludere a una patologizzazione generalizzata, inserire nella stessa categoria un ragazzo alla prese con una sofferenza emotiva importante, magari tale da determinare l’interruzione dei legami sociali, con un altro ragazzo che, avendo imparato bene la lezione per cui non esiste il posto fisso di lavoro, non si rivolge ai centri per l’impiego, ma, magari insieme ad altri, è alle prese con la costruzione di una pista professionale emergente?

La misura del compito reale

Quarta ipotesi. Essere disponibili a cambiare approccio operativo: incontrarsi fuori dalla Action».
Cambiare sguardo può favorire un mutamento più radicale che investe il piano metodologico di chi è ancora alla ricerca di interazioni generative e attivanti con i giovani.
In questa prospettiva, le proposte caratterizzate da una logica di simulazione e di partecipazione fittizia vengono sempre più disertate, oppure attraversate senza determinare alcuna forma di attrito, al pari di una qualsiasi altra esperienza di consumo. È in gioco quella che abbiamo chiamato fuoriuscita dai circoli viziosi della fiction, che chiede alle organizzazioni educative e ai luoghi dell’animazione di ripensare radicalmente la loro proposta, assumendosi, di nuovo, la capacità di rischiare, di agire in un’ottica di trasformazione effettiva dei propri contesti. Non basta più allestire palcoscenici che assomigliano alla brutta copia dei talent show, né proporre organismi di consultazione che non sono in grado minimamente di incidere sulle scelte delle istituzioni locali, tanto meno offrire l’ennesimo simulatore per stimolare l’apprendimento di una competenza che poi non ha occasione di esercitarsi. Emerge, in forme radicali, una domanda di esperienze consistenti, orientate in termini pragmatici, caratterizzate da un impatto effettivo con la realtà, capaci dí lasciare un segno riconoscibile nei soggetti come nell’ambiente. Adolescenti e giovani chiedono occasioni per mettersi alla prova e si dimostrano disponibili a prendere parte a esperienze, a condizione che si generi cambiamento, si possa lasciare un segno nei contesti, ci sia un impatto consistente con la realtà.
La proposta aggregativa non è più autosufficiente, così come sembra cambiare di segno l’enfasi sulla costruzione di relazioni che ha caratterizzato per molto tempo le strategie di ingaggio degli educatori, in particolare nei contesti extrascolastici. Ci si mette insieme e si sta insieme, in un gruppo, se è avvertita la presenza di un compito connesso a un obiettivo percepito come sensato, motivante e consistente e se nell’esperienza del compito si costruiscono e alimentano relazioni affettive. Successo, risultato, performatività, competenza, impatto: il lavoro sociale con i giovani deve fare i conti con un lessico pragmatistico che non appartiene all’universo di discorso che ha segnato la formazione di educatori e animatori sociali, focalizzata in modo esclusivo sulla qualità dei processi, delle relazioni, delle attribuzioni di senso.

L’incontro generativo nell’abitare l’incertezza

Quinta ipotesi. Scommettere sull’incontro con i giovani per generare capacitazioni condivise.
Chi è cresciuto nella società dell’incertezza e della crisi non ha nostalgie di una razionalità lineare come di un’idea moderna di progresso che non ha mai conosciuto. Quando fai un pezzo di strada insieme a un gruppo di giovani, dentro un’impresa reale, all’interno di un progetto caratterizzato da una logica di compito orientato a una trasformazione di contesti reali, non puoi non rimanere stupito dal pragmatismo e dalla consapevolezza che anima la loro partecipazione. È come se sapessero che nella loro traiettoria ci saranno continui spostamenti e costanti dislocazioni, ma questo non impedisce loro di appassionarsi a un’impresa inevitabilmente temporanea. L’incertezza non disorienta e non paralizza, ma muove alla concretezza, alla ricerca di riscontri, a una concentrazione nel qui e ora, a cogliere l’attimo.
L’incertezza, allora, inevitabilmente è ricondotta a un problema degli adulti: sovraesposta da chi guarda al mondo con la nostalgia di certezze perdute e troppo spesso proiettata, in termini di sfiducia, nei confronti di chi sta facendo esperienza della crisi stessa cercandone vie d’uscita per tentativi ed errori. Qui arriviamo a uno snodo cruciale: uscire dalla finzione e assumersi il rischio di proporre percorsi che mettono realmente in gioco una dinamica trasformativa non è solo un buon metodo per agganciare i giovani di un territorio, ma un’autentica scommessa sulla possibilità di generare capacitazioni condivise tra cittadini di generazioni differenti che possano sostenere percorsi coevolutivi: per i giovani, per gli operatori, per i progetti e servizi.
Dobbiamo continuare a chiederci che cosa stanno imparando i ragazzi che attraversano esperienze consistenti, che partecipano a imprese collettive, ma allo stesso tempo domandarci che cosa possiamo noi come operatori mentre facciamo un pezzo di strada insieme a loro.
Se accettiamo la sfida di allestire progettualità capaci di impattare nelle realtà del proprio contesto locale, se assecondiamo l’urgenza di trasformare un’idea in un’intrapresa, di accelerare i tempi dell’apprendistato per calarci in una logica di impresa effettiva, non stiamo solo agganciando un gruppo di giovani ma, forse, stiamo già cambiando il nostro modo dí lavorare, di agire in modo cooperativo, di promuovere la responsabilità diffusa, di moltiplicare il senso di autoefficacia.

L’arte di tessere nuove connessioni

Sesta ipotesi. Essere disponibili a cambiare le nostre organizzazioni.
In questo cambiamento di approccio, come operatori, siamo sempre più chiamati ad agire sul contesto, sulle condizioni che possano favorire esperienze significative e possibilità di apprendimento attraversando queste esperienze.
Agire sul contesto per creare un clima di possibilità, come accade in alcuni cantieri sociali, in alcuni incubatori di intraprese giovanili, dove l’operatore è chiamato a un riposizionamento radicale: non è più un fornitore di attività né, tantomeno, esercita un ruolo di controllo e comando, ma è colui che cura le interazioni e le attivazioni.
È una domanda di cambiamento che riguarda anche le nostre organizzazioni, alle quali viene chiesto di curare le connessioni, condividere le risorse, creare collegamenti tra mondi differenti all’interno della comunità locale, praticando sconfinamenti inediti tra servizi e imprese, tra associazionismo e istituzioni, tra gruppi e singoli e ovviamente tra adulti e giovani. Con una tensione peculiare: cercare di favorire íl contatto e la contaminazione tra mondi giovanili, tra chi sta attraversando in modo creativo e intraprendente questa stagione di incertezze e chi è sempre più a rischio di esclusione sociale dentro la forbice delle diseguaglianze che investono la società.
Si tratta di una funzione leggera, che si sposta dalla gestione all’attivazione, dal presidio di percorsi formativi alla cura di spazi di apprendimento dentro le esperienze. Una funzione che chiede di rimanere e di essere riconosciuta come dimensione pubblica e che, al tempo stesso, interroga radicalmente il senso della funzione pubblica: non più e non tanto come una funzione che si esercita dall’alto verso il basso, ma in mezzo, presidiando le zone di interazione e connessione tra i soggetti.
Intraprendere insieme ai giovani, nella comunità locale – per esempio rigenerando spazi inutilizzati, mettendo insieme adulti competenti sul fare e giovani alla ricerca di campi di esperienza reale – significa anche rivedere la natura e la struttura delle nostre organizzazioni.
Si tratta di prendere atto del necessario superamento di quella lunga filiera che ha continuato a caratterizzare le organizzazioni, anche nel campo delle politiche giovanili, troppo spesso caratterizzata da gerarchie di controllo, da passaggi intermedi e da distanze di sicurezza nei confronti della dimensione del rischio. Insieme ai giovani si impara, sempre di più, la natura aperta delle pluri-appartenenze, la logica della condivisione e del network che non ha un centro di controllo, ma una costante ricerca di connessioni.

L’esercizio della parola riflessiva

Settima ipotesi. Non abdicare alle proprie responsabilità, ma riconoscere un’altra funzione educativa.
È evidente il rischio di smarrire, però, il proprio ruolo, il senso della presenza sul campo come operatori sociali ed educativi, soprattutto quando cambia così radicalmente l’ordine del discorso, quando insieme ai giovani si allarga così tanto il campo, entrando in contatto con i temi che ci riguardano immediatamente tutti come cittadini e soggetti sociali. Risuonano, allora, le domande di chi si chiede se abbia ancora senso chiamarsi educatori entro questo tipo di traiettorie e, più in generale, cosa c’entri l’educazione nelle ipotesi ancora possibili di lavoro con i giovani. Certamente, se per educazione si intende trasmissione di modelli di condotta, l’educazione sembra essere davvero poco pertinente.
Forse, però, il valore specifico di una presenza educativa è rintracciabile nella domanda di esperienza e di competenza a cui si alludeva all’inizio. In gioco non c’è la semplice trasmissione di abilità, di sa-peri e competenze specifiche, ma c’è una domanda che lo sguardo educativo è chiamato ad approfondire e prolungare nella dimensione della rielaborazione, ovvero in quello spazio che trasforma abilità e saperi in forme di capacítazione e soggettivazione, collocando ciò che si apprende all’interno di un sistema di significati.
Siamo chiamati dalle domande dei giovani ad allestire contesti reali che forniscano opportunità di messa alla prova, di acquisizione dí competenze all’interno di ambiti consistenti, ma allo stesso tempo a offrire il nostro contributo specifico promuovendo spazi di rielaborazione delle esperienze. Anche in questo caso, non lo facciamo in modo unilaterale, perché abbiamo da imparare molto, soprattutto per aggiornare le forme e gli strumenti della rielaborazione, per valorizzare alcune forme che le nuove generazioni si stanno dando per lasciare un segno, per raccontarsi e condividere ciò che attraversano.
Ciò che resta dell’educazione – e forse è l’eredità che possiamo trasmettere perché, a nostra volta, l’abbiamo ricevuta come testimone essenziale da generazioni precedenti – è allora la ricerca costante di restituzione di parola e di riflessività, perché ciascuno possa apprendere dall’esperienza imparando, al tempo stesso, ad assumere attivamente e criticamente ciò che impara, a esserne protagonista cosciente.

La scuola dell’intraprendenza

Ottava ipotesi. Posizionarci come adulti che passano il testimone.
Se il tradimento da parte degli adulti, per una mancata staffetta intergenerazionale, è la cifra più comune nelle rappresentazioni di molti giovani, questo non significa rivendicazione di assoluta indipendenza, ma indica un approccio selettivo e critico. Pensare che i giovani richiedano esclusivamente contesti dove stare e imparare tra pari costituisce, forse, l’ennesimo alibi per una posizione di ritirata e di ammutinamento del mondo adulto, mentre è più impegnativo ma interessante seguire l’indicazione di chi è alla ricerca di un confronto con un adulto che sia, però, disposto a rischiare nell’impresa comune, a perdere qualcosa per fare un pezzo di strada insieme ai ragazzi all’interno di contesti reali.
Anche in questo caso le indicazioni provengono dalle parole dei ragazzi titolari dí esperienze che riconoscono e ricercano la presenza dell’adulto come componente «dispari» tra i pari, soprattutto quando l’adulto è capace dí esprimersi come testimone, come portatore di un’esperienza degna di essere raccontata e di essere messa al servizio degli altri, non come esempio da imitare e riprodurre ma come stimolo ad attivare esperienze altrettanto degne di essere vissute e raccontate.
Quando, per esempio, cí preoccupiamo della sostenibilità economica di una proposta avanzata da un gruppo di giovani che prova a trasformare in occasione dí reddito una passione comune, dovremmo infatti rileggere la storia professionale di molti operatori e delle rispettive organizzazioni. Una storia segnata da un progetto imprenditoriale sprovvisto di capitali economici, come nel caso della nascita e dello sviluppo proprio della cooperazione sociale, animata da passioni e competenze, da vocazioni trasformative e da costruzioni di legami sociali. Perché, allora, non pensare che il compito dell’operatore possa davvero essere quello del passatore, del testimone che trasmette un’eredità autenticamente animata dal desiderio, dell’accompagnatore sui confini del progetto, così come del promotore di reti, di chi allestisce contesti capaci di favorire la costruzione di contaminazioni, di incontri tra mondi diversi, tra generazioni diverse, tra competenze differenti, per poi scommettere sul futuro che non è ancora tracciato?
Forse, poi, è proprio questo il valore aggiunto dell’incontro in questione: da una parte intraprese che nascono sotto il segno della cooperazione sociale ereditandone un approccio collaborativo originario, dall’altra occasioni per dare nuova forma proprio alle pratiche cooperative.

Il piacere di agire collettivamente

Nona ipotesi. Cercare, insieme, qui e ora i segnali di futuro.
Abbiamo parlato dí intraprese, di imprese giovanili e di incubatori. Indubbiamente il riferimento è ad alcune esperienze di lavoro con i giovani nei cosiddetti incubatori capaci di generare comunità di pratiche, gruppi di scopo, reti leggere e spesso temporanee, dove si praticano forme di co-working, di socializzazione e condivisione degli strumenti di lavoro.
Ma non stiamo alludendo solo alle imprese economiche, alle cosiddette start up, ma a una vera e propria logica di intrapresa,
di avventura, di sfida trasformativa anche quando non genera un’attività di natura economica: la riconversione di uno spazio pubblico abbandonato, l’attivazione di mezzi di comunicazione comunitaria, la costruzione di eventi che comportano una riqualificazione, anche solo temporanea, di quartieri senza identità.
È importante questa sottolineatura perché stiamo frequentando un territorio che è caratterizzato da una forte ambiguità. Non stiamo inseguendo il mito fondativo del capitalismo, come chi, con ingenuità o ipocrisia, pensa che la disoccupazione giovanile si risolva magicamente grazie alla proliferazione di micro-imprese giovanili e che il destino del nuovo lavoro sia, appunto, il profilo imprenditoriale importato dalla Silicon Valley.
Le cose interessanti e sfidanti che emergono sia da alcune esperienze di incubatori sociali d’impresa, sia da altre forme di intraprendenza e di attivazione, di impegno civile con nuovi linguaggi, di progettualità e lotta per la riqualificazione dei propri territori, riguardano proprio il metodo di natura collaborativa.
Pensiamo, ad esempio, a un altro modo di concepire il lavoro e i rapporti lavorativi in una logica cooperativa quanto performativa, a un altro modo di interpretare la gruppalità, intesa come reticolare, plurale, aperta, capace di mettere in comunicazione mondi, campi di esperienza, interessi apparentemente molto lontani, a un modo di pensare e praticare il cambiamento richiamando ciascuno alla responsabilità, alla verifica dei risultati, all’assunzione di titolarità nelle proprie azioni.
Sono tante le assonanze possibili con discorsi che vanno oltre i confini del lavoro con i giovani e che investono il senso del lavoro sociale, il valore della cooperazione, il ruolo di un welfare che cerca di smarcarsi da una logica assistenziale, ma che intende generare responsabilità sociale diffusa. C’è una logica collaborativa, di condivisione, di scambio, di utilizzo virtuoso delle reti a legame debole, che sembra figura di un altro modo di pensare e praticare l’agire cooperativo. Una cooperazione che è dichiaratamente una componente strumentale: insieme si uniscono le forze, i saperi, si moltiplicano gli sguardi, si produce conoscenza, si agisce, in una costante dimensione di scambio e di condivisione. Ma una cooperazione che è anche caratterizzata da una dimensione affettiva: collaborare significa, infatti, stare bene insieme, provare piacere nell’agire collettivamente, costruire legami affettivi, ma tutto questo – e forse questo è il punto inedito – senza produrre chiusure, delimitazioni autoreferenziali. Sia la componente strumentale sia quella affettiva del cooperare sono, infatti, assunte come fattori contagiosi, capaci di generare trasformazioni, negli individui che attraversano direttamente queste esperienze, ma anche nei contesti dove queste esperienze prendono forma.
Forse questo è uno dei segnali di un futuro che non è l’insieme di inafferrabili e magnifiche sorti progressive, ma è qualcosa che si nutre di concretezza, di riscontri, di sperimentazione della possibilità di produrre cambiamenti, di muovere le cose. Sono nuove vie tracciate strada facendo, che ci fanno intravedere nuove modalità di combinare e coniugare passioni e competenza, piacere e impegno, autorealizzazione individuale e costruzioni collettive.

La prefigurazione di un diverso stare al mondo

Decima ipotesi. Cose da fare con i giovani: essere pragmatici facendo ricerca di senso nell’agire.
Per tutte queste ragioni, se vogliamo ancora lavorare con i giovani, non possiamo non essere pragmatici.
Ci stiamo dicendo che non è più il tempo della chiacchiera, del ricamo verbale, della costruzione di significati che si arresta esclusivamente sul plano della parola e che ogni forma di ricerca del senso chiede di essere sempre di píù interpretata in situazione, nei contesti concreti dove si sviluppano azioni trasformative.
Si tratta, allora, di rileggere e ripensare alle condizioni che permettono di trasformare un contesto in spazio sociale, capace di interagire con la città, di farsi riconoscere come risorsa per la comunità locale, costruendo e restituendo, ovvero dando corpo e senso all’esercizio della cittadinanza.
È in gioco la ricerca di nuovi patti tra i soggetti per generare spazio pubblico: prendendo parte, riconoscendo la propria parzialità come domanda di inter-azione, ma anche scegliendo una parte con la quale fare strada insieme. Forse è anche in gioco il desiderio come movimento verso modi differenti di stare nel mondo. Insieme ai giovani si scommette sulla generatività dell’interazione, tra pari e dispari, tra testimonianze e progetti, tra prefigurazioni di futuro e memorie dotate di senso. Senza aggettivi, ma solo con qualche avverbio: qui, ora, altrove e altrimenti.

NOTA

Le «dieci ipotesi» per un quotidiano lavoro con i giovani enunciate in queste pagine costituiscono la base di discussione per un appuntamento della rivista con gli operatori del mondo giovanile a Rovereto (Tn) il 27-28 febbraio 2015, dal titolo «Cose da fare con i giovani. Il futuro è qui, ora». La messa a fuoco delle ipotesi è esito di un confronto tra operatori sul campo e studiosi del mondo giovanile che ha portato alla pubblicazione di tre «inserti» di Animazione Sociale: Dal rispondere ai bisogni al far leva sui desideri (260, 2012, pp. 36-77); Dal simulare la partecipazione al giocarsi nell’intraprendere (271, 2013, pp. 32-77); Dal concreto fare al trasformare fatti e vissuti in esperienze (281, 2014, pp. 34-80). Il lavoro è coordinato da Franco Floris (redazione di Animazione Sociale), Michele Gagliardo (Piano Giovani – Gruppo Abele), Andrea Marchesi (Cooperativa Arti e mestieri sociali), Michele Marmo (Associanimazione e Cooperativa Vedogiovane).
Per informazioni sulla partecipazione alle giornate di Rovereto si veda il sito www.animazionesociale. gruppoabele.org

* Andrea Marchesi, pedagogista, lavora presso la cooperativa Arti&Mestieri Sociali di San Giuliano Milanese (Mi): andrea.marchesi@artiemestierisociali.org Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.

(FONTE: Animazione sociale )