La Chiesa in uscita di Papa Francesco nell’ambiente della scuola

Luigi Accattoli

 


Quali suggerimenti possono venire agli operatori della scuola dalla predicazione di Francesco mirata a promuovere una “riforma della Chiesa in uscita missionaria” (“La Gioia del Vangelo” n. 17)?

Il Papa parla di “riforma della Chiesa”, ma ovviamente non vi sarà “riforma della Chiesa” se non si realizzerà una riforma degli appartenenti alla Chiesa: noi oggi, in vista della Pasqua e della conversione che essa comporta, ci occuperemo della riforma dei cristiani in uscita missionaria.

La dirò con una decina di rapidi spunti che propongo come provocazioni a riflettere: perché ognuno (docenti, personale non docente, studenti, genitori degli studenti) applichi il suggerimento alla propria condizione.

Il Papa afferma nel documento programmatico “La Gioia del Vangelo” (2013) che il criterio dell’uscita missionaria dovrebbe riguardare ogni momento di vita della Chiesa e dei singoli cristiani. Limito la ricognizione al ruolo dei singoli.

L’uscita verso la scuola ci pone di fronte alla realtà scolastica così com’è, obbligandoci a uscire dal sogno protettivo di come la vorremmo; sogno magari alimentato da qualche esperienza fortunata di scuola paritaria. Ci mette cioè davanti alla realtà verace dell’infanzia e dell’adolescenza come sono vissute oggi nelle nostre città; nonché davanti all’intera sfida educativa che da tali realtà promana. La pedagogia bergogliana dell’uscita mira innanzitutto al superamento dell’idea che staremmo meglio dentro che fuori: la missione impone l’uscita e l’uscita è verità.

La prima difficoltà da vincere – invocando dal Signore l’audacia missionaria – sarà mentale, cioè interna ai nostri convincimenti: non sono preparato, ho paura di sbagliare. E’ sicuro che sbaglieremo poco o tanto e che non saremo mai abbastanza preparati. Ma “non abbiamo diritto ad avere paura della realtà” ha affermato Francesco proprio in riferimento alla scuola (“Incontro con il mondo della scuola italiana”, 10 maggio 2014). “Tutti siamo discepoli missionari” (“La Gioia del Vangelo” 119-121): basta il battesimo per farci apostoli.

Fin dal primo approccio al mondo della scuola la sfida educativa ci apparirà in tutta la sua gravità, prima e più che in altri momenti della vita associata. La constatazione della “rottura del patto educativo” ci farà presto tremare le vene e i polsi: “Oggi di fatto si è aperta una frattura tra famiglia e società, tra famiglia e scuola, il patto educativo oggi si è rotto, e così l’alleanza educativa della società con la famiglia è entrata in crisi perché è stata minacciata la fiducia reciproca” (“Udienza generale” del 20 maggio 2015).

Altrettanto chiara ci apparirà l’esigenza di dare una mano per ristabilire quel patto. Ma insieme all’esigenza avvertiremo anche la possibilità di dare una mano. Il bisogno d’aiuto risulterà così evidente che il desiderio di attivarci si accenderà spontaneamente. La scuola infatti è un “luogo di incontro” che ci offrirà ogni giorno cento provocazioni ad aprire gli occhi sul prossimo: “La scuola non è un parcheggio, è un luogo di incontro nel cammino. Si incontrano i compagni, si incontrano gli insegnanti, si incontra il personale assistente. I genitori incontrano i professori, il preside incontra le famiglie” (discorso del 10 maggio 2014, citato sopra).

Ci renderemo conto che “per educare un figlio ci vuole un villaggio” come dice un proverbio africano che Francesco ripete spesso: lo ha ricordato la prima volta nel discorso del 10 maggio (già citato), segnalando che “per educare un ragazzo ci vuole tanta gente: famiglia, insegnanti, personale non docente, professori, tutti”. Un villaggio: cioè un tessuto connettivo e una collaborazione viva tra le figure educanti. Vi sono ambienti dove questo villaggio è carente: se abbiamo la vocazione per le periferie e le frontiere (come ama esprimersi Francesco), non fuggiremo da questi ambienti. Invocheremo il dono di quella vocazione.

Nel villaggio che educa dovremo cercare il nostro posto. Non potremo ottenere – e non converrà sognare – che il villaggio sia fatto tutto da cristiani, ma possiamo fare in modo che non sia mai privo della presenza cristiana. “Quantomeno ci sarò io” dovrebbe poter dire ognuno di noi. Da dove inizieremo? Semplicemente da dove ci troviamo: “Le famiglie dei ragazzi di una classe possono fare tanto collaborando insieme tra di loro e con gli insegnanti” (ivi).

Segnalarsi come cristiani e “andare sempre dai non credenti”, come suggerisce Francesco: è un dovere per l’insegnante, per il personale non docente, per le famiglie. Se questi tre soggetti assolveranno a tale dovere, gli alunni verranno efficacemente accompagnati a farsene continuatori. La scuola è oggi uno dei luoghi di nascondimento del cristiano comune che cerca la vita comoda e non mette a frutto il battesimo e la missione a cui esso abilita. Formulo così il criterio di verifica di tale nascondimento, applicandolo alla figura dell’insegnante: in caso di trasferimento, se nel nuovo istituto i colleghi non s’avvedono entro una settimana, un mese, un anno, della nostra appartenenza cristiana, vuol dire che non siamo cristiani.

Dopo esserci segnalati come cristiani ci impegneremo a realizzare una presenza che non mira a fare proselitismo – che è un altro monito abituale di Papa Bergoglio – ma a servire e ad annunciare attraverso il servizio. Primo obiettivo di questo servizio: stimolare ogni altro “cittadino” della scuola a battersi contro l’abbandono scolastico. “La scuola rappresenta il meccanismo primario di inclusione sociale. L’abbandono scolastico spesso conduce i più giovani sul terreno dell’esclusione sociale, della violenza urbana, dell’abuso e della dipendenza da alcol e droghe” (Jorge Mario Bergoglio, “Lettera sull’infanzia” del 2005, ora nell’antologia “E’ l’amore che apre gli occhi”, Rizzoli 2013, p. 95).

Secondo obiettivo del servizio del cristiano al popolo della scuola: promuovere pragmaticamente una cultura del tutoraggio che porti ognuno a farsi tutor di un altro. E qui mi riferisco agli alunni. E’ l’applicazione alla scuola della parabola del samaritano: vedi l’immigrato che non parla italiano e ti offri come compagno di banco, vedi il compagno che a casa non ha sostegno e lo inviti a fare i compiti con te, vedi il sordomuto e impari a comunicare con lui, vedi chi è oggetto di scherno e organizzi la sua difesa. Il tutoraggio come forma pratica della cultura della prossimità, della vicinanza, dell’incontro che sono tre parole che tornano continuamente nella predicazione di Francesco.

Ultimo impegno che suggerisco è quello a combattere il bullismo, che è oggi una sfida importante per ogni operatore e abitatore della scuola. Ed è opera cristiana primaria, come ha insegnato il Papa domenica a Milano, durante l’incontro con i cresimati allo stadio di San Siro: “Per il sacramento della Santa Cresima, fate la promessa al Signore di mai fare questo [bullismo] e mai permettere che si faccia nel vostro collegio, nella vostra scuola, nel vostro quartiere”.