DOMENICA IV DI PASQUA – A – di Giuseppe Bellia

 

Buon Pastore, Gesù santo,

perché sono forati i tuoi piedi

e inchiodate sono le tue mani?

Aperto è il tuo fianco, Signore!

Vi amo e vi ho cercato, o cari,

mi feci piccolo come un pastore,

vi trovai smarriti su monti e valli

e vi ho raccolto nel mio ovile.

Mi ferirono i piedi e le mie mani,

appendendomi alla dura croce,

morendo, vi diedi il mio Spirito:

acqua e sangue dal mio fianco.

O tu che pasci trai gigli della valle,

perché rosse sono le tue vesti

e fiammeggianti i tuoi occhi?

I tuoi passi stillano abbondanza!

Ecco avanzo come un guerriero,

mentre conduco il mio gregge.

Lavai le vesti nella mia passione

e ora risplendo di gloria divina.

Sempre sono con voi, o miei cari,

nutrimento vostro è la mia carne,

coppa d’immortalità il mio sangue:

mangiate, bevete, inebriatevi!

PRIMA LETTURA                                           At 2,14.36-41

Dagli Atti degli Apostoli

[Nel giorno di Pentecoste] 14 Pietro con gli Undici si alzò in piedi e a voce alta parlò così: 36 «Sappia con certezza tutta la casa d’Israele che Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso».

È la conclusione del discorso dell’apostolo: Gesù è il Cristo, come è detto al v. 31 ed è il Signore (v. 34). Infatti tutto quello che è profetizzato riguardo al Cristo Signore si è pienamente attuato in Gesù.

Da quanto ha detto fin qui si può avere solo una “conoscenza certa” senza dubbi perché confermata dalla testimonianza delle divine Scritture e degli Apostoli.

Dio ha costituito Signore e Cristo, cioè l’Annientato, come dice l’apostolo, è stato esaltato con quella gloria che aveva prima dell’origine del mondo (cfr. Gv 17,5) perché ottenga la salvezza chiunque lo invoca, essendo il Signore (v. 21). Dicendo quel Gesù che voi avete crocifisso, è un pressante invito alla conversione perché è ora rivelata con chiarezza la loro colpa.

37 All’udire queste cose si sentirono trafiggere il cuore e dissero a Pietro e agli altri apostoli: «Che cosa dobbiamo fare, fratelli?».

La parola apostolica provoca la “trafittura del cuore” perché ha rivelato il loro peccato: l’uccisione del Cristo. Ne consegue la domanda, che sta all’inizio del cammino di conversione, come con Giovanni (Lc 3,10.12.14).

All’udire queste cose si sentirono trafiggere il cuore, l’espressione appare nel Salmo 108 (109),16 come un termine indicante il povero: perché non si è ricordato di fare misericordia, ha perseguitato l’uomo misero e povero e il trafitto di cuore per farlo morire (LXX). Coloro che hanno ascoltato la Parola sono da essa resi poveri e perciò partecipi delle beatitudini. Sono i poveri, il Resto di Israele, che accolgono l’annuncio di Gesù come Signore e Messia.

Dissero a Pietro e agli altri apostoli: il Resto d’Israele diventa Chiesa rivolgendosi a Pietro e agli Apostoli perché su questi essa è fondata. «Che cosa dobbiamo fare [uomini] fratelli?». È la stessa domanda fatta a Giovanni Battista nel deserto: «Che cosa dunque dobbiamo fare?» (+D: «perché possiamo essere salvi?» At 16,30). Questa domanda è la prima risposta all’annuncio.

«Uomini fratelli: gli uomini che qualificarono poco tempo fa come impostori, li chiamano ora fratelli» (Crisostomo, omelia 47).

38 E Pietro disse loro: «Convertitevi e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo, per il perdono dei vostri peccati, e riceverete il dono dello Spirito Santo.

E Pietro a loro: Convertitevi secondo quanto è detto nell’Evangelo (Lc 24,47); si avverano queste parole del Signore: la conversione del Resto di Israele è necessaria perché l’Evangelo sia annunciato a tutte le Genti. La parola «conversione» apre e chiude l’Evangelo (Lc 3,3;24,47),

E ciascuno di voi si faccia battezzare, il passaggio dal plurale al singolare (Convertitevisi faccia battezzare) sottolinea come il segno visibile della conversione e della rigenerazione tocchi ciascuno personalmente, nel nome di Gesù Cristo, si è battezzati invocando il nome del Signore per essere salvati (2,21: Chiunque avrà invocato il nome del Signore sarà salvato), per il perdono dei vostri peccati è proprio dell’annuncio di Giovanni il Battista (Lc 1,77; 3,3: battessimo di conversione per la remissione dei peccati); essa si attua nel sangue di Cristo (Mt 26,28; cfr. Eb 9,22); diviene l’oggetto della predicazione apostolica (Lc 24,47:«predicare nel suo nome la conversione per la remissione dei peccati») e si attua sacramentalmente nel battesimo; essa è legata in modo indissolubile alla conversione (At 5,31); è l’annuncio di tutti i profeti (At 10,43; cfr. 13,38) e riceverete il dono dello Spirito Santo. Lo Spirito Santo è il dono come è la promessa; essendo dono non è legato a noi ma alla promessa divina. Esso è dato pure alle Genti (10,45), ed è anche chiamato il dono di Dio (8,20; cfr 11,17). Il termine dono introduce nella teologia della grazia che non si fonda né sul diritto né sul merito; per questo è dato a tutti, è effuso su ogni carne. Il dono gratuito dello Spirito sta alla conclusione dell’itinerario e si manifesta nella vita comunitaria e singola dei credenti. Il libro vuole mostrarci l’attuazione di questa profezia.

«Vedete la potenza della dolcezza? Più di qualsiasi violenza, essa tocca i nostri cuori, e li ferisce profondamente … I giudei sono toccati dalla mansuetudine dell’Apostolo, da questo tono paterno e fermo nello stesso tempo con il quale parla a coloro che hanno inchiodato il suo maestro alla Croce e che meditano contro gli apostoli dei progetti omicidi» (S. Giovanni Crisostomo, omelia 7).

39 Per voi infatti è la promessa e per i vostri figli e per tutti quelli che sono lontani, quanti ne chiamerà il Signore Dio nostro».

Lo Spirito è la promessa fatta a Israele in tutte le generazioni che seguono e anche alle Genti. È promessa che, essendo dono, è legata alla chiamata di Dio.

La promessa del dono dello Spirito è per coloro che ascoltano e per i loro figli, di generazione in generazione. Sono parole consolanti perché in Israele ci sarà sempre un Resto fino al giorno della sua totale conversione. Il dono è pure fatto a tutti coloro che sono lontani, le Genti, quanti ne chiamerà il Signore Dio nostro. La chiamata a ricevere lo Spirito è fatta da Dio.

40 Con molte altre parole rendeva testimonianza e li esortava: «Salvatevi da questa generazione perversa!».

Le molte parole di esortazione dell’Apostolo Pietro sono sintetizzate nella contrapposizione tra le due generazioni: quella perversa e quella di coloro che si salvano secondo l’iter presentato dall’Apostolo.

41 Allora coloro che accolsero la sua parola furono battezzati e quel giorno furono aggiunte circa tremila persone.

La crescita è rapida. Dio sta rivelando in Gesù il suo Cristo attraverso la testimonianza delle Scritture e degli apostoli. Lo stretto e indissolubile rapporto tra la predicazione e la divina Scrittura fa scaturire la possibilità di credere. La fede richiede il connubio tra il vero annuncio e la libertà di scelta personale. Senza questa rapporto non si dà fede ma solo parvenza di essa.

SALMO RESPONSORIALE                                  Sal 22

R/.  Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla.

 

Oppure:

R/. Alleluia, alleluia, alleluia.

 

Il Signore è il mio pastore:

non manco di nulla.

Su pascoli erbosi mi fa riposare,

ad acque tranquille mi conduce.

Rinfranca l’anima mia.  R/.

Mi guida per il giusto cammino

a motivo del suo nome.

Anche se vado per una valle oscura,

non temo alcun male, perché tu sei con me.

Il tuo bastone e il tuo vincastro

mi danno sicurezza.      R/.

Davanti a me tu prepari una mensa

sotto gli occhi dei miei nemici.

Ungi di olio il mio capo;

il mio calice trabocca.   R/.

Sì, bontà e fedeltà mi saranno compagne

tutti i giorni della mia vita,

abiterò ancora nella casa del Signore

per lunghi giorni.          R/.

SECONDA LETTURA                                      1Pt 2,20-25

Dalla prima lettera di san Pietro apostolo

Carissimi,  20b se, facendo il bene, sopporterete con pazienza la sofferenza, ciò sarà gradito davanti a Dio.

Rivolgendosi agli schiavi domestici, l’apostolo parte da una evidente considerazione: che gloria sarebbe, infatti, sopportare di essere percossi quando si è colpevoli? E prosegue: Ma se, facendo il bene, sopporterete con pazienza la sofferenza, ciò sarà gradito davanti a Dio. Gli schiavi, che pur facendo il bene sopportano con pazienza la sofferenza, hanno grazia davanti a Dio, come i giusti dell’antica alleanza e la stessa vergine Maria. La loro dignità non si misura a livello sociale ma secondo Dio. Essi, pur essendo gli ultimi nella scala sociale romana, sono i primi davanti a Dio. Questa è la legge del rovesciamento che implica che il piccolo è grande nel regno di Dio. A questo livello il ricco s’incontra con il povero e il padrone con lo schiavo perché non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù (Gal 3,28).

21 A questo infatti siete stati chiamati, perché anche Cristo patì per voi, lasciandovi un esempio, perché ne seguiate le orme:

A questo infatti siete stati chiamati. Alla sequela di Cristo, Servo del Signore sofferente, tutti siamo chiamati. Se è vero che questa si fa più evidente negli schiavi, che sono alla mercé dei loro padroni, e si avvicinano anche fisicamente al Servo, tuttavia ogni discepolo ha in eredità le sue sofferenze. Perché anche Cristo patì per voi. Quale rapporto esiste tra la sofferenza degli schiavi, che ingiustamente soffrono, e le sofferenze di Cristo? Per voi, in posto vostro e a vantaggio vostro. Per questo nelle sofferenze vi è un tesoro nascosto, la passione di Gesù, che si comunica come forza nel sopportare le sofferenze proprie della nostra vita. Questo tesoro è nascosto all’interno della sofferenza, come la perla nell’ostrica ed è un simile tesoro, che fa esclamare all’apostolo Paolo: Sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi e completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa (Col 1,24). Lasciandovi un esempio, perché ne seguiate le orme. Queste orme sono visibili perché noi possiamo vederle e seguire l’esempio del Signore. La loro visibilità è data a chi ha obbedito al comando del Signore: «Se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua (Mt 16,24).

22 egli non commise peccato e non si trovò inganno sulla sua bocca;

Egli non commise peccato. Il Servo del Signore non ha mai deviato dalla sua via; Egli interroga i giudei al riguardo: Chi di voi può convincermi di peccato?» (Gv 8,46). E non si trovò inganno sulla sua bocca. L’apostolo cita Is 53,9: il canto del Servo del Signore. La sua parola proviene dalla verità, cioè dal perfetto adempimento di quello che è scritto: a nulla nemmeno al più piccolo segno della divina Scrittura egli si è sottratto, ma ha adempiuto tutto perfettamente. Vedi Ps 31,2: Beato l’uomo a cui Dio non imputa alcun peccato e nel cui spirito non è inganno.

23 insultato, non rispondeva con insulti, maltrattato, non minacciava vendetta, ma si affidava a colui che giudica con giustizia.

Insultato, non rispondeva con insulti. Nella sua passione Gesù taceva, così ci testimoniano i vangeli. L’apostolo c’insegna che a imitazione di Cristo, dobbiamo spegnere nel Signore ogni insulto ricevuto senza affinare le armi della risposta. Possiamo fare questo attingendo grazia dal Signore, dalla sua mitezza e umiltà di cuore. Maltrattato, non minacciava vendetta. Mentre Gesù entrava sempre più dentro la sua passione, subendo sofferenze inaudite, non minacciava i suoi aguzzini invocando su di loro la vendetta divina, al contrario sulla croce implorò per loro il perdono (Lc 23,34: Gesù diceva: «Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno»). La forza del perdono per chi ci fa del male sta nell’amore verso Gesù e in Lui verso tutti. Ma si affidava a colui che giudica con giustizia, al Padre suo, che scruta i cuori e giudica ciascuno con giustizia, senza preferenze di persona. Affidarsi alla giustizia di Dio è accettare il suo giudizio anche su di noi, sapendo che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio, che sono stati chiamati secondo il suo disegno (Rm 8,28).

24 Egli portò i nostri peccati nel suo corpo sul legno della croce, perché, non vivendo più per il peccato, vivessimo per la giustizia; dalle sue piaghe siete stati guariti.

Egli portò i nostri peccati nel suo corpo sul legno della croce. Il suo corpo è divenuto il ricettacolo dei nostri peccati. Gesù nel suo corpo si è relazionato con tutti i peccati di ogni uomo al punto da farli suoi. Così insegna l’apostolo Paolo: Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo fece peccato in nostro favore, perché noi potessimo diventare per mezzo di lui giustizia di Dio (2Cor 5,21). Affidarsi alla giustizia di Dio è accettare il suo giudizio anche su di noi, sapendo che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio, che sono stati chiamati secondo il suo disegno (Rm 8,28). Con questo scambio ha termine l’accusa del peccato e noi siamo giustificati, come subito dice: perché, non vivendo più per il peccato, vivessimo per la giustizia. IL nostro vivere è stato trasferito dalla sfera del peccato, dove si consumava nella morte, a quella della giustizia, dove cresciamo fino alla pienezza della vita divina, vincendo tutte le forze di morte, che vogliono dominarci. Dalle sue piaghe siete stati guariti. L’apostolo cita di nuovo il Canto del Servo del Signore: Is 53,5. Mentre il Servo veniva colpito, noi eravamo guariti. Come poteva avvenire un simile rapporto? Per l’intrinseco rapporto suo con noi. Egli è il nuovo Adamo, capostipite dell’umanità redenta, che associa a sé le sue membra tramite la sua passione. Egli deve percorrere, come a ritroso, tutto il nostro cammino per unirci a sé e al Padre. Egli doveva sciogliere quello che era annodato.

25 Eravate erranti come pecore, ma ora siete stati ricondotti al pastore e custode delle vostre anime.

Eravate erranti come pecore perché senza pastore. Nel Cantico del Servo del Signore è scritto: Noi tutti eravamo sperduti come un gregge, ognuno di noi seguiva la sua strada; il Signore fece ricadere su di lui l’iniquità di noi tutti (Is 53,6). In forza della sua morte in croce e della sua risurrezione ora siete stati ricondotti al pastore e custode delle vostre anime. Gesù è il buon pastore (Gv 10,11), che tutti attira a sé (Gv 12,32: «Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me»). Gesù è pure il custode delle nostre anime, cioè delle nostre vite. Egli non vuole che nessuno di noi si perda.

ACCLAMAZIONE AL VANGELO

Alleluia, alleluia.

Io sono il buon pastore,

dice il Signore,

conosco le mie pecore

e le mie pecore conoscono me.

Alleluia.

VANGELO                                                        Gv 10,1-10

 Dal vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, Gesù disse:

1 «In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante.

 

Con un’introduzione solenne (In verità, in verità (lett.: Amen, amen vi dico), Gesù afferma che l’ingresso all’ovile per le pecore è la porta.

Voler entrare da un’altra parte si è ladri e briganti. Gesù vuole mostrare ai farisei come Egli stia entrando per la porta nell’ovile, in cui Israele è custodito come gregge del Signore. Egli non usa la violenza di un ladro e neppure uccide come un brigante. Al contrario Gesù fa del bene alle pecore del gregge.

La luce, che Egli ha dato al cieco nato, e la cecità, che colpisce coloro che credono di vedere, dimostrano come Egli sia il pastore del gregge.

2 Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore.

Entrare per la porta significa pertanto ricevere la testimonianza delle divine Scritture che presentano il pastore che raduna il gregge disperso e lo conduce con segni di vittoria a Gerusalemme. I farisei, se osservano attentamente, vedono in Gesù le caratteristiche del pastore delle pecore. Avere gli occhi aperti, cioè intelligenza spirituale, è verificare come coloro che si rapportano a Israele e si definiscono pastori entrino nell’ovile. Chi entra senza fare violenza e facendo del bene, questi è il pastore. Egli entra per la porta, cioè attraverso la conferma delle Scritture. Rifiutando Gesù come il pastore, i giudei sceglieranno Barabba che era un brigante (cfr. Gv 18,40). Rifiutare ora le evidenze delle Scritture, che gli danno testimonianza, significa indurirsi. È quanto è accaduto a Israele. I suoi capi, che hanno rifiutato Gesù, sono stati coperti da un velo che impedisce loro la piena intelligenza delle Scritture (cfr. 2Cor 3,15-17). Questa è la porta, attraverso la quale può passare solo il principe (cfr. Ez 34,23). Egli solo è colui che passa attraverso le Scritture e raggiunge Israele. Gesù solo invera e dà pienezza alle Scritture quindi capi e dottori della Legge non possono relazionarsi a Israele senza di Lui. Ogni relazionarsi senza di Lui trasforma le Scritture in un giogo insopportabile. «La porta è l’unicità di Cristo legittimante il ministero d’Israele: solo passando da Lui e unendosi a Lui si può avere con il gregge un rapporto di vita e non di morte, cioè ladri e predoni sono stati coloro che hanno cacciato fuori il cieco nato e vogliono insegnare al popolo senza passare per la porta» (d. U. Neri, appunti di omelia, Gerico, 16.10.1975).

3 Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori.

Appare ora la figura del guardiano. Questi conosce il pastore delle pecore e a lui solo apre la porta. Possiamo chiederci chi sia il guardiano, che riconosce il Pastore. Se Gesù è il pastore, chi è il guardiano della porta che lo riconosce e gli apre la porta? Gli esegeti moderni temono di caricare di troppa simbologia la parabola per cui non si soffermano su questa figura. I nostri Padri pensano il contrario. Così riassume il loro insegnamento s. Tommaso: «Questo portinaio, secondo Crisostomo (In Jo, hom. 59,2), è colui che introduce alla conoscenza della Sacra Scrittura; e il primo fu Mosè, il quale per primo ricevette e istituì le Sacre Scritture. Questi apre a Cristo; poiché come è stato scritto sopra: “Se credeste infatti a Mosè, credereste anche a me; perché di me egli ha scritto” (5,46). Oppure, stando alla spiegazione di sant’Agostino (In Jo. Ev., tr. 46,3-4), il portinaio è Cristo medesimo; perché Egli è colui che introduce gli uomini a se stesso. Dice il santo: «Apre a se stesso colui che rivela se stesso» (1371). Il senso delle Scritture si apre solo al Cristo. Una volta che Egli è entrato nell’ovile delle pecore, perché il Verbo si è fatto Carne, le pecore ascoltano la sua voce. Finora esse avevano ascoltato la voce di Mosè e dei profeti, ora ascoltano la voce del Pastore, ma non tutti l’accolgono. Venne tra i suoi, quelli di sua proprietà, ma i suoi non l’hanno accolto (Gv 1,11). Per questo Egli chiama le sue pecore ciascuna per nome, e le conduce fuori dall’ovile d’Israele, cioè dal dominio della Legge. Coloro che ascoltano la sua voce e sono da Lui chiamati per nome lo conoscono, come accadde a Maria di Magdala al sepolcro (cfr. Gv 20,16). Questi gli appartengono e solo questi fa uscire dall’ovile. Così infatti insegna l’Apostolo: Prima però che venisse la fede, noi eravamo rinchiusi sotto la custodia della legge, in attesa della fede che doveva essere rivelata. Così la legge è per noi come un pedagogo che ci ha condotto a Cristo, perché fossimo giustificati per la fede. Ma appena è giunta la fede, noi non siamo più sotto un pedagogo (Gal 3,23-25). Quelli che in Lui credono e sono da Lui chiamati, non sono più custoditi nell’ovile d’Israele, cioè sotto la Legge, ma seguono il Cristo perché ne ascoltano la voce e si nutrono della sostanza evangelica. Crisostomo afferma che le conduce fuori per metterle alla prova. «Non sono fuori dai lupi ma in mezzo ai lupi».

4 E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce.

Nessuno di coloro che gli appartengono resta all’interno del recinto d’Israele. Il pastore chiama tutti i suoi per nome e li conduce fuori. Solo quelli, che il pastore chiama per nome, possono uscire dal potere della Legge e da quello delle tenebre. Essi s’incamminano verso un nuovo esodo. E come la Nube della divina presenza guidava il popolo (cfr. Nm 10,34), così ora il Pastore guida i suoi precedendoli nel cammino. Il riferimento alla sua morte è molto chiaro (cfr. Gv 13,36-38). I suoi lo seguono perché ne conoscono la voce. La via della sequela è chiara perché coloro che appartengono al Cristo sentono e riconoscono la sua voce e quindi sanno dove camminare. Gesù pertanto garantisce che la sua voce risuona e i suoi la possono sentire e quindi possono seguirlo. La sua voce non risuona solo come rivolta all’intero gregge ma anche come rivolta a ciascuno. Ognuno di noi sa quale sia la parola che il Pastore gli ha rivolto. La coscienza cristiana è in dialogo con la voce del Pastore e quindi ciascuno di noi sa che quella è la sua voce. I tentativi che si fanno per camuffare la sua voce oppure per alterare la sua voce, anche se possono sedurre molti, falliscono. I veri pastori, nei quali risplende l’immagine dell’unico pastore, fanno udire la voce del Cristo. Essi, annunciando con correttezza l’Evangelo, sono i primi a seguire il Cristo e quindi precedono il gregge facendosi modello di coloro che sono stati loro affidati, come insegna l’Apostolo: Esorto gli anziani che sono tra voi, quale anziano come loro, testimone delle sofferenze di Cristo e partecipe della gloria che deve manifestarsi: pascete il gregge di Dio che vi è affidato, sorvegliandolo non per forza ma volentieri secondo Dio; non per vile interesse, ma di buon animo; non spadroneggiando sulle persone a voi affidate, ma facendovi modelli del gregge (1Pt 5,1-3).

5 Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei».

Appare ora la figura dell’estraneo, cioè di colui al quale il gregge non appartiene. Coloro che appartengono al vero pastore e ne conoscono la voce non seguono un estraneo di cui non conoscono la voce ma fuggono via da lui. L’estraneo s’impadronisce con violenza del gregge, seduce i credenti, li obbliga con le minacce o con le false promesse a seguirlo. Spontaneamente i credenti seguono il vero pastore.

Così è accaduto all’uomo guarito dalla sua cecità. Egli ha seguito in modo sempre più forte la voce del vero pastore e ha resistito alla voce dei farisei che sono sempre più diventati estranei al gregge d’Israele con il loro rifiuto del Cristo.

Chi pertanto è posseduto dal Cristo cresce nell’interiore certezza che Gesù è il vero pastore. Coloro che finora lo hanno rappresentato gli devono consegnare il gregge perché è suo. Essi vedono con chiarezza che è suo perché «il mondo è andato dietro di Lui» (Gv 12,19). Gesù sta quindi dicendo ai farisei di non resistergli ma di consegnargli il gregge perché in Lui ci sono i requisiti del vero pastore annunciato dalla Legge e dai profeti. Dal momento che i farisei non vogliono, in loro non risuona più la voce del vero pastore ma quella dell’estraneo. Gesù non vuole che giungano a questo rifiuto perché è la premessa dell’indurimento. Chi è indurito non conosce più la verità, ma solo la parvenza di essa. È questa la situazione dell’Israele di oggi. I suoi capi e gran parte del popolo non conoscono la verità ma solo i simboli e le figure di essa. Ma, poiché appartengono al Cristo, un giorno ne ascolteranno la voce e lo seguiranno.

6 Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro.

L’Evangelo registra che i farisei non comprendono questa parola. Essi si sono già chiusi in se stessi quindi non conoscono il disegno, che Dio rivela in Gesù attraverso i segni e le parole. Operano una volontaria opposizione che si trasforma nell’indurimento della loro intelligenza.

Essi volontariamente rifiutano di credere per cui diventano ciechi; non vedendo più i segni di Gesù e non ascoltando più le sue parole, i farisei diventano duri di cuore. Dal momento che non capiscono, i capi del popolo trascinano i giudei nell’odio contro Gesù al punto da volerlo uccidere.

Chi non capisce ma vuole capire, se bussa, gli sarà aperto.

7 Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore.

Poiché i farisei non sono giunti a conoscere il significato della parabola, Gesù ora la spiega. Egli si mostra misericordioso con loro e vuole vincere il loro ostinato rifiuto. Essi devono riferirsi a Lui perché Egli è la luce che illumina ogni uomo (Gv 1,9).

Gesù inizia la sua spiegazione dalla porta e dichiara in modo solenne: «In verità, in verità (lett.: Amen, Amen) io vi dico: Io sono la porta delle pecore». Se in precedenza abbiamo visto nella porta le Sante Scritture perché sono esse che danno accesso a Israele, ora ascoltiamo che Gesù dichiara di essere Lui la porta delle pecore. Egli non è solo Colui cui danno testimonianza le Scritture, ma Egli è la stessa Parola di Dio contenuta nelle divine Scritture. È Lui che proclama ed è Lui il proclamato. Egli è Colui che parla in esse, Egli è la Parola. Per questo non si può entrare nell’ovile senza passare attraverso di Lui. I farisei e tutti i giudei non possono separare le Scritture da Lui. Chi divide le Scritture dal Cristo le svuota perché si ferma alla lettera che uccide e non è reso vivo dallo Spirito perché il Signore è lo Spirito (2Cor 3,17). Dichiarandosi pertanto la porta delle pecore, Gesù li invita a leggere in Lui e con Lui le Scritture se vogliono avere accesso all’ovile d’Israele

Con l’immagine della porta, Gesù oltrepassa il significato più immediato della parabola per collocarsi in quell’unico luogo di mediazione tra Dio e l’uomo. Egli è l’unico accesso a Dio. Dice infatti: Io sono la porta delle pecore. Cioè tutti gli uomini per avere accesso a Dio devono passare attraverso di Lui. Egli, che ha preso la nostra natura umana, è l’unico mediatore tra Dio e gli uomini. Solo Lui introduce presso il Padre perché Egli è la porta del Signore e i giusti entrano per essa (Ps 117,20). Gesù pertanto invita tutti a credere in Lui perché solo Lui ci rende giusti. Giustificati dunque dalla fede abbiamo pace verso Dio mediante il Signore nostro Gesù Cristo (Rm 5,1).

8 Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati.

All’unica porta, che dà accesso alle pecore e che apre il cammino verso il Padre, si contrappongono tutti coloro che sono venuti prima di Gesù. Il prima di Lui non è da intendersi nell’ordine del tempo ma in quello dell’elezione. Vuole essere prima di Lui chi non solo non lo riconosce come l’unica Porta e l’unico Pastore ma anche ne rifiuta la rivelazione come Colui che è. Giovanni il Battista dichiara: «Colui che viene dopo di me sta davanti a me, perché esisteva prima di me» (1,15); Gesù conferma la sua testimonianza e dichiara: «Prima che ci fosse Abramo, IO SONO». Venire prima di Lui è pertanto dichiararsi a Lui superiore, rifiutare la sua missione nonostante le parole e i segni che la rivelano e la confermano. Quanti escludono Gesù sono ladri e briganti. Coloro che vengono in nome proprio e rifiutano l’unico e vero Pastore sono cattivi pastori che sfruttano il gregge del Signore. Abramo e i patriarchi, Mosè e i profeti conobbero il vero Pastore e in suo nome accolsero di pascere il gregge. Lui essi videro in visione, Lui annunciarono e prefigurarono con la loro stessa vita. Per questo non sempre furono accolti, subirono persecuzioni da parte di coloro che non conoscevano il vero Pastore e per Lui furono anche uccisi. Sant’Agostino non conosce la lezione prima di me e interpreta «Si deve intendere tutti quelli che sono venuti all’infuori di me» (XLV, 8). I veri profeti e pastori erano con Lui. «Colui che stava per venire mandava gli araldi; ma possedeva i cuori di coloro che aveva mandato» (ivi).

Coloro che sono venuti prima del Cristo, le pecore non li hanno ascoltati. Non sentivano in loro la voce dell’unico Pastore perché non entravano attraverso il Cristo nel gregge. Essi possono fare violenza alle pecore, le possono impaurire, ma non entreranno mai nel loro cuore. Solo il Pastore e quanti lo annunciano fanno breccia nel cuore dei credenti, gli altri invece li dominano, li sfruttano e con le loro minacce e le paure li tengono sotto di sé, ma non sono ascoltati e tanto meno amati.

9 Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo.

Io sono la porta. Con questa dichiarazione Gesù non si relaziona più alle pecore. Egli è l’unica porta attraverso la quale gli uomini devono entrare per essere salvati. Gesù non si pone solo in relazione ai suoi ma a tutti gli uomini. Da una parte Egli si rivela come l’unica porta, dall’altra ogni uomo è posto di fronte alla scelta; pur essendo necessario passare attraverso Gesù per essere salvati, tuttavia ciascuno è libero di scegliere. Da questo possiamo dedurre che la rivelazione evangelica illumina la coscienza di ogni uomo facendogli vedere in Gesù la Porta; ma dal momento che di fronte a questa rivelazione ognuno resta libero, può accadere che ci sia chi dichiari che Gesù non è l’unica porta di salvezza, ma una delle tante.

Dichiarando: Io sono la porta, Gesù rivela pure che è attraverso la sua umanità che si ha accesso alla vita divina. Nella lettera agli Ebrei (10,19-20) l’Apostolo ci presenta l’accesso al Santuario celeste tramite il sangue di Gesù e noi passiamo attraverso il velo, cioè il velo della sua carne. Porta e velo sono due immagini di cui l’una ci mostra la necessità di passare attraverso Gesù e l’altra ci fa conoscere come questo passaggio avvenga attraverso il suo Sacrificio.

Il passaggio attraverso di Lui porta al pascolo. Gesù usa l’espressione entrerà e uscirà. Chi è in relazione con Lui diviene come Lui libero e sicuro. In Nm 27,16-17 si dice che il capo del popolo è colui che esce ed entra liberamente e fa uscire ed entrare con sicurezza il gregge. Allo stesso modo chi è in Gesù si muove liberamente negli spazi spirituali, trovando sempre pascolo.

Se poi osiamo interpretare l’espressione entrare e uscire in riferimento alla vita spirituale potremmo dire che attraverso di Lui entriamo nel riposo dell’ovile nella pace della contemplazione del Figlio che ci rivela il Padre ed è dal Padre rivelato (cfr. Mt 11,25). Attraverso di Lui usciamo pure per operare nell’amore. Sia che siamo nel riposo della contemplazione sia che fatichiamo nelle operazioni spirituali, noi siamo continuamente in pascoli di erbe fresche (Sal 22,2) perché attraverso il pascolo delle Sante Scritture ci nutriamo sempre di Cristo.

10 Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza.

Chi non entra per quell’unica porta, che è Gesù, è ladro. Il suo unico scopo è quello di rubare, uccidere e distruggere. Il ladro può farsi passare per pastore per essere accolto dal gregge, ma se egli non passa attraverso il Cristo, egli forza l’entrata, cioè entra da un’altra parte, e quando è dentro si rivela perché ruba, uccide e fa smarrire al gregge la via retta. Chi invece passa per quell’unica porta cessa di uccidere e disperdere e diviene pastore vero. L’Apostolo Paolo prima che Gesù gli si rivelasse entrava nell’ovile del Signore per uccidere e disperdere, ma dopo che fu passato per l’unica porta con la fede in Cristo divenne vero pastore. Passa attraverso la porta chi riceve il mandato da Gesù di pascere le pecore e gli agnelli, come Pietro sulle rive del lago di Tiberiade, e accoglie coloro che gli sono stati affidati solo attraverso Cristo.

Come Gesù è la sola e vera porta, attraverso la quale tutti, pastori e fedeli, entrano ed escono, così Egli è l’unico che è venuto per donare agli uomini la vita e darla in modo abbondante. Questa è la sua missione. Da Lui la vita si comunica in modo sovrabbondante ai credenti. È chiaro che Gesù non comunica la vita come i maestri d’Israele che racchiudono i loro discepoli sotto la Legge. Questa può dare solo un pegno delle realtà future in quanto ne è ombra. Gesù invece dona la vita in modo sovrabbondante, cioè chi è in Lui cresce ogni giorno nella vita divina. Chi invece è sotto il dominio della Legge non riesce a superare il dominio della morte perché questa lo tiene prigioniero mediante il peccato; chi invece ha in sé la vita data da Gesù ha già vinto il peccato e ne distrugge le opere di giorno in giorno e sempre più cresce nella conoscenza di Dio fino al giorno in cui vedrà Dio.

PREGHIERA DEI FEDELI

  1. Preghiamo, fratelli e sorelle carissimi, perché il buon pastore ci conduca sempre ai pascoli della vita e trovi in noi, discepoli docili al suo insegnamento.

Padre santo ascoltaci

  • Per la Chiesa santa perché redenta dal sangue prezioso dell’Agnello pervenga ai pascoli eterni. Preghiamo il Signore.

  • Per il nostro papa N. e tutti i vescovi perché sulle loro labbra ci sia sempre l’Evangelo della vita e la Chiesa sia edificata nell’unità. Preghiamo il Signore.

  • Per quanti nel seminario crescono in sapienza, età e grazia per essere ministri di Cristo a servizio dei loro fratelli e per dispensare i doni posti da Dio nelle loro mani, preghiamo il Signore

  • Per i neofiti perché fortificati dallo Spirito dell’adozione di figli camminino sempre in novità di vita. Preghiamo per il Signore.

  • Per tutta la casa d’Israele perché riconosca con fede sincera Gesù il Crocifisso e lo accolga con amore sponsale come suo Signore e Messia. Preghiamo il Signore.

  • Per i figli dell’Islam perché si apra la porta dell’Evangelo ed entrando, trovino la vita eterna. Preghiamo per il Signore.

  • Per i poveri e oppressi o prigionieri e gli ammalati per le vedove e gli orfani perché gustino quanto è soave il Signore nella carità dei fratelli. Preghiamo il Signore.

  • Per i nostri cari: Il Signore custodisca l’innocenza dei bimbi renda sempre più puro l’amore nelle famiglie, dia pazienza e forza agli ammalati, luce a chi è smarrito. Preghiamo il Signore.

O Dio, nostro Padre, che nel tuo Figlio ci hai riaperto la porta della salvezza, infondi in noi la sapienza dello Spirito, perché fra le insidie del mondo sappiamo riconoscere la voce di Cristo, buon pastore, che ci dona l’abbondanza della vita.

Egli è Dio e vive e regna nei secoli dei secoli.

Amen