Denominatori che accomunano le religioni

Scoperti a Pietrabbondante resti dei culti pagani dell’antico Sannio

di Francesco Scoppola

Nel greco antico la presenza del duale, oltre al singolare, fa sì che solo dal numero tre in poi si passi al plurale. Ciò che è trino è dunque anche associabile, nei limiti di questo contesto culturale storico e geografico, all’idea di molteplice e alla continuità, alla fertilità. Essere tre consente di contemplare da fuori sia l’uno che l’altro, la gran copia è interamente inconoscibile ma tuttavia riconoscibile. La compresenza dell’unità e della molteplicità è forse il nucleo centrale attorno a cui ruota la storia delle religioni, della filosofia, del pensiero.

Un interessante, anzi prima ancora sorprendente, articolo di GianPaolo Dotto intitolato La morte di Dio e gli atei uscito sull’Osservatore Romano del 18-19 aprile (p. 4), ha affrontato in modo nuovo e sincero, inatteso, sgombro da pregiudizi e luoghi comuni, il tema della morte del divino, della fine dell’assoluto nell’esperienza esistenziale di atei e agnostici. L’argomento è stato trattato richiamando la consapevolezza, la volontaria sfida della conoscenza, del discernimento, della divisione tra il desiderato e il temuto, dell’uscita insomma dell’umanità dal giardino naturale. L’essere fatti a immagine e somiglianza della totalità dell’esistente ed essersi trovati a nutrire non solo il corpo ma anche la mente, alimentando la conoscenza, pone due problemi connessi: la sfida del riconoscimento del tutto in ogni parte, trasfigurato in ciascuno, da un lato, e, dall’altro, il fatto che anche la totalità perisce, è impermanente, sperimenta la morte, la fine, il dissolvimento. Ritorna certo, ma ogni volta appare, a tutta prima, irriconoscibile. E non solo come persona umana, ma anche come scintilla di vita. La creazione avviene mediante il tempo, tra l’essere che cresce e si espande e il nulla che si ritrae e pure corrispondentemente si dilata, mentre pare inghiottire ogni cosa. Tutte queste riflessioni sono state su queste pagine già mirabilmente affrontate e proposte e non è il caso dunque di proseguire nel tentativo di ripeterle in epitome.

Attraverso ogni percorso di ricerca, non si può negare che la verità sia nell’interesse alla conoscenza dell’esperienza di ciascuno. Le tradizioni più antiche in modo immediato avvertono di questa molteplicità di forme e conseguente infinita possibilità di riconoscimento. La molteplicità delle esperienze diverse può essere in particolare riconosciuta nei luoghi e nei secoli di loro maggiore compresenza.

Quel che, attingendo all’esperienza del quotidiano nel presente, si può ora aggiungere a quell’insieme di argomentazioni viene dal sottosuolo del Sannio. Il 28 aprile presso l’Istituto nazionale di archeologia e storia dell’arte si è tenuto un incontro sui risultati dell’ultima campagna di scavo condotta, nel 2016, a Pietrabbondante, in provincia di Isernia, nel Molise. Ne hanno parlato Adriano La Regina, con Nicola Marietti per la documentazione aerea e Palma D’Amico sull’erario del santuario, che ha restituito i resti di quella che è forse la più antica, vera e propria banca (munita di banco) conosciuta.

Molte erano state le cause di abbandono del sito: nell’89 prima dell’era cristiana, dopo la guerra sociale, il Sannio entra a far parte dello stato romano e il principale complesso di santuari della nazione sannitica, che è questo, viene dismesso. Nel terzo secolo dell’era cristiana, l’area del grande tempio in rovina è occupata da sepolture, dunque certamente da tempo non è più officiata. Tuttavia già il primo divieto politico proveniente da Roma, che per secoli dispiega i suoi effetti, potrebbe aver in qualche modo irrobustito la persistenza di forme di culto quasi criptiche, ridotte a un solo piccolo sacello, che risulta infine sepolto nel corso di una azione partecipata dalla comunità, quasi un rito, dopo il 407-408 dell’era cristiana: si tratta della più tarda sopravvivenza documentata di paganesimo.

L’interesse di questi ritrovamenti, che a oggi sono senza confronti, sta proprio nella loro originalità. Per comprendere il declino dell’area non bisogna però pensare solo a segnali di obbedienza, all’osservanza dei divieti. Nel 346 infatti vi è stato anche il grande terremoto del Sannio. Molti interventi compresi tra il primo e il quinto secolo più che ammodernamenti possono essere stati dunque anche di spoliazione.

Le ultime scoperte, restituite dall’indagine di un cumulo, poco più che una macera, hanno insomma consentito di conoscere la fine, la modalità di abbandono dell’ultimo lacerto di quel grande complesso di santuari. Le radici di quel luogo di devozione affondano nelle tradizioni religiose italiche, prima ancora della colonizzazione della Magna Grecia, prima quindi che l’Olimpo venisse tradotto in latino, prima che quel mondo di pensieri, di timori e di idee divenisse italico e poi comune al Mediterraneo e all’Europa. La fine di quella stessa devozione dalla radice tanto antica rappresenta uno degli ultimi baluardi di quanto noi definiamo paganesimo ma che all’epoca era religio per eccellenza, senza aggettivazione alcuna. Quando a soccombere e sparire sono interi sistemi di pensiero largamente condivisi, con le connesse rassicurazioni e speranze, dopo una esistenza di secoli o millenni, l’agonia si prolunga, il rito funebre è ancora più solenne e sentito. Anche se deve nascondersi. Nessuno può escludere risvegli o lasciti inattesi: non c’è da stupirsi in questi casi dell’arrivo improvviso di amici o parenti a tutti sconosciuti. La deposizione di una religione si fa insomma particolarmente partecipata e accurata, più complessa rispetto a quella di un individuo, per importante che sia.

Insomma la scoperta inattesa, rarissima e sorprendente è stata quella di imbattersi nel cimitero dei templi del posto. Deposizioni amorevoli, accurate, pietose. Perfino minuziose. Templi nella quasi totalità già da tempo abbandonati e desueti, ma con un sacello ancora in funzione fino all’inizio del quinto secolo. Bisogna considerare che dopo quello di Costantino è del 380 l’editto di Tessalonica che stabilisce il cristianesimo come religione di stato, con i successivi divieti che comminavano pene severissime non solo agli autori delle infrazioni ma anche ai conniventi, a chi non avesse vigilato: da venti libbre d’oro di ammenda alla morte. Questa ardita coda inattesa e trasgressiva di paganesimo nell’Italia centrale tardo antica può essere spiegata. Il protrarsi della violazione del divieto di perseverare nei riti definiti magici e intesi come superstizioni (letteralmente sopravvivenze superstiti) non può essere troppo a lungo sfuggita alla capillare rete di controllo di Roma. La tumulazione dell’ultimo piccolo tempio ancora vivente può forse essere stata accelerata dalla notizia di un’imminente ispezione di verifica. Si può dire che qui a Pietrabbondante, per evitare una profanazione, una distruzione oltraggiosa, l’ultima scintilla di religione sia stata quasi sepolta viva. Pur di non vederla cadere violata, abbattuta. Più semplicemente si tratta di un edificio intenzionalmente chiuso nell’ambito di un rito, con la sepoltura di tributi, monete, parti ed elementi di altri santuari. Probabilmente a iniziativa delle autorità del municipio di Trivento, per evitare le sanzioni: nel seppellimento del sacello l’obliterazione è attuata con procedura pagana. Un rito funerario e di sepoltura celebrato per l’edificio.

Una deposizione tanto accurata, con i resti dei templi smontati e quasi imbalsamati, parla da sola e conferma la remota tradizione mitologica in base alla quale Giove, unico sopravvissuto di tanti fratelli, avrebbe infine un giorno fatto vomitare a Saturno (il dio magmatico degli inferi, della gravità e del tempo) tutti gli altri suoi figli che aveva divorato. Questo sepolcreto di santuari costituisce insomma una vera e propria attesa di rinascita, in una ordinata e paziente amorevole ricomposta attesa.

Quando si giungerà, nello studio della storia delle religioni, all’esame comparativo e più ancora alla ricerca dei denominatori comuni? Il primo a tentarlo sistematicamente, ormai tanti anni fa, è stato forse Paolo Dall’Oglio con la sua accurata e attenta ricerca intitolata La speranza nell’islam. Più indietro ancora nel tempo, ma di tutt’altro tipo, quasi una sentenza, c’era stato un motto romano — ma ovviamente intrinsecamente greco — di Seferis, che vale la pena di ripetere con le parole del ricordo che ne aveva serbato Enzo Crea: «Ho fatto un sogno bellissimo: il paganesimo veniva dopo il cristianesimo». Il tempo, dopo averlo filato, si può riaggomitolare davvero: anche procedendo a ritroso. Non è da tutti il saper scompartire mestieri con le Parche. Come la felicità e la salute anche la conoscenza non si baratta, non si compra col denaro, semmai si offre, la consapevolezza si può solo costruire pazientemente, mentre tutto intorno è un disfare. Ma sia pure in questo assedio qualcuno ogni tanto, in buona compagnia ci riesce lo stesso.

A margine è ancora da notare che la conoscenza dell’ultima fine dei santuari e della domus publica a essi associata, espressione concreta della cura dell’interesse generale di tutti, funzione mutuata in età repubblicana da quella precedente della regia, sia adesso avvenuta e continuerà nei prossimi anni con l’avvio di nuove forme di finanziamento dello scavo, che per carenza di risorse pubbliche ha visto sul posto in qualche modo risorgere la tradizione dei templi antichi, dei donari, tramite una ripresa di iniziativa partecipata, nelle recenti volontarie forme telematiche delle donazioni.