No country for families

di Andreas Hofer

 

 

 

 

 

 

 

 

No country for families. Ogni diagnosi sullo stato della famiglia, specialmente nel mondo occidentale, evoca immancabilmente pensieri e giudizi analoghi. Senza scomodare ulteriormente Cormac McCarthy, non è forse questo il senso delle parole pronunciate recentemente da papa Francesco? La famiglia, dice il Papa, vive attualmente sotto il tallone di una «cultura del provvisorio». È afflitta da una crisi senza precedenti, che si riallaccia a quella «rivoluzione nei costumi e nella morale» che «ha spesso sventolato la “bandiera della libertà”, ma in realtà ha portato devastazione spirituale e materiale a innumerevoli esseri umani, specialmente ai più vulnerabili».

Non bisogna cadere nell’errore, avverte il pontefice, di considerare l’istituzione familiare secondo categorie ideologiche o storiche. La famiglia è piuttosto un «fatto antropologico» e va annoverata tra i «beni immateriali» della società. Deve essere qualificata come uno dei «pilastri fondamentali che reggono una nazione » assicurandone la « convivenza e la garanzia contro lo sfaldamento sociale».

Famiglia = sentimento: una falsa equazione

Le ragioni della famiglia portate avanti dal Papa trovano un importante riscontro, oserei dire perfino un’anticipazione, nel primo libro del giovane sociologo Giuliano Guzzo, classe 1984, vicentino di nascita ma trentino d’adozione, già noto agli internauti per la sua infaticabile attività di blogger e articolista.

La famiglia è una sola, così è intitolato il libro edito dalle Edizioni Gondolin, è un saggio breve (poco più che un centinaio di pagine) ma minuziosamente documentato, in cui la ricerca dell’oggettività scientifica non si sposa alla neutralità. Obiettivo, di certo non avalutativo, Guzzo designa il suo avversario fin dalle prime pagine del libro individuandolo nell’ideologia denominata «relativismo familiare».

Per il relativismo familiare la famiglia naturale – quel nucleo composto, per intenderci, da un uomo e una donna stabilmente uniti, oltre che dall’eventuale prole – è destinata a segnare il passo dinanzi all’incedere inarrestabile di una pluralità di modelli affettivi. Dove c’è sentimento c’è famiglia, si dice, arrivando così a stabilire una rigida corrispondenza tra l’essere famiglia e il sentirsi famiglia. Tale è il perimetro – o il letto di Procuste – che il relativismo familiare è disposto a concedere, non altro.

Al sociologo vicentino non sfugge la pericolosità di un simile parametro. In definitiva il relativismo familiare non è che un sottoprodotto di quella «ideologia del pluralismo» indicata dal giusnaturalista John Finnis come lo strumento dialettico che ha consentito di precipitare le liberaldemocrazie occidentali in uno stato di «anteguerracivile».

Il relativismo familiare come fattore di desocializzazione

È questa ideologia pluralistica, che da una constatazione – la pluralità delle culture – deriva un assoluto morale – la relatività di ogni valore – ad aver veicolato l’attacco diretto alla nozione di bene comune. Si è così sprigionata un’offensiva di tale intensità da minare le ragioni della cooperazione nella vita sociale e politica. Lo storico britannico Matthew Fforde addebita in buona parte a una simile «filosofia del vuoto» la dinamica che maggiormente caratterizza la post-modernità: la «desocializzazione», quel fenomeno che produce una progressiva liquefazione dei vincoli sociali.

Civiltà significa prima di tutto, faceva notare Ortega y Gasset, volontà di convivenza. Cadere nella barbarie vuol dire, all’opposto, coltivare la tendenza alla dissociazione. Laddove si impedisce la condivisione di un patrimonio comune di princìpi e verità essenziali si preclude d’anticipo anche la via dell’integrazione sociale: l’affievolirsi dei legami sociali lascia spazio a una conflittualità endemica, a bassa intensità, forse, ma ad alto rischio di radicalizzazione.

Annichilire ogni fondamento della morale genera infatti un desiderio intenso, disperato, di certezze, che può indurre ad abbracciare universi morali contraddistinti da un’intransigenza cieca e irragionevole. Anche la coscienza, come la natura, sembra aborrire il vuoto. E così accade che alla tolleranza assoluta del relativismo si alterni l’intolleranza altrettanto assoluta del fanatismo (la tragica storia della gioventù europea transitata dal nichilismo all’ideologia jihadista è più che eloquente a tale riguardo). Questa sciagurata alternanza consegna pertanto l’eredità avvelenata di una «dis-società» in stato di nebulizzazione.

Alla scoperta del genoma familiare

Occorre perciò fare tesoro della puntuale disamina di Guzzo, che sfata, uno dopo l’altro, gli idola fori impressi nell’immaginario collettivo dalla martellante propaganda relativistica. Tra questi, come ha ben visto papa Bergoglio, il più ostinato è forse il mito di una pretesa genesi confessionale della famiglia nucleare, che diversi elementi storici, antropologici e sociologici attestano invece essere sempre esistita e riconosciuta come “società naturale” anche prima dell’avvento del Cristianesimo. Al contrario, la famiglia si profila nei termini di una presenza universale, sovrapponibile a quella dell’istituto matrimoniale, configurandosi come una struttura storicamente rintracciabile in tutte le civiltà.

Sostenere una simile tesi non equivale a richiamare immagini utopiche o celebrative della famiglia (la retorica della “grande famiglia” come regno della perfetta letizia) né a farsi propugnatori di un essenzialismo ingenuo (la famiglia elevata a “motore immobile”, cristallizzata in una tipologia storicamente assoluta e immutata; perché ci si ridurrebbe a fare l’apologia dell’assurdo disconoscendo, nelle funzioni legate alla mascolinità e alla femminilità, l’esistenza di un aspetto contingente o accidentale, dipendente da convenzioni o usi variabili a seconda dei tempi e dei luoghi).

Dire che la famiglia è una, sola e universale equivale piuttosto a riconoscere, sulla scia del sociologo Pierpaolo Donati, l’esistenza di un «genoma familiare».

Prendendo in prestito le parole dello stesso Guzzo, si può affermare che «nonostante alcune variazioni, vi sia un modello di società naturale fondato sul coniugio fra un uomo e una donna che riveste universalmente la funzione di stabilizzare e tutelare gli scambi fra di essi, determinando l’assolvimento di compiti comuni, primi fra tutti quelli legati alla procreazione e all’educazione dei figli».

In sette densi capitoli Guzzo elenca poi – sciorinando un corposo campionario di dati statistici attinto dalla letteratura scientifica – i benefici materiali, sociali e psicologici della famiglia, mostrando come essa sia tutt’altro che surrogabile e, pertanto, inassimilabile ad altre forme di convivenza.

In famiglia, per resistere all’invasione del luogo comune

Nella presentazione del libro Eugenia Roccella ricorda l’importanza cruciale dell’ora presente per la famiglia italiana, sottoposta alla pressione schiacciante di un attacco concentrico. Una vera e propria «onda anomala» che ha aperto numerosi e vastissimi varchi in campo culturale, mediatico, politico, legislativo e amministrativo.

La prefatrice individua nella famiglia l’ultima Thule del senso comune, la sede dell’ostinata resistenza di quell’intuitiva comprensione del mondo maturata attraverso la mediazione dell’esperienza e della tradizione. A lungo la famiglia è stata la sola, residua riserva in grado di preservare gli spiriti dall’invasività del luogo comune. Si è costituita cioè come un argine a quella visione del mondo astratta, artificiale e prefabbricata, modellata sul calco del pensiero dominante. E che ha nei media mainstream il vettore privilegiato.

L’«eccezione italiana», scrive la Roccella, si è nutrita di questa resistenza spontanea dei cuori, ma pare ormai sul punto di cedere ad un assedio prolungato e senza tregua. Da una parte avanza, sempre più invasiva, una cultura relativista che aspira a legittimare ogni desiderio individuale trasformandolo in diritto esigibile. A questa avanzata si affianca, parallela, una preoccupante tendenza da parte della magistratura a prospettarsi come avanguardia cosciente degli orientamenti relativistici, in forza di un’investitura che la porta a scavalcare gli organismi di rappresentanza e l’elettorato (reputato “immaturo” o “arretrato”) per affermare i nuovi “diritti individuali” a colpi di sentenze. La «giurisprudenza creativa», una variazione sul tema dell’ideologia tecnocratica affrontato dalla Caritas in veritate di Benedetto XVI, si sta affermando in tutti i paesi attraverso le corti nazionali e internazionali, assottigliando gli spazi della politica e indebolendo la democrazia.

Un patrimonio dell’umanità

Non c’è errore più esiziale di considerare la famiglia una “idea cattolica”. Così ci si vota all’autoghettizzazione. La famiglia invero costituisce un patrimonio dell’umanità che nulla ha da invidiare a quelli elencati nella lista dell’Unesco. È il luogo d’elezione della cultura del dono, matrice di quella socialità primaria che consente ai soggetti umani di essere costituiti in persone.

L’uomo necessita di rapporti interpersonali. Una vita autenticamente umana esige di allacciare relazioni tra individui che hanno un nome, un volto, una storia. Non si vive soltanto della sfera astratta e impersonale del mercato e dello stato. Nessuna società può sopravvivere attestandosi unicamente all’interno di questo registro, a meno di non cadere nel dispotismo che già Tocqueville vedeva affacciarsi minaccioso all’orizzonte della democrazia.

Aggredire la famiglia non porta che a ripercorrere le gesta dei titani che, come ha scritto Chesterton, non potendo distruggere le cose divine assalirono le cose non divine. Se furono incapaci di issarsi fino al cielo, in compenso seppero come devastare il mondo.