L’eucaristia: come dire oggi la presenza reale

Pierpaolo Caspani *

«La mia catechista, preparandomi al giorno della mia prima Comunione, mi ha detto che Gesù è presente nell’Eucaristia.
Ma come? Io non lo vedo!».La domanda è quella che Andrea ha rivolto a Benedetto XVI il 15 ottobre 2005, nel corso dell’incontro del Papa con i bambini della prima comunione. Le domande dei bambini, si sa, spesso ci spiazzano perché vanno al cuore delle questioni, senza troppi giri di parole. Per la verità, anche la risposta del Papa in quell’occasione fu piuttosto diretta e, a mio avviso, efficace. Vi chiederei però la pazienza di attendere un momento prima di ascoltarla, perché è importante ricostruire lo sfondo sul quale collocarla. A tale scopo, ripercorriamo anzitutto velocemente la storia che ha visto emergere domande simili a quella di Andrea, che con il tempo hanno catalizzato (per non dire monopolizzato) buona parte della riflessione sull’eucaristia.

Una corsa lungo la storia

In principio la celebrazione

Fin dall’inizio le comunità cristiane celebrano l’eucaristia. Il dato è documentato da brevi cenni, presenti negli Atti degli Apostoli, che parlano dello «spezzare il pane» (At 2,42.46; 20,7-11; 27,35), e da due richiami, contenuti nella prima lettera di Paolo ai Corinti, che indica la celebrazione col sintagma «la cena del Signore» (1Cor 10,16-17 e 1Cor 11,17-34). E sono proprio Luca (autore degli Atti) e Paolo a mettere in bocca a Gesù un termine che ci offre una chiave importante per capire il senso del rito eucaristico: «Fate questo in mia anamnesi/quale mio memoriale» (Lc 22,19; 1Cor 11,24.25).

Nella tradizione ebraica e giudaica, il memoriale è un rito liturgico attraverso cui il popolo rivive le azioni che Dio ha compiuto in suo favore. Memoriale per eccellenza è la Pasqua (cf Es 12,14), che ri-attualizza gli eventi della liberazione dall’Egitto, incentrati sul passaggio del mar Rosso. Mentre la famiglia ebraica mangia la cena pasquale, il figlio più piccolo, rivolgendosi al padre di famiglia, chiede: «Perché questa notte è diversa da tutte le altre notti?». E il padre risponde:

«In ogni generazione e generazione ognuno è obbligato a vedere se stesso come essendo proprio lui uscito dall’Egitto… Non i nostri padri soltanto liberò il Santo – benedetto Egli sia! –, ma anche noi liberò con essi, siccome è detto: “E noi fece uscire di là…”».

Come a dire: «Noi fisicamente/materialmente non eravamo presenti quando i nostri padri uscirono dall’Egitto; tuttavia, facendo il memoriale di quell’evento attraverso la cena pasquale, anche noi partecipiamo a quell’evento ed entriamo nell’alleanza che esso ha inaugurato». Nei racconti di Luca e Paolo, col termine memoriale Gesù indica il gesto che egli comanda di compiere ai suoi discepoli: l’eucaristia, dunque, è anamnesi/memoriale di Lui e della sua azione di salvezza, culminante nella Pasqua (morte e risurrezione) di Gesù.
Rispetto al memoriale giudaico, l’eucaristia cristiana presenta una novità radicale: la Pasqua di cui si fa memoria rappresenta l’evento di salvezza definitivo. In essa Dio ha fatto tutto quel che doveva fare, ha dato tutto quel che aveva da dare, ha detto tutto quel che aveva da dire: «Tutto è compiuto» (Gv 19,30). Adesso resta solo una cosa da fare: prendere parte a questo evento, lasciarsi coinvolgere in esso perché la vita assuma i contorni della dedizione rivelata dal crocifisso risorto. Quel memoriale che è l’eucaristia c’è proprio per questo: per essere il gesto rituale attraverso cui i credenti sono resi partecipi della Pasqua di Gesù.
Per questo, le antiche parole che il padre di famiglia ebreo pronuncia nel corso della cena pasquale potrebbero essere riprese e adattate alla celebrazione dell’eucaristia cristiana. E suonerebbero più o meno così:

In ogni generazione e generazione ognuno di noi è obbligato a vedere se stesso, con l’occhio penetrante della fede, come se fosse stato proprio lui là sul Calvario nel primo venerdì santo e dinanzi alla tomba vuota il mattino della risurrezione. Infatti non solo i nostri padri erano là; ma noi tutti, oggi qui radunati per celebrare l’eucaristia, eravamo là con loro, intenti a morire nella morte di Cristo e a risorgere nella sua risurrezione [1].

Né Paolo, né Luca, né gli altri autori neotestamentari che parlano dell’eucaristia (Marco, Matteo e Giovanni) si impegnano a dimostrare che il pane e il vino utilizzati nell’eucaristia sono il corpo e il sangue di Cristo. Non perché non ci credano o perché la cosa risulti indifferente. Semplicemente, l’identità tra il pane e vino eucaristici e il corpo e sangue di Cristo è un presupposto talmente pacifico e incontestato che non si sente il bisogno di farlo oggetto di esplicita riflessione. Che però il presupposto sia presente e operante lo si vede ad esempio quando Paolo dichiara che ogni comportamento indegno nei confronti del pane e del calice della cena rappresenta un reato contro il corpo e il sangue del Signore (1Cor 11,27). Evidentemente un’affermazione del genere ha senso solo presupponendo che gli alimenti eucaristici siano il corpo e sangue del Signore. Un’interpretazione che vedesse nel pane e nel vino dell’eucaristia semplici segni che fanno pensare al corpo e sangue di Cristo risulterebbe quindi estranea al Nuovo Testamento.

Lo sguardo concentrato sul pane e sul vino

Anche nei Padri della Chiesa (grosso modo fino al VII secolo) rimane inalterata la fede nel pane e vino eucaristici come corpo e sangue di Cristo. Benché questa identità venga espressa con sottolineature e linguaggi diversi, mai tuttavia ne viene compromesso il realismo. Un realismo che non è criticamente giustificato, ma costituisce il presupposto necessario di tutta una dottrina, attenta piuttosto a evidenziare il fine dell’eucaristia, cioè la costituzione del corpo di Cristo che è la Chiesa. Le cose cambiano gradualmente nel passaggio dall’epoca patristica al medioevo. Il nuovo orizzonte culturale determina tra l’altro il progressivo concentrarsi dell’attenzione sul pane e vino eucaristici, considerati indipendentemente dal contesto della celebrazione. Coerentemente la domanda che suscita interesse e dibattito diventa quella relativa al rapporto che esiste tra essi e il corpo e sangue di Cristo. Così, mentre l’azione celebrativa rimane sempre più sullo sfondo, quello che nel Nuovo Testamento e nei Padri era il presupposto pacifico di ogni affermazione sull’eucaristia – l’identità tra il pane e vino posti sull’altare e il corpo e sangue di Cristo – diventa oggetto di riflessione critica, nonché di accese discussioni. Per arrivare a un’esplicita negazione dell’identità tra i cibi eucaristici e il corpo di Cristo, bisogna però attendere il XVI secolo, con le tesi di H. Zwingli (1484-1531) e dei suoi seguaci. Per il riformatore di Zurigo, la «santa cena» è la commemorazione del sacrificio della croce, accaduto in passato una volta per tutte. Poiché tale commemorazione è intesa come un ricordo puramente soggettivo, la presenza di Cristo nella cena è qualcosa di puramente spirituale, che avviene nelle menti e nei cuori di quanti si ricordano di lui grazie al pane e al vino, semplici segni che fanno pensare al suo corpo e sangue. Questa posizione non è condivisa dagli altri esponenti della riforma protestante: Lutero l’ha sempre energicamente rifiutata e anche Calvino, che vuole mediare tra Lutero e Zwingli, sembra più vicino al primo che non al secondo.

La dottrina cattolica secondo il concilio di Trento

Alle contestazioni provenienti dalla Riforma la Chiesa cattolica risponde con il concilio di Trento (1545-1563). Le principali affermazioni dottrinali sul tema della presenza reale possono essere sintetizzate in questi termini [2]:
– tutto Gesù Cristo («corpo, sangue, anima e divinità») è «contenuto» nell’ eucaristia
– in modo «vero», non solo come in un «segno» vuoto che rinvia a un significato ad esso esteriore;
– in modo «reale», non solo come in una «figura» che semplicemente ritrae una cosa o una persona che si trovano altrove; – in modo «sostanziale», non solo come se Cristo esercitasse la propria forza (virtus) attraverso gli alimenti eucaristici, rimanendone comunque a distanza. – La presenza sacramentale di Cristo, delineata in questi termini, non contraddice «il fatto che lo stesso nostro Salvatore sieda sempre nei cieli alla destra del Padre, secondo il modo di esistere naturale» [3].

– attraverso la «transustanziazione». Alla dottrina della presenza reale si collega, come necessaria implicazione logica, la realtà indicata col nome un po’ complesso di «transustanziazione». Se crediamo che il pane e il vino eucaristici sono il corpo e il sangue di Cristo, la transustanziazione precisa che ciò è possibile perché la loro sostanza è completamente mutata nel corpo e sangue del Signore, lasciando però immutate le caratteristiche sensibili del pane e vino (grandezza, sapore, profumo …), che il concilio chiama «specie». La categoria di «sostanza» è stata accuratamente elaborata nell’ambito della filosofia aristotelica e poi ripresa soprattutto da san Tommaso d’Aquino. Il concilio di Trento, però, non la utilizza in senso tecnico e filosofico, bensì secondo il linguaggio del senso comune. Un po’ come quando noi diciamo: «La sostanza del tuo discorso è che…»; oppure: «In sostanza, tu vuoi dire che…». In questa linea, la sostanza del pane e del vino è la loro realtà interiore, il loro «fondo inafferrabile» che i sensi non percepiscono, ma che la ragione indica come la loro identità, la loro più intima essenza, fondamento e ragion d’essere di tutte le loro proprietà sensibili. La dottrina cattolica non si spinge oltre, evitando di entrare nel dibattito filosofico circa la natura della sostanza. Evidentemente però il discorso della transustanziazione è incompatibile con quei modi di vedere la realtà che la riducono interamente a ciò che di essa si può sperimentare. La transustanziazione, infatti, si pone al di là sia dell’esperienza comune, sia di quella scientifica e non potrà mai essere né provata, né contraddetta dalla scienza sperimentale.

Alla ricerca di nuovi linguaggi

Nella seconda metà del XX secolo, emerge con forza l’esigenza di rileggere la dottrina della presenza reale eucaristica in termini più adeguati alla cultura contemporanea. Si tratta in particolare di comprendere la presenza reale e il mutamento del pane e del vino mettendo da parte il concetto di sostanza, che finirebbe per ridurre la presenza eucaristica alla presenza fisica di una «cosa» tra le altre. A tale scopo, parlare di un mutamento di «finalità», di «significato» o di «funzione» del pane e del vino consentirebbe di pensare la presenza eucaristica come presenza personale del Signore, aperta alla relazione con gli uomini. Così esemplifica un autore contemporaneo:

«Per esempio, un anello che in un primo momento poteva essere adeguatamente definito in base alla quantità d’oro in esso contenuta e in base al suo prezzo di mercato, diventa qualcosa di essenzialmente diverso se qualcuno lo regala alla propria ragazza in segno del proprio amore: donando l’anello il ragazzo dona se stesso. In maniera simile, nel complesso dell’evento della celebrazione eucaristica Gesù Cristo fa del pane e del vino qualcosa che è essenzialmente di più del pane e del vino. I doni non cessano di essere pane e vino (così come l’anello conserva il suo contenuto di oro); però essi hanno assunto un altro significato e chi vuole dire qualcosa di essenziale su di essi, non coglierebbe la loro realtà, se li chiamasse semplicemente pane e vino» [4].

Nelle intenzioni di chi lo propone, questo modo di parlare della presenza reale vorrebbe esprimere in modo rinnovato la medesima dottrina fatta valere dal concilio di Trento. Di fatto, il mutamento del pane e del vino, riletto come
mutamento di significato o di finalità, sembra troppo legato al mutamento di ciò che il soggetto percepisce nel pane e nel vino. Si tratterebbe cioè di un mutamento che resta alla «superficie» del pane e del vino, senza toccarne la realtà profonda, come invece insegna la dottrina cattolica formulata a Trento [5].

Passi verso il mistero

Ci siamo forse un po’ dilungati nella ricostruzione storica, ma non è stato tempo perso. Dalla storia infatti emergono gli elementi che ci permettono di avvicinarci al «mistero della fede». Per chi crede, «mistero» non è qualcosa di oscuro, in cui nulla c’è da capire. Al contrario, si tratta di qualcosa di così profondo, in cui c’è sempre qualcosa di nuovo da scoprire e mai possiamo dire di averne raggiunto il fondo. Sempre nuovi passi sono possibili verso il mistero e all’interno di esso. Quelli che scandiscono il nostro cammino verso/dentro il mistero della presenza di Cristo nel pane e vino eucaristici sono sostanzialmente tre: ritrovare il contesto; riscoprire il senso e rinnovare lo sguardo sulla realtà.

Ritrovare il contesto

La storia ci ha insegnato che il rapporto tra il pane e vino dell’eucaristia e il corpo e sangue di Cristo ha cominciato ad essere avvertito come un problema quando, con l’inizio del Medioevo, lo sguardo di fedeli e teologi si è sempre più concentrato su di essi, considerandoli in se stessi a prescindere (o quasi) dal contesto nel quale essi sono per loro natura inseriti, cioè la celebrazione eucaristica. Ritrovare il contesto, cioè guardare a quel pane e vino dentro la celebrazione, è il primo, necessario passo per riguadagnarne una visione più equilibrata. La celebrazione è infatti il luogo di una multiforme presenza di Cristo. Egli è presente nella comunità che celebra, nel ministro che la presiede, nella Parola che viene proclamata… Tutte queste forme di presenza del Signore sono reali, ma la sua presenza sotto le specie del pane e del vino consacrati è «reale» per antonomasia. La fede in tale presenza si fonda sulle parole dell’ultima cena: «Questo è il mio corpo dato» – «Questo è il mio sangue versato». Parole queste che si riferiscono alla persona di Gesù Cristo nell’atto di donare la vita sulla croce: è lui che si rende presente nel pane e nel vino dell’eucaristia. In effetti, se lo scopo della celebrazione è quello di coinvolgere i fedeli nel dono di sé che Cristo ha fatto sulla croce, l’identità tra il pane e vino eucaristici e il corpo dato e il sangue versato del Signore (cioè lui stesso nell’atto di dare la vita) dà a quel coinvolgimento una profondità sorprendente, inattesa, ma del tutto sensata in una logica di fede. La celebrazione è anche il luogo di un’«azione attuale» di Cristo. Molto eloquente in proposito è l’espressione che il rito della messa con i fanciulli propone dopo la consacrazione del pane e del vino: «È il Signore Gesù che si offre per noi». In effetti, attraverso l’azione dell’assemblea eucaristica presieduta dal prete o dal vescovo, è il Signore stesso che agisce nella forza dello Spirito per rendere presente il dono della propria vita offerta sulla croce e coinvolgere in essa i credenti. È dunque ultimamente Gesù Cristo che – nella forza dello Spirito e attraverso l’azione rituale della Chiesa – cambia il pane e il vino nel suo corpo dato e nel suo sangue versato, cioè nella sua vita donata.

Riscoprire il senso

Una volta ritrovato il contesto adeguato nel quale collocare (o meglio ricollocare) il tema della presenza reale di Cristo, cioè, la celebrazione, diventa più agevole metterne a fuoco il senso. A tale proposito possiamo forse lasciare da parte l’espressione un po’ astratta di «presenza reale» per dire più semplicemente: il pane spezzato e il vino condiviso dell’eucaristia sono il corpo dato e il sangue versato del Signore, cioè si identificano con lui nell’atto di dare la vita sulla croce. – Il credente non si accontenta di dire che pane e vino sono dei segni che fanno pensare al corpo di Cristo; né che sono immagini che lo ritraggono, mentre lui è altrove; né che attraverso di essi il Signore sprigiona la sua forza… Queste espressioni sono insufficienti. Occorre riconoscere un’identità reale – ontologica dicono i teologi – tra quegli alimenti e la persona del Signore. La posta in gioco è alta. – Si tratta in fondo di riconoscere che la presenza eucaristica – in quanto reale – non è il frutto, il prodotto della fede del soggetto credente. Evidentemente solo con un atto di fede si può riconoscere la presenza reale; ma – nell’atto stesso con cui il credente riconosce che quel pane è il corpo di Cristo – riconosce di non essere lui, con la sua fede, a far sì che l’eucaristia sia il corpo di Cristo. – L’eucaristia è corpo di Cristo in se stessa, anteriormente all’atto di fede con cui il credente la riconosce come tale. Se è certo che l’eucaristia è stata voluta dal Signore per noi, essa ha comunque una consistenza al di fuori di noi, indipendente dalla nostra volontà e dalla nostra fede. È quindi ultimamente un dono, che tocca a noi riconoscere, ma che non possiamo procurarci da noi.

Rinnovare lo sguardo sulla realtà

Certo, il discorso resta arduo. Tale risulta soprattutto all’interno di una cultura come la nostra, che tende a ridurre tutta la realtà a ciò che di essa si può sperimentare con i sensi o con gli strumenti offerti dalla scienza. E poiché la presenza eucaristica non può essere oggetto di questo tipo di esperienza, essa rimane inevitabilmente tagliata fuori dal novero di ciò di cui è serio occuparsi. Ma la realtà si può davvero ridurre a ciò che di essa possiamo sensibilmente sperimentare? Non esistono forse dimensioni della realtà che sfuggono alla presa dei sensi, ma sono assolutamente reali? Di questo genere non sono forse le realtà che, ben più profondamente di altre, tengono in piedi l’esistenza?

È in questa linea che si muove la risposta di Benedetto XVI alla domanda di Andrea da cui siamo partiti. Adesso ascoltiamo la risposta, sperando che il percorso fatto ci possa aiutare a gustarla appieno:

Andrea: «La mia catechista, preparandomi al giorno della mia prima Comunione, mi ha detto che Gesù è presente nell’Eucaristia. Ma come? Io non lo vedo!» Benedetto XVI: «Sì, non lo vediamo, ma ci sono tante cose che non vediamo e che esistono e sono essenziali. Per esempio, non vediamo la nostra ragione, tuttavia abbiamo la ragione. Non vediamo la nostra intelligenza e l’abbiamo. Non vediamo, in una parola, la nostra anima e tuttavia esiste e ne vediamo gli effetti, perché possiamo parlare, pensare, decidere… Così pure non vediamo, per esempio, la corrente elettrica, e tuttavia vediamo che esiste, vediamo questo microfono come funziona; vediamo le luci. In una parola, proprio le cose più profonde, che sostengono realmente la vita e il mondo, non le vediamo, ma possiamo vedere, sentire gli effetti. L’elettricità, la corrente non le vediamo, ma la luce la vediamo. E così via. E così anche il Signore risorto non lo vediamo con i nostri occhi, ma vediamo che dove è Gesù, gli uomini cambiano, diventano migliori. Si crea una maggiore capacità di pace, di riconciliazione… Quindi, non vediamo il Signore stesso, ma vediamo gli effetti: così possiamo capire che Gesù è presente. Come ho detto, proprio le cose invisibili sono le più profonde e importanti. Andiamo dunque incontro a questo Signore invisibile, ma forte, che ci aiuta a vivere bene» [6].

Forse il richiamo alla ragione, all’intelligenza e all’anima risulta un po’ elevato per un bambino. D’altra parte, il riferimento alla corrente elettrica può suonare un tantino «fisicista»… Ma è il cuore del discorso che colpisce nel segno: «Proprio le cose invisibili sono le più profonde e importanti». In fondo è il segreto che la volpe rivela al piccolo principe nel poetico racconto di A. de Saint-Exupery: «Ecco il mio segreto. È molto semplice: non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi» [7].

NOTE

1 C. Giraudo, Conosci davvero l’eucaristia?, Qiqajon, Magnano 2001, p. 124.
2 Queste affermazioni si trovano nel decreto tridentino De sanctissima eucharistia, promulgato I’ll ottobre 1551. Il testo si trova in H. Denzinger, Enchiridion symbolorum, definitionum et declarationum de rebus fidei et morum, (a cura di P. Hünermann), EDB, Bologna 1995, nn. 16351661.
3 Ibid., nn. 1636; 1651.
4 F. J. Nocke, Dottrina dei sacramenti, Queriniana, Brescia 2000, pp. 146-147.
5 Per questo motivo, pur senza rifiutare un dialogo con le istanze della contemporaneità, già nel 1965 Paolo VI metteva in guardia dai rischi insiti in questa impostazione: Paolo VI, Lettera enciclica Mysterium fidei su dottrina e culto dell’eucaristia, in Enchiridion Vaticanum, EDB, Bologna 1981, vol. II, nn. 406-443.
6 http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/speeches/2005/october/documents/hf ben_xvi_sp e_20051015_meeting-children_it.html.
7 A. De Saint-Exupery, Il piccolo principe, Bompiani, Milano 1979, p. 98.

* Docente di teologia sacramentaria al Seminario Arcivescovile di Milano e all’Istituto Superiore di Scienze Religiose di Milano.

3D. Tredimensioni 9 (2012) pp. 48-57.