Cavalieri e principesse

di Andreas Hofer

 

È davvero un libro importante quello di Giuliano Guzzo, Cavalieri e principesse (Cantagalli, Siena 2017), ideale prosecuzione del discorso iniziato tre anni fa col bellissimo saggio La famiglia è una sola.
Il libro, da poco uscito, sta già riscuotendo un grande successo. Ma di cosa parla questa seconda fatica del sociologo vicentino? La sua tesi è esplicitata nel sottotitolo: Donne uomini sono davvero differenti, ed è bello così.

Cavalieri e principesse è dunque una difesa della differenza sessuale e della sua bellezza. Una difesa tanto più urgente oggi, nel momento storico in cui un pensiero unico sempre più assillante tenta di neutralizzare ogni differenza tra uomo e donna (giova ricordare che «neutro» proviene dal latino «neutrum», composto da «ne» e da «uter»: né uno né l’altro).

Il pensiero unico genderista (una «colonizzazione ideologica» in piena regola, per usare il lessico di papa Francesco) livella la differenza dei sessi inchiodando uomo e donna al loro minimo comun denominatore: un genere neutro, potenzialmente aperto a ogni possibilità. Così le due metà del cielo appaiono una specie di materiale omogeneo. Le differenze tra maschile e femminile non hanno nulla di originario ma derivano, ci viene ripetuto, dalle trasformazioni impresse dalla società, dall’educazione e dalla cultura a questa materia informe e infinitamente plasmabile.

«Nel discorso scientifico contemporaneo», fa notare l’antropologo David Le Breton, «il corpo è pensato come una materia indifferente, semplice supporto della persona. Ontologicamente distinto dal soggetto, diventa un oggetto a disposizione sul quale agire allo scopo di migliorarlo, una materia prima nella quale si diluisce l’identità personale e non più una radice identitaria dell’uomo». (David Le Breton, L’adieu au corps, Métailié, Paris 1999, p. 9)

Il nemico, come nelle antiche teorie gnostiche, è la corporeità dell’essere umano. La sfida è epocale e non può essere liquidata con generici appelli al buon senso antico. Certo, la «resistenza dello stupore» è la prima e spontanea reazione davanti alle fantasie delle mente umana. Ma essa non può sostituire la riflessione. In alcuni momenti storici anche le ovvietà del senso comune vengono rimesse in discussione. Perciò c’è necessità di rifondarle di nuovo. Aristotele pensava che chi ritiene legittima l’uccisione della propria madre non avesse bisogno di ragionamenti ma di rimproveri. Ma Socrate, al contrario, sapeva che certe provocazioni costringono ad approfondire e a rifondare le certezze intuitive del buon senso.

Per questo va apprezzato il coraggioso tentativo di Giuliano Guzzo, da anni impegnato in questa resistenza ragionata (coi libri, ma anche su giornali come La Verità e sul suo blog personale) a difesa della vita e della persona umana. L’esigenza di rifondare la casa comune delle differenza sessuale impone di affrontare il dogma genderista anzitutto sul terreno della scienza, come si impegna  a fare Guzzo. È grazie alla raccolta di una mole impressionante di dati (storici, biologici, psicologici, sociologici) che il giovane sociologo arriva a posare un importantissimo mattone nella ricostruzione di quell’edificio misterioso che è la differenza dei sessi.

A chi volesse accusare il libro di avallare la diffusione di stereotipi sessisti basterebbe ricordare come Guzzo arrivi, nel corso della sua affascinante indagine nei meandri della differenza sessuale, a rovesciare completamente il «neurosessismo» in voga nel XIX secolo tra gli scienziati positivisti (come Paul Pierre Broca), convinti assertori dell’inferiorità intellettuale del cervello femminile. Al contrario, afferma Guzzo, «allo stato attuale delle conoscenze non sarebbe azzardato attribuire, contrariamente alle convinzioni dei maggiori scienziati ottocenteschi, il primato al cervello femminile, che non solo pare presentare una minore vulnerabilità alle lesioni cerebrali ma, in generale, risulta invecchiare anche meglio di quello maschile; il che, soprattutto alla luce della migliore connessione interemisferica rilevata nelle donne, rende lecito immaginare da un lato il cervello maschile come un trattore – semplice, robusto, inarrestabile e probabilmente favorito ma in situazioni semplici e collaudate – e quello femminile come una fuoriserie capace di prestazioni simultanee e complessivamente strabilianti. Certo, il pensiero che fior di studiosi, in epoche passate, abbiano sostenuto la superiorità dei trattori alle fuoriserie fa un certo effetto; ma pure il fatto che si vogliano ritenere gli unici identici alle altre appare davvero incredibile oltre che poco rispettoso nei confronti del cervello femminile, che proprio non merita di essere sottovalutato ancora».

In Cavalieri e principesse, pertanto, non si troverà appiglio per alcun tipo di sessismo né per qualche genere di discriminazione. Bisogna ricordare che differenza e disuguaglianza, come spiega Guzzo, non sono affatto sinonimi. La differenza infatti è un dato naturale, mentre la discriminazione semmai è una ingiustizia culturale. Così riconoscere una differenza non equivale in alcun modo a giustificare una discriminazione. Anche in questo caso, del resto, soccorre l’etimologia: la parola «differenza» è costituita dalla particella «di», che indica un allontanamento da qualcosa, e da «ferre», che in latino significa «portare». La differenza rimanda perciò a un allontanamento, ma è un allontanarsi che «portando qualcosa» arricchisce. La differenza attrae, giacché ciascuno porta ciò di cui l’altro è mancante.

La differenza è al servizio dell’unità. Se amo una persona e voglio unirmi a lei devo al tempo stesso volere anche che rimanga altra da me, cioè che differisca da me. L’eros umano infatti è amore in tensione. Se uomo e donna non fossero abbastanza simili non potrebbero incontrarsi, ma se non fossero sufficientemente differenti non potrebbero attrarsi.

È l’indifferenza, in ogni campo (fisico e affettivo), a uccidere l’amore.

Questo fatto ci riporta a una delle tesi fondamentali del libro: la bellezza della differenza sessuale. Guzzo infatti non è affatto uno scientista. La scienza è un supporto indispensabile, ma da sola non basta a dare ragione della differenza sessuale. Ecco perché siamo più vicini al vero a parlare di bellezza della differenza. Nell’antichità è stato Aristotele a vedere una analogia tra arte e natura. L’arte, nel perseguire la bellezza, imita la creatività naturale. La differenza naturale pertanto ha qualche cosa di bello, che suscita ammirazione, meraviglia e stupore, ma anche qualcosa di inesprimibile, misterioso e sfuggente come le forze naturali.

Nella parte finale del libro la differenza viene infatti definita da tre dimensioni fondamentali: la differenza come dono, la differenza come opportunità e la differenza come mistero. La differenza trova il suo pieno significato nell’«apertura al non cercato» del dono che è foriera di inaudite possibilità. Ma la differenza sfocia, in definitiva, nell’inesprimibile bellezza del mistero che tutto oltrepassa.

Il roveretano – e beato – Antonio Rosmini (1797-1855), una delle menti più geniali di tutti i tempi, affermava l’esistenza di una carità intellettuale, a cui spetta di «custodire in modo preclaro, contemplare e indagare la verità, ed essere ottima ed instancabile promotrice della cognizione della verità fra gli uomini». Da questo punto di vista Cavalieri e principesse, nel suo sforzo di indagare e approfondire le verità di sempre, è una salutare opera di carità.