Renzi stravince le primarie con il 70%. Rapporto con il Governo Gentiloni e alleanze i due nodi da sciogliere

 Il primo dato di queste primarie democratiche è che il temuto o auspicato flop dell’affluenza non c’è stato. I dati ancora ufficiosi della notte davano circa due milioni di iscritti ed elettori ai gazebo per scegliere il leader del Pd per i prossimi quattro anni (il dato comunicato dal Pd è di 1.848.658 voti). Una cifra che testimonia una buona vitalità del cosiddetto popolo del Pd, e in fondo la vitalità dello stesso strumento delle primarie che in altri Paesi, come la Francia, non sembra invece avere funzionato nella selezione dei candidati alle presidenziali (né il socialista Hamon né il candidato della destra gollista Fillon sono arrivati al secondo turno). Certo c’è un calo rispetto ai 2.800.000 del 2013, ma è innegabile che la fase politica è diversa e che il risultato della vittoria di Matteo Renzi, dato per scontato fin dall’inizio del percorso congressuale non ha richiamato gli elettori meno impegnati.

Primarie Pd, a Renzi oltre il 70%. Affluenza verso i 2 milioni

Il secondo dato è che una percentuale di voti in favore del segretario uscente intorno al 70%, superiore anche al buon successo tra gli iscritti (66,73%), danno al nuovo mandato di Renzi una legittimazione popolare forte e indiscutibile fino al 2021. Il popolo del Pd è con lui.

Pd: Comitato Orlando, noi al 22,2%, Renzi al 68

In attesa comunque dei dati definitivi che saranno annunciati probabilmente martedì, il Comitato della mozione di Andrea Orlando fa filtrare irritazione sui numeri diffusi dal Pd. Matteo Renzi sarebbe al 68%, Andrea Orlando al 22,2% e Michele Emiliano al 9’8%. Questi i dati delle primarie che risultano al Comitato della mozione Orlando, secondo quanto riferiscono gli sherpa che stanno elaborando i dati in arrivo da tutta Italia.

Le mosse di Renzi

Ora la domanda che tutti nel mondo politico si pongono è: una volta ricevuta la forte reinvestitura democratica che ha cercato fin dalla sera della sconfitta referendaria del 4 dicembre scorso (come si ricorderà Renzi avrebbe voluto indire subito il congresso anticipato per pareggiare i conti con l’allora minoranza interna), che cosa farà da domani il segretario del Pd?

Il primo nodo è il rapporto con il governo presieduto dal renziano Paolo Gentiloni e composto da quasi tutti ministri che erano già tali con il governo Renzi: è nota la convinzione dell’ex premier che la legislatura è di fatto finita il giorno del referendum costituzionale e che trascinarla dovendo per di più prendere decisioni difficili con la prossima legge di bilancio è un suicidio per il Pd. Ma lo stesso segretario sa che, una volta chiusasi la finestra per votare a giugno, le elezioni in autunno sono altamente improbabili viste le scadenze della legge di bilancio (va presentata a Bruxelles entro il 15 ottobre e approvata dal Parlamento entro fine anno). E che una collaborazione fattiva con il “suo” governo è obbligata.

Pd, Renzi rilancia: tre aliquote Irpef e operazione finanziaria per abbattere debito

La prima mossa l’ha anticipata lo stesso Renzi: una proposta per risolvere la crisi Alitaliacon un non meglio precisato «rilancio dell’azienda». Poi c’è la partita della prossima legge di bilancio, la cui trattativa è già stata avviata con Bruxelles dal ministro Pier Carlo Padoan attorno all’ipotesi di un forte taglio al cuneo fiscale sul lavoro da finanziare con una stretta sull’evasione dell’Iva. Proprio mentre Renzi sta pensando a un forte taglio dell’Irpef sulle famiglie e per incentivare il lavoro femminile da proporre per la prossima legislatura. Al di là delle divergenze sugli obiettivi, il problema riguarda la fiducia reciproca. Questo governo – si chiede e chiede Renzi – ha la sufficiente forza politica per trattare davvero con Bruxelles la flessibilità necessaria? Dal suo punto di vista è una domanda retorica. Quello che tuttavia non può permettersi il Paese, e di riflesso il Pd renziano, è una continua fibrillazione politica che finirebbe solo per indebolire il governo e rendere ancora più complicata la partita con Bruxelles. Anche perché la probabile vittoria di Emmanuel Macron alle presidenziali francesi del 7 maggio finirà per rafforzare l’asse franco-tedesco su una linea sì di riforma dell’Unione, ma sempre tenendo dritta la barra del rigore sui conti pubblici.

Primarie Pd, campagna al rush finale. Scontro sulle alleanze e incognita affluenza

Il secondo nodo è tutto politico, ma non meno importante: quello delle alleanze. La vittoria di Renzi rafforza l’idea di un Pd a vocazione maggioritaria scolpito nello statuto veltroniano del partito, che prevede la coincidenza della figura di segretario e di candidato premier. Renzi ha chiarito che non pensa ad alleanze di tipo tradizionale e che il Pd dovrà giocarsi da solo la partita alle prossime elezioni politiche, soprattutto se come è probabile si andrà alle urne con un sistema a forte basa proporzionale: le alleanze si cercano in caso in Parlamento dopo le elezioni. Tuttavia l’insistenza dei suoi oppositori interni, Andrea Orlano e Michele Emiliano, sulla necessità di ricostruire il centrosinistra alleandosi con i fuoriusciti bersaniani e con la “cosa” che sta costruendo l’ex sindaco di Milano Giuliano Pisapia perché l’alternativa è la grande coalizione con Forza Italia (anzi, durante la campagna congressuale Orlando ed Emiliano hanno accusato Renzi di puntare proprio all’accordo con Silvio Berlusconi) deve indurre il segretario a una seria riflessione.