Il lavoro non è giovane: ecco tutte le ombre sul Primo Maggio

Nicola Pini

La nuova crisi di Alitalia non è che uno dei motivi di preoccupazione: l’occupazione sta crescendo, ma non tra i giovani  

 La Festa dei lavoratori che si tiene ogni anno a Portella della Ginestra, in provincia di Palermo, quest’anno avrà rilevanza nazionale. Per la ricorrenza dei 70 anni dallo storico e tragico eccidio saranno presenti i segretari generali di Cgil, Cisl e Uil, Susanna Camusso, Annamaria Furlan e Carmelo Barbagallo, che hanno scelto per il prossimo Primo Maggio la località siciliana luogo della strage del 1947. Alle 8 è previsto il ritrovo dei partecipanti alla Casa del popolo di Piana degli Albanesie alle 8.30 ci sarà la deposizione di una corona di fiori al cimitero in memoria dei caduti, alla presenza delle autorità civili e religiose. Alle 9.30 partirà il corteo, che sfilerà nelle strade della cittadina per arrivare davanti alla Casa del partigiano. A seguire, ci si sposterà con un servizio di navette da Piana degli Albanesi a Portella della Ginestra, dove alle 11 partirà il corteo che porterà i manifestanti al Sasso di Barbato. Qui sono previsti gli interventi di delegate e delegati e dalle 12.10 quelli dei segretari generali di Cgil, Cisl e Uil.

La fotografia di questo Primo Maggio è la nuova crisi di Alitalia con il suo carico di 12mila dipendenti (20mila lavoratori con l’indotto) in rotta verso destinazione ignota. L’ennesima tempesta sulla ex compagnia di bandiera ha radici antiche (sprechi e malagestione), ma è anche lo specchio del nuovo scenario competitivo nel quale si muovono oggi l’economia italiana e le sue aziende. Nel caso degli aerei la sfida è arrivata portata dell’alta velocità ferroviaria e dalle compagnie low cost straniere (niente “fronzoli”, biglietti economici e condizioni di lavoro “hard”) in un settore fino pochi anni fa a bassa concorrenza. Ma anche altri settori non più protetti, fatte le debite differenze, sono soggetti a turbolenze simili. C’è l’effetto della globalizzazione e le incognite legate a una rivoluzione tecnologica il cui impatto sui numeri del lavoro è tutto da decifrare.

Per ora l’Italia è riuscita a evitare quella ripresa senza occupazione che qualche economista temeva. Anzi, negli ultimi due anni (soprattutto nel 2015) l’occupazione è cresciuta più del Pil. Nell’ultimo periodo la dinamica è rimasta positiva, ma è in decelerazione. Secondo l’ultima indagine trimestrale (ultimo quarto del 2016) gli occupati sono cresciuti di 252mila unità rispetto a un anno prima, ma solo di 32mila rispetto al trimestre precedente. Le ultime rilevazioni mensili dell’Istat confermano un quadro quasi stazionario nei primi mesi del 2017. I disoccupati a dicembre erano cresciuti di 108mila unità in un anno, con un tasso salito all’11,9%, sulla spinta della diminuzione degli inattivi, in parte tornati a cercare lavoro. Oggi il numero dei lavoratori dipendenti (non degli autonomi) è tornato vicino ai valori pre-crisi. Ma il tasso di occupazione generale al 57,4% resta quasi un punto e mezzo sotto quello del 2008.

In questo quadro moderatamente espansivo restano gravi zone d’ombra.

La prima è che i giovani sono rimasti ai margini di questa la nuova occupazione, quasi tutta concentrata nelle fasce di età più avanzate. Sempre in base all’ultima indagine trimestrale il tasso di occupazione tra i 15-34enni è sceso dello 0,2% in un anno portandosi sotto il 40% mentre quello di disoccupazione è salito al 23% (+0,7). In numero assoluto sono 68mila occupati in meno e 42mila disoccupati in più.

Nella fascia centrale di età 35-49 anni sono 111mila i lavoratori in meno e 31mila i senza lavoro aggiuntivi. Oltre i 50 anni c’è stato invece un vero boom dei “posti”, 431mila unità in più in un anno. In parte è un effetto statistico legato all’invecchiamento della popolazione, ma molto è dovuto alla maggiore permanenza al lavoro imposta dalle riforme pensionistiche. Fatto sta che di giovani nelle aziende ne sono entrano pochini e quei pochi nell’ultimo periodo sono stati in gran parte assunti con contratti temporanei oppure hanno lavoricchiato con i voucher, strumento questo appena abrogato dal governo per evitare il referendum targato Cgil.

E qui sta un’altra ombra di questo Primo Maggio. Dopo il balzo dei contratti a tempo indeterminato del 2015, spinti dalla benzina dei maxi incentivi concessi alle aziende in contemporanea con il varo del Jobs act, con la riduzione e poi il quasi azzeramento degli sgravi i contratti a scadenza sono tornati a essere di gran lunga la forma più diffusa di lavoro, circa il 70% del totale delle attivazione (il tempo indeterminato sceso attorno al 28%). Evidentemente la terapia d’urto dei bonus non ha lasciato un’impronta stabile, tanto che il governo prepara nuovi sgravi per il 2018, forse stavolta strutturali.

Il Def prevede una decisa frenata dell’occupazione: le forze di lavoro salite dell’1,3% nel 2016, dovrebbero limitarsi a un +0,6 quest’anno e a +0,7% il prossimo, cifra che il governo ritocca a un +0,8 come obiettivo programmatico. Una differenza minima, perché le risorse da investire sono scarse. E senza contare quelle che, in un modo o nell’altro altro, verranno destinate su Alitalia.