«Francesco è popolare anche tra i credenti islamici»

 

FEDERICA ZOJA

È L’arabista Cuciniello: ma nel mondo musulmano c’è una spaccatura

un viaggio di «altissimo valore simbolico e anche pratico » quello che sta compiendo papa Francesco in Egitto secondo l’islamologo e arabista Antonio Cuciniello. Che spiega: «Si tratta di una visita che indica un cammino, un modus operandi, già evidente nelle parole pronunciate dal Papa nel novembre del 2013, in occasione della plenaria del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso: “Spesso motivi politici o economici si sovrappongono alle differenze culturali e religiose, facendo leva anche su incomprensioni e sbagli del passato: tutto ciò rischia di generare diffidenza e paura. C’è una sola strada per vincere questa paura, ed è quella del dialogo, dell’incontro segnato da amicizia e rispetto”».

A suo giudizio, quale percorso interno all’islam egiziano possiamo riscontrare?

Il mondo islamico egiziano è sempre più consapevole del fatto che prendere una posizione chiara contro ogni deriva estremista significa prendere le distanze da un islam nel quale la maggior parte dei musulmani non si riconosce e di cui gli stessi sono le prime vittime. Così, netta è stata la condanna di al-Azhar, nel novembre 2016, contro l’uccisione di Soliman Abu Heraz, un anziano sceicco, da parte di rappresentanti dello Stato islamico nel Nord del Sinai. O quella espressa per i recenti fatti di Tanta e di Alessandria. Contro questa deriva estremista, sempre a novembre il Grande imam di al-Azhar, Ahmad al-Tayeb, in occasione della Giornata mondiale della tolleranza, ha inviato un messaggio di pace alla comunità internazionale. Contenuti simili erano presenti nel documento Una parola comune tra noi e voi (13 ottobre 2007), una lettera aperta e un appello delle guide religiose musulmane a papa Benedetto XVI. In Egitto, è importante ricordarlo, al-Azhar ha invitato anche il primate della Chiesa ortodossa, il patriarca Bartolomeo, a partecipare alla Conferenza internazionale sulla pace, durante la quale ci saranno gli interventi di Francesco e al-Tayeb. È un segno molto forte di quale politica del dialogo al-Azhar voglia instaurare. Del travaglio endogeno al mondo islamico egiziano noi vediamo solo il riflesso politico: abbiamo assistito all’ascesa della Fratellanza musulmana, poi destituita e perseguitata, e alla nascita di una Wilayat (Provincia) affiliata al Daesh nel Sinai, in contemporanea a una recrudescenza del terrorismo contro i cristiani d’Egitto.

Ma qual è il terreno di scontro dell’islam egiziano in termini teologici?

Penso che lo scontro sul piano teologico chiami in causa il ruolo di al-Azhar e quello del wahhabismo saudita nell’islam sunnita. Il wahhabismo tenta con le sue diverse anime di egemonizzare il mondo islamico. Si tratta di una sorta di guerra fredda contro al-Azhar andata espandendosi nel tempo anche grazie al favore delle autorità politiche egiziane nei confronti dei sauditi, che a loro volta hanno immesso denaro nelle casse egiziane. Attualmente il presidente al-Sisi e al-Azhar cercano di rafforzare contatti e legami a sostegno di una concezione moderata di islam, in opposizione alle diverse ideologie di violenza che stanno prendendo sempre più piede – nei Paesi arabi, in quelli a maggioranza islamica e in Europa – anche attraverso un subdolo proselitismo via satellite. Nel Regno del Marocco, il Consiglio supremo degli ulema ha recentemente rivisto il reato di apostasia, riprendendo la distinzione fra tradimento “politico”, sì passibile di pena di morte, e religioso, depenalizzato.

In merito, a che punto è il dibattito in Egitto?

Secondo un sondaggio del 2013 condotto dal Pew research center in Egitto – e in Pakistan –, il 64% degli intervistati ritiene che la pena di morte sia la giusta punizione per il “reato” di apostasia. La questione, secondo me, è di tipo prima di tutto antropologico- culturale. Senza dubbio, però, i musulmani devono imparare sempre di più a storicizzare le proprie fonti: il Corano non prescrive alcun castigo terreno per gli apostati. È auspicabile che l’esempio marocchino diventi virale: il pluralismo religioso è da sempre una realtà nei contesti a maggioranza islamica e una simile iniziativa storica si pone come efficace provvedimento contro l’estremismo e il fondamentalismo.

A suo giudizio, quali aspettative hanno le diaspore musulmane in Italia nei confronti della visita papale?

Molto alte. Papa Francesco ha molto consenso anche tra le persone di fede islamica. Non raramente mi capita di leggere sui social post di musulmani, sia di prima che di seconda generazione, in cui si esprime gradimento verso il suo modo di porsi e di porre questioni che stanno a cuore a tanti, in primis la guerra in Siria e la questione dei migranti.