Il significato della risurrezione di Gesù

Rinaldo Fabris

Attraverso l’esperienza dei discepoli, testimoniata negli scritti delle origini cristiane, la risurrezione di Gesù entra nella storia. Per esprimere e comunicare il significato di questa esperienza, i discepoli di Gesù fanno ricorso al linguaggio della tradizione biblica e dell’ambiente giudaico. Nelle prime testimonianze degli scritti cristiani si afferma che Gesù “è vivo”, “è apparso” (a qualcuno), “è stato innalzato” (alla destra di Dio), “è asceso” (al cielo), “è entrato nella gloria” (di Dio). L’esperienza d’incontro dei discepoli con Gesù, dopo e oltre la sua morte, sta alla base della loro speranza nella risurrezione dai morti. La fede in Gesù risorto s’innesta sulla fede nel Dio vivente, che libera il suo popolo dall’Egitto e lo salva. Di fronte all’esperienza del male e della morte il credente della Bibbia fa appello alla giustizia e alla fedeltà di Dio. Nella relazione di alleanza il Signore promette ai fedeli e ai giusti una vita lunga e felice sulla terra (cf. Dt 5,11; 30,15-20).
La fede nel Dio dell’esodo e dell’alleanza entra in crisi quando si fa l’esperienza della morte prematura e della sventura che si abbatte inesorabile sul giusto. Malattia, persecuzione e morte sembrano spezzare o rendere inefficace la relazione vitale con Dio. In alcuni Salmi risuona il grido del giusto che si appella alla fedeltà di Dio: «Non abbandonerai la mia vita negli inferi, né lascerai che il tuo fedele veda la corruzione. Mi indicherai il sentiero della vita, gioia piena alla tua presenza, gioia senza fine alla tua destra» (Sal 16,10; cf. 49,16; 73,23-24). Nella tradizione biblica si conserva la memoria di alcuni giusti, che Dio non abbandona nella morte, ma prende con sé: il patriarca della generazione prima del diluvio – Enoch (Gen 5,21-24) – e il profeta Elia, che lotta per la fedeltà a Dio, unico Signore, rapito in cielo davanti al suo discepolo Eliseo (2Re 2,1-13). Mosè, del quale nessuno conosce la tomba, è il protagonista dei racconti di assunzione.
Nella tradizione biblica con il lessico e le immagini della “risurrezione” si esprime la fede in Dio, che può cambiare la condizione del suo popolo, oppresso dai nemici e disperso nell’esilio (Os 6,1-3; Ez 37,1-14; Is 26,19). Nel secondo secolo a.C., si dà voce alla speranza dei giusti e dei martiri, caduti per la Legge, con la categoria della “risurrezione” (Dan 12,2-3; 2Mac 7,9.23). I farisei assumono e diffondono la fede nella risurrezione dei morti a livello popolare. Negli ambienti apocalittici del primo secolo d.C. si coltiva la speranza di risurrezione, connessa con gli eventi degli ultimi tempi. La risurrezione dei morti precede il giudizio ultimo di condanna o di salvezza19.
In questo clima matura la fede dei discepoli in Gesù risorto, connessa con la sua attività taumaturgica. Di fronte alla morte prematura e violenta di Giovanni il Battista, si parla della sua risurrezione dai morti, ponendola in rapporto con la figura e l’attività di Gesù: «Giovanni Battista è risorto dai morti e per questo (Gesù) ha il potere di fare prodigi» (Mc 6,14; 6,16; cf. Mt 14,2; Lc 9,7). A livello popolare Gesù è identificato con Elia, Geremia o uno dei profeti del passato che è risorto (Mc 6,15; 8,28; Lc 9,8.19; Mt 16,14). Nel giudaismo del primo secolo dell’era volgare si attende la venuta di una figura profetica, identificata con Mosè o Elia. L’immagine del profeta perseguitato e ucciso, legittimato da Dio con la risurrezione prima del tempo finale, è presente nella tradizione biblica e giudaica. I discepoli di Gesù avrebbero interpretato la sua morte sul modello di Giovanni Battista, il profeta martire risuscitato da Dio.
Ma l’esperienza della risurrezione di Gesù esorbita dal modello del profeta-martire risuscitato da Dio. I discepoli che incontrano Gesù risorto non dicono che egli è il profeta degli ultimi tempi, ma lo riconoscono come il Cristo, il Figlio di Dio e il Signore. Sotto questo profilo l’esperienza dei discepoli di Gesù non ha corrispondenti nella vicenda di Giovanni Battista, né in quella di nessun altro profeta-martire della tradizione giudaica. La figura e l’attività di Gesù, che proclama e inaugura il regno di Dio, non si lasciano rinchiudere dentro il modello del “profeta” del tempo finale. Anche il lessico e le immagini della tradizione apocalittica, riferite all’esperienza della risurrezione di Gesù, sono riduttivi. Nelle prime testimonianze della risurrezione di Gesù ricorrono i verbi “apparire”, “rivelarsi”, “manifestarsi”, che rimandano all’ambiente apocalittico. Nel racconto della visita alla tomba compare la figura dell’angelo interprete (Mc-Mt). Nella tradizione lucana due angeli rivelano il significato della tomba di Gesù e interpretano la sua ascensione al cielo. Questi modelli espressivi di carattere apocalittico non esauriscono il significato della risurrezione di Gesù. Essa s’innesta nella dinamica del regno di Dio, che egli ha proclamato e reso presente con la sua attività prima della morte. L’annuncio del regno di Dio, fatto da Gesù in Galilea, si compie nella fedeltà e solidarietà della sua morte a Gerusalemme.
Il regno di Dio, che si sovrappone al destino del Figlio dell’uomo, solidale con i peccatori nella forma estrema della morte, si rivela in Gesù risorto. Egli inaugura la definitiva signoria di Dio nel mondo e nella storia. Con la risurrezione di Gesù il suo annuncio del regno di Dio riceve la conferma definitiva. I poveri, i peccatori, i malati e gli esclusi, ai quali ha egli ha promesso la liberazione, il perdono e la vita, possono contare sull’azione potente di Dio che lo ha strappato dalla morte, fonte e radice di ogni schiavitù. In Gesù risorto, liberato dalla morte, Dio si fa vicino a ogni essere umano. Nel Messia crocifisso e risuscitato, Dio manifesta il suo volto di Padre e nello stesso tempo svela la nuova identità dell’uomo. Gesù risorto, presentandosi ai discepoli, li chiama “miei fratelli”, e annuncia loro la piena comunione con il Padre. Il significato della risurrezione di Gesù è connesso con la rivelazione del nuovo volto di Dio e dell’essere umano.
Nell’incontro con i discepoli, Gesù risorto ristabilisce, a un livello nuovo e diverso, la relazione vitale del tempo che precede la sua morte. L’iniziativa parte da Gesù, che si fa “vedere”, si “manifesta”, “viene”, si “avvicina”, “sta in mezzo” ai discepoli. La convivialità attesta che Gesù è vivo, ma nello stesso tempo rimanda al suo ultimo pasto con i discepoli, quando, con il gesto del pane spezzato e del calice condiviso, egli interpreta e anticipa il dono della sua vita per attuare la speranza della piena e definitiva comunione nel regno di Dio. La parola di Gesù, che interpreta i suoi gesti, conduce i discepoli a riconoscere la sua identità. I discepoli si rendono conto che il Signore risorto è lo stesso Gesù che ha annunciato il regno di Dio ed è morto in croce. L’incontro con Gesù, riconosciuto come il “Signore”, getta nuova luce sulla sua missione terrena e sulla sua morte. La risurrezione di Gesù è la chiave ermeneutica per interpretare le Scritture. La fiducia dei “giusti” perseguitati e la speranza dei martiri, che hanno affrontato la morte contando sulla fedeltà di Dio, trovano conferma definitiva nella risurrezione di Gesù. In questo senso la morte e risurrezione di Gesù fanno parte del disegno di Dio. La risurrezione di Gesù come vittoria sul male e sulla morte dà il significato pieno e ultimo alle promesse di Dio, che accompagnano la storia di Israele, da Mosè ai profeti.
La comunione ristabilita tra Gesù risorto e i suoi discepoli li apre alla missione universale nel suo nome. Anche se i racconti di apparizione di Gesù risorto non derivano dall’esigenza di legittimare la missione cristiana, si deve riconoscere che l’incontro con Gesù risorto sfocia nell’incarico di missione per i discepoli. Gesù risorto fa ripartire la missione che egli ha inaugurato con l’annuncio del regno di Dio. La missione dei discepoli non è più circoscritta alla “casa di Israele”, ma si rivolge a tutti i popoli, perché Gesù risorto è costituito nel ruolo di Signore universale. Tracciando il programma della missione dei discepoli, Gesù sottolinea la continuità tra la sua opera e quella dei suoi inviati e testimoni. Grazie a questa continuità, egli parla ai discepoli e ai destinatari del Vangelo con il linguaggio della comunità credente. La sua presenza e il dono dello Spirito santo garantiscono la fedeltà dei discepoli, che parlano nel suo nome.
Questo è il “segno” permanente della risurrezione di Gesù. Il sepolcro aperto e vuoto è un segno ambivalente, che ha bisogno dell’annuncio: «Gesù è risorto, non è qui» (Mc 16,6). Le apparizioni di Gesù risorto sono circoscritte al gruppo dei discepoli e al tempo di fondazione dell’esperienza cristiana. Per dare autorevolezza al loro annuncio i Dodici e Paolo non possono dire a quelli che li ascoltano: “Ecco, il Signore vi appare, come a noi!”. Quanti accolgono l’annuncio che Gesù è il Signore non lo incontrano se non nella testimonianza e nella parola dei suoi inviati. D’ora in poi, il segno della risurrezione di Gesù è la comunità dei credenti in Gesù Cristo, il crocifisso, che Dio ha risuscitato dai morti.
Quelli che accolgono la parola di Gesù fanno esperienza del perdono di Dio, come riconciliazione e superamento delle divisioni e degli egoismi che conducono alla morte. Nella comunità dei credenti in Gesù, si può incontrare il Signore e stabilire con lui la comunione vitale che perdura oltre la morte. I credenti nella risurrezione di Gesù riconoscono che egli è vivo, presente e operante nella storia umana oltre la sua morte. Essi proclamano che Gesù è il Signore glorioso che rende presente e attiva la signoria di Dio nel mondo. Questa fede implica un nuovo stile di vita nei rapporti reciproci e di fronte al mondo. Quanti credono in Gesù risorto dai morti, vivono in attesa del compimento del disegno di Dio sulla storia umana. Essi operano non per un mondo condannato alla necessità e fatalità della morte, ma per la nuova creazione, dove ha stabile dimora la vita, dono di Dio creatore.

(Fonte: Gesù il “Nazareno”. Indagine storica, Cittadella 2011, pp. 835-839