Incanto e disincanto

Proposte di giustizia e di amore
per un mondo disincantato [1]

Domenica III di Pasqua A

papa Francesco

Gianfranco Venturi

Quale dialogo tra Cristo risorto e il modo di oggi?
Le letture che la Chiesa ci propone in questa domenica, marcatamente pasquali (At 2,14.22-33; 1Pt 1,17-21; Lc 24,13-35), proclamano la realtà decisiva della nostra fede: Cristo è vivo; si è fatto uomo, ha dato la vita per la nostra salvezza, nelle sue piaghe siamo stati guariti, è morto, è stato sepolto e il terzo giorno è risuscitato. In questo clima pasquale […] guardiamo il Signore nel Vangelo e ci domandiamo: che cosa si aspettava Gesù da farsi tutto da lui e di esprimersi in gesti di carità?
E se guardiamo al nostro mondo attuale e ci domandiamo: “In quale atteggiamento spirituale è andata a sfociare questa civiltà?”. La parola che si ascolta, che risuona dietro ogni altra, forse non è “disincanto”?

I sintomi del disincanto
Sono svariati, ma forse il più palese è quello degli “incanti su misura”: l’incanto della tecnica che promette sempre cose migliori, l’incanto di un’economia che offre possibilità quasi illimitate in tutti gli aspetti della vita a quanti riescono a essere inclusi nel sistema, l’incanto delle proposte religiose minori, a misura di ogni necessità. Il disincanto ha una dimensione escatologica. Attacca indirettamente, mettendo tra parentesi ogni atteggiamento definitivo e, al suo posto, propone quei piccoli incanti che fanno da “isole” o da “tregua” nei confronti della mancanza di speranza verso l’andamento generale del mondo. Sicché l’unico atteggiamento umano per spezzare gli incanti e i disincanti è metterci davanti alle cose ultime e domandarci: quanto alla speranza, andiamo di bene in meglio salendo o di male in peggio scendendo? E allora sorge il dubbio. Possiamo rispondere? Abbiamo, come cristiani, le parole e i gesti per scandire il ritmo della speranza nei confronti del nostro mondo? Oppure, come i discepoli di Emmaus e quelli che rimasero nel cenacolo, siamo i primi ad avere bisogno di aiuto?

Tornare al vangelo con la sete di un otre nuovo
Per rispondere a questi quesiti ci serve una buona dose di umiltà. E, con quest’umiltà, tornare al Vangelo con la sete di un otre nuovo. Il disincanto del mondo moderno – che in quel terzo di umanità che vive e muore nella miseria più spaventosa non è soltanto disincanto, ma disperazione, rabbiosa in alcuni e rassegnata in altri — ci ricorda quei due passi del Vangelo che parlano della direzione verso cui si orienta la vita: quello dei discepoli clic si allontanavano (scendevano) da Gerusalemme verso Emmaus, e quello dell’uomo aggredito dai briganti che scendeva da Gerusalemme a Gerico (cfr Lc 24,13-35 e Lc 10,29-37).

Il disincanto dell’uomo ferito e dei discepoli di Emmaus
Le due situazioni sono simili. Sia nel dolore dell’uomo ferito che giace semisvenuto senza possibilità di salvezza, dando l’impressione che per lui non ci sia effettivamente niente da fare, sia nel disincanto autoconsapevole e pieno di ragioni di Cleopa, batte la stessa mancanza di speranza. Ed è proprio questo a commuovere il cuore misericordioso di Gesù, che si mette sulla via discendente che loro hanno imboccato e si abbassa, si fa compagno e si nasconde pieno di tenerezza in quei piccoli gesti, gesti di prossimità, in cui ogni parola è incarnata: carne che si avvicina e abbraccia, mani che toccano e bendano, che ungono con l’olio e disinfettano le ferite con il vino… carne che si avvicina e accompagna, che ascolta… mani che spezzano il pane.
La vicinanza del Signore risorto che cammina – sconosciuto – con i piccoli del popolo, che suscita in tanti cuori la compassione del Buon samaritano, è l’unica cosa che può riuscire ad accendere in molti cuori il fuoco della prima carità, per tornare alla società con l’entusiasmo conclusivo dei discepoli di Emmaus e per uscire a proclamare la gioia del Vangelo. Si tratta dell’incontro con Gesù Cristo vivo; ma dobbiamo riscoprire il suo modo di avvicinarsi al ferito per curarlo, per spazzare via i disincanti, per offrire la gioia della dignità umana salvata. Là troveremo risposta alla domanda che insistentemente ci facciamo: come possiamo favorire la manifestazione e la protezione, sempre maggiori, di quella dignità umana tante volte calpestata, sfruttata, sottratta, schiavizzata?

La categoria chiave: quella della prossimità
E la prossimità ha un’andata e un ritorno. Il Signore che ci si approssima quando stiamo male e si fa carico di noi fino alla locanda è lo stesso che, più tardi a Emmaus, fa mostra di tirare dritto. Ci ha soccorsi tante volte e i nostri occhi non lo hanno riconosciuto, perché non abbiamo avuto tempo di invitarlo a restare con noi, a condividere il pane. E la promessa di tornare a pagarci “ciò che spenderai in più” (ivi, 35) vale soltanto per coloro che hanno accolto e curato i loro feriti. Agli altri dirà “non so di dove siete” e quel temibile “allontanatevi da me” (Lc 13,37) che è la cristallizzazione definitiva dell’anti-prossimità.
La prossimità è l’ambito necessario perché sia possibile annunciare la Parola, la giustizia, l’amore, in modo che trovino una risposta di fede. Incontro, conversione, comunione e solidarietà sono categorie che esplicitano la prossimità come criterio evangelico concreto che si oppone ai dettami di un’etica astratta o meramente spirituale. Tra il Padre e il Figlio la prossimità è così perfetta che da essa procede lo Spirito.
È allo Spirito che chiediamo di risvegliare in noi quella particolare sensibilità che ci fa scoprire Gesù nella carne dei nostri fratelli più poveri, più bisognosi, più ingiustamente trattati: infatti quando ci avviciniamo alla carne sofferente di Cristo, quando ce ne facciamo carico, proprio allora nei nostri cuori può brillare la speranza, quella speranza che il nostro mondo disincantato chiede ai cristiani.

Chiesa convertita che riconosce Gesù come compagno di strada di ciascuno
Non vogliamo essere quella Chiesa timorosa che se ne sta rinchiusa nel cenacolo: vogliamo essere la Chiesa solidale che ha il coraggio di scendere per la strada che va da Gerusalemme a Gerico, senza aggirarla; la Chiesa che ha il coraggio di avvicinarsi ai più poveri, di curarli e accoglierli. Non vogliamo essere quella Chiesa delusa che abbandona l’unità degli apostoli e se ne torna nella sua Emmaus: vogliamo essere la Chiesa convertita che, dopo avere accolto e riconosciuto Gesù come compagno di strada di ciascuno, intraprende il ritorno al cenacolo, torna piena di gioia alla vicinanza con Pietro, accetta di mettere insieme con gli altri la propria esperienza di prossimità e persevera nella comunione.

Il terreno è preparato per far crescere la prossimità
Possiamo dire che la misura della speranza è proporzionale al grado di prossimità che si dà tra di noi. Dove convivono meglio che altrove uomini di tante razze e di tanti credo, il terreno è ben preparato a far crescere quella prossimità in tutto il suo splendore e in tutta la sua qualità.

NOTE

1 Proposte di giustizia e di amore per un mondo disincantato, Omelia, per la messa di chiusura del Congresso nazionale di dottrina sociale della Chiesa, Rosario, 8 maggio 2011, in J.M. BERGOGLIO – PAPA FRANCESCO, Nei tuoi occhi è la mia parola. Omelie e discorsi di Buenos Aires. 1999-2013. Introduzione e cura di Antonio Spadaro S.I., Rizzoli, Milano 2016, 851-.855.